Il popolo islandese dice no, una nuova sconfitta per l’Unione Europea

A cura del Dipartimento Esteri PCUP

Il popolo islandese ha detto No all’Unione Europea, votando contro la ripresa dei negoziati per l’adesione alla UE, e segnalando con chiarezza, con la mobilitazione e il voto, che l’adesione alla UE avrebbe rappresentato per l’Islanda un rischio economico di portata strategica, per la sua agricoltura e, soprattutto, per la sua pesca, per la sua economia marittima, per la sua identità e per la sua sovranità. 

Quasi il 53% dei cittadini e delle cittadine islandesi ha respinto la proposta del governo di centrosinistra, un tradizionale centrosinistra moderato e liberale, europeista e atlantico, di riaprire i negoziati di adesione, e solo il 47% della popolazione si è espresso a favore.

La giusta preoccupazione del popolo  islandese per la potenziale perdita di controllo e di sovranità sul proprio settore della pesca, sulla propria più complessiva economia marittima e sulla propria stessa, specifica, identità nazionale ha prevalso, e il No ha vinto.

Si tratta di una sconfitta strategica per l’Unione Europea e di un segnale politico importante per l’Islanda, intrecciando, tale risultato, due fondamentali questioni politiche, la difesa della propria economia e del proprio apparato produttivo e la questione storica dell’autogoverno, quest’ultima a sua volta legata al controllo sulle risorse naturali, sul mare e sulla pesca.

La quota della pesca nell’economia islandese nel suo complesso, peraltro, è diminuita nel corso dei decenni, e anche questo è fonte di preoccupazione per la popolazione del Paese. I prodotti ittici hanno rappresentato il 47% delle esportazioni tra il 2025 e il 2026, e tuttavia la produzione si è dimezzata nel corso degli ultimi trent’anni, passando da 2.2 milioni di tonnellate nel 1997 a 1.1 milioni di tonnellate nel 2024; inoltre, agricoltura, silvicoltura e pesca contribuivano a più del 9% del prodotto interno lordo islandese nel 1995, una quota che si è ridotta a meno del 4% nel 2025.

L’Islanda ha una serie di specifiche peculiarità nazionali. Membro fondatore e alleato chiave della Nato, soprattutto per via della posizione geostrategica (a cavallo del corridoio navale tra Groenlandia e Gran Bretagna che collega l’Artico all’Atlantico), è l’unico Paese Nato (e uno dei pochi al mondo) a non disporre di proprie forze armate. Non facendo parte dell’Unione Europea, è tuttavia membro dello Spazio economico europeo e dello Spazio Schengen. Con il suo No al referendum europeista, il popolo islandese ha così espresso un chiaro segnale a difesa della propria economia, della propria sovranità, della propria indipendenza.

Come Partito Comunista di Unità Popolare, salutiamo dunque il risultato del NO al referendum islandese, una nuova sconfitta strategica per l’Unione Europea, e ribadiamo il nostro impegno perché anche in Italia si apra una grande stagione di mobilitazione e di lotta, contro l’Unione Europea, per la chiusura delle basi Usa e Nato in Italia, per l’uscita dell’Italia dalla Nato, dall’UE e dall’euro, per la ripresa delle relazioni con la Federazione russa e il consolidamento delle relazioni con la Repubblica popolare cinese, per una politica di avvicinamento strategico alle piattaforme dei Brics e del mondo multipolare, per un futuro di pace con democrazia autentica e giustizia sociale, di cooperazione paritaria e amicizia tra i popoli.

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