Di Fosco Giannini
Forse non occorrerebbe fare uno spot di questo tipo, ma il cuore e la ragione ce lo chiedono: leggete il romanzo di Laura Salmon. La vostra coscienza socialista e rivoluzionaria ne uscirà rafforzata. E il piacere estremo della lettura, come per i sovietici dell’Urss, vi farà del bene.

Chi scrive propose poco tempo fa a Moni Ovadia, assumendo una prossemica da scopritore di beni altrimenti introvabili e di faro nella notte intellettuale, di leggere un romanzo di valore che lo “scopritore” aveva appena finito di leggere ed entusiasticamente proponeva all’artista Salomone Ovadia, detto Moni. Il quale, smontando alquanto il fervore dell’ingenuo proponente, così rispose: Ma quale romanzo? Quello di Laura Salmon, C’era una volta l’URSS – Storia di un grande amore? Ma Laura è una mia grande amica, ho già letto questo straordinario romanzo…”, come dire: “dovevo aspettare te per sapere ciò?”. Detto (“ma quale romanzo, quello di Laura Salmon?”) non certo col tono sarcastico che potrebbe essere evocato dalla formulazione della domanda retorica, che è di chi scrive, non di Ovadia, troppo gentile per formulare sarcasmi in occasioni come questa descritta, probabilmente per risparmiare il sarcasmo per le sue dure lotte contro il sionismo genocida del popolo palestinese e contro l’imperialismo “trumpiano” e mondiale sanguinario.
C’era una volta l’URSS – Storia di un grande amore, dunque, di Laura Salmon, Sandro Teti Editore. La biografia stessa dell’Autrice potrà fungere da un Virgilio o da una Beatrice, nel Purgatorio o nei Nove Cieli, sino all’Empireo, di Dante Alighieri.
Laura Salmon è una grande slavista italiana, professoressa ordinaria di Lingua e Letteratura Russa all’Università di Genova, traduttrice letteraria di numerosi capolavori russi e autrice di volumi e saggi accademici in varie lingue, tra i quali: Teoria della traduzione (2017); I meccanismi dell’umorismo. Dalla teoria pirandelliana all’opera di Sergej Dovlatov (2018); Se son rose sfioriranno (Aforismi, 2020); il saggio narrativo Tennis batte Cartesio. Sull’arte del diletto e la rivincita esistenziale e,come poi è scritto nella quarta di copertina del romanzo che stiamo presentando, “Scrive poesie, per ora inedite”.
C’era una volta l’URSS- Storia di un grande amore, il romanzo che ha affascinato chi scrive e suscitato l’ammirazione di Moni Ovadia, che opera letteraria è? Innanzitutto e prioritariamente: come nel celebre verso tautologico di Gertrude Stein del poema “Sacred Emily”, del 1913 (Una rosa è una rosa è una rosa), l’opera letteraria di Laura Salmon in oggetto, seppur con alcune sue, anche vigorose, atipicità (andare controcorrente, essere filosovietica, seppure non di maniera, in questa fase occidentale particolarmente succube, sul piano ideologico, del sistema di pensiero imperialista, una posizione culturale che si fa anche stile narrativo) è un romanzo è un romanzo è un romanzo, essendo dotato, infatti, delle parti classiche del “roman”, del “novel”: la struttura narrativa in tre atti – incipit, sviluppo, conclusione – e oltre ciò delle parti strutturanti della trama – antefatto, intreccio, climax, scioglimento-.
Rimarchiamo tutto ciò, non per gusto della retorica (a basso costo), ma per indicare il fatto che l’opera della Salmon, seppur inerpicandosi su di una struttura semantica, lessicale, temporale complessa (che tuttavia, per la sua limpidezza letteraria, sfocia sempre in quella “semplicità che è difficile farsi”) rimane un romanzo, un grande romanzo, segnato da un’importante statura letteraria data anche dall’estrema verosimiglianza dei personaggi, i quali, come si dice per quelli di Dostoevskij, di Melville o di Balzac (e, in Italia, del quasi dimenticato Guido Morselli) “escono dalla pagina e ti prendono per mano”. Ed è una grande opera letteraria poiché, pur attraversando il socialismo dell’Urss e schierandosi chiaramente a suo favore, mai si riduce ad essere un pamphlet, un saggio politico mascherato, ma sempre sostiene il proprio, alto ed emozionante, registro letterario.
Partiamo dalla trama; anni ’80: una giovane studentessa italiana (partendo e ripartendo dall’Italia verso l’Urss, col cuore sempre più colmo d’amore per la grandezza letteraria e culturale russa e sovietica, della lingua russa, della profonda, storicamente e antropologicamente nuova, densità culturale e umana del popolo sovietico e della coscienza sovietica, con l’obiettivo chiaro di divenire, come accadrà, una slavista e una docente di lingua e letteratura russa) attraversa tanta parte dell’Unione Sovietica, prima, appunto, come studentessa e poi come studiosa.
Peraltro, i viaggi reiterati della Salmon rievocano un bellissimo racconto di Heinrich Böll (“Vai tropo spesso a Heidelberg”), ambientato nella Germania conformista del Secondo dopoguerra: un giovane, incrinando i rapporti con la fidanzata e la famiglia, si reca “troppo spesso” a Heidelberg, facendo sorgere in tutti gravi sospetti. Ma il motivo per cui il ragazzo va troppe volte ad Heidelberg è che in quella città si reca per riunioni comuniste, cosa, in s’è, probabilmente ben più preoccupante di un tradimento sentimentale. Tutto ciò per dire che anche Laura Salmon, rivoluzionando la propria vita, la propria concezione del mondo, “andava troppo spesso in Unione Sovietica” …
C’era una volta l’URSS è un romanzo biografico, la protagonista è la stessa Laura Salmon, che come in una sua lunga “Odissea” (più lunga del decennio di Ulisse) attraversa l’Urss, ne scopre la grandezza – e i limiti, le contraddizioni, le difficoltà – ne diviene in qualche modo consustanziale, s’innamora di Leningrado (la città dell’epica Resistenza, per 872 giorni d’assedio, dal settembre ’41 al gennaio ’44, alle armate naziste, fino alla Vittoria) sino a trovare, nella città dedicata a Lenin, l’amore della sua vita, il futuro marito, Il’ja. Un amore personale, specchio dell’amore generale per il mondo sovietico.
Da György Lukács, dalla sua opera Teoria del romanzo (1916) possiamo trarre almeno tre indicazioni sicure per la definizione del romanzo della Salmon. Innanzitutto a partire dalla concezione di Lukács del romanzo di formazione (Bildungsroman), un genere letterario, nel quale orbita stilisticamente C’era una volta l’URSS, che non scade nel soggettivismo introspettivo ma recupera la capacità di lettura della realtà storica in divenire (come nel caso di Balzac e Tolstoj, sempre per rimanere a Lukács) grazie alla contestualizzazione dell’atto personale e privato nel quadro storico in cui l’atto personale prende corpo. Esattamente ciò che fa la Salmon quando racconta sé stessa all’interno di una delle più grandi e affascinanti storie dell’intera umanità: lo sviluppo di un ordine sociale e morale nuovo, il socialismo, nell’Unione Sovietica.
Seconda questione, tra le alte, posta da Lukács ne La teoria del romanzo, è quella relativa alla “nostalgia alla Dostoevskij”, una nostalgia non sentimentale e, dunque, votata alla cecità analitica, ma nostalgia come arma decodificante del passato e del presente in relazione oggettiva al divenire storico. Una nostalgia dell’Urss, nel caso della Salmon, non come sentimento incline all’ortodossia e al dogma, l’una e l’altro rifiutati intellettualmente e lucidamente dall’Autrice, ma come rivelazione di un mondo, il socialismo, dalle immense potenzialità di trasformazione dell’umanità, dell’umano. E, come asseriva, Lukács, la nostalgia “dostoevskijana” come pulsione profonda a ricongiungersi alla totalità perduta, all’Ottobre rivoluzionario, al successivo tentativo di costruire davvero un mondo nuovo e mai visto prima, solidale ed emendato dal narcisismo, dall’individualismo e dalla legge capitalista scoperta da Marx (merce- denaro-merce, MDM) quali lati ferrigni ed oscuri dell’essere umano.
Terza questione “lukacsiana”: il romanzo può/deve essere la forma volta a rimarcare la crisi ontologica ed estetica del presente. Vedremo nel prosieguo di questa recensione come il romanzo della Salmon sia anche questo.
Vi è una questione interessante, sul terreno della critica letteraria, posta dal saggista francese Philippe Lejeune, il quale solleva la questione del “patto autobiografico” e cioè: un romanzo in cui l’autore racconta di sé, se vuol rimanere letteratura, non deve essere autobiografia tout-court, ma un sé nella storia, come appunto avviene nel romanzo “C’era una volta l’URSS”, nel quale la saldatura stilistica tra le vicende dell’Autrice e storia e contesto, si fa un tutt’uno letterario, recuperando così l’epopea di un’epoca, quella sovietica, segnata, come nelle grecità classica, dall’armonia tra umanità e mondo.
Ma veniamo al senso profondo del romanzo, alla sua operazione di testimonianza storica. Cos’è, nell’essenza, l’opera della Salmon? E’, in sintesi estrema, il racconto della concreta, avvenuta (durante l’Urss) e ancor più potenziale, bellezza del socialismo, il processo storico attraverso il quale il senso comune di massa, nel socialismo, muta, passando da coscienza primitiva narcisista a coscienza collettiva evoluta.
Per avventurarci nel romanzo della Salmon, occorre ricordare una questione centrale della teologia: è la Legge che crea la Morale, come dire: il capitalismo crea una coscienza di massa a sé subordinata e speculare; il socialismo, la Legge socialista, ne crea l’alternativa, sociale e morale. Il racconto generale dell’Urss che attraversa la Salmon è questo che ci dice.
Da cos’è strabiliata a Leningrado, a Mosca, nell’Azerbaigian, la Salmon dai residui borghesi – che pur convivono con l’innamoramento per Puškin, Čechov, Gogol’, Dostoevskij – e dal fardello occidentale che si porta sulle spalle come uno zainetto ancora colmo di pensieri e desideri effimeri e brulicanti di alloggi eleganti, vasti, confortevoli, di auto col design, di vestiti dal taglio perfetto, scarpe con il tacco, orecchini, rimmel, creme e tutto l’arsenale da make-up? È scossa nel profondo dal disinteresse sovietico di massa per tutto ciò, dall’amore sovietico, esteso sul piano di massa e popolare, per la poesia, la cultura, il teatro, la musica. Un amore ove le merci non entrano, non hanno ruolo, non innamorano di sé, e questa nuova inclinazione antropologica fa il paio con la solidarietà diffusa, dal senso del tutto- collettivo e anti narcisista, dall’amore profondo e popolare per la pace e l’uguaglianza. Per il socialismo, anche per quello sovietico, a volte visibilmente imperfetto.
Scrive la Salmon, pagina 42: “Chiunque arrivasse in Urss dall’Occidente si sentiva quasi umiliato dalla dirompente effervescenza culturale e dall’erudizione del popolo intero, senza distinzioni di rango o di potere. I sovietici, fossero comunisti convinti, o dissidenti incalliti, consideravano la cultura il massimo status symbol dell’intera società: più eri colto più eri ammirato, stimato, ambito. Nessun possesso materiale poteva reggere il confronto con l’erudizione e, soprattutto, con l’arte, che aveva assunto le funzioni che, prima della Rivoluzione d’Ottobre, erano riservate alla religione…Stupiva il virtuosismo di chi, facendo un altro mestiere, conosceva a memoria migliaia di versi russi, stupivano gli hobby di operai, camerieri, artigiani e contadini russi, tra cui si nascondeva un novero surreale di geniali artisti e studiosi…Chiamavi l’idraulico e ti recitava a memoria i simbolisti russi; la pescivendola era disposta a passarti le migliori scatolette di granchio Chatka in cambio di un libro ormai sparito dalle librerie; il vicino, impiegato in pensione, si appassionava ai teoremi matematici non dimostrati…”.
L’Autrice non fa mai dell’amore per l’Urss un paraocchi: afferma che i libri costavano così poco che un’edizione poteva sparire dal mercato in una mattinata, affermando peraltro che molte altre merci mancavano, anche alimentari: disfunzioni della produzione e della distribuzione. Ma l’Urss che emerge (ecco il Lucaks della realtà sociale illuminata, rievocata dal romanzo, come in Balzac) dal racconto della Salmon è quella del grande sentimento rivoluzionario di massa, antinazista e antifascista del popolo russo, della religione dell’uguaglianza, del socialismo e della pace.
Scrive l’Autrice in una premessa al romanzo dal titolo “Europa Europa”: “Il popolo sovietico, che ha sconfitto Hitler e salvato l’Europa dal nazismo, ha lasciato quasi ovunque – disseminati negli sconfinati luoghi della tragedia bellica- gli emblemi della sua gratitudine ai milioni di soldati e civili sovietici che hanno pagato con la vita perché tutti noi, in ogni luogo della martoriata Europa, avessimo un futuro senza Übermenschen e Untermenschen ….Oggi, mentre scrivo queste pagine, i grandi e i piccoli monumenti che i sopravvissuti hanno eretto al sacrificio sovietico vengono abbattuti dalle ruspe dell’Unione Europea…”.
L’Urss ha vissuto, come ogni altra esperienza umana politico-sociale, una propria fase critica, dalla quale tuttavia, per le potenzialità immense che il socialismo sovietico aveva in sé, poteva riprendersi e rilanciarsi. E qui non ha dubbi, la Salmon, sulle tragiche responsabilità di Gorbacëv in relazione all’autodissoluzione dell’Urss. La tesi dell’Autrice è quella ormai da tanti, nel mondo, condivisa: Gorbacëv, per ingraziarsi gli Usa e l’intero Occidente, ha svenduto l’Urss all’ideologia e alla politica dell’imperialismo, all’orrore della totalità del mercato.Ricordando, l’Autrice (pagina 237): Le argomentazioni abbondano, ma Dostoevskij, senza andare troppo per il sottile, usa proprio la metafora delle “pietre”, pronte per essere scagliate dagli europei conto chi è stato leale con loro. Aggiungendo, la Salmon: “Per anni mi sono chiesta quanto abbia dovuto vergognarsene, “Mister Gorbacëv”, quante volte si sia posto la domanda assai opportuna, Zacem? (a che scopo?). Già, che senso aveva avuto distruggere la sua patria per ritrovarsi a vivere in un castello della Baviera, ricco sfondato e senza più un’anima?”.
Il racconto dell’Autrice della fase post-sovietica, dopo l’ammainamento della gloriosa bandiera sovietica dalle cupole del Cremlino (26 dicembre 1991) è amaro: “La proverbiale cultura, dignità e magnanimità sovietica era svanita nello spazio di un mattino: metà della popolazione aveva smesso di leggere e di andare a teatro; gli immancabili elevati discorsi filosofici in cui tutti si cimentavano con passione suscitavano ora noia e fastidio; essere insegnante era la quintessenza del fallimento…”. E improvvisamente arricchirsi era diventato il motto generale. Si profilava la Russia volgare e capitalista delle oligarchie, ricchissime, ma vuote e infelici, rimarca la Salmon.
Ma, da parte dell’Autrice, nelle due ultime pagine del suo romanzo, vi è una considerazione importante: Poi, la Russia si è svegliata dal suo lungo e venefico letargo, ha deciso di difendere la propria civiltà, la propria dignità, e di restituire al mondo un’alternativa. Nessuno è così insano da pensare che possa rivivere l’Urss. Sta prendendo vita, al contrario, un nuovo percorso verso il futuro, capace di far tesoro della memoria e del passato, delle glorie e delle tragedie…”.
E’, visibilmente, la Russia di oggi, la Russia di Putin e di Ziuganov, la Russia che combatte contro il nazifascismo ucraino e si erge contro il neoimperialismo iperliberista e guerrafondaio dell’Ue, quella descritta dalla Salmon.
Forse non occorrerebbe fare uno spot di questo tipo, ma il cuore e la ragione ce lo chiedono: leggete il romanzo di Laura Salmon. La vostra coscienza socialista e rivoluzionaria ne uscirà rafforzata. E il piacere estremo della lettura, come per i sovietici dell’Urss, vi farà del bene.
