di Alessandro Testa – Studioso di questioni politico-filosofiche; del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e della redazione di “Diemmedi”; PCUP Mantova.
Il metodo marxista

Il pensiero di Marx e Lenin mi ha insegnato quanto la lotta teorica rivesta un’importanza perlomeno uguale alla lotta economica ed a quella politica. E per poter svolgere con sicurezza una vera lotta teorica, necessitano robusti strumenti di analisi e gestione della prassi. Forse il più potente tra questi è il materialismo dialettico.
Come dispositivo di analisi, la dialettica opera attraverso tre snodi metodologici fondamentali:
- Il primato della totalità: ogni fenomeno — un bene di consumo, una norma giuridica, un’ideologia — non è un oggetto isolato, ma un nodo in una rete globale di relazioni sociali. Epistemologicamente, questo impone di risalire dalle manifestazioni superficiali (fenomeni) alle determinazioni profonde (essenza) che le producono.
- La decodifica delle antinomie: la dialettica funge da lente per rilevare le contraddizioni immanenti a ogni sistema. Invece di leggere la stasi come equilibrio, l’epistemologia marxiana la interpreta come una “quiete temporanea” di tensioni opposte. Il compito dell’analista è isolare il punto in cui la forma attuale diventa una camicia di forza per le forze che essa stessa ha generato.
- L’immanenza della critica: a differenza delle metodologie scientifiche che si pretendono neutre, questo toolbox assume che non esista osservatore esterno. La teoria non descrive un mondo dato, ma interviene in esso. La conoscenza non è riflessa speculare della realtà, ma un’operazione di “messa in crisi”: rivelare come ciò che appare come una legge di natura (es. il mercato) sia in realtà un prodotto storico, contingente e, pertanto, modificabile.
In questa veste, la dialettica marxiana non fornisce risposte definitive, ma genera concetti-utensili per scardinare l’apparente naturalità delle strutture sociali, costringendo l’indagine a interrogarsi sempre sul “chi” e sul “perché” dietro ogni configurazione del sapere.
All’interno di questo toolbox, la sintesi non è un semplice compromesso o un’armonizzazione di opposti, bensì una trasformazione qualitativa (o salto di qualità) che avviene quando le contraddizioni, accumulate in termini puramente quantitativi, diventano insostenibili.
Ecco come questo concetto si integra nel metodo:
- Il superamento (Aufhebung): in senso marxiano, la sintesi è il superamento che al contempo conserva e annulla. Quando un concetto entra in crisi, la sintesi non è la conservazione degli elementi precedenti, ma la creazione di un nuovo organismo sociale che ha risolto la contraddizione precedente, generandone tuttavia di nuove. È un processo di negazione della negazione che produce una realtà di ordine superiore.
- La transizione non lineare: epistemologicamente, la sintesi ci insegna che il cambiamento non è sempre graduale. Il toolbox marxiano prevede che, raggiunta una massa critica di contraddizioni, il sistema subisca una transizione di fase. Questo principio impedisce di interpretare la realtà come un continuum immutabile e impone di ricercare, in ogni analisi, il punto di rottura in cui la quantità si trasforma in una nuova qualità.
- La prassi come sintesi suprema: il momento sintetico più alto è l’unione tra teoria e prassi. La conoscenza non si chiude nel pensiero, ma si sintetizza nella trasformazione reale. La teoria che non approda a questa sintesi trasformativa rimane, per la dialettica marxiana, un’astrazione metafisica.
Inserire la sintesi nel metodo significa, dunque, dotarsi di una logica che non teme il conflitto, ma lo vede come il motore necessario affinché la realtà possa passare da uno stato di necessità a un nuovo livello di configurazione storica.
La ragione del contendere
Riassumo qui brevemente i termini della questione che ci interessa: recentissimamente il professor Angelo d’Urso ha lanciato l’appello per la costituzione di un fronte ampio (Agorà) “alternativo a destra e sinistra, in lotta contro il bellicismo, l’atlantismo, l’Unione Europea, la Nato, la censura ed il loro comune denominatore: il neoliberismo”.
Una forza tesa a “realizzare e rappresentare nelle istituzioni un’alleanza sociale con cittadini, forze professionali, lavoratori, precari, disoccupati, inoccupati e Partite Iva”, che scenda nell’agone politico, “anche in vista delle elezioni, ma nella prospettiva di andare avanti, oltre le scadenze elettorali”.
Il PCUP ha accolto questo appello con grande apertura mentale ed ampia disponibilità, pur iniziando un processo interno di analisi e valutazione delle priorità da perseguire alla luce degli obiettivi strategici del partito.
Dubbi e riflessioni
Questo ambizioso progetto, pur con i suoi innegabili punti di forza, potrebbe aver suscitato dubbi e riflessioni nei compagni del PCUP. Provo qui a riassumerli.
- Il rischio che Agorà devii da una linea antimperialista e di classe e cada negli errori e nelle derive elettoralistiche già scontati da altre coalizioni.
- La necessità di garantire una forte democrazia tra le varie componenti del fronte ampio
- Preservare l’autonomia del PCUP nei confronti di Agorà e delle altre componenti del fronte
- L’esigenza di far percepire il lavoro unitario del PCUP come catalizzatore che rafforzi sia il partito che il fronte
- Dubbi su come implementare eventuali scelte elettorali condivise
Quale approccio alla questione?
Indubbiamente tutte queste perplessità e dubbi non sono privi di una loro grande rilevanza e dimostrano, oltre ad un’encomiabile attaccamento – potremmo forse meglio dire amore – per il nostro PCUP, il desiderio sincero ed onesto di convogliare le energie disponibili principalmente nella costruzione di un forte ed omogeneo partito comunista.
Quello che però qui vorrei proporre non è una critica o, peggio ancora, un giudizio sulle legittime posizioni espresse in merito, che ripeto sono da ascoltare e valutare con estremo rispetto, ma un cambio di paradigma nel metodo con cui analizzare e cercare di dirimere la questione.
Mi chiedo dunque: perché non utilizzare il metodo dialettico, che è il fondamento – insieme al materialismo – della struttura epistemologica e gnoseologica più profonda del nostro pensiero comunista?
Proviamo dunque a tratteggiare un modello preliminare della questione usando come framework proprio il concetto di tesi – antitesi – sintesi.
- Tesi -> Concentrarsi su crescita e rafforzamento del PCUP
- Antitesi -> Concentrarsi sulla creazione e sviluppo del Fronte Ampio
- Sintesi -> ????
Sospendendo per un solo momento la riflessione su quale potrebbe essere una sintesi appropriata, vorrei però sottolineare che essa dovrebbe essere:
- Non la mera affermazione – seppur modificata o “ammorbidita” di tesi o antitesi
- Neppure un compromesso o armonizzazione di tesi ed antitesi
- Partorita dallo scontro delle contraddizioni
- Consistente in una trasformazione realmente qualitativa e non meramente quantitativa
- Basata sull’analisi concreta della situazione concreta e non su elementi emozionali o ideologicamente dogmatici
Merita a questo punto un breve excursus su un esempio illuminante di utilizzo del fronte ampio come strumento contemporaneamente tattico e strategico.
Esempi storici
Seguendo quindi il famoso concetto leniniano di “analisi concreta della situazione concreta”, credo dunque sia il caso di proporre uno tra i molteplici esempi in cui la creazione di un fronte ampio fu non solo strumentale alla sopravvivenza della rivoluzione, ma anche contemporaneamente capace di rafforzare in maniera inaspettata l’egemonia del bolscevismo.
Durante la Rivoluzione russa, il concetto di “fronte ampio” assunse una valenza strategica e politica fondamentale, specialmente per le forze bolsceviche. Esso non indicava tanto una linea difensiva statica, quanto piuttosto la necessità di saldare l’alleanza tra il proletariato urbano e le masse contadine, una coalizione definita smyčka.
Questa strategia mirava a consolidare il consenso nelle aree rurali per garantire il rifornimento alimentare alle città e reclutare truppe per l’Armata Rossa, estendendo così l’influenza rivoluzionaria ben oltre i centri industriali.
La capacità di mantenere questo fronte coeso fu determinante per la sopravvivenza del governo sovietico durante la complessa fase della guerra civile, permettendo al nuovo potere di opporsi efficacemente alle armate controrivoluzionarie che cercavano di isolare i nuclei centrali della rivoluzione.
Sotto il profilo politico, il fronte ampio si configurò come una coalizione di necessità tesa a neutralizzare le opposizioni interne e a legittimare il potere bolscevico in una realtà sociale profondamente frammentata. Questa strategia di allargamento politico prevedeva il coinvolgimento tattico, seppur temporaneo, di diverse correnti rivoluzionarie, dai socialisti rivoluzionari di sinistra a vari gruppi radicali, con l’obiettivo di creare un blocco unitario contro le forze reazionarie e i sostenitori del vecchio ordine imperiale.
Tale approccio permise al partito di Lenin di presentarsi come l’unico interprete legittimo delle istanze popolari, accentrando strategicamente il controllo statale attraverso la gestione di questa vasta e variegata base di consenso.
Una proposta
Su di una decisione di portata strategica come la partecipazione da soggetto protagonista e trainante di un fronte ampio anticapitalista, antimperialista, anti-nato ed anti EU, ritengo che decisioni affrettate, basate su elementi emotivi o ideologicamente dogmatici, potrebbero non essere la soluzione migliore.
Reputo invece più appropriata l’apertura di una franca e seria discussione basata sul metodo dialettico, tesa non a far prevalere tesi o antitesi ma a far emergere , se possibile, la sintesi come salto qualitativo alla luce dell’analisi concreta della situazione concreta.
Certamente non mi nascondo che tale processo non è certo facile né rappresenta una “polizza assicurativa” sulla certezza di raggiungere la decisione migliore o perlomeno più adeguata; ciononostante, ritengo che essere comunisti e marxisti significa anche saper fare buon uso di quella poderosa toolbox che innumerevoli volte ha dimostrato di essere uno strumento formidabile per l’analisi e la decrittazione della concreta realtà.
