La Segreteria Nazionale PCUP

La cronaca giudiziaria continua ad essere, nel nostro Paese, oggetto di dibattito pubblico, motivo di scontro sui media e, soprattutto, pretesto di vere e proprie campagne politiche, il più delle volte strumentali, spesso palesemente manipolatorie.
Il caso del gioielliere di Grinzane Cavour (Cuneo) Mario Roggero, detenuto nel carcere di Bollate per una condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori, è emblematico di tutti questi aspetti. La dinamica dei fatti, accertata nel processo, è chiara: il gioielliere ha inseguito i ladri e li ha uccisi in strada, dunque al di fuori della condotta tipica della legittima difesa, che stabilisce, in base all’art. 52 del codice penale, che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa». Cioè: difesa proporzionata all’offesa, offesa ingiusta e ingiustificata, stato di necessità a fronte di un pericolo «effettivo» e «attuale».
Per quanto importanti, più che i profili giuridici sono i contorni politici della vicenda che meritano di essere messi a fuoco. Da questo punto di vista, del tutto infondata e strumentale è la violenta campagna politica che tutta la destra ha imbastito sul caso. Non è vero che la difesa è sempre legittima. Non è vero che, in questo caso, si tratta di una fattispecie di legittima difesa. Non è vero che la legge non protegga abbastanza e non attribuisca abbastanza potere alle forze dell’ordine. E sarebbe assurdo e pericoloso estendere i margini della legittima difesa, permettere una maggiore diffusione delle armi ad uso privato, consentire l’esercizio di una sorta di “giustizia fai da te”. L’esercizio del monopolio legittimo della forza in capo allo Stato serve proprio a questo: tutelare le persone, evitare la “giustizia fai da te”, impedire di precipitare in un vero e proprio “far west”, replicando il modello statunitense, un modello segnato da vere e proprie punte di barbarie, con la diffusione incontrollata delle armi, la privatizzazione della sicurezza, sparatorie e stragi incredibilmente frequenti.
Tuttavia, proprio l’applicazione dello stato di diritto a tutela dei diritti di tutti e di tutte, senza distinzione di censo, come nel modello basato sulla fondamentale obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale (che infatti, non a caso, sempre la destra vorrebbe ridurre se non cancellare), e l’esercizio del monopolio legittimo della forza in capo allo Stato e agli organi di sicurezza ad esso preposti, rappresentano i presupposti entro cui correttamente inquadrare il tema politico vero, urgente e prioritario: quello della sicurezza.
Destra e finta sinistra, anche nelle sue declinazioni “radicali” e “arcobaleno”, offrono al problema “soluzioni” speculari e diversamente sbagliate.
Va contrastata e respinta la deriva securitaria e repressiva che è storicamente, da sempre, progetto della destra eversiva e forcaiola: è sbagliato militarizzare tutti i comparti della pubblica sicurezza, anche, ad esempio, i corpi della difesa civile, tra i quali, in particolare, quello dei Vigili del Fuoco; è pericoloso garantire alle forze dell’ordine veri e propri “scudi penali” come se i lavoratori e le lavoratrici della sicurezza fossero, a differenza di tutti gli altri lavoratori e lavoratrici, “al di sopra della legge”; è inaccettabile sequestrare e militarizzare lo spazio pubblico come sta facendo la destra con i suoi decreti sicurezza, con l’introduzione di arbitrarie “zone rosse” e addirittura con i fermi preventivi di cittadini solo perché “sospettati” di poter compiere un qualche reato.
E va contrastata e respinta, allo stesso tempo, anche la tendenza permissivista di certa sinistra più o meno “arcobaleno”. La sicurezza non è solo un diritto di tutti i cittadini, è anche uno specifico bisogno sociale, in particolare dei lavoratori, e proprio dei soggetti più fragili ed esposti a condizioni sociali e territoriali che maggiormente li espongono a situazioni di insicurezza e pericolo. I ragazzi e le ragazze che tornano a casa da scuola; le donne che si spostano in aree urbane problematiche o marginali; i lavoratori e le lavoratrici nei loro spostamenti nelle zone più varie, dentro e fuori le città, sono solo alcuni esempi che indicano come il tema della sicurezza non possa essere affrontato sull’onda dell’emotività, ma richieda soluzioni politiche, precise, coerenti.
La sicurezza è prima di tutto sicurezza sociale: lavoro, salario, pensione, scuola, sanità, un sistema efficace di welfare, che possa garantire protezione sociale e inclusione sociale, sono i presupposti di base, senza i quali, semplicemente, ogni discorso sulla sicurezza finisce per risultare aleatorio, o consegnato a logiche puramente “militari” o “sicuritarie”. Non esiste sicurezza se non si contrastano povertà, marginalità, esclusione sociale.
E poi la sicurezza va concepita in termini “preventivi” più che “repressivi”: violenza urbana, criminalità diffusa, grandi concentrazioni criminali (e grandi potentati economici, spesso ai limiti o al di là della legalità) vanno contrastati a monte, prima che a valle, colpendone le cause e i presupposti, prima ancora di colpire gli anelli ultimi della catena criminale.
Se dunque un ruolo di primo piano sono chiamati a svolgere il sistema di protezione sociale e gli operatori dei servizi sociali, un ruolo di fondamentale importanza è quello dei lavoratori e delle lavoratrici del comparto sicurezza. Il lavoro delle forze di polizia è un lavoro delicato e difficile, che deve essere svolto in maniera rigorosa e professionale, e la cui importanza e la cui professionalità devono essere pienamente riconosciuti.
Non serve tirare in ballo e strumentalizzare la polizia solo per lucrare qualche voto in più sbandierando il tema della “sicurezza”. Serve anzitutto riconoscere la dignità e la professionalità di questi lavoratori e lavoratrici, organizzando e coordinando meglio compiti e funzioni, organizzando meglio gli organici disponibili e il loro dispiegamento sul territorio, garantendo dotazioni adeguate senza moltiplicare la disponibilità di armi spesso controproducenti e pericolose (come nel caso dei più che discutibili “taser”), migliorando gli addestramenti ed elevando il rigore e la professionalità di tutti gli operatori, contrastando attivamente e colpendo risolutamente le violazioni e gli abusi che minacciano, del resto, l’integrità e la professionalità dell’intero comparto, introducendo i codici personali sulle divise in modo da responsabilizzare l’esercizio della pubblica sicurezza, potenziando e migliorando la presenza e il ruolo del sindacato nel comparto, garantendo finalmente stipendi migliori e standard qualitativi, soprattutto nel senso della prevenzione del crimine e del corretto presidio del territorio, più elevati.
Come Partito Comunista di Unità Popolare, siamo convinti che la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici è tema e compito fondamentale e prioritario, che non può essere lasciato alle opposte propagande della destra e della finta sinistra. Per questo contrastiamo la militarizzazione, la logica securitaria e la “giustizia fai da te”, e altresì contrastiamo la logica della giustizia di classe, debole con i forti e forte con i deboli, e lottiamo per una vera sicurezza, che passa per la qualità e la professionalità del lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici della sicurezza e per il rafforzamento del sistema complessivo dell’inclusione sociale e delle protezioni sociali.
