150 mila soldati solo per il “pronto combattimento”. La Nato si rafforza e punta alla guerra generale contro la Russia

F.G.

La censura e l’autocensura contraddistinguono ormai da tempo i maggiori media italiani. La cultura dominante mai come in questa fase è quella della classe dominante. Si può trovare, in questi giorni, nelle prime pagine dei grandi quotidiani italiani, la proposta del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, volta a far sì che i deputati e i senatori possano portare i loro animali domestici negli uffici parlamentari; ma la notizia, di un peso straordinario e di portata mondiale, rivelata – chiaramente per volere della Nato- dal settimanale tedesco “Welt am Sonntag” in questi giorni, si può, si deve, o censurare o relegare in 20esima pagina.

Che cosa ha rivelato il “Welt am Sonntag”? “Solamente” i documenti segreti (che, appunto, la Nato ha voluto far conoscere attraverso una velina al settimanale tedesco) attraverso i quali si viene a conoscenza delle nuove “minimum requirements capabilities” (le capacità minime) richieste ai 36 Paesi della Nato, “di fronte alla crescente minaccia russa”, di rafforzare tutti gli apparati militari. In che cosa consiste questa proposta (in verità, un ordine) di rafforzamento?

Lo hanno chiarito il generale nordamericano Christopher Cavoli e l’ammiraglio francese Pierre Vandier, i due capi militari dell’Alleanza Atlantica, attraverso un piano militare complessivo da essi inviato, già nella primavera scorsa, a tutti i governi atlantici.

Nel piano presentato, la Nato chiede ai Paesi membri di superare di gran lunga, e in tempi brevi, la soglia minima di 82 brigate di “combat ready” (pronte a combattere) considerate sufficienti prima della crisi russo-ucraina. E di portare il nuovo numero di tali brigate a 131 entro il 2031. Aumentando, cioè, di 49 brigate (da 5 mila soldati l’una) l’attuale quadro-brigate, per un aumento complessivo di 150 mila soldati da pronto combattimento.

Ma non ciò non basta: nel piano Nato fatto rivelare dal “Welt am Sonntag”, vi è anche il progetto di portare le unità della difesa antiaerea atlantica a 1.467, dalle attuali 293. E ciò perché vi sarebbe “una minaccia crescente dei missili Iskander e antinave russi collocati nell’enclave di Kaliningrad”. Portando ad una cifra 5 volte superiore all’attuale i sistemi operativi Nato, che comprendono, tra gli altri, i Patriot americani, gli Iris-T Slm tedeschi e i Samp/T italo-francesi.

Perché dati così sensibili sono stati consegnati, dalla Nato, ai media? È del tutto evidente che la minaccia contro la Russia, dal punto di vista di Washinton, deve essere resa credibile, per produrre più pressione, come è vero che la spinta alla terza guerra mondiale oggi segna di sé le stesse decisioni del fronte atlantico, degli Usa e della Nato. Lo stesso, nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte, già premier olandese, nel proprio e recente discorso di insediamento, molto ha premuto per il rafforzamento della Nato in ogni Paese atlantico.

E siamo al terzo obiettivo che la Nato ha cercato di conseguire consegnando ai media il proprio piano militare: giocare sul “pericolo russo” e richiedere un rafforzamento militare generale affinché i Paesi atlantici entrino tutti nell’ordine di idee che il 2% del Pil per le spese militari non basti più e occorre puntare ad un rialzo, per tutti, al 3%. In questa fase, peraltro, solo 23 dei 32 Paesi della Nato hanno raggiunto l’obiettivo del 2% che si era stabilito al vertice di Cardiff nel 2014, e ciò di fronte al fatto, solo in apparenza contraddittorio, che la spesa militare dei Paesi europei membri della Nato sia passata da 235 a 380 miliardi di dollari nell’ultimo decennio.

Altri, pesanti, ordini Nato si stanno abbattendo sul governo Meloni e, soprattutto, sulle condizioni di vita dei lavoratori italiani e sul welfare italiano, a cominciare dalla Sanità pubblica. La stessa guerra mondiale è sempre più verosimile. E mai come oggi dobbiamo puntare a rendere razionale, comprensibile e popolare la parola d’ordine “fuori l’Italia dalla Nato!”.

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