A cura del Dipartimento Esteri PCUP

In Ungheria, per sostituire un esponente della destra conservatrice filorussa, l’intero quadro politico, comprendente anche il centrosinistra locale, elegge un esponente della destra neoliberista europeista, peraltro esponente di primo piano, sino al 2024, dello stesso partito di destra, Fidesz, del candidato sconfitto, il premier uscente Viktor Orbán.
Il candidato vincitore, Péter Magyar, non si distingue, nelle sue posizioni politiche fondamentali, da molte delle posizioni storiche del vituperato Orbán: fermamente di destra sul piano politico ed economico, sionista non meno intransigente dello stesso Orbán, passato dal 2024, come si accennava, su posizioni atlantiste ed europeiste, propenso a sostenere il folle piano di militarizzazione, riarmo e guerra spinto dalla Commissione europea e sostenuto da tutti i principali governi del continente.
Paradossale poi, dal punto di vista del pluralismo democratico, l’esito di queste elezioni: se prima, con la destra di Orbán, erano presenti, nel Parlamento ungherese, otto partiti, tra cui lo stesso partito socialdemocratico, adesso, con la destra di Magyar, non ci saranno più rappresentanti della socialdemocrazia, ma addirittura solo tre partiti: 6 deputati fascisti, 55 deputati della destra sovranista di Orbán, e 138 deputati della destra liberista di Magyar, in un Parlamento, dunque, nel quale avranno voce e rappresentanza solo esponenti padronali delle diverse tendenze conservatrici, liberisti, tradizionalisti e fascisti.
Di fronte a questo panorama, che esulti la Von der Leyen, in nome di una maggiore compattezza del fronte europeista, atlantista e guerrafondaio, non stupisce; che esultino, viceversa, anche esponenti sedicenti progressisti, è francamente imbarazzante. L’omogeneizzazione europeista, all’insegna del riarmo e della guerra, registra, in questo esito elettorale, un’ulteriore avanzata, e sempre più isolate risultano le voci di controtendenza, come quella rappresentata dal governo Fico, di orientamento socialista democratico, in Slovacchia.
Fuori da queste maggioranze di governo, che vedono, a livello europeo, convergenti la destra e il centrosinistra nel nome dell’europeismo, della fedeltà atlantica, della militarizzazione, della corsa al riarmo e della prosecuzione della guerra contro la Russia, si muovono tuttavia istanze, rivendicazioni e mobilitazioni, contro la guerra, l’Ue e la Nato che, sebbene ancora poco coordinate e poco incisive, rappresentano la voce autentica dei popoli e, in primo luogo, dei lavoratori e delle lavoratrici, di chi si batte contro la guerra, per una pace vera, e contro l’assurdo piano di riarmo della Commissione europea, da oltre 800 miliardi di euro, che finirà per smantellare e cancellare il poco che resta di stato sociale nei Paesi europei.
Anche dalle elezioni ungheresi risulta chiarissimo che la questione della guerra e della pace è sempre più la questione del nostro tempo: non solo una questione di politica internazionale, ma una questione decisiva di politica nazionale, dove le scelte di guerra, il piano di riarmo, la prosecuzione della guerra, la rottura delle relazioni economiche e l’imposizione di sanzioni alla Russia, tolgono risorse allo stato sociale, alla sanità, alla scuola, e ci privano di gas a prezzi sostenibili, portando a bollette energetiche sempre più pesanti, a un costo della vita sempre più insopportabile, alla chiusura di fabbriche e aziende, a licenziamenti e povertà.
Per questo, come Partito Comunista di Unità Popolare, ripetiamo con forza che è necessario rompere la gabbia della compatibilità e del consenso di guerra che vede sostanzialmente concordi la destra e il centrosinistra: per una prospettiva di neutralità attiva per il nostro Paese; per una decisa apertura ai Brics e al mondo multipolare; per una lotta sempre più incisiva, con il più ampio coinvolgimento di massa, contro l’Ue, contro l’Euro e contro la Nato, contro la guerra e per la pace vera, con giustizia sociale e centralità delle lavoratrici e dei lavoratori.
