Di Laura Baldelli
Nell’era dell’individualismo ognuno può vantare la propria Odissea.

Il regista angloamericano per la seconda sceglie l’estate per l’uscita nelle sale di tutto il mondo dell’ultimo film, così ha l’esclusiva dei critici, dei media e dei social, del pubblico e di tutto ciò che traina il lancio di The Odyssey: una trovata commerciale, come i rumors che lo hanno preceduto, creando un’attesa ed aspettative da dipendenza. Per il badget di produzione 250 milioni di dollari, affinché diventi un blockbuster: lo stesso Nolan e consorte hanno investito nella produzione.
Infatti dai social alla stampa specializzata tutti ne parlano e ne straparlano, fino ad arrivare a definirla l’Odissea secondo Nolan.
Tre ore di film, dove non si è badato a spese per il cast, le località delle riprese, dove veri velieri solcano il mare, al fine di esaltare l’alta qualità delle riprese, tanto che è il primo film girato interamente in IMAX classico da 70mm, con risoluzione fino a 18K, una tecnologia per spingere al massimo la qualità visiva e non solo: i dialoghi sono in presa diretta. In Italia esiste solo l’IMAX digitale, meno complesso e meno definito, che riduce le inquadrature rispetto all’originale e vedendo il film nelle nostre sale ne risentono soprattutto le scene della distruzione di Troia.
Il paragone con il nostro povero cinema italiano sorge spontaneo: odiato dal peggiore ministro della cultura dal Regno d’Italia ad oggi, non riceve neanche più le briciole, perché quelle vanno alla peggior sottocultura in circolazione, dato che ormai hanno esaurito il filone caro alla destra di d’Annunzio e il Futurismo.
Una lancia per il cinema italiano, fatto di registi e i bravi attori e attrici, produttori coraggiosi, brillanti sceneggiatori, direttori della fotografia e costumisti inferiori a nessuno e maestranze altamente specializzate va sempre spezzata, perché il nostro cinema sopravvive auto-producendosi, cercando soluzioni creative, osando raccontare storie difficili e contemporanee; va difeso, perché neanche quando Hollywood s’inchinò davanti a quel povero poverissimo cinema neo-realista, girato con poca pellicola, premiandolo con l’oscar, gli imprenditori ed i politici italiani non investirono nell’industria cinematografica, ma preferirono costruire sale cinematografiche per permettere l’invasione dei film americani, che ben presto ci colonizzarono nelle menti e s’impossessarono del nostro immaginario collettivo.
Nolan non rischia nulla: la “storia” è la “storia delle storie”, già collaudata nei millenni, ma che egli riscrive ad uso e consumo odierno, tradendone sempre lo spirito e l’essenza.
Un moderno Ulisse? Joyce con il suo Ulisse, almeno rivoluzionò il linguaggio, trovando il registro linguistico per far parlare l’inconscio, il nostro Dante creò il sequel dell’Odissea, piegando, alla morale cattolica, la storia di colui che aveva sempre sfidato il destino e gli dei, condannandolo secondo la morale cattolica; indimenticabili i versi di Dante con cui Ulisse esorta i suoi: “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
Dante condanna Ulisse non solo per la metis, l’astuzia e l’inganno, ma anche per l’hybris, cioè la presunzione di poter raggiungere con la sola ragione umana e la forza di volontà, un luogo destinato solo a chi è redento dalla fede, tanto che Dante intraprese il viaggio guidato dalla Grazia Divina.
Comunque l’Odissea della tradizione, come opera è il punto di arrivo di una lunghissima tradizione orale, passata di cantore in cantore fin quando non fu trascritta, quasi a dire che ognuno ha raccontato a modo suo, ma senza tradire gli archetipi greci, le grandi tragedie con i loro sentimenti universali; non esiste un originale intoccabile e forse non si può pretendere un’esegesi letterale, ma è inconfutabile che tutta la tradizione occidentale viene dal mondo greco, dai miti, dagli archetipi delle tragedie greche: il guerrafondaio mondo occidentale, che ancora oggi imperversa viene proprio da questo.
Nel mondo orientale c’è invece una millenaria tradizione di pace, di non belligeranza, come testimonia la grande e sconosciuta all’occidente storia della Cina.
Del mondo arcaico greco, frammentato in città-stato, Nolan, fa emergere la xenia, l’ospitalità sacra verso lo straniero, perché in quella società di mercanti e marinai, ma anche di guerrieri, si diventava facilmente stranieri a causa di carestie, naufragi, guerre ed esilii, persino un re come lo fu Odisseo; la xenia permetteva di costruire legami ed alleanze oltre i confini, da questo si misurava la civiltà delle genti.
Il regista trascura le divinità, totalmente marginali, trasformando il senso divino del mondo greco, in un’esperienza fisica-sensoriale e psicologica: il mare, la memoria, la paura e la colpa, che sono espressione delle emozioni e dei sentimenti, che però rimangono superficiali, in quanto prevale l’azione nella corsa narrativa. Gli stessi attori, volti noti del cinema industriale, non risultano credibili, fatta eccezione per un dolente Matt Damond, che esprime l’ingegno multiforme di Ulisse ed una semplice barba lo rende diverso, intensamente maturo e pensoso, perché oppresso dal trauma della guerra, ma anche in cerca di redenzione.
Odisseo di Nolan ricorda il protagonista di Memento, Leonard che lotta contro il tempo che gli sfugge di mano; Cobb protagonista di Inception, incastrato tra sogno e memoria; il Cooper di Interstellar, che attraversa lo spazio per ritornare dai suoi affetti; ma anche l’Oppenheimer del suo penultimo film, un altro eroe dal multiforme ingegno oppresso dalla propria genialità.
Le location scelte da Nolan hanno la funzione descrittiva del lunghissimo viaggio di Ulisse, che il regista ha voluto molto realistiche con velieri d’epoca, di cui molte scene in Italia: nelle isole Eolie, presso litorale di Ostia, le isole Egadi; ma anche a Malta, nel Peloponneso, in Scozia, in Marocco, in Islanda. I velieri d’epoca sono serviti anche per trasportare le vettovaglie per la troupe, un realismo che ha ricordato Visconti ne Il Gattopardo, che voleva armadi e credenze pieni di oggetti d’epoca, anche se chiusi.
Inoltre Nolan nelle riprese utilizza campi lunghissimi, grazie alla tecnologia che ha usato, che non sono semplici panoramiche ma c’è la presenza umana.
Oltre che negli scenari, il regista si riconferma un maestro nella gestione dei piani temporali della narrazione e l’Odissea classica nel suo racconto passa da fabula ad intreccio con sotto-narrazioni, risultando perfetta per lo stile di Nolan; ma il bello è che l’Odissea nella sua struttura nasce già cinematografica, perché interrompe la narrazione cronologica con l’analessi, che oggi chiamiamo flashback e la prolessi ovvero i flashforward; nacque così perché doveva essere cantata e favorire l’ immaginazione, in pratica doveva creare un film nella mente degli uditori. E Nolan ama le narrazioni non lineari.
Ci sono scene potenti, destinate a rimanere nell’immaginario collettivo, studiate nei minimi dettagli: il cavallo semi-insabbiato e le immagini al suo interno, il buio saccheggio di Troia, attraversato con la tecnica del pedinamento del neorealismo, Polifemo-horror, che a me ha ricordato per il disgusto il Faust di Sukurov e altrettanto horror le scene della maga Circe, interpretata da Samantha Morton, l’attrice più credibile del film.
E così Nolan ha accontentato tutti i gusti dei generi cinematografici.
Sono vere e proprie magìe quelle del direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, sempre presente nei film di Nolan, corroborata dalla colonna sonora di Ludwig Goranson, che diventa un sound design maestoso proprio durante l’incendio di Troia.
Tra tutte le critiche filologiche rivolte a Nolan come l’omissione di “Nessuno” nelle scene dedicate al IX canto di Polifemo, l’omissione del VI canto con Nausicaa, i Lestrigoni con le armature medioevali, Antinoo che non viene ucciso per primo, Eumeo non era cieco, ce n’è una singolare: l’introduzione di un personaggio, Sinone, che invece fa parte dell’Eneide di Virgilio, in cui è astuto mentitore, ma Nolan lo trasforma in una vittima. Anche Elena nera, per accontentare tutti, non poteva mancare, ma è in linea con il cinema hollywoodiano che propose una Cleopatra con gli occhi azzurri e il nasino all’insù…Liz Taylor.
Nell’era dell’individualismo ad ognuno la propria Odissea, non solo come personale esperienza di vita, ma anche come rimaneggiamento della trama, dei personaggi, degli archetipi, dei miti.
Infatti l’Odisseo narrato fino ad oggi è definito polytropos perché è l’uomo dai “molti giri”, in quanto usa l’intelligenza anche a fine della manipolazione, mentendo da abile narratore, ma è anche un guerriero fiero che sfida persino gli dei, mentre Nolan lo trasforma in un reduce segnato dalla guerra e tormentato dalla morte dei suoi, timoroso della vita e schiacciato dalle responsabilità.
Addirittura decapita la statua di Atena, sua protettrice durante il sacco di Troia; un Ulisse, qualcuno ha detto, contro le guerre che corrompono l’animo, contro i massacri che nel film grida: “la nostra età del bronzo è finita”!
E’ troppo! L’età del bronzo fu così definita dall’archeologo Nicolas Mahudel nel ‘700 e ripresa successivamente da Christian Jurgensen Thomsen nell’800, quando ideò la classificazione delle tre età: pietra, bronzo e ferro.
Non è per essere nozionistici, ma proprio la sceneggiatura i dialoghi di Nolan, (forse una traduzione italiana sconclusionata?) sono anacronistici quanto l’orologio al polso della comparsa nel film Scipione l’africano del 1937. Ovviamente Nolan ha anche pensato ad finale diverso, e mi chiedo nelle nostre scuole, dopo Nolan, quali contenuti insegneremo dell’Odissea?
No, non sono rimasta affascinata per tre ore di proiezione, né stordita dai panorami cartolina, o dalla bellezza di Charlize Theron, o dal solito Robert Pattinson, con tanto di anello al mignolo, sempre nelle parti di qualche odioso personaggio.
Anche basta con questa prepotenza pseudo-culturale di rivisitazione, distribuita a pioggia grazie ai 250 milioni di dollari, in cui qualcuno vuol trovarci la condanna alle guerre e alla distruzione di città e popoli; ma era troppo ardito mettere in scena il contemporaneo? Sicuramente avrebbe danneggiato il business e la corsa ai premi.
L’Odisssea secondo Nolan genera confusione in barba alle nostre preziose traduzioni dal greco antico, ad iniziare dalla prima in latino di Livio Andronico purtroppo perduta, in epoche successive con i numerosi rinnovati interessi per le opere classiche troviamo Leonzio Pilato nel XIV sec.; successivamente quelle rinascimentali di Raffaele Maffei ed altri meno noti; iniziarono le traduzioni anche in altre lingue come spagnolo, francese, tedesco e in età moderna tante furono quelle italiane: ricordiamo quelle più conosciute e studiate a scuola, come quella del classicista Ippolito Pindemonte, del sommo Giacomo Leopardi e quella preziosa di Giovanni Pascoli, per arrivare ai contemporanei Rosa Calzecchi Onesti ed Emilio Villa, ma anche Quasimodo e Pavese si cimentarono.
Anche le traduzioni sono capolavori di poesia, fondate su una rigorosa ma anche creativa ricerca filologica.
Non sono mancate le numerose trasposizioni cinematografiche che hanno creato l’immaginario collettivo, iniziando dal kolossal del cinema muto del 1911 di Francesco Bertolini, Ulisse nel 1954 di Mario camerini e l’indimenticabile Odissea del 1968 prodotta dalla Rai con la regia di Francesco Rosi, che valeva più di mille spiegazioni.
Nel 2024 è anche uscito sottotono nelle sale italiane Itaca-Il ritorno di Uberto Pasolini, un film che non ha colpito con effetti speciali, quindi niente incassi record, oggi così usati per nascondere il nulla.
Chissà dovremmo aspettarci una rivisitazione della Divina Commedia, dei Promessi Sposi, nuove parodie mantate di tecnologia e votate al nuovo capolavoro?
Chissà? magari come Le favole a rovescio di Rodari.
