Pietre senza popolo Pratiche di resistenza attiva alla turistificazione neo-liberale

Pietre senza popolo è un’inchiesta di Angela Fais sulla turistificazione di Palermo, un esempio di come le città italiane siano cadute nel circuito della rigenerazione urbana, un concetto che mistifica la rapacità neoliberale che s’impossessa dei centri storici per ricavarne profitto, senza alcun vantaggio per la comunità, che anzi è costretta a scappare per i costi delle abitazioni e la mancanza di servizi.

Di Laura Baldelli

E questo spiega il titolo Pietre senza popolo, che l’autrice ha scelto, per il prezioso volume edito da LAD EDIZIONI, uscito a marzo di quest’anno.

La Fais sceglie un lessico, preciso e contemporaneo per smascherare la mono-economia del turismo, dentro una prosa fluida e pungente, che porta il lettore a scorrere le pagine come dentro un avvincente romanzo, perché disvela gli inganni, de-costruendo tutto il sistema del virus neoliberale che c’ingloba dentro un totalitarismo omologante e che ci spinge addirittura a viaggiare per conoscere il già visto, dentro un sistema di consumi telecomandati.

Angela Fais ci racconta del sacco di Palermo,città d’arte dove stratificazioni di civiltà in epoche storiche hanno lasciato testimonianze uniche e straordinarie che c’immergono in tempi lontani: tesori inestimabili che avevano conservato il loro fascino dentro quell’universo simbolico, fino a che la speculazione della turistificazione delle politiche neo-liberali ha cancellato la Storia e il Mito, mentre la rigenerazione urbana dei luoghi e degli edifici storici serve da vetrina per ospitare i fashion trend e i feticci del consumismo omologato di progetti dall’altisonante nome nella lingua del capitale: Fashion Concept Store. L’autrice paragona tutto questo alla caduta del sacro.

Infatti è in atto una geografia del dominio in tutti i centri storicidelle nostre città e borghi, la mono-economia della ristorazione li ha trasformati in gastro-lunapark, proprio in quei locali commerciali dove in un tempo non lontano esistevano le botteghe di prossimità ricche di grandi tradizioni artigianali, veri e propri presidi di comunità, messe in crisi dai centri commerciali e dall’e-commerce.

Ora, dopo le attività commerciali di prossimità, la cacciata è per i residenti, costretti a sopportare la movida, privati dei servizi essenziali e soprattutto sfrattati dalle loro abitazioni per lasciar posto agli affitti brevi del turismo di massa “mordi e fuggi”, a cui si offre bar, ristoranti e negozi della globalizzazione: l’autrice le chiama “cattedrali del consumo”. Oggi nei centri storici d’Italia il rumore più diffuso è dato dai trolley che rotolano sui porfidi delle strade storiche.

La mistificazione del linguaggio è davvero inquietante, oltre l’uso della lingua anglosassone, non mancano le abusate parole nella nostra lingua che hanno assunto nuovi significati, come “valorizzazione e rigenerazione”: la prima significa sempre metterci un bar o un ristorante, “presidi di servizi” e la seconda prelude alla trasformare dei centri storici, in nuove Disneyland per assere “attrattivi”, un’altra parola insostenibile! Milioni spesi da “investitori” che mai ricadranno sulla città, quella vera fatta di cittadini e non solo da mattoni e pietre.

Altra attrattività per riempire il più possibile di consumatori i nostri centri storici, sono gli eventi: dalla sagra paesana, al concerto, alla grande mostra e persino gare e dimostrazioni sportive, dalla fiera del cioccolato alla festa della birra e così via purché si venda, si mangi, si beva tra rumori e cacofonie musicali; mentre il museo e la pinacoteca, quanto i teatri della città sono luoghi dimenticati e ammuffiti per la stragrande maggioranza della popolazione.

E l’arte diventa una cornice ornamentale, mercimonio piuttosto che memoria storica e civile, in grado d’insegnare e creare comunità. Tomaso Montanari annunciò già questo fenomeno per Firenze e Venezia nel suo libro-denuncia del 2013 Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, domandandosi anche se nel destino dei nostri giovani potesse esserci solo l’occupazione come camerieri e cuochi. Ipotesi purtroppo profetiche.

Ecco le città neoliberali, come le chiama l’autrice, che non creano più comunità, ma sono attraversate da masse, non da cittadini pensanti.

Infatti l’individualismo liberale ha ridotto l’umanità ad un’accolita di singoli narcisi omologati.

L’altro gigantesco inganno è che tutto questo porti benefici economici alla città e ai cittadini, invece le città vengono “cartolarizzate”, afferma Angela Fais, ormai vengono pensate come set cinematografici; ma dismettendo di essere produttive, diventano città deindustrializzate, in cui i cittadini diventano city user e taxpayers, ovvero consumatori, individui privati della dimensione collettiva e solidale che comprano e pagano, ignorando diritti e doveri sociali. La nuova geografia del dominio delle città neoliberali prevede i servizi affidati al privato, interessato solo al proprio profitto, perché il nuovo cittadino, non è più soggetto di diritti, bensì  consumatore. Le città, dove i cittadini sono stati espulsi,  si  trasformano in non-luoghi e perdendo il tessuto sociale non si praticano più geografie umanitarie, si cancella la memoria, si disperde e si dimentica il significato di comunità e prevale una precaria individualità senza radici e progettualità.

Le istituzioni politiche che governano favoriscono questo modello neoliberale, siano esse di centro-sinistra o di centro-destra, in quanto hanno accettato tutti che l’economia governi la politica, indifferenti all’espulsione dei residenti, alleggerite dall’obbligo di erogazione di servizi al cittadino. Le politiche urbane governate dall’economia, perdono la trasparenza, perché la polis è sparita negli accordi che delegano agli investitori, spesso stranieri che si comprano a pezzi il nostro territorio, la trasformazione del nostro Paese. Il cosiddetto “albergo diffuso”nel marasma degli affitti brevi, è ormai tutto in mano alle multinazionali, se non addirittura ai fondi d’investimento che controllano interi territori, affidandosi alle piattaforme Booking, Air b&b, B&B per citare i più noti.

IL turismo così strutturato saccheggia anche la ricchezza dello spazio pubblico e l’autrice dice che Palermo sembra soffocare tra l’infestante “tavolinizzazione” e la “friggitoria a cielo aperto”, che ne fa “una casba senza tradizione”; a questo va aggiunta la “movida”, vera e propria jattura per tutta la città, in quanto il divertimentificio, a base di drink e sostanze stupefacenti, genera enormi problemi di ordine pubblico, la cui soluzione, i governi locali, quanto quelli nazionali, sembrano solo vederla nella presenza di forze dell’ordine, cioè la repressione, evitando di chiedersi come, da dove e perché tanta violenza gratuita urbana quotidiana da parte di gente comune, tale da rendere le città meno sicure per tutti.

Eppure tale fenomeno era assente nella drammatica Palermo delle stragi e dei noti e sanguinosi regolamenti di conti mafiosi, perché sono il prodotto recente dei nuovi disvalori del neoliberismo, che hanno intaccato trasversalmente tutte le classi sociali.

La movida inoltre colonizza spazi e non è la vita della città, perché la vita della città la fanno i residenti con la loro vita sociale che contribuisce all’economia e anche alla sicurezza del territorio, mentre il marketing del turismo genera una nuova urbanità, determinata dal “il divorzio tra urbs e civitas”, come lo definisce l’autrice.Nel centro di Palermo oggi sarà difficile sarà difficile rievocare quella vita pulsante ritratta da Guttuso.

Purtroppo la pervasiva propaganda della grande menzogna della promessa di lavoro, sviluppo e benessere della turistificazione, ha diffuso l’opinione comune di immensi benefici alle città, ai suoi cittadini, al territorio ed è percepita nell’ordine delle cose, cioè è un fatto “naturale”, conseguenza della famigerata menzogna de “il capitalismo è natura” di Francis Fukujama. L’economia del turismo di massa genera invece solo lavoro povero, precario e sfruttato in nero, ma tanta ricchezza per pochi!  Basterebbe la semplice analisi “costi benefici” per capirlo.

Inoltre la città di Palermo, come altre città italiane, tra cui la piccola Ancona, hanno accettato l’altra famigerata menzogna della ricchezza: quella portata dalle grandi navi-crociera, veri mostri che inquinano le nostre città di smog, imparagonabile al peggior traffico su gomma, che addirittura coprano la vista sulle città e quella del mare, scaricano tonnellate di rifiuti e danneggiano la pesca, rompendo l’equilibrio degli ecosistemi, trasportando nuovi organismi che lo distruggono.

Arte e artigianato e tutta la cultura sono al servizio del neoliberismo: o diventano ornamentali e contemplative per élite esclusive, oppure vanno messi a rendita per il profitto di pochi, perdendo quel valore educativo dei fondamenti democratici recitati dalla Costituzione a tutela e promozione dei beni culturali, artistici e paesaggistici per tutti i cittadini.  

La turistificazione di Palermo, racconta Angela, è l’ennesima ferita inferta alla città, pari per danni ai bombardamenti di 10000 bombe sganciate dagli alleati durante in secondo conflitto mondiale contro i civili per distruggere la loro vita personale e sociale, nonché il patrimonio artistico, per poi arrivare al “sacco di Palermo”, del secondo dopoguerra da parte del potere politico democristiano, connivente e colluso con la mafia, che ha permesso la speculazione edilizia con la cementificazione della città.

Anche la famosa Primavera di Palermo con il sindaco Orlano, sindaco per sei mandati, che è rimasta nell’immaginario collettivo come un grande movimento di rinascita civica, ha il suo lato neoliberale perché anche in quell’occasione il pensiero dominante fu quello thatcheriano, noto come TINA, ovvero There Is No Alternative: rigenerare il centro storico che crollava, ma senza alcuna rinascita per le classi sociali in difficoltà e meno abbienti, perché nessun percorso sociale vero è stato praticato, come del resto in tutta l’Eu, segnata dalle profonde crisi economiche e conseguenti rimedi a base di regimi di austerità, che hanno preferito individuare nel turismo il rilancio economico, con gli investimenti immobiliari internazionali.

Infatti l’autrice ci racconta il primo Progetto Urban, attuato negli anni dal 1994 al ’99, che ha riportato la classe borghese in centro e mantenuto nei piani bassi i poveri e gli stranieri migranti; ma la turistificazione ha poi espulso anche i borghesi.

In pratica le amministrazioni Orlando hanno dato il via alla trasformazione della città più storica da renderla attrattiva per turisti ed investitori internazionali, cioè hanno messo in vendita Palermo.

Il libro di Angela Fais è meglio di una guida turistica, perché c’immerge in un’analisi sociologica che educa il nostro occhio ad andare oltre, a comprendere le trasformazioni, il vissuto reale, ci apre alla consapevolezza di cittadini che, oltre l’arte e la gastronomia messa in mostra per essere consumata e venduta, vogliono capire la vita della città nella sua complessità organizzativa e riconoscere i sintomi di malessere e di democrazia barattata, che potremmo ritrovare in altre città e nella nostra città.

La consapevolezza può cambiare la trama omologata pensata e progettata per le nostre città da interessi predatori, recuperare la capacità di aggregazione per opporsi a tanto scempio generato dal virus neoliberale; così recuperiamo vita, democrazia e senso della comunità.

Non dobbiamo rassegnarci e subire, abbiamo la Costituzione a cui ispirarci, è importante recuperare quell’umanità che ogni giorno ci viene tolta per opporci alla svendita del nostro Paese e costruire una vera comunità capace di abitare veramente le nostre città.

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