Arte per la costruzione della pace. Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace.

Di Laura Baldelli

GianmarcoPisa, operatore per i corpi civili di pace,ha completato la trilogia contro la guerra per la pace, che possiamo titolare “Cultura Memoria Pace”, composta da tre preziosi volumi editi da Multimage, la casa editrice dei diritti umani: dal primo Fare pace, costruire società del 2022, a Le porte dell’arte del 2024 e fresco di stampa Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento. L’orizzonte della cultura come prospettiva di costruzione della pace.

Tre saggi di valore, in cui si raccontano i progetti di ricerca-azione per i Corpi civili di pace nei luoghi della cultura e della memoria nella ex Jugoslavia.

Quest’ultimo lavoro, come gli altri ha l’intento formativo ed educativo e il rigore della ricerca e dell’analisi scientifica, basato sulla semantica del linguaggio, riappropriandosi del significato delle parole per la ricostruzione di senso, per un’interpretazione culturale e politica degli eventi della Storia.

Infatti la narrazione ci fornisce un lessico, con parole chiave per un approccio ed un linguaggio multidisciplinare.

Una ricerca storica ed estetica che percorre geografie fisiche e storiche, etno-sociali, politiche e religiose con il presupposto che l’arte debba essere legata alla democrazia, non una sterile ricerca del bello standardizzato o vana contemplazione per pochi, bensì finalizzata a stimolare creativamente una cultura di pace individuale e collettiva.

Il volume è arricchito della prefazione di George Kent, prof. emerito in scienze politiche all’Università delle Hawaii, profondo studioso sul tema dell’arte per la costruzione della pace, che parte dal presupposto di quanto siano soggettivi e socialmente negoziati i significati che attribuiamo alle cose: infatti per un’opera d’arte, come per un conflitto, i significati dipendono da ciò che gli osservatori soggettivamente vi apportano.

Per costruire una pace vera è decisivo un approccio ed un metodo che cambi il punto di vista tra le parti, in cui esse decidono di assumere un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti: non più vittime indifese e passive, bensì soggetti con tutte le potenzialità per de-costruire e ri-costruire, trasformando il conflitto in un’opportunità di apprendimento e creazione per tutti gli interessati.

Kent li definisce “rimedi basati sulle arti”: narrazioni storiche ed artistiche per una pedagogia liberatoria e trasformativa, ispirata al pensiero di Paulo Freire, che prevede analisi congiunte tra le parti per trovare punti d’incontro, al fine di abbandonare quei significati incrostati dalla storia tramandata, generatori di conflitti, spezzando così le catene di una memoria ereditata basata sul conflitto.

Grazie alle arti come musica e pittura può esserci un esercizio d’immaginazione tra le parti, che costruiscono congiuntamente un’architettura della pace, un’arte della pace con il potere di generare persino nuove strutture politiche.

Interessantissimo il quadro storico-filosofico che Pisa ripercorre  per gettare solide basi per costruire una pace basata sulla giustizia, partendo proprio dal motto “Libertà, Uguaglianza e Fratellanza” della Rivoluzione Francese, “prime istanze di soggettivazione sociale” avanzata dalla borghesia, per arrivare, come scrive l’autore: “…al marxismo, non solo in quanto pensiero-prassi dell’emancipazione, dell’autodeterminazione e della soggettivizzazione all’interno delle relazioni umane, sociali e produttive, ma anche in quanto configurazione teorica e politica dei rapporti sociali e di classe della dignità dei soggetti, in definitiva dell’eguaglianza tra le persone.”

Infatti non esiste pace senza diritti umani e giustizia sociale.

Anche Immanuel Kant, sottolinea Pisa, affermava che le guerre non sono da cercare nelle cattive inclinazioni dell’umanità, bensì tra strutture sociali, come dimostra l’esempio storico dell’Ancien Régime e dell’assolutismo, mentre Karl Marx individua nelle esigenze dell’accumulazione capitalistica, della competizione dell’imperialismo e dei monopoli creati dal colonialismo, le cause delle guerre. Certamente anche lo scenario odierno ne è la prova. 

Il socialista francese Jean Jaurès fu assassinato proprio alle soglie della Grande Guerra, conflitto imperialista e colonialista, per le sue idee pacifiste, in uno scenario di esaltazione collettiva, costruito ad arte anche con il sostegno degli artisti e degli intellettuali; solo molto tempo dopo fu riabilitato con gli onori dovuti.

Marx aveva sottolineato anche come il progresso tecnico nelle città europee si costruisse sullo sfruttamento delle colonie nelle loro risorse fisiche ed umane, a cui ha fatto riferimento il prof. Domenico Losurdo, parlando della stretta connessione tra pace, progresso ed emancipazione di classe del proletariato e di liberazione dell’umanità.

Oggi, più che mai, dovremmo costruire un movimento di massa basato sull’idea universale di un mondo senza guerre e la lotta per la pace è anche e soprattutto lotta di classe contro il profitto.

La cultura e l’arte dovrebbero azionarsi come vettori di pace, ma non sempre la cultura e l’arte hanno indirizzato verso la pace, specie quando esse sono state solo un godimento per le classi privilegiate e per coloro che pensano che la bellezza salverà il mondo e che arte sia un diletto, incompatibile con la politica.

La cultura invece dovrebbe essere il luogo della complessità costellato da un universo di significati, piuttosto che il luogo dell’identificazione, in cui è sempre in agguato l’estetica della guerra e della violenza che propone  eroi, martiri, che oggi, con le nuove potenti e pervasive tecnologie della comunicazione, divulgano disvalori e modelli identificativi.

Non si dice nulla di nuovo, anzi si ribadiscono le linee guida dell’Unesco: lo scambio paritario di civiltà, culture, popoli nel dialogo interculturale, l’unica condizione per costruire coesione, riconciliazione e pace tra popoli e nazioni; arte e cultura per generare competenze interculturali.

La creazione artistica deve essere un’azione sociale che interagisce dialetticamente nella dinamica sociale con il reale e non relegata ad ornamento decorativo, senza dimenticare che l’arte è dialogo tra chi la crea e chi ne gode. Arte, cultura e democrazia devono essere interconnesse per costruire comunità e società rispettose dei diritti universali proclamati dai diritti umani e dai diritti sociali, gli unici che restituiscono dignità ed opportunità a tutta l’umanità nel mondo.

Le arti espressive come quelle visive e performative, la scrittura come i rituali e le rappresentazioni simboliche e le arti negli spazi pubblici,  nelle loro forme e contenuti, concorrono a creare comunicazione, ad educare, decifrando e comprendendo “la grande foresta di simboli” che esprimono, per dirla alla Baudelaire. Ma non basta: l’arte può lenire e curare il dolore legato trauma, perché è una via taumaturgica per la rielaborazione dei vissuti, in quanto crea connessioni tra le idee, le emozioni e il corpo, aprendo varchi e spiragli di luce per il superamento di conflitti.

Nel testo di Pisa c’è  una sapiente indicazione e postura pedagogica per una pratica educativa maieutica che conduca concretamente alla pace.

Infatti emerge, ed è indispensabile, la figura di un nuovo intellettuale che non sia solo un teorico, ma anche capace di agire attivamente nella realtà con una concezione umanistica e storica, che sappia progettare un’educazione alla cultura che veicoli conoscenza e consapevolezza in grado di decodificare rappresentazione estetica e contenuti, creando una connessione tra cultura, patrimonio culturale e contesto storico, basata sulla semantica dei monumenti, affinché non sia solo una memoria passiva, ma possa guidare ad una lettura culturale e politica dei fatti storici, al fine di rigenerare nuovi tessuti sociali basati sulla giustizia sociale.

In Italia questo aspetto della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico è contemplato dalla Costituzione negli art. 9-33-117 e dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, istituito nel 2004, nell’articolo 101, in cui si specificano musei, biblioteche, archivi, come aree e parchi archeologici, i complessi monumentali e soprattutto si definiscono gli obiettivi di questi luoghi: essi sono finalizzati all’educazione e allo studio, ognuno nella propria specificità, per una pedagogia della memoria, in cui concorrono molte discipline per custodire la memoria nazionale, ma anche e soprattutto promuovere lo sviluppo della cultura che guarda alla prevenzione della violenza per la costruzione della pace.

I beni culturali offrono, in una dinamica complessa attraverso le categorie della conoscenza dello sazio e del tempo, una mediazione culturale per un’educazione alla cultura lontana dal sapere enciclopedico e nozionistico, ma che sia invece strumento di crescita personale, “conquista di coscienza superiore”, come diceva Gramsci, “al fine di comprendere il proprio valore storico, la funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.”

I luoghi della cultura quindi non devono essere luoghi contemplativi, bensì luoghi di elaborazione critica, offrire proposte educative in grado di trasformare, attraversare confini per rafforzare la comprensione tra i popoli, come sostiene, fin dal 1977, il Consiglio internazionale dei musei.

Seguendo queste linee guida Pisa ci conduce, attraverso un percorso museale narrativo e fotografico, nei territori della ex-Jugoslavia, tra le opere costruite durante l’epoca di Tito, presidente della Repubblica Popolare di Jugoslavia e poi della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia; un contesto in cui operò quel “socialismo con caratteristiche jugoslave, fondato “sull’unità nella diversità”, partito dalla grande lotta di liberazione antifascista e dalla fratellanza e unità dei popoli slavi del sud, per una terza via al “non allineamento” nelle relazioni internazionali. In questo progetto furono centrali la cultura e l’arte verso un modernismo socialista, una nuova modernità espressiva che ha caratterizzato le arti visive verso una narrazione simbolica.

La frantumazione della ex-Jugoslavia ha generato gli stati nazionali di Serbia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Macedonia, ma ognuno di questi popoli rivendica come proprio quel progetto che fu unitariamente jugoslavo. Un modernismo socialista, carico di simboli, fondato su una filosofia legata alla prassi, quella del materialismo storico e dialettico che potesse condurre verso il processo storico-politico e sociale di liberazione, in cui libertà e uguaglianza sono stati i cardini: un socialismo inteso come “una macchina desiderante”. Una modernità volta alla sperimentazione creativa e alla fusione di tutte le forme espressive: non solo arte e architettura, ma anche artigianato e arti visuali e arti plastiche, dentro un’estetica funzionale pronta ad accogliere e combinare aspetti storico-sociali, sviluppo industriale e progetto urbano.

Il testo è anche ricco di riflessioni filosofiche sull’estetica dell’arte e dell’architettura, basilari per capire un’epoca, creare spazi urbani per costruire società e cittadini, cioè fare politica.

I monumenti che descrive Pisa e documentati nelle foto, sono stati eretti nei luoghi e negli spazi del  conflitto della seconda guerra mondiale, in cui si è fatta la Storia, una memoria pubblica legata a fatti, circostanze e persone e personalità: sono costruzioni per la pace, con una decisa responsabilità sociale, con un forte impulso verso una proiezione di trasformazione verso la giustizia, il progresso sociale, l’emancipazione, l’autodeterminazione, che stanno tutte dentro la parola democrazia. Solo così un patrimonio culturale è risorsa per la conciliazione e la coesistenza attiva.

Oggi sarebbe auspicabile un’educazione al nostro patrimonio culturale, in chiave trans-disciplinare, dove Storia, Geografia, Storia dell’arte, ed. civica e storia della letteratura siano le chiavi di accesso per leggere nel tempo, nello spazio, nella creatività dell’umanità.

Purtroppo il nostro patrimonio materiale ed immateriale è trasformato in brend, oggetto di marketing per il profitto nelle mani d’interessi privati e con l’attuale ministro qualcosa di elitario, erudito-saccente-nozionistico per creare distanza sociale…tutto lontano dalla democrazia. 

Arte e scienza non sono neutri: sono importanti le finalità, l’accesso, la libertà nella ricerca creativa.

Pisa nel suo volume ci racconta la Storia e la Memoria delle genti della ex Jugoslavia e dei paesi vicini attraverso i patrimoni culturali e scopriamo un vero crogiolo di etnie, religioni, fino ai giorni dei conflitti secessionisti, che hanno coinvolto diversi territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, una decina di anni dopo la morte di Tito, tra il 1991 e il 2001, causandone la dissoluzione. Un conflitto che ha portato di nuovo la guerra in Europa, purtroppo anche con il coinvolgimento del nostro Paese. Un’importante e documentata ricostruzione storica, lontana delle narrazioni occidentali, volutamente mistificatorie e menzognere, che restituisce dignità a quel periodo di pace e convivenza: la via nazionale al socialismo dei popoli di Jugoslavia.

Come menzognere sono le ricostruzioni storiche della narrazione occidentale della Resistenza dei popoli di Jugoslavia, la più potente forza partigiana d’Europa durante l’occupazione fascista e nazista. Il tributo alla liberazione del nazifascismo dei popoli jugoslavi è stato altissimo e attraverso il viaggio nei luoghi, dove i monumenti testimoniano il sacrificio e la Storia, sono luoghi progettati e costruiti per una memoria attiva, che non ha tralasciato neanche gli Ebrei vittime del fascismo con una monumentale scultura nel cimitero ebraico di Belgrado, realizzata nel 1952. Anche questo ci testimonia quanto la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sia stata un progetto etno-politico e fucina di convivenza e cooperazione egalitaria, inter-religiosa e multietnica. Quei monumenti esprimono l’oppressione, lo sterminio causati dalla barbarie del fascismo, in cui eroismo e sacrificio alludono alla vittoria finale delle forze di emancipazione e liberazione,  nello stile moderno, il modernismo dal forte tratto simbolico, che ha scelto un’estetica funzionale per un’arte al servizio della vita, per una rinnovata cittadinanza democratica.

Gli artisti e le artiste iugoslavi, a cui la seconda guerra mondiale ha sottratto la possibilità di esprimere la loro creatività, hanno poi rappresentato quel dolore e quell’angoscia con figure stilizzate, quasi deformi, vere e proprie “geometrie della paura”, che solo la potenza delle arti plastiche come la scultura e l’architettura possono esprimere, proprio negli anni in cui incombeva un nuovo pericolo: la minaccia nucleare.

Un percorso nei luoghi della memoria collettiva e personale e nei siti del patrimonio culturale è davvero importante al fine di costruire un nuovo immaginario, perché i monumenti, certo alludono al passato che non può essere cambiato, ma possono contribuire ad agire nel presente, innescando un processo educativo che faccia tesoro di quelle esperienze per trasformare e costruire una società democratica che guardi alla pace, fondata sui diritti umani e la giustizia sociale.

I monumenti negli spazi pubblici esprimono così tanta significazione da subire vilipendio e negazione della Storia, come è accaduto con il collasso dell’Urss e con l’emergere dei nazionalismi nei paesi dell’Europa orientale, caratterizzati da una diffusa distruzione e rimozione dell’iconografia socialista, generando un “conflitto simbolico”, come lo definisce l’autore. Uno degli esempi più eclatanti di cancellazione culturale e foriero di luttuosi eventi è avvenuto in Ucraina nel 2014 a Kiev con la presa del potere della destra in piazza Maidan, come in Lettonia a Riga contro il Monumento ai Liberatori della Lettonia dagli invasori nazisti da parte degli ultra-nazionalisti, che più volte hanno oltraggiato il complesso monumentale opera di Alexandr Bugaev, Lev Bukovsky e Aivars Gulbis. Pisa documenta come in tutta l’area dei paesi socialisti ci sia stata rimozione e distruzione, ma la pratica della cancellazione culturale è diffusa anche nel resto del mondo da sempre, perché esprimono cambiamenti di sensibilità nelle epoche storiche, sono memorie in conflitto con parte della società.

Viviamo tempi difficili in cui assistiamo a genocidi nel disprezzo del diritto internazionale e degli organismi sovranazionali come le Nazioni Unite, l’economia è in mano a società multinazionali e fondi d’investimento, ormai padroni del mondo occidentale, che generano crisi e squilibri per provocare conflitti per difendere i privilegi di pochi ricchissimi e parlare di disarmo e pace sembra davvero un’utopia; ma nella post-fazione del libro Alberto L’Abate dei Corpi Civili di Pace, rilancia l’idea di globalizzare le lotte non-violente dei popoli, partendo proprio dal contrastare l’attuale modello di sviluppo, in cui pochi si arricchiscono sempre più a spese dei più poveri e lottare per una democrazia partecipativa e non solo delegante, come proponevano anche Aldo Capitini, Danilo Dolci e Tullio Vinay teologo e pastore della comunità valdese, condividendo il metodo della “maieutica reciproca”, seguendo il faro della nostra Costituzione.

Tra i Maestri di pace, Pisa cita anche Johan Galtung, uno scienziato sociale, che è stato il massimo esponente delle scienze per la pace, pioniere della ricerca della pace e  costruttore di istituzioni, come l’Istituto per la ricerca sulla pace di Oslo (PRIO), dedicate allo studio delle dinamiche dei conflitti e delle strade possibili per le loro soluzioni nonviolente; ha parlato di non-violenza positiva, basata sulla catarsi o trasformazione del passato, grazie alla gestione costruttiva dei conflitti attraverso la conciliazione e la mediazione per partecipare alla costruzione di progetti condivisi di cooperazione che abbiano, come presupposti, il primato dei diritti umani e la giustizia sociale per i bisogni legittimi. Anche la non-violenza negativa afferma Galtung ha un peso decisivo, in quanto ha l’obiettivo di ridurre la violenza con mezzi non violenti come la non-cooperazione e la disobbedienza; sottolinea anche quanto sia importante per la riconciliazione la cura degli effetti della violenza passata per prevenire la violenza futura e quanto possa essere decisivo il metodo Transcend, in cui si fa una mappatura del conflitto in un percorso di lettura e si agisce attraverso l’apprendimento dell’empatia, espressa con lo strumento principe che è il dialogo. In questo percorso la creatività genera nuovi punti di vista e nuovi pensieri, scaturiti da una nuova consapevolezza, lontana dalla cultura dell’individualità, fomentata dal culto dei diritti individuali, che il neoliberismo ha propagato pervasivamente. Occorre invece una “cultura del noi”, dove si scopre la ricchezza della convivenza pluri-etnica, multi-religiosa in una cultura della convivenza che non lasci spazio all’intolleranza e alla xenofobia.

Galtung ha ricevuto il premio Right Livelihood Award, noto anche come “Premio Nobel alternativo”, nel 1987, ma non quello tradizionale, sempre più privo di valore e credibilità, perché troppe volte assegnato a personaggi indegni.

Tra i pionieri dell’educazione alla pace la statunitense Barbara Deming, attiva nel movimento per i diritti umani, i diritti civili e femminista , al fine di costruire un vero cambiamento sociale, attraverso metodi non-violenti.

Pisa ricorda anche la figura e l’opera della norvegese Elise Boulding per la cultura dell’ascolto come punto di partenza della cultura della pace.

La Boulding sottolinea anche quanto sia importante il ruolo della lingua, nella consapevolezza meta-linguistica, ovvero la scelta del linguaggio e il ruolo della lingua nella comunicazione e nel dialogo. Così per la consapevolezza meta-culturale che apre ad una elasticità cognitiva verso un approccio inter-culturale e trans-culturale, sottolineando quanto il multilinguismo e il multiculturalismo possano essere preziosi per costruire società e relazioni pacifiche.

Ringraziamo Gianmarco Pisa per il suo lavoro, un’opera necessaria per stimolare la riflessione e costruire un forte pensiero politico.

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