Tutti i Paesi votino a favore della risoluzione di Cuba alle Nazioni Unite per l’immediata cessazione del bloqueo criminale e genocida.

È in agenda il prossimo 28 ottobre il voto in Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla risoluzione proposta da Cuba, come ogni anno da 33 anni a questa parte, sulla “Necessità di porre fine all’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba”, inserita in agenda dei lavori dell’organismo plenario delle Nazioni Unite come bozza di risoluzione A/81/L.5 registrata in data 5 ottobre 2026.
La risoluzione, ormai una costante dei lavori della plenaria dell’Assemblea Generale, esprime preoccupazione, in particolare, “per la continua promulgazione e applicazione da parte degli Stati di leggi e regolamenti, come quello promulgato il 12 marzo 1996 noto come “Legge Helms-Burton”, i cui effetti extraterritoriali incidono sulla sovranità di altri Stati, sugli interessi legittimi di entità o persone soggette alla loro giurisdizione e sulla libertà di commercio e di navigazione” configurando, per questa via, non una singola violazione, ma un insieme di continuative e simultanee violazioni del diritto internazionale, del diritto internazionale dei diritti umani e, in ultima istanza, della Carta delle Nazioni Unite; e prende atto, con una formula al tempo stesso poderosa e sintetica, “delle dichiarazioni e risoluzioni dei più diversi forum intergovernativi, organismi e governi che esprimono il rifiuto da parte della comunità internazionale e dell’opinione pubblica della promulgazione e applicazione di misure” di tal fatta, atte a configurare simili e spaventose violazioni del diritto internazionale.
Di quali violazioni stiamo parlando, vale a dire di quali siano le ragioni materiali che sono alla base della presentazione della risoluzione da parte di Cuba, è ampiamente, con dovizia di dettagli e riferimenti, illustrato nel «Rapporto di Cuba sulle ripercussioni del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti», vale a dire nella relazione periodica, di carattere analitico, con cui, anno dopo anno, sono aggiornati cifre e dati circa la portata e l’impatto del bloqueo criminale ai danni dell’Isola ed è fornita una panoramica di cosa significhi e cosa comporti l’aggressione degli Stati Uniti contro la libertà, l’autodeterminazione e i diritti umani del popolo di Cuba. Se è vero che la risoluzione contro il bloqueo è presentata da Cuba ogni anno ormai da 33 anni a questa parte, è altrettanto vero che la strategia che sovrintende al bloqueo non è una misura degli ultimi anni, ma una strategia criminale di lungo corso, inaugurata nel 1960 con il memorandum interno dell’allora sottosegretario di Stato, Lester Mallory: una costante, anno dopo anno più pesante e asfissiante, azione di attacco diretto contro la popolazione cubana, e che configura un vero e proprio genocidio, che pure si fa ancora troppa fatica a riconoscere come tale, e che va avanti da 66 anni a questa parte.
La relazione analitica mostra in maniera inequivocabile la portata di tale genocidio. Solo tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026, l’insieme delle misure coercitive unilaterali, del tutto criminali e arbitrarie, e delle restrizioni imposte da Washington ha causato all’isola danni per oltre 8 miliardi di dollari, una cifra record, superiore del 7% rispetto a quella riportata nel rapporto precedente 2024-2025. I danni accumulati dall’entrata in vigore di tale politica di blocco e di asfissia economica ammontano a quasi 180 miliardi di dollari a prezzi correnti, il 4.7% in più rispetto a quanto riportato nel rapporto precedente, il che fa capire la dinamica di aggravamento e di appesantimento di queste misure criminali contro tutti gli ambiti della vita di Cuba.
Le conseguenze, a Cuba, sono immediatamente visibili: la realtà di Cuba, oggi, è una realtà segnata da lunghi mesi con appena tre ore al giorno di elettricità, se non meno; generi alimentari persi a causa dei blackout e della mancanza di elettricità; rifornimenti e approvvigionamenti che non possono giungere a destinazione per mancanza di carburante; trasporti e mobilità resi difficilissimi dalla carenza di benzina e di pezzi di ricambio; attività produttive e commerciali sempre più difficili e sotto pressione; studenti e studentesse che fanno i compiti al buio; lavoratori e lavoratrici che faticano a raggiungere, come possono, il posto di lavoro; ospedali che non possono operare; giovani penalizzati dalla mancanza di connettività; anziani che rimangono senza radio e tv, e che non possono essere trasportati, ove necessario, per i servizi di assistenza e di riabilitazione.
E con tutto questo la solidarietà – e l’impegno – di Cuba per i popoli del mondo non è mai venuta meno: in questo momento sono ca. 20.000 i medici e gli operatori sanitari cubani impegnati all’estero in circa 56 Paesi di tutto il mondo, in America Latina, Africa, Asia, e nella ricca Europa. Qui in Italia, in Calabria, sono attivi 400 medici cubani che lavorano negli ospedali calabresi per coprire carenze croniche di personale, per impedire, letteralmente, in uno Stato del G7 quale l’Italia, il collasso del sistema sanitario in un’intera regione.
Si voterà dunque, il 28 ottobre, in Assemblea Generale, come ogni anno dal 1992 in avanti (con l’unica eccezione nel 2020 a causa del covid), la risoluzione che condanna l’impatto del bloqueo e lo respinge come flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto e della giustizia internazionale. La quasi totalità dei Paesi del mondo, l’umanità intera, si schiera, sempre, contro il bloqueo. Tranne, ogni anno, pochissimi Stati: per ricorrere a ben note definizioni giornalistiche, “Stati canaglia”, come gli Stati Uniti, Israele, e qualche loro occasionale seguace; o “Stati falliti”, sostanzialmente al comando del diktat statunitense. Israele è l’unico paese che si unisce regolarmente agli Stati Uniti nel votare contro la risoluzione. Tra gli altri paesi che in passato hanno votato contro figurano la Romania nel 1992, l’Albania e il Paraguay nel 1993, l’Uzbekistan dal 1995 al 1997, le Isole Marshall dal 2000 al 2007, Palau dal 2004 al 2009 e poi una volta nel 2012, il Brasile di Bolsonaro nel 2019. Nel 2024, 187 paesi hanno votato a favore della risoluzione, con i soli Stati Uniti e Israele contrari e la Moldavia astenuta. Nel 2025, cinque paesi si sono uniti a Stati Uniti e Israele nel votare contro la risoluzione: l’Argentina di Milei, il Paraguay, l’Ungheria di Orban, la N. Macedonia e l’Ucraina di Zelensky. Un panorama più che chiaro, come si vede, che rende ancora più grande e degna la battaglia di Cuba per la giustizia e per l’umanità.
Votare contro il bloqueo e a sostegno della risoluzione annuale presentata da Cuba è, per qualunque Stato del mondo, un elementare atto, prima ancora che di diritto e di giustizia internazionale, di libertà e di dignità.
Riferimenti:
Risoluzione “Necessity of ending the economic, commercial and financial embargo imposed by the United States of America against Cuba”, A/81/L.5, 2026: https://docs.un.org/en/A/81/L.5.
Rapporto di Cuba sulle ripercussioni del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti, “Granma”, 19 ottobre 2026: https://www.granma.cu/cuba/2026-10-19/disponible-para-descargar-el-informe-de-cuba-sobre-el-bloqueo-que-se-presenta-ante-la-onu-19-10-2026-14-10-59.
Cuba denuncia «genocidio silencioso» del bloqueo de EE. UU., “Granma”, 9 ottobre 2026: https://www.granma.cu/mundo/2026-10-09/cuba-denuncia-genocidio-silencioso-del-bloqueo-de-ee-uu-en-el-seminario-internacional-del-pt-en-mexico-09-10-2026-16-10-26.
