GLI SVILUPPI DEL TAVOLO PERMANENTE DEI COMUNISTI

La lettera aperta ai partiti e ai movimenti comunisti italiani, che abbiamo inviato ormai un mese fa, ha avuto fino ad ora un effetto positivo, per quanto non ancora sufficiente.

La proposta della costruzione di un’“Assemblea Permanente dei Comunisti”, come risposta alla storica frammentazione del movimento comunista italiano e alla necessità di rilanciare un dialogo fecondo, parte dalla consapevolezza di vivere in tempi di Terza guerra mondiale, in cui l’assetto internazionale, e quindi anche nazionale, appare estremamente instabile.

In questo frangente nessuna delle forze comuniste esistenti dispone delle forze sufficienti per dare da sola una risposta significativa alla crisi. La divisione organizzativa e il settarismo indeboliscono la capacità dei comunisti di incidere nelle lotte sociali e politiche del Paese, rendendo necessaria una forma stabile di coordinamento tra partiti, collettivi e militanti. Di qui la proposta di superare le divisioni anzitutto avviando un riconoscimento reciproco e un dialogo continuo capace di far sviluppare tutti noi sia nell’analisi che nella prassi operativa. Questi, in sintesi, i presupposti di buon senso da cui siamo partiti.

Abbiamo scritto a tutti i partiti e i movimenti comunisti: PCI, PC, PRC, Rete dei Comunisti, Potere al Popolo, Partito dei Carc, Coordinamento per l’Unità dei Comunisti, Patria Socialista, Fronte Comunista, Partito Comunista Rivoluzionario, Marx21, Antitesi, Forum Italiano dei Comunisti, Unione di Lotta per il Partito Comunista, Organizzazione per il partito comunista del proletariato, Collettivo Militant, Associazione Comunista “Olga Benario”, Centro Politico Comunista “Sandro Santacroce”, Costituente Comunista, Su la Testa; rispetto a ciò abbiamo avuto diverse e positive risposte, ma anche importanti silenzi e questo è un dato su cui invitiamo tutti i compagni a riflettere, sperando che sia di stimolo ad un’ulteriore azione tesa a convincere le dirigenze di tali organizzazioni a rimediare a questa lacuna.

Riteniamo comunque importante la visibilità avuta fino ad ora dall’iniziativa, che è stata attenzionata da decine di migliaia di compagni, alimentando molte speranze, a cui si accompagna il fatto positivo che alcune realtà, anche esterne rispetto agli inviti fatti, hanno accolto positivamente la proposta di dialogo. Ci riferiamo al Partito dei CARC, al Coordinamento per l’Unità dei Comunisti, al Forum Italiano dei Comunisti, al Collettivo Popolare “A. Gramsci” di Borgo a Buggiano, al Centro Sociale 28 Maggio di Rovato (BS), a Risorgere, alla Lega trotskista d’Italia e alla positiva interlocuzione in corso con il veneto Collettivo Stella Rossa.

Alcune di queste organizzazioni ci hanno chiesto incontri bilaterali per chiarire e approfondire alcune questioni in vista del lancio dell’Assemblea. Fino ad ora tutti i colloqui sono stati positivi e contiamo di riuscire a lanciare la prima assemblea per la prima metà di giugno.

Intendiamo ribadire a tutti che il percorso proposto non è tattico, ma strategico e di lungo termine. Nessuno di noi si aspettava risultati definitivi immediati, e ciononostante era importante lanciare il sasso per cogliere le reazioni e registrare anche i permanenti e assillanti silenzi di alcuni, che speriamo possano cambiare idea su pressione delle proprie basi militanti e dei propri quadri intermedi.

Qualcuno non è stato in effetti in silenzio ma ha gentilmente risposto per declinare l’offerta. Alludiamo in particolare ad Antitesi e all’Organizzazione per il Partito Comunista del Proletariato (che cura il sito piattaformacomunista.com). Riteniamo necessario rispondere pubblicamente ad entrambi, pur sottolineandone la diversità dei toni usati.

UNA RISPOSTA AI COMPAGNI DI ANTITESI

Il Centro Politico Provvisorio dell’Organizzazione Comunista Antitesi spiega che non è disinteressato all’unità dei comunisti, essendo questa non “un presupposto da cui partire, ma un risultato da realizzare nel processo di costruzione del Partito Comunista nel nostro paese”. Partito che va “costruito mettendo al centro la rivoluzione proletaria, cioè dotandoci di una linea rivoluzionaria in questa epoca di crisi dell’imperialismo e di guerra”. Tutto ciò passa dalla resa dei conti definitiva e radicale “con il revisionismo moderno”, ossia “la linea borghese che ha preso il sopravvento nel movimento comunista internazionale da Kruscev in poi e nel nostro paese da Togliatti in poi”. La frammentazione attuale dipende quindi nella loro analisi dalle conseguenze nefaste del revisionismo. La soluzione viene trovata in “un lento lavoro di riarmo ideologico, di cura e crescita di un nuovo quadro comunista”, e non andando “nella direzione di unire la vecchia determinazione più che costruirne una di tipo nuovo”.

Chiariamo un punto: il movimento rivoluzionario, comprendente quello comunista, si è diviso molteplici volte nell’ultimo secolo sull’accusa di revisionismo a determinate altre componenti. In determinati frangenti questa critica è stata utile a contestare e frenare tendenze più o meno opportunistiche alla socialdemocratizzazione e al riformismo, ma in altre ha portato a sconfessare dei tentativi (tattici o strategici) alternativi rispetto a quelli previsti dal marxismo ortodosso.

Non è però forse vero che a suo tempo Lenin, Stalin e Mao sono stati accusati loro stessi di revisionismo ed eterodossia? Non è forse vero che l’essenza stessa del marxismo-leninismo stia nella capacità di utilizzare la dialettica materialistica per comprendere e trasformare la realtà attraverso una rottura rivoluzionaria?

Si può essere d’accordo nel merito con i compagni di Antitesi, ma non sul metodo, nel momento in cui si rifiutano tutti i percorsi di successo portati avanti dai partiti comunisti nel mondo. Pensiamo alla Cina post-maoista: è essa revisionista e traditrice, oppure no? Secondo noi no, eppure per molti decenni la gran parte del movimento comunista occidentale, anche quello di tendenza leninista, ha pensato diversamente, e molti oggi si stanno ricredendo.

Il rischio principale nella risposta dei compagni di Antitesi sta quindi o nell’adozione di una teoria rimasta fossilizzata, di cui si rifiuta l’attualizzazione, o nell’arroccamento in quello che diventa un gruppo isolato che si considera portatore dell’unica verità e che rifiuta di confrontarsi con gli altri portando il proprio contributo. Pur nel convincimento delle proprie posizioni, dovremmo tutti quanti avere l’umiltà di riconoscere che nessuno di noi detiene la verità assoluta, e che occorra ascoltarsi e conoscersi meglio, invece di ritenere aprioristicamente inutile un confronto.

Nel finale della loro risposta i compagni dicono inoltre di non essere “interessati a propagandare utopie riformiste e a costituire terzi poli nel campo del sistema politico borghese”, mostrandosi invece interessati ad un percorso di “convergenza” “nel movimento” su una serie di battaglie più che condivisibili, ma solo “nell’ottica dell’accumulo di forza rivoluzionaria”. Sorgono diversi interrogativi: siamo noi quindi degli utopisti riformisti? Mai abbiamo affermato una cosa del genere, e certo non inizieremo a farlo ora. Forse che la partecipazione politica alle istituzioni borghesi è azione revisionista? Non ci risulta che un Marx o un Lenin abbiano mai detto niente del genere, anzi, si può ricordare la polemica fatta da Lenin al II Congresso del Comintern del 1920 contro Bordiga, che sosteneva tali tesi. L’accumulazione delle forze rivoluzionarie deve certamente avvenire primariamente nel rafforzamento dell’organizzazione, che passa da un lungo percorso di partecipazione e direzione delle lotte antimperialiste e anticapitaliste, ma sono Lenin e Stalin a legittimare, per i partiti comunisti occidentali, la partecipazione alle istituzioni borghesi come percorso tattico ineludibile nell’ambito di quella che Gramsci ha mirabilmente definito una “guerra di posizione” o “di trincea”. Che poi questa non sia stata condotta adeguatamente e abbia dato luogo a degenerazioni, in Italia come altrove, è sotto gli occhi di tutti, ma questo è un problema che necessiterebbe una riflessione collettiva con tutti coloro che hanno maturato questa consapevolezza.

Altro tema sarebbe quello della critica riguardo la partecipazione elettorale con “fronti” più larghi rispetto alla sola cerchia comunista, “annacquando” il programma minimo in modo da renderlo più inclusivo. È una critica legittima, ma che si scontra con l’analisi oggettiva dei rapporti di forza in campo nella società italiana attuale, in cui il movimento comunista è ridotto all’osso e l’egemonia culturale rimane in mano all’intellighenzia liberale. Riteniamo che occorra quindi rifuggire dalle etichette e dagli stereotipi: alcune proposte possono essere degenerative e negative se considerate obiettivi strategici, oppure compromessi accettabili se considerati obiettivi tattici utili al rafforzamento dell’organizzazione. Questa ci sembra la lezione fondamentale che traiamo dagli insegnamenti di Marx, Lenin, e di molti altri.

Nella vostra risposta notiamo invece una contraddizione: da un lato si riafferma la contrarietà al revisionismo, dall’altra si sostiene una tesi (quella astensionista) che certamente non è riconducibile all’ortodossia e ai “maestri del socialismo”, quanto piuttosto ad una componente storicamente minoritaria del movimento comunista. Non vogliamo necessariamente dire che la tesi della non partecipazione alle istituzioni borghesi sia sbagliata, sia chiaro, ma certamente non è riconducibile alla tradizione non-revisionista. Sarebbe comunque interessante capire con i compagni di Antitesi il quali percorsi e quale livello di accumulazione di forze sia necessario per conquistare il potere politico.

L’Assemblea dei comunisti dovrebbe servire proprio a sviluppare questi confronti, e ragionare collettivamente sulle strade a disposizione, senza preclusioni di sorta.

UNA RISPOSTA AI COMPAGNI

DELL’ORGANIZZAZIONE PER IL PARTITO COMUNISTA DEL PROLETARIATO

La risposta dei compagni dell’Organizzazione per il Partito Comunista del Proletariato (che chiameremo per comodità OPCR) è stata più articolata e per molti tratti più dura, ma la spiegazione di questa ruvidezza, per la quale non ci offendiamo, è ben spiegata quando si dice che “la mancanza di una polemica pubblica, franca e aperta, fra concezioni discordi, la tendenza a mantenere nascoste e a cancellare le divergenze che toccano questioni di importanza risolutiva, è proprio una delle deficienze dell’odierno movimento comunista”. Di qui la loro affermazione perentoria che occorra “affrontare e risolvere fondamentali questioni, tra cui quelle che abbiamo sollevato”.

Rispondiamo francamente nello stile posto dai compagni, ribadendo anzitutto un discorso di metodo: se si pretende di svolgere le discussioni e i dibattiti solo con chi è omogeneo ideologicamente, non si va molto lontano, ma si rimane impantanati in una logica settaria in cui ci si trova a discutere solo con sé stessi, o al limite con alcuni adepti entrati occasionalmente in contatto con il proprio sito web.

Questo vuol dire rinunciare di fatto all’obiettivo di costruire un percorso concreto per l’unità dei comunisti, la quale viene intesa dall’OPCR come una confluenza dei compagni sulle loro posizioni. Di qui la loro denuncia di voler noi costruire “l’unità dei comunisti attraverso minestroni eclettici” e l’invito a “rompere con il conciliatorismo e l’attesismo”.

L’OPCR sostiene la necessità di “mantenere una posizione giusta, di principio e indipendente, basata sui principi del marxismo–leninismo e dell’internazionalismo proletario, priva di opportunismo e di settarismo”. Tant’è che la nostra Lettera “parte da posizioni e giunge a conclusioni estranee al marxismo-leninismo e all’internazionalismo proletario”.

Vediamo nel dettaglio le principali tesi di questi compagni marxisti-leninisti:

1) Ci accusano di avere un’analisi sostanzialmente borghese, e non marxista dell’imperialismo: “Il PCUP […] dimostra di non concepire l’imperialismo secondo l’analisi di Lenin, ma di identificare l’imperialismo solo con la politica aggressiva degli USA e di altri stati occidentali”.

Replica: Rigettiamo fermamente questa accusa. Siamo perfettamente consapevoli della differenza analitica tra la concezione marxista (e leninista) dell’imperialismo e quella liberal-borghese. Il tema vero è che affermiamo con forza l’esistenza di una struttura imperialista integrata in Occidente, mentre non riscontriamo la stessa cosa in Oriente. Notiamo comunque fin da ora che siamo ben oltre l’applicazione dei “princìpi”, ma traspare una concezione dogmatica, schematica e meccanica della definizione di imperialismo data da Lenin oltre un secolo fa, in un contesto in cui non esistevano ancora Paesi socialisti controllati dal Partito Comunista (e quindi in presenza di un potere politico saldamente in mano all’avanguardia politica della classe proletaria), né tantomeno modelli misti in cui fossero compresenti forme sviluppate di capitalismo privato a fianco di aziende pubbliche. La storia non si è fermata al 1953, cari compagni, si tratta di capire che se il riferimento ai “princìpi” del marxismo-leninismo è fondamentale, occorre ragionare su una riattualizzazione delle formule e delle definizioni caratteristiche dell’imperialismo in un mutato contesto strutturale.

2) Ci accusano di non riconoscere il sostanziale carattere imperialista di Cina e Russia a fianco delle altre potenze occidentali (USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Italia, Francia), con la conseguente contestazione del sostegno all’“imperialismo cinese che si sta sviluppando e aspira all’egemonia mondiale, oppure l’imperialismo russo che difende con le unghie e con i denti le proprie aree d’influenza. Russia e Cina non sono ‘forze antimperialiste’ ma parte integrante del sistema capitalista-imperialista”.

Replica: stante il ragionamento precedente, riteniamo che chi parli oggi, in piena Terza guerra mondiale, di imperialismo cinese, si renda di fatto complice dell’imperialismo vero (quello occidentale a guida statunitense). L’OPCR porta indirettamente acqua al mulino della borghesia, favorendone la propaganda costruita ad arte – chiamasi guerra psicologica – e tesa a demonizzare il nemico, per far accettare al popolo e alla classe lavoratrice che non ci sono oggi alternative al “blocco occidentale”, qualunque sistema economico-politico venga adottato. Parlare di Cina e Russia imperialiste senza considerare non solo le strutture economiche interne, ma soprattutto i rapporti tra potere economico e potere politico, e di conseguenza le effettive politiche estere di tali Paesi, significa mancare di cogliere il senso profondo con cui Lenin si approcciava a descrivere il fenomeno un secolo fa. Ci risulta infine che queste tesi siano nettamente respinte dalla maggioranza del movimento comunista mondiale, comprendendovi anche quei Partiti (cubano, coreano, ecc.) che speriamo l’OPCR non voglia accusare di revisionismo…

3) ci contestano il mancato “cenno all’internazionalismo proletario”, a cui segue l’accusa di spargere “micidiali illusioni sulla realizzazione di un ‘mondo pacifico e multipolare’”. Collegandoci al punto precedente, ne segue l’accusa non di incomprensione, ma direttamente di “campismo”, confermata dalla partecipazione al “Sovintern”, definito “grottesca caricatura dell’Internazionale comunista […] che va smascherata senza pietà”, “una congerie di piccoli partiti conservatori che dietro la maschera dei simboli comunisti svolgono una funzione di appoggio della borghesia russa diretta dall’anticomunista Putin […], che si conciliano con partiti e organizzazioni legati alla borghesia russa e cinese, con le forze nazionaliste e scioviniste, nonché con Trump (come l’American Communist Party)”.

Replica: rigettiamo risolutamente l’accusa di mancare di internazionalismo proletario. Piuttosto è il contrario: qualsiasi proposta politica che manchi di analizzare correttamente lo scenario internazionale attuale, sia nella sua dimensione economica che politica, approda a conclusioni che rischiano di essere non solo sterili, ma controproducenti proprio nell’ottica di fare gli interessi della classe lavoratrice mondiale. Constatiamo che la Repubblica Popolare Cinese ha avuto globalmente il ruolo maggiormente progressivo nel mondo negli ultimi 40 anni, e svolge tuttora una funzione oggettivamente e soggettivamente antimperialista. Riguardo alla Russia riteniamo che essa, pur essendo un Paese capitalista e borghese, abbia mantenuto alcune strutture (anzitutto culturali) dell’URSS, delineando fino ad ora una politica estera oggettivamente antimperialista, contrastando attivamente le offensive di NATO e UE in Europa orientale, Medio Oriente e Africa. Il Sovintern in ogni caso non è una creatura di Putin, e la partecipazione di svariati partiti comunisti e socialisti di tutto il mondo mostra il carattere progressivo e l’ampio riconoscimento verso le tesi che abbiamo enunciato nei punti precedenti.

4) Ci si contesta la mancanza di una prospettiva rivoluzionaria: si denuncia la confusione tra socialismo proletario e socialismo di mercato (“che non porta all’edificazione di un nuovo e superiore ordine sociale, non mira alla società senza classi ma serve a puntellare il dominio borghese”), a cui si associa la mancanza di una “prospettiva della rivoluzione e del socialismo.  Il PCUP non comprende il carattere della rivoluzione in Italia, che è un paese imperialista, come rivoluzione proletaria, per il passaggio diretto al socialismo”.

Replica: la nostra prospettiva rivoluzionaria è invece cristallina: riteniamo non si possa costruire una società socialista senza prima essersi emancipati dalle principali strutture imperialiste che vincolano la sovranità popolare e nazionale dell’Italia: occorre quindi uscire da NATO e UE e cacciare tutte le basi militari statunitensi dal Paese. Per fare questo si può e si deve costruire la massima aggregazione di fronte anche con forze non comuniste, purché rispettose di alcuni paletti minimi (che abbiamo identificato nell’adesione ai valori della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista). Nei nostri documenti programmatici non abbiamo dato alcuna indicazione sulle modalità di costruzione del socialismo nel nostro Paese, ritenendo la questione prematura. Certo è che l’approdo al socialismo di mercato potrebbe essere un momento tatticamente e temporaneamente possibile nel caso in cui la costruzione di un fronte antimperialista ampio riesca e ponga quella proposta economica. Niente è però determinato, perché in egual maniera rimane sul campo la possibilità di un socialismo più organico fondato su un controllo operaio dell’economia e sulla pianificazione. La questione non può essere risolta oggi solo sul piano teorico, ma si risolverà nel corso di un processo di transizione dipendendo dai rapporti di forza tra movimento comunista e le restanti componenti politiche e sociali. Il problema vero è che senza un’accumulazione di forze iniziali su obiettivi tattici condivisi i discorsi sulla rivoluzione proletaria rimarranno sempre aria fritta. E noi non stiamo qui a fare semplice accademia, ma crediamo che la Rivoluzione si costruisca anche “sporcandosi le mani” con la politica istituzionale e le relazioni con le altre classi sociali non proletarie e i loro partiti.

5) Siamo quindi secondo loro portatori di una “strategia che prosegue quella revisionista di tipo togliattiano”, predicando “un’ulteriore fase di transizione democratica borghese (tale è il carattere della Costituzione vigente), senza rompere con il sistema capitalistico e il suo regime politico, senza realizzare la dittatura del proletariato per passare direttamente al socialismo, ma alleandosi con settori di borghesia per difendere il capitalismo e lo Stato borghese, proponendo soluzioni tampone, come le nazionalizzazioni borghesi”.

Replica: crediamo di aver già risposto e spiegato adeguatamente nel punto 4) a tali affermazioni, ma si può aggiungere che le alleanze sociali e politiche si possono e si devono fare per ottenere alcuni obiettivi tattici, funzionali non solo al miglioramento delle condizioni di vita e lavoro delle masse popolari, ma soprattutto alla crescita della forza e del consenso verso l’organizzazione rivoluzionaria che vogliamo costruire. Allo stato attuale crediamo che la contraddizione principale, che perdura in Italia da oltre 80 anni, sia liberarsi dall’“alleanza” con gli USA e con la grande borghesia europea. Questo non significa certamente riaffidarsi alla nostrana borghesia italiana, ma verificare piuttosto se ci sia la possibilità di costruire un blocco sociale alternativo di potere che può comprendere anche pezzi realmente progressisti e democratici dell’attuale borghesia, senza per questo lasciare loro la direzione politica e il potere, ma contrattando le misure per la transizione verso un nuovo modello sociale che in ogni caso dovrà garantire alla classe lavoratrice un inedito ruolo da protagonista.

6) Il nostro più grande errore sarebbe quello di non aver realizzato un’analisi storico-politica adeguata della storia del ‘900, mancando di vedere che le divisioni attuali sono il risultato della “svolta revisionista verificatasi in Unione Sovietica e in altri paesi, oltre che un risultato della penetrazione dell’ideologia borghese nel movimento operaio e comunista”.

Replica: pur condividendo la critica alla svolta revisionista post-1956, constatiamo che nel frattempo molti sono stati gli sviluppi politici, economici, sociali e culturali, avvenuti in ambito globale. È da uno di questi che si è sviluppato il grande successo cinese, che sta oggi oggettivamente liquidando le posizioni dell’imperialismo occidentale in tutto il mondo. Occorre affrontare il tema, smettere di arroccarsi sulla sola difesa del marxismo-leninismo, e sviluppare il tema della sua applicazione concreta nelle realtà locali, senza scadere negli errori in cui è caduto il PCI con la “via italiana al socialismo”. A fronte di una grande molteplicità di indirizzi culturali nel movimento comunista e anticapitalista occidentale (perché in effetti il discorso non riguarda solo l’Italia) quel che proponiamo è di fare quanto fece a suo tempo Karl Marx, quando nel 1864 propose la convocazione di un’Assemblea che coinvolgesse anche chi non la pensava come lui su molte cose. Dall’unione, dalla collaborazione e dal dibattito nasce la possibilità di ricostruire una nuova proposta riportando alla partecipazione politica vaste masse popolari oggi completamente deluse e prive di speranza. Per questo rinnoviamo all’OPCR e a tutte le altre organizzazioni e partiti esistenti che intendono rilanciare la questione comunista ad associarsi a questo percorso.

La Segreteria Nazionale del PCUP

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