di Giulia Siedina, PCUP Milano.

Lunedì 15 giugno, nella storica cooperativa milanese “Aurora”, con un pubblico straripante che, occupata tutta la sala, è costretto, per buona parte, ad assistere in piedi all’evento, si è tenuta la presentazione di “C’era una volta l’URSS”, il nuovo romanzo della slavista e docente universitaria Laura Salmon, edito da Sandro Teti. Alla serata hanno partecipato Moni Ovadia e, in rappresentanza del Partito Comunista di Unità Popolare, Alessandro Pascale e Fosco Giannini.
«Senza una visione chiara del passato, non c’è futuro»
Apre il dibattito Alessandro Pascale, che invita a fare i conti con il revisionismo storico: «Se non c’è una visione chiara del passato, non possiamo costruire un futuro». Secondo Pascale, occorre riconoscere la grandezza della storia sovietica senza nasconderne i limiti, ma ricordandone in primo luogo i grandissimi meriti. Un sistema, quello dell’URSS, che i detrattori definiscono totalitario, ma che è stato capace di eliminare disoccupazione e fame attraverso la collettivizzazione delle terre, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la pianificazione economica. L’URSS ha sostenuto il sacrificio maggiore nella sconfitta del nazismo – 27 milioni di morti nella seconda guerra mondiale – e ha raggiunto per la prima volta traguardi sociali straordinari, come la giornata lavorativa di 8 ore, la pensione a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, il congedo di maternità di 20 mesi e la malattia pagata al cento per cento. Senza dimenticare l’aumento straordinario dell’aspettativa di vita, il primo trapianto di organi, la campagna mondiale contro il vaiolo e l’alfabetizzazione di massa. Memorabile, a questo proposito, la frase attribuita a Churchill su Josif Stalin: «Ha trovato la Russia che lavorava la terra con aratri di legno e la lascia padrona della pila atomica». L’Unione Sovietica mandò il primo uomo nello spazio, ma anche la prima donna, Valentina Tereškòva, riconoscendo molto prima di altri Paesi la parità di diritti tra uomo e donna.
Un libro di narrativa, non un pamphlet
“C’era una volta l’URSS”, spiega l’autrice, Laura Salmon, è un romanzo, scritto con tecnica letteraria e senza intento politico. È il racconto degli anni Ottanta vissuti in prima persona, quasi un debito da restituire a un Paese che è stato la ragione della sua vita e al quale è grata per averla resa una persona migliore. Nel romanzo si cerca di svelare al lettore l’essenza più profonda dell’anima russa, sfatare i luoghi comuni, restituire l’immagine autentica di un Paese, a fronte di un’immagine spesso deformata da stereotipi e pregiudizi. Sullo sfondo, gli anni della stagnazione brežneviana fino alla disgregazione dell’URSS e al tradimento di Gorbačëv, vissuti dall’autrice e dal marito come un lutto. Solo nelle pagine finali del romanzo affiora il presente, con la speranza che la ricchezza della cultura russa, vero faro di civiltà, resista sempre all’azione distruttiva della malevola propaganda occidentale.
L’anima russa, tra poesia e idraulici che recitano versi
Dal racconto emerge lo spirito del popolo russo, per il quale poesia e letteratura hanno spesso contato più dei beni materiali. Un idraulico venuto a cambiare un tubo rotto conosce a memoria migliaia di versi. Una pescivendola regala una scatola di pregiati granchi Čatka del Pacifico in cambio di un libro introvabile. Nel tentativo di spiegare la profondità dell’anima russa la Salmon richiama il concetto di sòvest’, la “coscienza morale”. Quella stessa che spinge Nataša Rostòva in “Guerra e pace” a sbarazzarsi dei beni di famiglia per accogliere sui carri i feriti della battaglia di Borodinò, generando nella madre un senso di vergogna per non aver avuto lo stesso slancio. Un senso morale che l’Occidente sembra aver smarrito.
Moni Ovadia: «L’Armata Rossa mi ha salvato la vita»
Emozionante l’intervento di Moni Ovadia, che si definisce “teatrante” e attivista per i diritti e la giustizia sociale. Comunista dall’età di 14 anni, grazie alla lettura del Manifesto di Marx ed Engels, ne ricorda i princìpi: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Nato in Bulgaria nel 1946, Moni Ovadia confessa un debito di gratitudine inestinguibile verso l’Armata Rossa, alla quale deve la vita. Fu l’URSS, ricorda, a sconfiggere il nazismo, vanificando i tentativi anglosassoni di stipulare una pace separata con Hitler. Né l’aggressione nazista né l’illusione americana di distruggere l’URSS con El’tsin hanno scalfito l’anima profonda della Russia e la sua integrità nazionale.
Odessa, Babel’ e le canzoni dei banditi
Moni Ovadia, figlio di ebrei levantini, sente un legame fortissimo con Odessa, che considera quasi la propria patria. Quella «Napoli russo-ebraica», colorata e ribelle, dove la malavita produsse il leggendario Miša Japònčik, che con i suoi banditi si aggregò all’Armata Rossa e, sconfitti i Bianchi, chiese in cambio al commissario bolscevico il permesso di saccheggiare la città… ma a quel punto venne eliminato. La Russia, per Moni Ovadia, è anche questo: Isaak Babel’ e i suoi “Racconti di Odessa”, le blatnye pesni, canzoni della malavita, e il cantante Leonìd Utjòsov, nato a Odessa e amico di Japònčik.
Il «Lago dei cigni» vietato e la guerra fratricida
Ovadia racconta un episodio paradossale: quando fu sovraintendente del Teatro Carlo Abbado di Ferrara, a una compagnia ucraina fu vietato di mettere in scena il Lago dei cigni perché considerato “opera di propaganda filorussa”. Eppure, tutti gli artisti ucraini con cui lavorava parlavano tra loro solo russo. Tutti erano legati all’Unione Sovietica. Prima si sentivano parte di un progetto, ora si sentivano a loro dire come “criceti in gabbia”. La verità è che questa guerra fratricida è il frutto della perversione, del sadismo e degli intrighi degli Stati Uniti, che l’hanno fomentata e la alimentano con bugie, propaganda e menzogne.
La Russia che amiamo, e che ci ama
Moni Ovadia ricorda il Forum Internazionale delle Culture di San Pietroburgo del 2023, un evento impeccabile con oltre 60 nazioni, e sottolinea l’affetto dei Russi per gli Italiani. Cantanti come Albano, Pupo e Toto Cutugno sono ancora oggi adorati in Russia. Per smentire la calunnia di un supposto “antisemitismo sovietico”, Moni Ovadia ricorda come gli Ebrei siano stati parte integrante del Paese fin dalle costituzioni del 1918 e del 1936, che per la prima volta dichiararono l’antisemitismo reato penale, e come sotto Stalin molti Ebrei fossero ai vertici dello Stato, e persino dei servizi segreti. E se è vero che dopo il 1949 Stalin avviò una campagna antisemita, nel 1948 aveva sostenuto la nascita di Israele. «Noi Europei – conclude – abbiamo un debito enorme verso la Russia. È dall’unione con questo Paese che dipende il nostro futuro».
Un memoir di ampio respiro
Prende poi la parola Fosco Giannini, segretario del Partito Comunista di Unità Popolare. Giannini sottolinea il valore centrale del lavoro, e ritrova nel romanzo di Laura Salmon un’eco de “Il Comunista” di Guido Morselli, per lo stile vivo, lontano dalla retorica, e per la potenza evocativa dei temi di carattere politico, sociale, teorico. Nel romanzo di Morselli, pubblicato postumo nel 1976, l’operaio Ferrarini affronta le contraddizioni interne al PCI sul tema del lavoro, e propone di affiancare alla “liberazione del lavoro” la “liberazione dal lavoro”. Il libro della Salmon è un memoir, un ricordo dell’Unione Sovietica, che attraverso la letteratura, e senza scadere nel dogmatismo di un pamphlet, rievoca momenti importanti della storia del Comunismo. La potenza evocativa del suo messaggio sotterraneo è fortissima e, come scrive Jakobson nel suo “Farsi e disfarsi del linguaggio”, essa risiede tra le pieghe del non detto e nella struttura invisibile del discorso. Richiamando Lukacs, Giannini osserva che il libro della Salmon esce dalla pura biografia per raccontare un mutamento ontologico, il formarsi nel popolo sovietico – per opera dell’assunto filosofico di fondo per il quale è la Legge che crea la Morale, la Legge intesa, nel caso della Morale popolare sovietica, come potere comunista, il potere dell’Ottobre – di un senso comune rivoluzionario di massa, e descrive come questo senso comune si degrada infine al tempo di Gorbačev. È rievocata la fase di stagnazione brežneviana, ma anche i tentativi di Andropov di rilanciare l’URSS recuperando elementi della NEP leniniana. Oggi, dice Giannini, è la Repubblica Popolare Cinese a rappresentare il fronte antimperialista che pone il mercato in funzione del socialismo.
Russofobia antica ed Europa senza futuro
La russofobia, prosegue Giannini, è un fenomeno antico. Napoleone usò il falso testamento di Pietro il Grande per giustificare la campagna di Russia, Hitler inventò l’asse giudaico-comunista per attaccare l’URSS. Oggi l’Unione Europea, un progetto liberista nato per spartirsi le ricchezze dell’URSS e invadere tutti gli infiniti mercati post sovietici e post socialismo concretizzato dell’Est Europa dopo la loro dissoluzione, si prepara al riarmo e alla guerra contro Russia, usando l’Ucraina come Napoleone utilizzava il falso documento di Pietro il Grande (dove si diceva – ma, appunto, era un testo falso – che la Russia si preparava ad occupare l’Europa) come pretesto per una guerra alimentata dalla propaganda e funzionale a fornire all’Unione Europea un’identità storica mancante, un’identità che l’UE vuol darsi proprio attraverso il riarmo e la guerra contro Mosca.
«Mangiavate i bambini?»
Laura Salmon chiude la serata con un aneddoto degli anni in cui insegnava all’università di Genova. Tra i suoi studenti c’era un giovane pietroburghese che parlava perfettamente l’italiano e si era iscritto al corso di russo come lingua straniera. Durante una lezione gli fu chiesto di rispondere alle curiosità dei compagni. I compagni chiesero: “E’ vero che in Russia mangiavate i bambini?”, al che lo studente rispose con prontezza di spirito e ironia: “Perché mangiavate? Li mangiamo ancora!”.
