Vittoria, Fermezza e Unità rappresentano vere chiavi di volta politiche, un messaggio decisivo per tutti noi.

L’incontro della delegazione del Partito Comunista di Unità Popolare guidata dal Segretario Nazionale Fosco Giannini e da Gianmarco Pisa responsabile esteri con l’Ambasciata in Italia della Repubblica di Cuba, svolto lo scorso 27 marzo, è stato ben più di un incontro, amichevole e fraterno, tra compagni che si riconoscono, condividono la medesima causa, lottano, ciascuno nel proprio contesto e nella propria realtà, per la più complessiva trasformazione in senso socialista e per il più ampio miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, delle masse popolari; è stato un dialogo vero, profondo e appassionato al tempo stesso, in cui non solo è stata ribadita la più ferma, sistematica e incrollabile amicizia, fianco a fianco, con Cuba socialista, con lo straordinario e innovativo esperimento di trasformazione generale che Cuba rappresenta, ma sono stati anche sviluppati e approfonditi temi di cultura politica, persino di filosofia politica.
Il punto di partenza dell’incontro non poteva non essere la recente partecipazione, tra le numerose altre delegazioni nazionali e internazionali presenti, del Partito Comunista di Unità Popolare all’Avana nell’ambito del Convoglio “Nuestra América” per Cuba, che ha raggiunto il suo duplice obiettivo, per un verso quello di forzare il bloqueo e rompere l’assedio cui letteralmente Cuba è sottoposta a causa dell’inasprimento della guerra economica e multidimensionale scatenata dall’imperialismo a partire dal recente ordine esecutivo di Trump e dagli effetti del blocco energetico e petrolifero imposto all’Isola, e, per l’altro, quello di costruire una vastissima mobilitazione internazionale che, a partire da 33 Paesi di tutti i continenti, ha veicolato a Cuba, con tutti i mezzi, via terra, via aerea, via mare, una vasta quantità di aiuti e un grande carico di energie e di passioni, in quella che non è stata una missione umanitaria, bensì un’azione complessiva di solidarietà politica, concreta, internazionale, solidarietà politica nell’ambito della solidarietà internazionalista.
Cuba è sotto assedio, e la vicenda attuale non si comprenderebbe se non la si collocasse nel suo giusto contesto, storico e politico: le conseguenze profonde e gravissime di 65 anni di applicazione di un blocco criminale che ha le caratteristiche di un blocco totale, che impedisce a Cuba qualsiasi relazione di tipo economico, commerciale e finanziario con una grande quantità di Paesi; l’impatto profondo e duraturo di oltre 240 misure coercitive unilaterali che rappresentano, in uno con il precedente e il successivo, un vero e proprio atto criminale di guerra economica; e ancora il più recente blocco energetico e petrolifero che, ancora una volta gli Stati Uniti hanno imposto, in maniera unilaterale e criminale, a Cuba con l’obiettivo letteralmente di assediarla, asfissiarla, al prezzo di un vero e proprio genocidio. Quello che infatti spesso si trascura è che il bloqueo, nelle sue implicazioni e conseguenze, è l’equivalente di un vero e proprio genocidio: la carenza di beni, risorse, carburante ha un impatto pesantissimo sulla vita della popolazione, punta a colpire l’intera popolazione di Cuba in quanto tale, per essersi liberata dalla tirannide di Batista e dal giogo dell’imperialismo e per avere scelto di decidere liberamente, in piena autodeterminazione, le modalità della propria organizzazione sociale e le forme del proprio potere politico.
Un altro aspetto che si trascura emerge chiaramente nel dialogo in Ambasciata. Il trionfo della rivoluzione data all’inizio del 1959; è di appena un anno dopo il Memorandum Mallory che definisce i presupposti della guerra multidimensionale che sin da subito gli Stati Uniti scatenano contro Cuba, rea di essersi incamminata su un cammino di autodeterminazione e di emancipazione («bisogna usare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba…, per ottenere i maggiori sviluppi nella privazione a Cuba di denaro e forniture, per ridurle le risorse finanziarie e i salari reali, per provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo»); ed è ancora di un anno dopo, dopo la rovinosa sconfitta statunitense a Playa Girón, aprile 1961, che segnò la prima, grande, sconfitta degli Stati Uniti in America Latina, l’imposizione, nel corso del 1961 e poi ancora con il Proclama Kennedy (3447) del 1962, del criminale bloqueo. L’imposizione del blocco totale è dunque immediata, segna sin dall’inizio la storia della rivoluzione a Cuba, al punto che oggi l’80% della popolazione cubana è nata sotto il bloqueo, cioè ha vissuto, sin dalla nascita, nelle condizioni di limitazioni e restrizioni dettate dal criminale blocco statunitense. Il bloqueo è pertanto anche, se non soprattutto, un vero e proprio “dispositivo” per impedire la formazione e il consolidamento della base materiale necessaria ai fini del processo di trasformazione rivoluzionaria in senso socialista.
Di conseguenza, il processo rivoluzionario a Cuba, come processo di trasformazione generale della società e dello stato, si è sviluppato interamente e originalmente a partire dalla costruzione dell’uomo nuovo e della nuova società sulla base dell’etica, della consapevolezza e della coscienza (“Una rivoluzione può essere figlia solo della cultura e delle idee”, ribadì Fidel, nel 1999, in occasione dell’insediamento di Hugo Chávez alla Presidenza del Venezuela). Non è stato cioè possibile, a Cuba, avverare l’indicazione teorica marxista secondo la quale il socialismo, a seguito della rottura rivoluzionaria, si sarebbe realizzato a partire dalle punte più alte e sulla base delle conquiste tecniche e scientifiche più mature dello sviluppo capitalistico; e nemmeno si è potuto realizzare, sulla base delle indicazioni leniniane, come trasformazione radicale a partire dalla rottura dell’anello debole della catena internazionale dell’imperialismo, proprio in virtù delle specifiche condizioni nazionali di Cuba. A Cuba, il processo rivoluzionario, nato in forma democratica radicale e maturato poi in senso socialista, proprio a partire dalle date simbolo di Girón e del 1961, si è sviluppato come processo storico e politico di liberazione nazionale e di emancipazione popolare, di liberazione da una tirannide oppressiva e dal giogo statunitense, e di emancipazione del popolo, “la grande massa irredenta cui tutti promettono e che tutti ingannano e tradiscono, quella che anela a una patria migliore, più degna e più giusta, quella che è mossa da ansie ancestrali di giustizia per aver sofferto l’ingiustizia e lo scherno generazione dopo generazione, quella che aspira a grandi e a sagge trasformazioni in ogni ordine e che per riuscire è disposta, nel momento in cui crede in qualcosa e in qualcuno, e soprattutto quando crede in se stessa, a dare fino all’ultima goccia di sangue”, come disse Fidel nel suo storico discorso di autodifesa, “La storia mi assolverà”, del 16 ottobre 1953.
Fu sempre Fidel a riconoscere, nella celebre dichiarazione sul carattere socialista della rivoluzione a Cuba, il 16 aprile 1961, che “gli imperialisti non possono perdonarci che abbiamo fatto una rivoluzione socialista proprio sotto il naso degli Stati Uniti”. L’aggressione imperialista contro Cuba non è solo contro il modello economico e sociale cubano, ma contro l’affermazione stessa del socialismo come modello più avanzato e più efficace del capitalismo, la cui solidità ed efficacia è mostrata proprio dalla capacità di definire, articolare, priorizzare, pianificare e organizzare che Cuba socialista possiede e che è alla base della sua resistenza e della sua dignità. In assenza della formazione di una base materiale, in conseguenza della immediata applicazione del bloqueo subito dopo la vittoria della rivoluzione, il socialismo a Cuba non solo ha garantito la sovranità e l’indipendenza del paese e l’affermazione della dignità e della coscienza del popolo, in una rivoluzione in cui la forza materiale, prima ancora delle basi economiche, è rappresentata dalla forza mobilitante delle idee e dell’etica, ma anche consentito i più grandi avanzamenti civili e sociali in termini di diritti delle persone e di diritti del popolo.
Il popolo cubano sa bene cosa era Cuba prima della Rivoluzione e sa altrettanto bene cosa diventerebbe Cuba in assenza della Rivoluzione (una colonia statunitense, come ha detto Trump, che vorrebbe, a suo dire, fare di Cuba una nuova Porto Rico). Detto diversamente, se non ci fosse il socialismo, semplicemente non ci sarebbe Cuba. Potentissima, anche nel corso di questo straordinario incontro, la rievocazione delle grandi matrici del processo rivoluzionario a Cuba: Unità (il Partito Comunista di Cuba si forma, sull’onda della vittoria rivoluzionaria, in due fasi, prima nel 1961 e poi compiutamente nel 1965, dall’unione delle forze rivoluzionarie, il Movimento 26 Luglio, il Partito Socialista Popolare e il Direttorio Rivoluzionario), Fermezza (la forza materiale della Rivoluzione è la dignità, l’etica e la coscienza del popolo di Cuba, sulla base della lezione di Fidel, “seminare idee, seminare coscienza” e, come ribadito ancora recentemente da Fernando González Llort, direttore dell’ICAP, l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, è una “rivoluzione di principi”), Vittoria (la solidarietà internazionale e la battaglia di Cuba in tutte le sedi per la difesa della propria indipendenza sono il motore attorno al quale si sviluppa anche questa ennesima battaglia di Cuba per la propria sovranità).
Vittoria, Fermezza e Unità rappresentano vere chiavi di volta politiche, un messaggio decisivo per tutti noi.
