Di Nadia Marabese del Comitato Centrale e Segreteria regionale Piemonte del PCUP
La svalutazione dei lavoratori del sociale a poco più che volontari esiste ancora ed è radicata l’idea che chi opera nel Terzo Settore debba essere persona di buon cuore, volontario o genitore/parente di qualcuno che ha delle difficoltà. È tempo, da comunisti, di uscire da questo sguardo retorico cattolico- sacrificale e dichiarare che il lavoro sociale è lavoro vero. Che non può essere utilizzato per giustificare bassi salari e precarietà.

Si è svolto lunedì 18 maggio 2026 uno sciopero indetto da USB e altre sigle sindacali minori dei lavoratori delle cooperative sociali e imprese sociali, società e associazioni operanti nei settori socio-sanitari-assistenziali-educativi, della formazione e di inserimento lavorativo, direttamente o in appalto, concessione, accreditamento, sia pubblici che privati.
Con decine di manifestazioni e mobilitazioni in varie città da Torino a Cagliari ad Ancona. Il tutto passato sotto silenzio, tranne qualche breve video nei social.
Un segnale importante per cui migliaia di lavoratori hanno denunciato apertamente “una condizione lavorativa ormai non più sostenibile: stipendi insufficienti, precarietà strutturale, appalti al ribasso, carichi di lavoro sempre più pesanti e totale assenza di riconoscimento professionale per chi ogni giorno garantisce servizi fondamentali alla collettività” (usb).
I lavoratori hanno RICHIESTO DI ORGANIZZARE UNO SCIOPERO GENERALE NAZIONALE alle sigle importanti, chissà… intanto questa è la piattaforma di richieste su cui è stato convocato da USB
• Piano e legge nazionale per la reinternalizzazione dei servizi di welfare
• Ammortizzatori sociali stabili e strutturali
• Aumenti salariali e apertura del tavolo per il rinnovo del contratto nazionale
• Eliminazione delle norme che permettono l’elusione dell’orario di lavoro, con pieno riconoscimento dell’orario effettivo
• Tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e riconoscimento del lavoro usurante
• Contro la riduzione dei fondi al welfare, la privatizzazione dello Stato sociale e le spese militari
Richieste e proposte che i Comunisti del PCUP condividono e sostengono.
Il tema del lavoro sociale è strettamente connesso all’organizzazione dei servizi sociali e in particolare del Terzo Settore
L’Archivio Uniemens dell’Inps, nel suo Rapporto Annuale 2025 ha dedicato – come novità assoluta – un focus sull’occupazione negli Enti del Terzo Settore iscritti al Registro Unico Nazionale (Runts), dichiara che il Terzo Settore con il suo universo composito di imprese sociali, cooperative, associazioni di promozione sociale, fondazioni, organizzazioni di volontariato impiega, al 31 dicembre 2024, 817.500 lavoratori in Italia.
Geograficamente, la maggior parte dei lavoratori si concentra nelle regioni più popolose e produttive – Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte e Veneto – ma è nelle regioni periferiche e interne – Sardegna, Molise, Basilicata e Sicilia – che il Terzo Settore assume un ruolo decisivo, arrivando a rappresentare fino all’8% dell’occupazione privata.
In questi territori costituisce un bacino rilevante di impiego, diventando spesso l’unico presidio stabile di servizi essenziali, dall’assistenza agli anziani alle attività educative territoriali.
È qui che la sua funzione non è solo economica ma sociale: contrasto allo spopolamento, mantenimento di servizi indispensabili, coesione e cura delle comunità locali soprattutto nei comuni periferici e ultraperiferici.
Proviamo solo a immaginare cosa accadrebbe se i lavoratori del Terzo Settore si fermassero, sarebbe la paralisi totale. Ma di fronte alla dichiarazione di essenzialità di queste realtà e di questi lavoratori, qual è la risposta?
La svalutazione dei lavoratori del sociale a poco più che volontari esiste ancora ed è radicata l’idea che chi opera nel Terzo Settore debba essere persona di buon cuore, volontario o genitore/parente di qualcuno che ha delle difficoltà.
È tempo, da comunisti, di uscire da questo sguardo retorico cattolico- sacrificale e dichiarare che il lavoro sociale è lavoro vero. Che non può essere utilizzato per giustificare bassi salari e precarietà.
Sono lavori professionalizzati, basati su studi, teorie sperimentate, verificate e in continuo aggiornamento, fatti di tecniche e protocolli, connesso con studi e ricerche di neurologia e psicologia: occorre una importante formazione che non termina con l’acquisizione di un attestato o laurea che sia, ma che prosegue inesorabilmente per tutta la vita, inesorabilmente perché senza una formazione e supervisione continua chi lavora nel sociale non può reggere il peso del dolore continuo con cui sta a contatto.
Un lavoro per molti versi usurante, non riconosciuto. Fisicamente e mentalmente, perché svolto dalla persona che accetta di usare Sé stessa come strumento operativo. Il lavoratore del terzo settore non possiede mezzi di produzione, neanche ne è privato, né svolge lavoro esclusivamente intellettuale: è egli stesso mezzo di produzione!
Esiste una sorta di paradossale auto-sfruttamento dei lavoratori del sociale che si auto-impongono ritmi intensi, basse retribuzioni.. perché devono garantire la sopravvivenza della Cooperativa o Associazione affinché essa garantisca il loro il lavoro.
Come sostengono ancora Luigi Bobba, Claudio Gagliardi (Avvenire) “Per districare la matassa del lavoro nel Terzo Settore, occorre sciogliere un nodo critico: il Terzo Settore è un soggetto in grado di produrre valore economico, innovazione sociale o solo un fornitore di manodopera a basso costo?”
E qui occorre introdurre il tema delle privatizzazioni o esternalizzazioni.
Il terzo settore non può più essere strumento per mercificare i servizi essenziali.
Occorre per il lavoro del terzo settore cambiare completamente lo sguardo: non è spesa pubblica, va potenziato perché è valore in sé.
Troppo spesso associazioni di volontariato -che sovente non lo sono in quanto ricevono contributi a fondo perduto in modo diretto dai Comuni senza evidenze pubbliche- e cooperative sociali sono state strumento per ridurre i costi della spesa sociale da parte delle Istituzioni.
Oggi con la riforma del Terzo Settore si prevede la co-progettazione e la co-programmazione dei Servizi, ma troppo spesso ciò cui stiamo assistendo è una catechizzazione delle molteplicità del mondo del Terzo Settore a uniformarsi e assoggettarsi alle linee politiche e culturali delle Istituzioni locali: decine di incontri, centinaia di ore -retribuite a lavoratori e dirigenti pubblici e offerte gratuitamente dalle centinaia di lavoratori del Terzo settore che partecipa e contribuisce lealmente al fine di ottenere la gestione di Servizi e Progetti, che vengono assegnati senza criteri chiari e senza più neanche le regole del bando/appalto pubblico.
Paolo Venturi Direttore di Aiccon sostiene che Il Terzo settore deve riprendere la parola per portare nel dibattito pubblico, con forza e con la credibilità di chi opera sul campo, una visione di società che né il mercato né lo Stato da soli riescono ad articolare».
Prosegue sostenendo come le cause disagio dei lavoratori-che non è più solo esaurimento ma, come scrivono i ricercatori, “shock da impatto”, ovvero il divario tra le aspettative valoriali con cui si entra e la realtà economica e organizzativa che si trova- stanno nel rapporto con la committenza pubblica, nel modello di governance, nel modo in cui il settore si racconta a sé stesso e alla società”.
Il primo equivoco da sciogliere riguarda la partecipazione. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato un’ossessione per la partecipazione come atto in sé: più tavoli, più consultazioni, più co-design. Ma non basta partecipare: l’attivazione deve diventare impatto.
Una partecipazione esausta e di forma, troppo spesso fine a sé stessa o con finalità di connessioni politiche– che non trasforma le condizioni materiali delle persone e dei territori è un consumo di energie sociali, non un investimento. Il Terzo settore deve smettere di essere un facilitatore neutrale e tornare a essere un soggetto con una proposta, culturale, politica, organizzativa.
La biodiversità istituzionale che caratterizza il nostro Terzo settore, cooperative sociali, associazioni, fondazioni di comunità, imprese sociali, non va uniformata verso modelli leggeri e scalabili: va curata come ecosistema. Quella varietà di forme non è un’inefficienza storica: è una ricchezza civile.
L’isomorfismo organizzativo, la tendenza a somigliare sempre di più alla PA o al mercato per ottenere legittimità e risorse, è una delle minacce che il settore attraversa.
E prosegue confermando quanto anche noi sui territori viviamo troppo spesso, come la stagione della co-programmazione e coprogettazione aperta dalla riforma del Codice del Terzo settore non possa e non debba diventare la maschera degli appalti.
Dunque, situazione molto complessa e delicata e di cui ma di cui non si può parlare perché altrimenti non arrivano più possibilità di gestione dei servizi si perde il lavoro,
Concludiamo, per ora, con le sue parole, che condividiamo.
La risposta richiede coraggio politico: contrattazione di secondo livello legata all’impatto prodotto, riconoscimento del valore aggiunto relazionale, politiche salariali che trattino i servizi di cura come infrastrutture strategiche del paese, non come spese residuali da comprimere nei capitolati.
Paolo Venturi Direttore di Aiccon Research Center. Docente di imprenditorialità e innovazione sociale presso l’Università di Bologna . Componente del gruppo di lavoro ministeriale per la riforma del Terzo Settore e per la realizzazione del Piano Italiano sull’Economia Sociale
Luigi Bobba, Claudio Gagliardi (Avvenire.it)
Educatori Educatoricontroitagli.it
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Nadia Marabese
