9 MAGGIO: PER QUALE VITTORIA LAVORIAMO? Una data che innesca inevitabilmente molte riflessioni sul presente.

Dipartimento Formazione del PCUP

Il 9 maggio in Russia e in molti paesi dell’Europa dell’est si celebra il giorno della vittoria: la fine della Seconda guerra mondiale.

Una data che innesca inevitabilmente molte riflessioni sul presente.

Chi avrebbe mai immaginato che oggi, nel 2026, ci sarebbero state così tante infauste analogie con il periodo che precedette il secondo conflitto mondiale?

Oggi come allora Germania e Giappone si lanciano in una grande corsa al riarmo mentre gli USA incoraggiano questo processo, esattamente come fecero al tempo con la Germania di Hitler. I grandi monopoli statunitensi, infatti, sostennero la Germania sul piano economico sperando di poterla spingere in una contrapposizione con l’Unione Sovietica, esattamente come oggi fanno nei confronti della Russia.

La storia si ripete in questi turbolenti anni ‘20 in un incredibile susseguirsi di conflitti militari. E come abbiamo visto vi sono ancora una volta i nazisti!

Ancora una volta in conflitto contro i russi nell’odierna Ucraina.

E ancora una volta il mondo assiste a un genocidio: non quello degli ebrei, ma del popolo palestinese, da parte dei nazi-sionisti, veri eredi dello spirito del barbaro colonialismo occidentale di cui sono stati vittima in altrettanti genocidi gli indios, i pellerossa d’America e gli aborigeni australiani.

Anche le condizioni economiche degli Stati presentano drammatiche analogie a quelle che precedettero l’inizio del Secondo conflitto mondiale. Ma non esistono solo analogie con il passato. La realtà odierna presenta anche novità che rivaleggiano persino con gli aspetti più disumani e inquietanti del nazismo.

Recenti indagini hanno portato alla luce alcuni aspetti finora sconosciuti della vita segreta delle classi dominanti in occidente. Dai famosi Epstein Files è emerso che esiste una cupola di potere che è trasversale tra destra e sinistra, che coinvolge capitani di industria, politici, casate nobiliari, personaggi dello spettacolo…

Questa cupola può anche essere definita “satanista”, ma è un termine che si usa perché mancano termini migliori per rendere l’idea. Si tratta, per essere precisi, di una specie di filosofia nichilista dell’anti-vita e della distruzione, i cui membri si riconoscono nelle idee più radicali e suprematiste del sionismo. Quale miglior corollario filosofico si poteva accostare alla fase terminale del neoliberismo?

Il sistema mediatico parla di “guerra atomica” con sempre maggiore disinvoltura.

Escono film di Hollywood ambigui sull’uso del nucleare in guerra. Sui giornali fioriscono termini ed espressioni militari anche su argomenti che nulla hanno a che vedere con il settore bellico. Spuntano applicazioni sui telefoni che diramano messaggi utili in caso di gravi emergenze o catastrofi imminenti. La televisione trasmette solo violenza, sia nell’intrattenimento che nel clima dei dibattiti.

Le oligarchie che ci governano stanno militarizzando le democrazie e ogni aspetto della vita umana in un clima di crescente intolleranza nei confronti di chi dissente dal pensiero dominante. Ci viene proposto un modello che è bellico in ogni suo aspetto: sia sul piano sociale, che economico, mediatico e culturale.
Un’altra novità è costituita dalla fine del soft power. Viene meno qualsiasi forma di tolleranza verso il dissenso interno. I personaggi pubblici che osano mettersi in contrapposizione con il pensiero dominante vengono banditi dai mezzi di comunicazione mainstream e fatti oggetto di sanzioni illegali pesantissime, che vanno dal blocco dei conti correnti fino a vere e proprie aggressioni fisiche.

Anche i capi di Stato che si oppongono ai piani delle oligarchie rischiano di incorrere in pericoli che investono direttamente la propria persona. I recenti eventi di inizio anno, con l’inaudito rapimento del capo di Stato del Venezuela Nicolas Maduro da parte degli USA, ci confermano una tendenza che era già in atto negli ultimi anni:

qualsiasi leader occidentale si ponga in contrapposizione agli interessi della grande borghesia transnazionale rischia la destituzione. A volte ciò è avvenuto grazie allo strumento dello “spread”, uno strumento apparentemente tecnico e neutrale, ma molto efficace per convincere paesi privi di sovranità monetaria ad andare nella direzione desiderata, altre volte ciò è avvenuto in modo istituzionale e subdolo come in Francia, dove nessuna delle due forze che hanno raccolto più voti governa il paese, oppure in modo più deciso come accaduto in Romania con l’annullamento delle elezioni per discutibili motivi. Per coloro che, malgrado i tentativi di corruzione e le pressioni, insistono su una via indesiderata, che si contrappone al sistema militare industriale occidentale e ai fondi finanziari ad esso collegati, rimangono le maniere forti, come abbiamo visto anche nel caso dell’attentato fallito al premier slovacco Robert Fico. Più di un sospetto rimane sulla misteriosa morte del leader iraniano Raisi.

In virtù della presenza di questi strumenti di minaccia e di dominio vediamo tramontare, almeno per un po’ di tempo, l’idea di poter cambiare le cose attraverso processi realmente democratici. Ne vanno perciò ricostituiti i presupposti. Ed è proprio a tal fine che, come primo passo, sarà necessario rafforzarci prima di tutto mentalmente, nella consapevolezza del lungo lavoro che ci aspetta, in modo che né rabbia né timore possano offuscare la nostra lucidità in questa epoca difficile.

Possiamo anche individuare degli aspetti positivi. Non vi sono soltanto cattive notizie. La prima notizia è che le tecniche di ingegneria sociale del sistema stanno perdendo colpi. Le tecniche di propaganda e di governo delle masse messe a punto da Bernays, Le Bon e Goebbels non funzionano più bene come una volta. Mai come oggi il livello di consapevolezza delle persone è stato così alto e malgrado il martellamento mediatico sulla necessità di riarmarsi e di spedire armi nei teatri di guerra, le persone sono rimaste in larga misura contrarie.

Inoltre le categorie pensate dal sistema per individuare nemici e polarizzare la società praticando il “divide et impera” si sono rivelate progressivamente sempre meno efficaci. Dalla prova generale bellica rappresentata dagli anni del Covid, in cui l’occidente ha sperimentato fin dove poteva spingersi con le popolazioni, sono state coniate molte espressioni per polarizzare in gruppi opposti i cittadini.

Le categorie “No Vax” e “No Green Pass” hanno avuto un discreto successo nel lacerare il tessuto sociale, ma successivamente osserviamo che le nuove invenzioni come “putiniano” non hanno attecchito con lo stesso vigore, mentre il tentativo di bollare come “antisemita” chiunque supportasse le proteste per la Palestina è fallito miseramente.

Proprio le splendide oceaniche proteste per la Palestina rappresentano la seconda buona notizia. Hanno rinfocolato nelle classi dominanti la paura che le persone possano svegliarsi e ricominciare una stagione di attivismo e protesta in difesa dei diritti universali e sociali e per un mondo di pace. Come partito stiamo già lavorando per fare in modo che queste proteste non restino un fenomeno episodico ma diventino sempre più frequenti.

La terza buona notizia è rappresentata dal fatto che, pur non essendo in parlamento, la nostra area politica ha la capacità di influire sulla agenda mediatica e quindi politica del paese, come dimostrato dallo scorso 25 aprile e dalla visibilità conquistata attorno ai tentativi miseramente falliti del sionismo di infiltrarsi nei cortei cittadini.

Certamente dobbiamo porci in una prospettiva di lungo periodo, pronti anche alla possibilità che non vedremo concretizzarsi i frutti del nostro lavoro in tempi brevi, ma questi tempi formidabili e convulsi ci dimostrano che la storia non si ferma, e che si trasforma a ritmi vertiginosi. Potrà questa umanità, la cui psiche è rimasta immersa per tutta la vita nei valori della competizione e dei rapporti di forza, rendersi protagonista di un cambiamento epocale verso nuovi paradigmi?

Sicuramente ciò implicherà un grande lavoro culturale e antropologico di demistificazione del discorso dominante e un lungo lavoro di riappropriazione del significato delle parole. Deve emergere una nuova cultura basata sulla coscienza di classe e sull’idea di un essere umano relazionale, donativo e solidale, così come previsto dalla Costituzione italiana.

Un sogno impossibile? Forse, ma la storia evolve rapidissima.

Chi può scommettere da qui a dieci anni sulla sopravvivenza dell’Unione Europea?

L’intero Sud globale, attraverso la piattaforma dei Brics, punta alla creazione di un nuovo mondo multipolare emancipato dal dominio unico americano, un nuovo mondo multipolare in cui pur lavorando all’interno del paradigma capitalista, la dimensione della cooperazione possa gradualmente prevalere sulla competizione.

Ciò aprirà delle finestre di opportunità mai viste finora per molti popoli del Sud del mondo, per la rinascita del socialismo e per la affermazione di modelli in contrapposizione a quello neo-liberale.

In attesa del 9 maggio epocale che segnerà il cambio di paradigma, lasciamoci ispirare da questa ricorrenza, che segna una vittoria che sembrava impossibile nel corso fangoso della storia e nella contentezza del fare attivismo assieme a tanti amici e compagni, anteponiamo, come diceva Gramsci, l’ottimismo della volontà al pessimismo della ragione.

Lascia un commento