“La storia è tornata, e non ci chiede il permesso” Pubblichiamo l’intervento di Giorgio Brera al Convegno sull’imperialismo organizzato dalla Rete dei Comunisti a Roma gli scorsi 9 e 10 maggio

di Giorgio Brera Partito Comunista di Unità Popolare Milano

Care compagne, care compagni, e a tutti coloro che in questa sala riconoscono l’urgenza di capire il mondo per poterlo cambiare grazie di essere presenti.

Non sono qui per portare un saluto formale. Non sono qui per ripetere formule già sentite o per recitare un catechismo ideologico.

Sono qui perché, in anni difficili – anni di traversata nel deserto, di smarrimento, di divisioni, di isolamento – c’è chi ha scelto di non arrendersi. C’è chi ha tenuto insieme i fili quando tutto sembrava sfilacciarsi. E la Rete dei Comunisti, devo riconoscerlo, è stata tra questi. Ha esposto analisi precise, ha cercato di tenere assieme ciò che altri hanno lasciato sbriciolare, in una fase in cui anche solo definirsi comunisti sembrava un atto di resistenza.

Giorgio Brera

E questo, compagni, non è poco.

Perché oggi non siamo qui per celebrare una memoria. Non siamo qui per accenderci un cerino sulla tomba del Novecento.

Siamo qui per assumerci una responsabilità storica.

1. La storia è tornata – e non ci chiede il permesso.

Permettetemi di partire da una constatazione che, per noi marxisti, dovrebbe essere ovvia, eppure in questi decenni l’hanno tentato di farci dimenticare.

Per trent’anni ci hanno raccontato una favola. Ci hanno detto che il mercato avrebbe risolto tutto. Che il conflitto di classe era un residuo arcaico. Che l’unico modello possibile era la democrazia liberale e l’economia di mercato. Francis Fukuyama, con la sua arroganza accademica, ci ha regalato la teoria della “fine della storia”.

Ebbene, compagni, la storia è tornata. Ed è tornata con violenza. È tornata con la guerra alle porte dell’Europa. È tornata con la crisi energetica, con la frammentazione dell’economia mondiale, con la competizione tra potenze, con il rischio concreto di un conflitto su larga scala.

Perché il capitalismo globale ha raggiunto un limite. Non riesce più a crescere come prima. Non riesce più a espandersi con i soli strumenti economici. Ha saturato gli spazi di accumulazione, come ci aveva insegnato Rosa Luxemburg: il capitale ha bisogno di espandersi continuamente in territori non capitalistici per sopravvivere, ma quando questi territori finiscono, inizia la guerra per spartirsi le spoglie.

E allora cosa fa il sistema? Passa a un’altra fase. Non più liberista. Predatoria.

Quando il profitto non basta più, arriva la forza. Quando il mercato si inceppa, arriva l’esproprio diretto. Quando la competizione economica non basta più, arriva lo strumento militare. È quella che il grande studioso marxista David Harvey ha definito “accumulazione per esproprio”.

2. Imperialismo e guerra: una relazione necessaria.

Compagni, dobbiamo dirlo con chiarezza, senza giri di parole retoriche. La guerra non è un incidente. Non è un errore di comunicazione. Non è la conseguenza di un leader particolarmente aggressivo.

La guerra è una necessità strutturale del capitalismo nella sua fase imperialista.

Lenin, nel suo Imperialismo, fase suprema del capitalismo, ce lo ha spiegato cento anni fa: quando il capitalismo diventa monopolistico, quando il capitale finanziario si fonde con quello industriale, quando le grandi potenze si sono già divise il mondo, la competizione non può più essere risolta pacificamente. Lo scontro diventa inevitabile.

E oggi siamo dentro questa fase. Non agli inizi, non a metà. Siamo dentro la fase acuta, quella in cui le contraddizioni esplodono.

Guardiamo in faccia la realtà.

3. Gli Stati Uniti: non più egemoni, ma dominanti e disperati.

Gli Stati Uniti non sono più l’egemone assoluto che erano negli anni Novanta, dopo il crollo dell’URSS. Non possono più dettare legge unilateralmente. Il fallimento in Afghanistan, la difficoltà nel contenere la Cina, la crisi interna del sistema politico – tutto questo è sotto gli occhi di tutti.

Ma attenzione: non sono in ritirata. Restano la potenza dominante. E quando una potenza dominante percepisce la perdita del proprio controllo, quando vede emergere altri soggetti imperialisti o concorrenti – dall’Unione Europea alla Cina – non arretra. Non chiede scusa. Attacca.

Il risultato è sotto i nostri occhi:

  • escalation militare sui confini orientali dell’Europa,
  • tensioni permanenti nel Mar Cinese Meridionale,
  • guerra commerciale e tecnologica,
  • dottrine strategiche che prevedono l’uso preventivo della forza,
  • riarmo generale in tutti i paesi della NATO.

E qui, compagni, dobbiamo essere lucidi. L’imperialismo americano porta necessariamente alla guerra. Non perché i suoi governanti siano malvagi per natura – la psicologia dei singoli conta fino a un certo punto – ma perché la sua struttura economica, basata sui monopoli e sul capitale finanziario, non può sopravvivere senza una continua espansione. E quando l’espansione è bloccata dalla presenza di altri poli di potere, il ricorso alla violenza organizzata diventa l’opzione di default.

4. Un problema che viene da lontano – e che non abbiamo risolto.

E qui voglio fare un passaggio che per me è importante.

Non è la prima volta che ci troviamo davanti a questa scelta. Non è la prima volta che il nostro paese viene spinto verso un blocco militare, con la promessa di aiuti economici, di protezione, di appartenenza al mondo civile.

Nel marzo del 1948, a Milano, nel commemorare i 100 anni delle 5 giornate di Milano in un discorso del Fronte Democratico Popolare, si diceva una cosa semplicissima ma potentissima. Si diceva: “Per l’Italia aderire al blocco occidentale significherebbe che la terza guerra si combatterebbe nella Valle Padana, i nostri porti diventerebbero depositi e bersaglio di bombe, la nostra gioventù servirebbe da carne da macello per una guerra di interessi stranieri.”

Compagni, quelle parole non sono invecchiate. Sono diventate più attuali.

Oggi non si chiama più Patto Atlantico del 1949. Oggi si chiama NATO, si chiama Unione Europea dei trattati neoliberali, si chiama Fiscal Compact, si chiama ricatto del debito, si chiama dipendenza energetica e militare. Ma la sostanza è identica:

  • basi militari straniere sul nostro territorio,
  • vincoli alla sovranità nazionale,
  • decisioni economiche e strategiche prese altrove,
  • e il rischio concreto che il nostro paese diventi, ancora una volta, il campo di battaglia di potenze che non rappresentano gli interessi del nostro popolo.

Il problema è lo stesso del 1948. Solo più grande. Solo più pericoloso. Perché oggi le guerre si combattono con droni, con intelligenza artificiale, con armi ipersoniche – ma i morti sono sempre dalla stessa parte: quella dei lavoratori, dei poveri, dei popoli.

5. La neutralità: una scelta attiva, non un lavarsi le mani.

Per questo, compagni, dobbiamo essere chiari. Molto chiari.

La neutralità non significa stare fermi. Non significa lavarsene le mani. Non significa equidistanza astratta, come se tutte le potenze fossero uguali e come se non ci fosse differenza tra un’aggressione e una difesa.

La neutralità che noi proponiamo è una scelta politica attiva. Significa:

  • rifiutare di essere trascinati in guerre che non sono le nostre,
  • rompere la subordinazione atlantica,
  • dire no all’invio di armi,
  • dire no alla logica dei due blocchi,
  • ricostruire uno spazio di autonomia strategica.

Ma la neutralità attiva significa anche guardare a sud e a est.

Significa lavorare concretamente per l’adesione dell’Italia ai BRICS – non come un gesto simbolico, ma come una necessità economica per rompere il monopolio del dollaro e del sistema di pagamento controllato dagli Stati Uniti. Non siamo ingenui: nessun paese può vivere autarchico. Ma può scegliere con chi allearsi economicamente.

E significa costruire uno spazio economico mediterraneo. Un’area di cooperazione dalla sponda nord a quella sud del Mediterraneo, che non sia predazione coloniale, ma sviluppo reciproco. Perché il destino dell’Italia non è solo in Europa. Il nostro destino è legato a doppio filo a quello del Nord Africa, del Medio Oriente, dei Balcani. E se sono queste le nostre rotte naturali, perché continuiamo a comportarci come se fossimo una provincia americana?

La nostra neutralità è il primo passo per non diventare, ancora una volta, il campo di battaglia degli imperialismi altrui. E questa, compagni, non è una posizione pacifista ingenua. È una posizione di classe.

6. Lo spettro che davvero li spaventa: il socialismo cinese

E qui arriviamo a un punto che le classi dirigenti occidentali non vogliono farci pronunciare. Ma noi lo pronunciamo.

Il nostro Segretario Fosco Giannini ha usato un’espressione che è impressa nella mia mente: “Uno spettro si aggira per l’Europa e per gli Usa: lo spettro del socialismo cinese.”

Ecco cosa li terrorizza. Non i missili russi. Non le esercitazioni navali. Non le dichiarazioni dei leader cinesi.

Li terrorizza il fatto che esista, nel mondo, un modello alternativo. Un modello in cui lo Stato dirige l’economia, il mercato è subordinato, il profitto non è l’unico obiettivo. Un modello in cui il Partito Comunista – con i suoi 90 milioni di iscritti – non è un apparato di potere fine a se stesso, ma un intellettuale collettivo che governa lo sviluppo.

Attenzione: non stiamo mitizzando la Cina. Non stiamo dicendo che è il paradiso in terra. Sappiamo bene che si tratta di un percorso complesso, con contraddizioni, con elementi di mercato che noi, come marxisti, dobbiamo analizzare criticamente. Ma una cosa è innegabile: mentre da noi si smantellava il welfare, in Cina si sperimentavano forme evolute di pianificazione ispirate agli studi di economisti come Ota Šik, Alec Nove e Maurice Dobb. Cioè a coloro che, già negli anni Sessanta e Settanta, avevano capito che il socialismo reale doveva aprirsi al mercato, ma a un mercato controllato, finalizzato ai bisogni della popolazione, non alla rendita finanziaria.

E mentre da noi si licenzia in nome dell’efficienza, in Cina i tribunali – come quello di Hangzhou nell’aprile del 2026 – stabiliscono che l’intelligenza artificiale non può essere usata per sostituire i lavoratori e ridurre i costi, ma che l’azienda ha l’obbligo di riqualificare o riassegnare i dipendenti.

Compagni, io non sono un sinofilo acritico. Ma sono un comunista. E un comunista ha il dovere di guardare la realtà con gli occhi aperti. E la realtà dice che esiste un’alternativa. Che il capitalismo occidentale non è l’unico orizzonte possibile. E che questo, proprio questo, è il motivo per cui le nostre classi dirigenti hanno paura.

7. La tecnologia non è neutrale: l’Intelligenza Artificiale come terreno di lotta

E qui, compagni, devo dire una cosa che potrebbe sembrare eretica, ma che è profondamente marxista.

Ci parlano dell’Intelligenza Artificiale come di una rivoluzione assoluta, come di una frattura epocale nella storia dell’umanità. “L’IA cambierà tutto”, ci ripetono. “Il lavoro come lo conosciamo è destinato a scomparire”.

Ebbene, teniamo i piedi per terra.

Quando è apparso il computer, lo chiamavano cervello elettronico. Prima ancora, Norbert Wiener ci parlava di cibernetica. Il principio di fondo – la sostituzione del lavoro meccanico, e poi cognitivo, con macchine – è lo stesso che era già presente nel regolatore di vapore di James Watt. La potenza di calcolo cresce, i Large Language Models ci permettono di interagire diversamente con le macchine. Ma la sostanza sociale è la stessa: chi possiede i mezzi di produzione, oggi anche i mezzi di intelligenza artificiale, li usa per aumentare lo sfruttamento, non per liberare il lavoro.

La domanda non è se l’IA esiste o no. La domanda è: chi la controlla?

Se la controlla il capitale finanziario, l’IA servirà a licenziare, a precarizzare, a sorvegliare, a frammentare. Se è sotto controllo sociale e democratico, può liberare tempo di lavoro, ridurre l’orario, permettere una vita degna.

E qui la differenza non è teorica. In Cina, ripeto, una sentenza ha già stabilito che non si può licenziare un lavoratore sostituendolo con l’IA. Da noi, invece, l’IA viene presentata come una forza della natura davanti alla quale dobbiamo solo inchinarci e accettare la disoccupazione di massa.

Compagni, la tecnologia non è neutrale. È politica. È di classe. E noi dobbiamo lottare per il suo controllo democratico.

8. Le illusioni della moneta: perché la MMT non basta

Prima di procedere, compagni, una breve parentesi teorica. Perché in una platea come questa, non possiamo permetterci superficialità.

Negli ultimi anni, alcuni economisti di sinistra – specialmente americani, neo o post-keynesiani – si sono entusiasmati per la Modern Monetary Theory. Hanno riscoperto ciò che i circuitisti come Augusto Graziani e Riccardo Realfonzo ci hanno insegnato da decenni: la moneta è endogena, creata dal credito, lo Stato sovrano non può fallire nella propria valuta.

Ebbene, compagni, attenzione. La MMT è un’infatuazione pericolosa. Perché se fosse vera – se bastasse emettere moneta per essere ricchi – allora l’Unione Sovietica, l’Albania di Enver Hoxha, la Corea del Nord sarebbero stati i paesi più prosperi del mondo. E sappiamo bene che non è così.

Perché? Perché la moneta vale solo per ciò che si può comprare con essa. Se devi importare energia, materie prime, tecnologia – e se la tua moneta non è accettata sui mercati internazionali – non basta stamparla: devi produrre qualcosa di competitivo o avere valuta estera.

La lezione della RDT, magistralmente analizzata da Vladimiro Giacché in Anschluss, è decisiva: l’unione monetaria forzata con la Germania Ovest non fu un atto di solidarietà, ma un’annessione che ha distrutto l’economia della Germania Est in pochi mesi. Un cambio imposto di 1:1 quando il tasso reale era di 4,44 a 1. Un apprezzamento forzato della valuta del 350-450% in una notte. Un crollo delle esportazioni del 56% in due anni. La distruzione di 4 milioni di posti di lavoro.

E oggi lo stesso meccanismo – apprezzamento forzato della valuta per i paesi periferici, perdita di competitività, spirale del debito, austerità – si sta ripetendo con la Grecia, con l’Italia, con la Spagna all’interno dell’euro.

Per questo diciamo: no all’euro così com’è costruito. Non perché siamo sovranisti di destra. Ma perché una moneta unica senza uno Stato federale, senza una politica fiscale comune, senza un tesoro unico, senza un’industria strategica europea – una moneta unica con solo la Banca Centrale indipendente e il Fiscal Compact – non è un’unione. È una gabbia per i lavoratori. È un meccanismo di trasferimento di ricchezza dal sud al nord.

9. La coscienza di classe come problema centrale – e come nostra responsabilità

Compagni, abbiamo parlato di economia, di guerre, di moneta, di tecnologia. Ma tutto questo non basta se non affrontiamo la questione decisiva: la coscienza di classe.

György Lukács, in Storia e coscienza di classe, ci ha lasciato uno strumento insostituibile. Ha distinto la coscienza di classe reale – ciò che i lavoratori pensano oggi, frammentati, disorientati, sotto pressione – dalla coscienza di classe ascritta, cioè quella che il proletariato dovrebbe avere se comprendesse la propria posizione storica e gli interessi oggettivi della sua classe.

Il capitalismo, oggi più che mai, è una fabbrica di reificazione. Trasforma i rapporti sociali in cose, le leggi umane in leggi naturali, la storia in destino. Ha reso il lavoro una merce, la casa un investimento finanziario, la salute un costo, l’istruzione un debito.

E ha ottenuto il suo risultato più devastante: è riuscito a convincere le persone ad agire contro i propri interessi. Ha trasformato il compagno di lavoro in un concorrente. Ha fatto credere che il vicino immigrato sia il nemico, non il padrone che delocalizza. Ha fatto odiare lo Stato quando eroga servizi, e rimpiangerlo quando non ci sono più.

Questa, compagni, è la più grande vittoria ideologica del capitale. E noi dobbiamo riconoscerlo, per combatterlo.

Ecco perché il nostro compito non è solo sindacale. Non è solo elettorale. Non è solo assembleare. È pedagogico, nel senso alto del termine. Dobbiamo tornare a essere un partito di quadri, dove i compagni sono meglio preparati, studiano di più, capiscono prima.

Perché, come ci insegnava Lenin, tra i nemici del socialismo i più pericolosi sono proprio quelli che più attingono al frutto della nostra conoscenza. E i nostri avversari non hanno dimenticato questa lezione. Hanno le loro scuole, i loro think tank, i loro mezzi di comunicazione. Noi dobbiamo riconquistare la nostra capacità di analisi e di intervento.

Un partito che non studia, che non forma i suoi quadri, che non investe nell’intelligenza collettiva – non è un partito rivoluzionario. È un comitato di protesta, destinato a essere spazzato via dalla prima ondata di crisi.

10. L’unità non è un’opzione – è una necessità storica

E qui arriviamo al punto finale di questo intervento.

Compagni, la frammentazione è la nostra principale sconfitta.

Non è stata una battaglia persa. È stata una guerra persa dentro noi stessi. Mentre il capitale era unito – a livello globale, attraverso le multinazionali, le banche, le istituzioni finanziarie internazionali – noi ci siamo divisi. Abbiamo trasformato le differenze teoriche in faide personali. Abbiamo fatto della purezza ideologica un alibi per l’inerzia. Abbiamo passato più tempo a scomunicare il compagno che sbaglia che a combattere il nemico di classe.

Il Partito Comunista di Unità Popolare ha aderito con convinzione all’Appello per un Tavolo Permanente per l’Unità dei Comunisti. Non perché pensiamo che le differenze teoriche siano irrilevanti – anzi, la teoria è decisiva, e la chiarezza teorica è la nostra bussola. Ma perché abbiamo capito, sulla nostra pelle, che contro un blocco dominante compatto occorre una risposta unitaria delle forze del lavoro.

L’unità non significa fusione indistinta. Non significa cancellare le nostre identità. Significa convergenza su obiettivi storici comuni. Significa imparare a essere intolleranti all’errore, ma aperti al dialogo con l’errante. Significa smetterla di considerare l’avversario interno più pericoloso di quello di classe.

E qui voglio citare ancora una volta Lukács: il partito è il mediatore tra la coscienza reale della classe e la sua coscienza ascritta. È l’avanguardia, non perché si arroghi un diritto divino, ma perché studia di più, analizza meglio e agisce prima. Senza questa avanguardia organizzata, senza un partito che sia davvero un intellettuale collettivo, la crisi del capitalismo non produrrà automaticamente il socialismo.

Produrrà, come ci ha insegnato Rosa Luxemburg, barbarie. E la barbarie non è un’astrazione. Sono le guerre, sono le dittature, sono i campi profughi, sono gli eserciti che spostano popolazioni, sono le democrazie che si svuotano di contenuto mentre i militari e i finanzieri prendono le decisioni vere.

11. Conclusione: la salita è dura – ma siamo in cordata

Compagne e compagni, concludo.

Abbiamo conosciuto errori e sconfitte. La mia generazione, quella dei boomers, ha vissuto l’ascesa e il crollo, l’illusione e la disillusione. Abbiamo visto il socialismo reale implodere. Abbiamo visto la globalizzazione trionfare e poi implodere a sua volta. Abbiamo visto la guerra tornare dove si pensava fosse stata bandita per sempre.

Ma abbiamo anche imparato. Abbiamo imparato che senza guida pubblica l’economia diventa dominio della rendita. Abbiamo imparato che senza dinamismo produttivo la pianificazione si irrigidisce. Abbiamo imparato che il marxismo non è un catechismo di frasi sacre, ma un metodo – un metodo che unisce teoria e prassi, analisi e azione.

Oggi disponiamo di uno strumento politico. Non perfetto, non onnipotente. Ma reale. E abbiamo davanti a noi una situazione in cui la posta in gioco è altissima: la guerra, la crisi ecologica, la trasformazione tecnologica, la fine del welfare come lo abbiamo conosciuto.

La salita è dura. Nessuno di noi si illude che sia facile. Ma proprio perché la salita è dura, abbiamo bisogno di una cosa semplicissima e potentissima: tornare in cordata.

Perché da soli si cade. Insieme si sale.

E abbiamo ancora qualcosa che i nostri avversari non hanno. Abbiamo la teoria marxista – viva, sviluppabile, non dogmatica. Abbiamo l’esperienza delle sconfitte, che non è vergogna ma scuola. Abbiamo la prova vivente – nella Cina, nel Vietnam, a Cuba – che un’altra strada è possibile. Abbiamo, finalmente, un Partito Comunista di Unità Popolare che non si vergogna del proprio nome, che non chiede scusa per la propria bandiera, che non si nasconde dietro formule diplomatiche quando deve dire la verità.

Per questo, compagni, ringrazio la Rete dei Comunisti. Per questo, dico sì al Tavolo Permanente. Per questo, vi chiedo: non disperdiamoci. La storia ha ripreso le sue redini. Non possiamo limitarci a guardarla. Dobbiamo entrarci. Insieme.

Viva il socialismo! Viva l’unità dei comunisti!

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