Il popolo tedesco contro la guerra e il militarismo, rilanciare la lotta contro il riarmo e il carovita

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Lo scorso 25 settembre, decine di migliaia di giovani e giovanissimi, lavoratori e studenti, sono scesi in strada in cento città tedesche per opporsi al progetto del governo Merz di ripristino della leva obbligatoria in Germania, uno dei numerosi provvedimenti, insieme ai programmi di riarmo, ai colossali finanziamenti per le armi, alla progettata riconversione di fabbriche dal civile al militare, al sostegno al regime di Kiev, alla minaccia di guerra contro la Russia e al prolungamento delle sanzioni contro Mosca, che stanno sempre più spingendo la Germania e l’Europa nel precipizio della guerra.

Secondo il movimento promotore, “Sciopero studentesco contro la leva” (School Strike Against Conscription) hanno partecipato allo sciopero oltre 45 mila persone, in questo che non è stato né il primo né l’unico evento di lotta e di protesta contro la leva e la guerra: si è trattato infatti della quarta ondata di proteste a livello nazionale da quando è iniziato il dibattito sui nuovi progetti di leva. Gli slogan: “Non combatteremo le vostre guerre”, “Non è la nostra guerra” e “La Russia non è nostro nemico”.

In Germania, a partire dal gennaio 2026, i giovani di 18 anni saranno tenuti a compilare questionari sulla propria disponibilità al servizio militare, mentre dal luglio 2027 sarà introdotta una visita medica obbligatoria per i ragazzi della stessa età. Qualora il numero di volontari dovesse rivelarsi insufficiente, il Bundestag ha previsto la possibilità di ripristinare la leva obbligatoria, con l’obiettivo di costituire un esercito fino a 800 mila effettivi. La Bundeswehr ha già convocato quasi mille giovani per le visite mediche, inclusi coloro che avevano dichiarato di non voler prestare servizio militare: un indicatore chiaro di cosa sta diventando la Germania e di quale è la direzione di marcia verso la quale le classi dirigenti dell’Unione europea, in maniera sconsiderata e irresponsabile, stanno spingendo i popoli d’Europa. Le urne, intanto, con i risultati tutti diversi ma accomunati dalla stessa rabbia e opposizione al partito unico della guerra – destra e centrosinistra – hanno espresso chiaramente i sentimenti, la disperazione, e, a Berlino, la volontà di cambiamento delle masse tedesche.

Il tasso di gradimento di Merz è ai minimi storici, il sostegno alla sua linea è crollato, i partiti dell’establishment sono sempre più identificati come i partiti della guerra, delle sanzioni alla Russia e del pesante peggioramento delle condizioni di vita di lavoratori e famiglie; le élite, espressione dei poteri dominanti del capitale, della finanzia e della guerra, sono sempre più correttamente individuate come responsabili di questa crisi. Il governo tedesco (e non solo il governo tedesco) incrementa le spese militari tagliando le politiche sociali e insistendo sul “prepararsi alla guerra”; i giovani hanno chiaramente risposto che non hanno alcuna intenzione di diventare “carne da cannone” per una politica che riflette esclusivamente gli interessi delle classi dominanti. È impressionante il piano di guerra della Germania: un bilancio della difesa a 108 miliardi di euro; un fondo speciale da centinaia di miliardi di euro per rinnovare le forze armate; un piano triennale per aumentare il personale militare e civile delle forze armate; piani di riconversione e di militarizzazione sempre più spinti.

La militarizzazione e la spinta alla guerra in Germania rischiano di diventare militarizzazione e spinta alla guerra dell’intera Europa; militarizzazione, riarmo, leva obbligatoria, potenziamento del complesso militare-industriale e costruzione dell’immagine del nemico esterno, in primo luogo, ieri come oggi, la Russia, sono alcuni tra gli stessi fattori che hanno consegnato alla storia del Novecento la catastrofe della guerra e l’orrore della Shoah. Negli anni Trenta, l’Unione Sovietica aveva chiesto per due volte una conferenza internazionale per fermare la Germania hitleriana e, nella primavera del 1939, un’alleanza difensiva con Francia e Gran Bretagna, ma fu ignorata in tutte e tre le occasioni. Mosca voleva la pace; le potenze europee volevano la guerra contro l’Unione Sovietica, per ciò che questa significava e rappresentava. Nella ricostruzione storica, le analogie sono sempre fuorvianti, ma lo studio di similitudini e precedenti è utile per comprendere il presente, per far sì che la storia sia effettivamente, e se possibile efficacemente, «maestra di vita».

Il principale responsabile della Seconda Guerra Mondiale è stato il capitalismo europeo; oggi l’imperialismo statunitense e, soprattutto, europeo, spinge per una politica di ostilità e russofobia, di confronto ed escalation e, ancora una volta, per la guerra contro Mosca. Inquietanti e irresponsabili, a tal proposito, le dichiarazioni rese dalla presidente della Commissione europea non più tardi della primavera 2025: «Se vuole evitarla, l’Europa si prepari alla guerra». Le classi dirigenti e le forze del grande capitale spingono ancora una volta l’Europa nell’abisso della guerra.

In Italia, dove sempre più forti sono le sirene del compattamento militare e del disciplinamento bellicista, dove la spesa militare ha già raggiunto i 34 miliardi di euro e si programma una spesa di 130 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, dove 13 miliardi di euro sono già stati destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma, e dove, intanto, l’inflazione (ufficiale) è arrivata al 3.3% e la spesa delle famiglie per luce e gas arriverà a quasi 1000 euro, con una crescita di oltre il 40% rispetto al 2025, occorre con sempre più forza e urgenza rilanciare la mobilitazione, contro il riarmo e l’aumento delle spese militari, per un deciso riorientamento della spesa verso lo stato sociale, sanità, istruzione, casa, contro la guerra e per la pace.

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