Di Laura Baldelli

Con la prima ministra britannica Margaret Thatcher, passando per le statunitensi segretario di stato Condoleezza Rice, Hillary Clinton e la vice-presidente Kamala Harris, fino alle nostre europee la tedesca Ursula von der Leyen presidente Commissione Europea, la francese presidente BCE Christine Lagarde, l’estone Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nella Commissione von der Leyen, la maltese Roberta Métsola presidente del Parlamento europeo, abbiamo visto cosa sono capaci di fare le donne neo-liberali e di destra ai massimi vertici politici ed economici, rivelandoci non solo una falsa emancipazione delle donne e che non è sufficiente la presenza femminile per prendere decisioni eque, assicurare la pace e la prosperità; anzi dall’alto delle loro cariche istituzionali finora hanno fatto del male a tutte le altre donne con le loro politiche guerrafondaie e neo-liberali.
Ma non basta, tre donne sono a capo delle destre neo-fasciste europee: la leader francese Marine Le Pen, la nostra presidente del consiglio Giorgia Meloni, Alice Weidel co-presidente del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, AfD, e nel mondo la premier conservatrice giapponese Sanae Takaiki.
Queste donne occupano ruoli apicali lasciati liberi dal vecchio patriarcato, capace di rinnovarsi, reinventarsi e riorganizzarsi nel nuovo patriarcato globale nel capitalismo cognitivo del potere Big Tech.
Non è un femminismo di destra, bensì una femminilizzazione della destra, che parla di un protagonismo femminile nell’esaltazione delle donne che ce l’hanno fatta da sole, dentro la retorica neo-liberale dell’ascesa individuale, una rottura del soffitto di cristallo, che rifugge la dimensione collettiva basata su principi etici, prima ancora che politici, fondati sulla giustizia sociale, l’uguaglianza, la solidarietà e soprattutto la cultura della pace, perché le signore nominate nelle loro azioni sono lontanissime dal praticare la costruzione della pace e la giustizia sociale.
I danni del culto angloamericano del selfmademan, in voga più che mai, in una società che ormai sempre più tradisce l’uguaglianza, diventa selfmadewoman nell’apologia della società del falso merito.
Il fascismo, da cui provengono le leader dei partiti dell’estrema destra europea fu contro ogni emancipazione delle donne, un’ideologia sempre impegnata nella longeva strategia della donna-madre, anche oggi rispolverata con “l’inverno demografico”, dentro una retorica familistica, mescolata a concetti etno-nazionalistici, che parlano appunto di sostituzione etnica in chiave anti-immigrazione e contro il multiculturalismo. Oggi in Italia imperversa un’agenda reazionaria sulla famiglia, i ruoli di genere e la sessualità, basta pensare al clamore e alla strumentalizzazione della “ famiglia nel bosco” e l’attacco mai sopito alla L.n°194.
Dove è andata a finire l’istanza rivoluzionaria e trasformativa del femminismo? Il femminismo è stato neutralizzato dal libero mercato del capitalismo e ridotto a realizzazione del successo personale, ad empowerment, allontanandosi dai problemi concreti di tutte le donne, delle famiglie e di tutta l’umanità.
E noi comuniste e comunisti ribadiamo che l’emancipazione delle donne senza lotta di classe non ha gambe, esattamente come blaterare di tutela ambientale senza combattere il neoliberismo, come parlare di pace senza le categorie di analisi dell’imperialismo e del neo-colonialismo.
Oggi il patriarcato è ancora un dispositivo di potere sociale e simbolico, in cui le vittime più fragili sono proprio le giovani donne, cresciute in una società in cui trionfa l’individualismo egoista, la prepotenza e il dominio di classe di alcune, piuttosto che l’aspirazione alla libertà come bene comune, nel rispetto della dignità di tutte e ciascuna.
Infatti molte donne cercano di acquisire importanza, legandosi ai valori conservatori del mondo maschile del patriarcato, da sempre connessi ai poteri economici, intraprendendo scalate che esprimono desideri e bisogni delle donne delle classi medio-alte, impegnate a rompere il soffitto di cristallo, piuttosto che impegnarsi per quelle donne in condizioni di bisogno, che ancora oggi concorrono alla produzione di profitti; ancora mezze figure, cioè come le donne e le bambine dell’800 e primo ‘900, che lavoravano più ore degli uomini con retribuzioni più che dimezzate, contribuendo al profitto e a quel progresso costruito sullo sfruttamento inaudito dei più deboli.
La questione di genere è anche e soprattutto questione di classe da sempre ed oggi più del passato, dopo l’accelerazione neo-liberale del mondo angloamericano, guidata da Ronald Reagan e Margaret Tatcher verso il resto del mondo, uniti nella lotta al comunismo internazionale e il rilancio della spesa militare: da una guerra mai dichiarata, condotta attraverso giornali, tv e cinema che ha prodotto danni catastrofici, oggi siamo di fronte a guerre dichiarate, calpestando il diritto internazionale e la volontà dei popoli.
Da tempo siamo di fronte a situazioni e fenomeni contraddittori, quasi schizofrenici, poco decodificabili: donne con un’agenda reazionaria, pronte a dimostrare con la propria esperienza di successo, l’insussistenza del modello del dominio maschile, donne leader dei partiti di destra che si propongono come modello di riferimento alle nuove generazioni, accanto alle influencer che promuovono il ritorno ai ruoli femminili tradizionali come una scelta di libertà. Una vera e propria appropriazione e distorsione del linguaggio nei significati delle parole emancipazione, diritti, libertà.
La politica della presenza, le quote rosa non hanno comportato alcuna sfida alle idee dominanti del neoliberismo: queste donne europee nei loro ruoli apicali esprimono solo il proprio successo individuale, costruito calpestando l’emancipazione collettiva.
Inoltre il protagonismo delle donne di destra è basato sulla propria femminilità tradizionale e manifestano un modello di leadership che tiene assieme l’ordine patriarcale e la valorizzazione della forza femminile…vedi le sorelle Meloni che comandano in casa e nel partito, oltre che nel paese.
Lo slogan Io sono Giorgia. Sono una donna, sono una madre, sono cristiana è davvero la sintesi dei marcatori identitari: di genere, di cultura, di valori religiosi. Giorgia Meloni, Marine Le Pen, Alice Weidel sono l’esempio di un modello di donna economicamente indipendente, lontana dai modelli di tradizionale vita familiare, anche sessualmente libere come la Weider che ha scelto di vivere con una donna.
Queste donne reazionarie, che si spacciano per emancipate, hanno occupato i luoghi e le funzioni sociali e simboliche sgombrate dal vecchio patriarcato e non hanno aperto nuovi scenari istituzionali per le altre donne, né hanno innovato i tempi e i modi di fare politica: il loro modello di emancipazione reazionaria seleziona i linguaggi e i temi femministi, senza mettere in discussione il sistema ideologico conservatore. Un’emancipazione che elude i processi collettivi di conquiste di diritti e libertà che contrastano le diseguaglianze, accentuate dalle società neo-liberali, fondate su un concetto terribile di libertà e sull’inferiorità altrui, che prevede gerarchie di genere, etnico-razziali e di classe sociale, dentro il ruolo identitario, funzionale allo sfruttamento capitalistico, in cui secolarmente le donne delle classi lavoratrici devono sostenere tutto il peso della mancanza del welfare.
Non mancano le contraddizioni di un potere anarchico, come la ministra Eugenia Roccella che combatte e vieta la maternità surrogata, dentro un governo che s’inchina a Elon Musk che genera figli bianchi del patriarcato spaziale con la maternità surrogata, proprio come Peter Theil gay e proprietario di Palantir ed anche Sam Altman proprietario di Open AI; ma anche la Le Pen che si schiera contro l’omofobia, assieme alla destra olandese a favore della causa LGBTQ+ e come A. Weidel lesbica e sposata con una donna dello Sri Lanka e leader del partito di estrema destra AfD, che hanno posizioni diverse rispetto alla Meloni. In mezzo a questi paradossi è facile disorientarsi e sembra avverarsi il mondo di Blade Runner…senza la musica di Vangelis però.
Inoltre, sempre dentro la manipolazione del linguaggio e delle parole, da tempo il termine libertà viene identificato come scelta, mentre invece sono decisioni obbligate, da parte della stragrande maggioranza delle donne, come rinunciare al lavoro, non fare figli, sobbarcarsi i lavori di cura dei familiari in difficoltà.
Si nega l’esistenza e l’influenza del patriarcato, perpetrato nei secoli come pregiudizio misogeno, perché l’occidente è considerato ormai progressista e le donne possono appunto scegliere e farsi strada liberamente, mentre l’oppressione patriarcale è solo riconosciuta dentro il mondo islamico, però quello povero della migrazione e quello demonizzato dell’Iran, colpevole di sottrarsi alla dollarizzazione, rivendicare la propria sovranità nazionale e il rispetto del diritto internazionale.
Qatar, Emirati Arabi Uniti, soprattutto Dubai e Abu Dhabi, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Oman, ovvero monarchie assolute, sultanati, emirati senza alcuna democrazia e figuriamoci diritti per le donne, godono di rispetto, semplicemente perché ricchissimi e turbo-capitalisti: bastano quindi i grattacieli e il lusso estremo per conquistarsi la patente di democrazia liberale con l’assoluta libertà di consumare:infatti in quelle regioni non viene paventata la necessità di esportarla.
Dall’altra parte la sedicente sinistra non ha mai praticato molto la parità di genere e la sig.ra Meloni segue il pensiero diffuso della sinistra nella mania delle eccellenze in tutti i settori, trascurando i bisogni collettivi, celebrando e ricordando come esempi solo le donne che hanno primeggiato nel passato e nel presente: eroine risorgimentali, scrittrici, scienziate, donne delle istituzioni, imprenditrici, artiste, ma mai quelle donne comuni protagoniste delle lotte collettive. Infatti le operaie e le contadine che furono le prime a scioperare già a fine ‘800 con insurrezioni nelle lotte contro il caro vita e lo sfruttamento nel lavoro e che solo molto dopo furono sostenute dalle camere del lavoro.
Possiamo affermare che è in corso una riconfigurazione del femminismo post-ideologico e anticonformista in chiave conservatrice, per cui è necessario mobilitarsi dentro la lotta di classe e come comuniste e comunisti dobbiamo opporci soprattutto culturalmente per smantellare il femminismo identitario, sbandierato dalla destra, affinché prevalga quello egualitario, che per noi non è solo sostenere i diritti LGBTQ+, noi siamo prioritariamente per i diritti sociali, perché senza questi non può esserci alcun altro diritto e libertà.
Ma in sintesi cosa offre la destra alle donne così da aderire al loro sistema di valori? Garantisce soluzioni di adattamento individuale: una sicurezza individuale dalle minacce esterne, soprattutto fuori di casa e dai confini nazionali, costruita sul disprezzo xenofobo verso lo straniero che migra, specie se musulmano, persuadendole ad accettare il naturale ordine di genere, ma anche quello sociale gerarchico e di classe, un neo-nazionalismo ossessionato dalla sicurezza, quasi come una crociata di civilizzazione contro la pluralità delle differenze.
A sostegno di questo femminismo di destra, dopo il convegno a Roma del 16 novembre 2024, sono stati raccolti gli atti in un libro nel 2025, L’altro femminismo. Spunti di riflessione per un nuovo percorso al femminile, per le edizioni Eclettica, curato dalle giornaliste Annalisa Terranova e Cristina Di Giorgi, che hanno raccolto in questa pubblicazione i contributi di: Simonetta Bartolini, Brunella Bolloli, Nausica Cangini, Monica Dimonte, Dounia Ettaib, Madina Fabretto, Manuela Lamberti, Francesca Notargiovanni, Germana Pigliucci, Gloria Sabatini, Alessia Serrao.
Queste donne dichiarano: “la voglia di uscire dagli schemi di un certo tipo di femminismo ideologico per dare vita ad un percorso che coinvolga tutti coloro che intendono, culturalmente e concretamente, contribuire alla conquista, per quante più donne possibile, della libertà di essere se stesse.” E dalla prefazione di Arianna Meloni si esplicita ancora di più: “Oggi quando si parla di parità di genere ci si riferisce alle donne, al loro diritto ad avere pari condizioni di partenza rispetto agli uomini. Il tema a mio avviso va inquadrato nella cornice più generale del concetto di equità: mettere tutti donne, uomini, ricchi, poveri, disabili e minoranze discriminate nella stessa identica condizione di esprimere il proprio talento, di avere la possibilità di liberare le proprie energie. Questo mi pare il presupposto principale di una società fondata sul merito. E non si tratta solo di un obiettivo di giustizia sociale ma di un grande valore aggiunto per la nostra Nazione, dove le persone possono mettere in campo il loro talento attraverso una competizione sana e rispettosa delle regole.
Detto questo non possiamo escludere dall’agenda il tema della politica per le donne, una politica che deve rivolgersi ai problemi di tutte. Abbiamo rotto il tetto di cristallo? Sì, ne abbiamo rotti tanti, ma per quante donne? Oggi abbiamo donne che guidano importanti partecipate dello Stato, abbiamo il primo ragioniere dello Stato donna, abbiamo il primo presidente della Corte di Cassazione donna, abbiamo una donna a palazzo Chigi, ma il lavoro non è finito. C’è ancora tanto da fare”.
Competizione e merito, le parole chiave abusate, travisate, mistificate nell’involuzione culturale del nostro Paese: di fatto negano l’impatto dei fattori sociali nella costruzione delle identità di genere, nel disprezzo del carattere storico, collettivo e solidale delle lotte delle donne e ritorna quel concetto terribile ed antiscientifico, baluardo del neoliberismo e delle destre a esso sottomesso, dell’irrevocabile ordine naturale, come lo fu il capitalismo è natura di Francis Fukuyama. Addirittura quello che fu il movimento femminista è diventato un capro espiatorio, ritenuto responsabile della crisi dell’istituzione famiglia bianca, eurocentrica, cristiana ed eterosessuale e come già detto dell’inverno demografico.
In pratica l’emancipazione delle lotte delle donne è il maggiore responsabile della crisi di civiltà del mondo occidentale.
A dimostrazione che queste donne di destra sono soltanto delle serve dei padroni ci sono esempi che partono da lontano perché per modificare culturalmente il pensiero è necessario muoversi per tempo; infatti nel 1991 negli Usa, post reganiani uscì un libro, Backlash, di Susan Faludi sul fallimento delle istanze femministe sul mito della liberazione sessuale, correlato di statistiche di donne laureate tornate a fare le casalinghe felici, ma anche nei romanzi e nei film le protagoniste femminili troppo libere pagavano pegno e persino Erica Jong, colei che scrisse Paura di volare nel 1973, ritrattò tutto nel 1990 con Ballata di ogni donna, sottolineando la disperazione delle donne libere.
E tornando ai nostri giorni: Donald Trump ha fatto cancellare ogni riferimento alle donne e alle questioni di genere dai documenti governativi, eliminato gli studi universitari sul women’s and gender studies, smantellando i diritti delle persone trans e l’accesso all’aborto; in Argentina Javier Milei già in campagna elettorale aveva promesso di annientare ogni movimento femminista, proprio perché avevano conquistato nuove leggi in materia di violenza sessuale e domestica.
La destra ha così messo in atto il ritorno al traditional life, con influencer sui social che imperversano ed ovviamente sono donne bianche con un passato lavorativo da classe medio-alta e che ora fanno le signore mantenute dal marito. Torna sempre il discorso di classe, dal quale mai dobbiamo distoglierci e sembra proprio che le donne possano emanciparsi ad intermittenza solo a piacimento dei poteri forti e naturalmente maschili, che oggi dominano la nuova economia di mercato del capitalismo-cognitivo, una mutazione storica definita post-umana, in cui siamo alla quarta Rivoluzione industriale delle scienze della vita come la genomica, le neuroscienze, le nanotecnologie, la robotica e naturalmente le nuove tecnologie digitali; proprietari indiscussi dei capitali cognitivi sono Elon Musk con la sua astro-politica delirante, Peter Thiel, Sam Altman con Jeff Besos, Bill Gates, Mark Zuckerberg, che hanno accumulato la più iniqua concentrazione di ricchezze mai vista fin ora. Sul piano sociale è in atto la più pericolosa crescita delle diseguaglianze, delle ingiustizie ormai strutturali, generate dall’iniqua distribuzione della ricchezza e dall’accesso alle nuove tecnologie sempre più disuguale.
Sono questi coloro che governano il mondo occidentale, ecco il nuovo patriarcato che si serve delle nuove tecnologie e distrugge il mondo, depreda l’ambiente, annullando il diritto internazionale, tornando alla brutalità del diritto del più forte e all’apologia della necessità della violenza. Le donne di desta al potere sono le loro serve, serve dei padroni, seminano ingiustizie sociali, sofferenze, distruggono e mistificano il linguaggio e la cultura, trasformando gli stili di vita.Queste donne non sono indipendenti, sono solo ausiliarie agli uomini e l’antico pregiudizio misogino del patriarcato, è ancora il collante della cultura occidentale, in cui pesano gravi responsabilità della filosofia, della religione, delle scienze.
Ma le donne sedicenti di sinistra e progressiste che abbracciano il neoliberismo, quelle che si accalorano per le donne iraniane, senza accorgersi delle nostre condizioni, che analisi intraprendono della nostra civiltà e quale alternativa propongono? Nulla è in campo, salvo tanti diritti arcobaleno per coprire quelli sociali che spariscono.
Noi invece abbiamo l’ardire di combattere la falsa idea neo-liberale di considerare il capitalismo come natura e le diseguaglianze sociali, e il concetto d’identità che la destra costruisce sulla falsa natura, intesa come consuetudine, tradizione e forza del passato, ma anche paradossalmente affiancato all’idea progresso globale di una società artificiale, proprio come l’emblema rappresentato da Dubai, una città senza radici, senza storia, nata per consumare, spendere e ricercare piaceri estremi ed effimeri.
La nostra coscienza di classe va arricchita di nuove analisi sui nuovi elementi di trasformazione della società globale, sempre più priva di libertà, giustizia e fratellanza, va ripensata alla luce della recrudescenza del nuovo patriarcato e del dominio Big Tech, per costruire la nostra lotta di classe.
Non apparteniamo a quel femminismo che non guarda alla lotta di classe, abbiamo la nostra cassetta degli attrezzi che è sempre attuale: Marx nella sua analisi aveva evidenziato la radice materialista dell’oppressione della donna, in relazione ai rapporti di produzione e alla divisione in classi del sistema borghese, sottolineando nel Manifesto del partito comunista, la doppia oppressione economica e di genere, che veniva dal patriarcato.
Nel testo La donna e il socialismo, August F. Bebel, teorico marxista tedesco, tra i fondatori del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), scriveva nel 1879 in carcere, che la prima oppressione di classe nella storia coincide con l’oppressione del sesso femminile da parte di quello maschile, condividendo il contributo di Engels che ne aveva già individuato l’origine nella famiglia, nella proprietà privata e nello stato capitalista. Inoltre sosteneva che la vera emancipazione della donna fosse inscindibile dalla trasformazione socialista della società e che l’uguaglianza non poteva essere raggiunta pienamente nel sistema capitalista, in quanto la donna subiva la doppia oppressione data dalla dipendenza economica dal marito e dalla subordinazione al capitale nel mondo del lavoro salariato; infatti vedeva nel matrimonio tradizionale una forma di servitù e sosteneva il diritto al divorzio e la parità giuridica e politica assoluta tra i sessi; definì la prostituzione come un’istituzione sociale necessaria alla borghesia, specchio della disuguaglianza sociale; per il futuro affermava fosse necessaria una nuova società socialista, in cui le donne fossero economicamente indipendenti, libere di scegliere il proprio compagno e partecipare attivamente alla vita sociale e politica, senza barriere di classe o di genere.
Noi che amiamo la memoria e ci affidiamo alla Storia ricordiamo che mentre in Italia il liberalismo generava classismo e razzismo, veicoli di diseguaglianze, in cui le bambine italiane lavoravano nelle manifatture e ci si avviava verso il fascismo che accusò le donne di sottrarre il lavoro agli uomini e le relegò al ruolo di fattrici per generare figli da mandare in guerra, ben altro pensiero si era sviluppato in Urss con il pensiero dei pedagogisti Anton Semenovych Makarenko, Lev Vygotskij e soprattutto Nazezda Kostantinovna Krupskja ministra dell’istruzione già nel 1929, che negli anni ’20 parlavano e realizzavano, attraverso l’istruzione e l’educazione di massa, le pari opportunità, la mobilità sociale, l’educazione per creare senso di comunità e Vygotskij con gli studi psicologici affermava che l’apprendimento e la creatività nascevano proprio dai processi sociali collaborativi. Altro che individualismo e competizione neo-liberale che hanno trasformato in peggio la nostra società, con l’attacco alla scuola pubblica, condannata a soddisfare le esigenze volubili del libero mercato. Abbiamo perso tutti i valori: dal senso di comunità, alla cooperazione, dalla solidarietà al sentimento della fratellanza fra i popoli, oltre che rincorriamo edonistici ed effimeri modelli, privi di valore etico.
I comunisti e le comuniste hanno sempre avuto profondi valori etici verso l’umanità, questi sono i pilastri della coscienza e della lotta di classe.
