Relazione introduttiva di Leonardo Locci PCUP responsabile lavoro Piemonte
Intervento di Toni Colloca PCUP segretario Torino
Intervento di Gianclaudio Vianzone PCUP segretario regionale Piemonte
SOS AUTOMOTIVE SALVIAMO UN SETTORE STRATEGICO PER L’ECONOMIA DEL PAESE di Leonardo Locci.

Oggi parlare di automotive è diventata una necessità perché rappresenta un settore strategico dell’economia per almeno due ragioni fondamentali: la prima perché tra lavoratori diretti e indotto occupa circa 300.000 lavoratori e, quindi, ha un peso occupazionale consistente; la seconda ragione perché il settore pesa per un 6% di PIL (Prodotto Interno Lordo) sull’economia complessiva.
Basterebbero solo questi due dati per capire l’importanza dell’industria della mobilità, dell’auto e dei mezzi commerciali.
Oggi il settore dell’automotive versa in una situazione di emergenza a cui si è arrivati non casualmente ma per una irresponsabile e perdurante politica di trascuratezza e disinvestimento di cui si è resa responsabile la famiglia Agnelli-Elkann che, di fatto, gestisce in modo monopolistico la produzione industriale dei veicoli.
Una gestione irresponsabile dimostrata dalle scelte che sono state fatte nel corso degli anni e che hanno portato, per esempio, da una produzione nazionale annua di 1 milione e 400.000 veicoli (auto e commerciali) nell’anno 1999, a circa 670.000 nel 2018 che è l’anno in cui è terminata la gestione Marchionne. E questo crollo della produzione fu la conseguenza della scelta di orientare la produzione nazionale di auto più sui modelli di alta gamma, Maserati e Alfa Romeo, spostando le produzioni dei veicoli di bassa gamma all’estero, oltre alla scelta di chiusura pregiudiziale verso l’elettrificazione dei veicoli imposta dalla gestione Marchionne.
Per i dati successivi al 2018 c’è il report interessante dell’osservatorio sul sistema automotive italiano del Dipartimento dell’Università Ca’ Foscari di Venezia il quale dimostra che dal 1989 al 2021, quindi in 32 anni, la produzione nazionale di auto si è ridotta del 78%.
Nel gennaio 2021 nasceva Stellantis, dalla fusione di FCA con PSA, che fece precipitare ancora più in basso il dato di produzione auto nazionale arrivando, nel 2025, a 213.000 unità, il minimo storico dal 1955.
ln quello stesso arco di tempo, 2021-2024, il numero dei dipendenti italiani Stellantis si riduceva di 13.000 unità, passando da 53.000 a 40.000 con buone uscite incentivate, la forma di “investimento” più intensamente praticata negli ultimi anni dalla famiglia Agnelli-Elkann.
E sempre nello stesso arco di tempo, 2021-2024, gli azionisti Stellantis festeggiavano per dividendi azionari ammontanti a 16,4 miliardi di euro.
Più amari sono stati i conti per gli onesti contribuenti italiani che, sempre nello stesso arco di tempo in cui gli azionisti incassavano dividendi miliardari, 2021-2024, attraverso l’INPS sborsavano 703 milioni di euro per pagare la Cassa Integrazione in Stellantis.
Questi i paradossi della gestione Stellantis della famiglia Agnelli-Elkann.
Ricordiamo che Marchionne fu l’amministratore delegato che impedì gli investimenti sulla ricerca per la elettrificazione dei veicoli in quanto riteneva che il settore non avesse prospettiva e futuro; e oggi scontiamo il gap che vede la produzione nazionale di veicoli elettrici svantaggiata rispetto ai produttori internazionali.
Marchionne fu quello che spaccò in due la categoria dei metalmeccanici inventandosi nel dicembre 2011 il CCSL (Contratto Collettivo Specifico di Lavoro) per liberarsi dai lacci e lacciuoli della Confindustria e avere maggiore flessibilità nella gestione delle relazioni sindacali.
Marchionne fu colui che nel 2014 trasferì la sede legale di FCA in Olanda e la sede fiscale a Londra per pagare meno tasse in Italia.
È interessante osservare lo stato comatoso di diversi stabilimenti nazionali Stellantis a dimostrazione del disinteresse verso il settore manifestato fino ad oggi dalla famiglia AgnelliElkann.
QUADRO AGONIZZANTE DEGLI STABILIMENTI ITALIANI STELLANTIS
MIRAFIORI Torino
Nel gennaio 2021, alla nascita di STELLANTIS, i lavoratori diretti erano oltre 7.000. A fine 2025 sono diventati 4.500, con un calo del 35%, di cui oltre 2.000 con contratti di solidarietà. Sempre nel 2025 sono stati annunciati 610 esuberi incentivati. Sono ormai 18 anni che si utilizza la cassa integrazione.
| POMIGLIANO (NAPOLI) A inizio 2026 ci sono 3.750 lavoratori diretti, quasi totalmente con i contratti di solidarietà. Nel 2025 vi sono stati 300 esodi incentivati. |
ATESSA (EX SEVEL CHIETI)
Alla nascita di STELLANTIS, 2021, vi erano 6.200 lavoratori diretti che a inizio 2026 sono diminuiti a 4.500. Nella sola estate 2025 vi sono stati 600 esodi incentivati. Anche in questo stabilimento si è ricorso ai contratti di solidarietà.
TERMOLI (CAMPOBASSO)
Nel 2021 vi erano 2.400 lavoratori diretti su produzione di motori e cambi. Nel 2025 diventano 1.823 diretti e tutti con i contratti di solidarietà. Il progetto di produzione di batterie (GIGAFACTORY) che si era ventilato è stato abbandonato e trasferito in stabilimenti di Emirati Arabi Uniti e Spagna.
I VERI INTERESSI Dl INVESTIMENTO ALL’ESTERO Dl STELLANTIS
USA
Il più grande investimento estero per 13 miliardi di dollari finalizzati alla creazione di 5.000 nuovi posti di lavoro negli stabilimenti di Michigam, Ohio, Indiana e Illinois prevedendo il potenziamento della produzione del 50%.
MAROCCO
Investimento di 1,2 miliardi di euro per lo stabilimento di Kenitra inaugurato nel 2019 per il raddoppio della produzione di veicoli elettrici e compatti.
MESSICO
Investimento di 1,6 miliardi di dollari nello stabilimento di Toluca per veicoli elettrici.
SPAGNA
Investimento di 4,1 miliardi di euro per lo stabilimento di Saragozza in cui verrà realizzato il progetto GIGAFACTORY di batterie elettriche.
ALGERIA
Investimento di 200 milioni di euro per la creazione di 2.000 posti di lavoro diretti e oltre 1.600 indiretti nello stabilimento di TAFRAOUI, inaugurato a fine 2023. La retribuzione dei lavoratori algerini è di 130 euro mensili. Sono in programma 6 nuovi modelli.
SUD AFRICA
Investimento di 150 milioni di euro per la creazione di 1.000 nuovi posti di lavoro diretti per la produzione di pick-up, city car, suv e veicoli elettrici.
I dati riportati negli specchietti sono la dimostrazione eloquente di quale futuro la strategia della famiglia Agnelli-Elkan voglia riservare all’automotive italiana: desertificazione industriale dentro i confini nazionali e sviluppo fuori dagli stessi confini. A questa chiara strategia si aggiungono atteggiamenti della proprietà di Stellantis che sono delle vere e proprie provocazioni.
Il 2 febbraio 2026, poche settimane fa, Stellantis organizza un forum alla Unione Industriale di Torino a cui invita diverse aziende dell’indotto auto per convincere le stesse a delocalizzare in Algeria, dove sta potenziando le produzioni. Per convincere ad accettare tale proposta, che non viene definita di delocalizzazione ma di “nuove opportunità di business”, garantisce il proprio aiuto che si aggiungerà agli incentivi statali stanziati dal governo algerino. È prevedibile che oltre ai tagli occupazionali legati ai cali produttivi degli stabilimenti nazionali Stellantis, si aggiungerà il taglio di posti di lavoro nelle aziende dell’indotto. Un vero e proprio attentato alla economia nazionale, in termini di PIL, e al diritto al lavoro per migliaia di lavoratori. Un invito esplicito alla desertificazione industriale del nostro Paese.
Il tracollo del bilancio di Stellantis, conseguenza della perdita di consistenti quote di mercato con un danno nel 2025 di circa 22,3 miliardi di euro, non viene fatto pagare al manager responsabile delle scelte fallimentari, l’amministratore delegato di turno Filosa, il quale viene anzi premiato con un milione e 425.000 euro per i risultati 2025, oltre ad avere corrisposto un “incentivo residuo di lungo periodo” al precedente amministratore Tavares, pari a 12 milioni di euro per la gestione fino a giugno 2025. Il tracollo non lo pagano i manager responsabili, bensì viene fatto pagare ai lavoratori non riconoscendo loro il premio di risultato di circa 650 euro. Per questo motivo nello stabilimento Mirafiori il 27 febbraio scorso si è svolto uno sciopero di 4 ore.
Di fronte alla serie di dati che dimostrano il totale disinteresse della proprietà Stellantis ad un programma di sviluppo con investimenti in ricerca e nuovi modelli per produzioni sul territorio nazionale, appare sempre più evidente l’inutilità delle reiterate richieste che tali investimenti vengano messi in atto dalla famiglia Agnelli-Elkann. Gli interessi che ha manifestato la famiglia, nei modi che non potevano essere più espliciti, sono di carattere speculativo, puntando a massimizzare i dividendi, minimizzando la forza lavoro; vedi i 16,4 miliardi agli azionisti con contestuale taglio di 13.000 posti di lavoro dalla nascita di Stellantis a oggi.
Ad aggravare il fenomeno della deindustrializzazione nel nostro Paese, politica che la
galassia FIAT-FCA-STELLANTIS persegue da anni e che ora propone anche alle aziende dell’indotto, si è aggiunta la politica delle barriere daziarie di Trump arrivando a dazi del 25% sui prodotti importati dell’automotive e del 50% su acciaio ed alluminio. L’obiettivo sfacciatamente dichiarato da Trump è quello di rilocalizzare sul territorio degli Stati Uniti gli stabilimenti produttivi, nel qual caso i dazi sarebbero annullati. Un progetto, quindi, che tende ad impoverire il tessuto
industriale dei Paesi, amici o meno non fa differenza, che si vedrebbero sottratti migliaia di posti di lavoro. È da interpretare come obbedienza e subordinazione al diktat di Trump, perché successiva ad esso, la decisione di Stellantis di investire sul territorio degli USA 13 miliardi di dollari per 5.000 nuovi posti di lavoro come su riportato.
A fronte di tale prepotenza imperiale USA un governo degnamente sovrano che ponesse come prioritari gli interessi dell’economia nazionale, orienterebbe i propri rapporti commerciali nella direzione di Paesi che non impongano barriere doganali; un governo veramente sovrano sceglierebbe relazioni economiche con Paesi che si ponessero alla pari, con benefici condivisi e non con atteggiamenti ricattatori, predatori e prevaricatori sul modello di Trump.
È una scelta che anche il governo italiano dovrebbe e potrebbe fare in qualsiasi momento, se ci fosse la volontà politica, aprendo a rapporti con i Paesi BRICS in cui vi sono immensi mercati potenziali rappresentati da Paesi come Cina, Russia, Brasile, India e Sudafrica.
Il nostro Paese ha vissuto un tentativo nella direzione di allargare i rapporti commerciali verso l’EST, fu con la firma del “memorandum” del governo Conte 1 il 23 marzo 2019. Tale tentativo, se fosse stato perseguito con maggiore convinzione e determinazione, avrebbe giovato notevolmente alla nostra economia. Infatti, il “memorandum” prevedeva, al secondo punto del secondo paragrafo, la partecipazione dell’Italia, come primo paese europeo del G7, alla “VIA DELLA SETA” con l’impegno a finanziare progetti di “Strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, porti, energia — incluse le energie rinnovabili e il gas naturale — e telecomunicazioni” Prevedeva il coinvolgimento in ruoli fondamentali del braccio finanziario del governo, Cassa Depositi e Prestiti (CDP), di Eni, Fincantieri, Ansaldo, Snam, Italgas e Terna.
Un progetto ambizioso ma realistico e realizzabile che non ha avuto seguito per le interferenze di Trump e degli altri paesi della UE, preoccupati per la penetrazione economica in Europa della Cina; sebbene gli scambi commerciali di Francia e Germania con la Cina siano tutt’oggi di gran lunga superiori a quelli intrattenuti dall’Italia.
La VIA DELLA SETA è un progetto che coinvolge circa 70 diversi Paesi sparsi in tutti i continenti con una popolazione di circa 4,4 miliardi di persone e, quindi, dalle potenzialità di sviluppo enormi.
Il “memorandum” è stato definitivamente disdettato il 3 dicembre 2023 dal governo Meloni prima che si rinnovasse automaticamente nel marzo del 2024. La conseguenza di tale disdetta è che il deficit commerciale (importazioni superiori alle esportazioni) con la Cina si è
aggravato passando da meno 18,7 miliardi di euro nel 2019, a meno 45 miliardi di euro nel
2025.
LE NOSTRE PROPOSTE PER INVERTIRE LA TENDENZA ALLA
DESERTIFICAZIONE INDUSTRIALE E PRODUTTIVA
Relativamente al settore produttivo dell’automotive, dal quadro sopra evidenziato risulta necessario che lo Stato si imponga nella gestione dell’azienda che nel corso dei decenni è passata dalla denominazione FIAT a FCA e poi a STELLANTIS, in quanto per essa sono stati erogati ingenti somme sotto forma di contributi pubblici in quantità tale da poterla definire azienda a proprietà pubblica. Infatti, secondo una ricerca di FEDERCONSUMATORI la galassia FIATFCA-STELLANTIS in un arco di tempo di 50 anni ha beneficiato di oltre 220 miliardi di euro tra contributi per la costruzione di stabilimenti, ammortizzatori sociali e incentivi.
L’unica gestione in grado di dare priorità agli interessi dell’economia nazionale e del popolo italiano è quella in mano allo Stato che deve curare piani di ricerca e sviluppo potenziando i livelli occupazionali.
Una gestione dello Stato che veda il contributo del privato, ma sempre in un ambito di prevalenza degli interessi della collettività e non di uno sparuto numero di miliardari azionisti.
Non è un modello economico utopistico quello controllato dallo Stato, è anzi un modello economico sperimentato positivamente di cui si vedono anche i risultati strabilianti a livello planetario. È un modello i cui risultati stanno preoccupando enormemente le economie dei Paesi occidentali ispirati al concetto “meno stato, più mercato”, al “libero mercato” che sarebbe più proprio definire “libera speculazione”, preoccupati perché si vedono sottratte quote sempre più grandi di mercato da quel Paese che controlla e pianifica l’economia del proprio Stato coinvolgendo il privato ma condizionandone il contributo in termini di funzionalità agli interessi dell’economia nazionale.
È un Paese che si chiama Cina, che in poco più di un ventennio ha avuto uno sviluppo economico che ha sottratto alla povertà “soltanto” 900 milioni di cinesi e che oggi godono di un tenore di vita paragonabile a quello occidentale. La pianificazione dell’economia che ha prodotto questo miracolo non l’anno fatta i ricconi oligarchi che, comunque, esistono anche in Cina come in occidente, bensì è stata elaborata dal governo che ha dato priorità all’interesse nazionale finanziando dal 2009 al 2024, per esempio, la filiera dell’automotive per un importo pari a 230,8 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo.
Che l’economia cinese e l’operato dei rispettivi oligarchi sia sotto il pieno controllo del governo cinese, è dimostrato da un esempio sintomatico che ha visto come protagonista l’oligarca Jack Ma, miliardario fondatore del colosso ALIBABA, I’AMAZON cinese. Il suo operato è stato molto utile all’economia nazionale perché aveva fatto uscire la Cina dal medioevo informatico diventando con ciò ricco. È finito nella morsa delle autorità di regolamentazione finanziaria quando nell’aprile del 2021 ha ricevuto una multa di 2,8 miliardi di dollari per abuso di posizione dominante e per avere criticato apertamente le autorità di regolamentazione cinesi accusando le banche di avere una “mentalità da banco dei pegni”. Questo comportamento, oltre alla multa miliardaria, ha comportato per Jack Ma un allontanamento dal proprio ruolo dirigenziale al quale è stato riabilitato soltanto dopo un periodo di rieducazione, imponendogli una rettifica alla gestione aziendale nel rispetto dell’interesse nazionale.
Invece, gli oligarchi nostrani alla Elkann sono liberi di chiudere stabilimenti in patria
portando le produzioni all’estero tagliando il PIL nazionale, tagliare l’occupazione nazionale e trasferire all’estero sedi legali e fiscali. Il tutto col beneplacito di tutti i governi di turno che si sono avvicendati fino ad oggi.
La parola d’ordine che dovrà essere agitata e perseguita per ridare impulso a tutti i settori produttivi del Paese, a cominciare dai settori strategici e fondamentali per l’economia nazionale come l’automotive, l’acciaio e l’energia, è la nazionalizzazione della gestione. Solo il controllo e gestione della mano pubblica può dare la giusta priorità agli interessi generali del popolo e dell’economia nazionale.
A questo proposito occorre rifarsi ad esempi storici che hanno funzionato egregiamente nel
nostro paese: negli anni ’50 fu sviluppata l’IRl (ISTITUTO per la RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE) che fu un gigantesco esempio di applicazione di teorie keynesiane nel dopoguerra che portò benefici enormi allo sviluppo dell’economia italiana; ma un’altra esperienza significativa fu la fondazione nel 1953 dell’ENl (ENTE NAZIONALE IDROCARBURI) ad opera di Enrico Mattei che univa la dinamicità programmatica al fortissimo ruolo dello Stato nella gestione delle risorse energetiche.
L’Eni fu un esempio di vero sovranismo, di emancipazione dal giogo monopolistico anglostatunitense, attuato con accordi bilaterali con i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, in contrapposizione alle politiche del cartello delle “sette sorelle” (5 statunitensi, Exxon, Mobil, Socal, Texaco, Gulf Oil; 1 anglo-olandese Royal Dutch Shell; 1 britannica la BP – British Petroleum).
L’IRI divenne l’autore materiale dello sviluppo industriale italiano governando sia la gestione, che la pianificazione di tutto il complesso pubblico dell’industria pesante.
Lo Stato divenne di fatto un esempio di gestione integrata e pianificata di importanti settori: la meccanica con FINMECCANICA e la cantieristica con FINCANTIERI che, a cascata,
orientavano la produzione di centinaia di aziende, con uno sviluppo della produzione e una ricaduta occupazionale di primo piano, contribuendo al famoso “miracolo economico”
L’IRI compì il prodigio di trasformare l’economia italiana degli anni ’50, che usciva dai
disastri della guerra, dal livello prettamente agricolo al livello di potenza economica industriale primeggiando in Europa. Un esempio di prodigio IRI fu la capacità di realizzare in soli 8 anni, dal 1956 al 1964, l’Autostrada del Sole.
Questi brevi esempi dimostrano che la Nazionalizzazione è pertinente e auspicabile quale antidoto efficace all’arbitrio del mercato, eletto a Giudice Ultimo di ogni azione umana e alla stagione di crisi acuta del sistema neoliberista, che ha fallito su tutta la linea dalle sue false promesse di benessere, al futuro occupazionale delle giovani generazioni.
Certo, il primo ostacolo per la realizzazione della NAZIONALIZZAZIONE delle aziende strategiche sarebbe il diktat di Bruxelles che vieterebbe gli “aiuti di stato” in difesa della libera concorrenza, più propriamente definibile libera speculazione dei monopoli che di fatto esistono. Il rispetto di tale diktat rappresenterebbe la rinuncia alla vera sovranità nazionale e significherebbe piegarsi alle pretese delle oligarchie finanziarie e industriali europee. Inoltre, con la superfetazione della finanza speculativa, i Grandi Fondi finanziari sono ostili a un controllo da parte dello Stato, perciò occorre condurre una battaglia su più fronti.
Nel quadro dell’attuale sistema di gestione borghese dell’economia, possiamo dire che la nazionalizzazione, per funzionare e non diventare bottino degli speculatori finanziari, deve essere sottoposta ad un rigoroso controllo da parte di organi complessi e trasparenti, costituiti con esperti del settore, componenti operaie e rappresentanze sindacali, tecnici della produzione e della commercializzazione, scienziati della sperimentazione e dell’efficientamento energetico, che diano l’indirizzo di cosa produrre, come farlo, con quali piani di produzione di medio e lungo periodo, con l’attivazione di settori di innovazione e sperimentazione di tecnologie avanzate (a titolo di esempio, per l’automotive si possono sperimentare motori di nuova generazione che utilizzino l’idrogeno, anziché gli idrocarburi, ecc )
Sulla nazionalizzazione delle industrie strategiche occorrerebbe una riflessione molto approfondita che ci riserviamo di articolare ulteriormente.
La fase di crisi acute, che pesantemente si abbattono su tutti i Paesi le cui economie sono ispirate al cosiddetto “libero mercato” (che in realtà è tutt’altro che “libero”, governato di fatto dalla dittatura delle lobby finanziarie), impone il
LANCIO Dl UNA INTENSA CAMPAGNA PER COSTITUIRE UN FRONTE COMUNE Dl TUTTE LE FORZE SOCIALI, SINDACALI E POLITICHE CHE SINCERAMENTE VOGLIANO PERSEGUIRE GLI INTERESSI DELL’ECONOMIA NAZIONALE E DEL POPOLO ITALIANO; UNA CAMPAGNA PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI ECONOMICI STRATEGICI.
DIFENDIAMO GLI INTERESSI GENERALI DELL’ECONOMIA E DEL POPOLO DEL NOSTRO PAESE !
FUORI DALL’EUROPA DELLE OLIGARCHIE FINANZIARIE E INDUSTRIALI !
NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI ECONOMICI STRATEGICI !
NAZIONALIZZAZIONE Dl STELLANTIS PER DIFENDERE IL SETTORE DELL’AUTOMOTIVE E IL SUO INDOTTO !
Intervento di Toni Colloca

Nella relazione introduttiva sul tema in discussione abbiamo lanciato la proposta di NAZIONALIZZARE Stellantis per varie ragioni, non ultima, quella di aver strapagato questa industria fin dalla sua nascita.
Ma vorrei sottolineare altri aspetti che devono essere messi in luce:
1. La deriva neoliberista in economia e nelle scelte di politica economica hanno risentito della scelta ideologica della classe dominante di piegare tutta l’economia al “mercato” e alla finanza.
2. La finanziarizzazione dell’economia è un enorme parassita che affligge tutta la società e i danni che ne derivano sono molteplici: a) la deindustrializzazione è figlia di questa svolta; b) così come la delocalizzazione è figlia della ricerca del Massimo Profitto;
Mi soffermo su questi due aspetti: a) – la scelta del “mercato come unico arbitro” in una molteplicità di scelte possibili, rappresenta un errore strategico del Sistema capitalistico; così come la subordinazione delle decisioni politiche alla Grande Finanza, che ha determinato una perversa svolta finanziaria dell’economia. Essa pone una pesante ipoteca allo sviluppo degli investimenti nei settori produttivi strategici, al punto che si preferisce investire nei DERIVATI, nei futures, negli HEDGE FOUND con vendite allo scoperto, negli ETF, negli ETC (Exchange Traded Commodities) ed ETN (Exchange Traded Notes) che sono strumenti finanziari quotati in borsa che replicano l’andamento di materie prime (oro, petrolio, prodotti agricoli), che nei periodi di guerra e turbolenza (come quello odierno) sono assai usati per arricchire i portafogli finanziari dei Grandi Fondi Speculativi.
Ora capiamo tutti che riducendo fortemente la base produttiva, la produzione materiale dei Beni, orientando i capitali verso la speculazione finanziaria, si determina una pericolosa distorsione. Molti leader industriali si sono riconvertiti al ruolo di amministratori o presidenti di holding finanziarie speculative, dove si scambiano titoli e prodotti finanziari, persino senza alcun riscontro materiale di beni sottostanti, piuttosto che assumersi il rischio di impresa, sono cioè diventati capitalisti della crematistica, dell’accumulazione illimitata di denaro e titoli, anziché della produzione (es. Exor).
1. Allo stesso modo, ad esempio, gli Usa sono diventati un paese gestore di fondi finanziari, riducendo la propria base industriale e trasferendo molte proprie produzioni all’estero, soprattutto nei paesi asiatici, da questa deriva si comprende che la deindustrializzazione è la conseguenza di scelte decennali, in gran parte ideologiche, che non erano affatto scontate. (diversamente dalle scelte operate in Cina e in molti altri paesi asiatici ).
2. Seguendo l’esempio statunitense, molti paesi europei hanno compiuto la stessa scelta miope, e tra questi l’Italia, che ha sacrificato le proprie produzioni strategiche all’ideologia finanziaria di altri, non tenendo conto che siamo un paese manifatturiero, di trasformazione, senza grandi risorse di materie prime. Ciò ha comportato una crescita della terziarizzazione di molti elementi economici nazionali, la dismissione o la riduzione drastica di importanti settori produttivi come la siderurgia, la chimica, l’aeronautica, l’agroalimentare, che hanno segnato il declino del nostro paese.
Le conseguenze di tali scelte hanno segnato questi anni: i nostri giovani sono entrati a migliaia nel settore precario del commercio, li troviamo in molti outlet e Centri commerciali, nei call center, con contratti capestro di pochi mesi, con paghe ridicole, a farsi promotori di merci di provenienza asiatica, nelle catene commerciali multinazionali.
I lavoratori dell’industria e dell’indotto sono stati in gran parte ridotti da continue dismissioni azienda per azienda, con una desertificazione delle produzioni impressionante, come accade ad esempio nel tanto decantato Nord Est, che vede centinaia di capannoni vuoti, che si susseguono tra il distretto veronese e padovano, che almeno un tempo erano campagne ricche di prodotti agricoli e ora sono terreni inutilmente cementificati e deserti.
Nel mentre avanza la terziarizzazione indirizzata verso il commercio e il turismo con una valanga di precarietà diffusa.
Cosa garantiamo alle giovani generazioni? Un futuro da rider, da camerieri dei fast food? É questo il tanto decantato modello neoliberista?
Ma sappiamo che i settori strategici che possono tirare la volata all’economia reale sono l’industria pesante, la siderurgia, la chimica, e a seguire l’agroalimentare, le telecomunicazioni, i trasporti, la cultura.
In questi ambiti ci sono state molte giravolte e molte privatizzazioni che hanno fatto perdere di vista un orizzonte di finalità sociali necessarie ad uno sviluppo armonico del paese.
Allora la domanda che occorre formulare è quali misure sono necessarie per portare l’Italia fuori dal pantano in cui si è cacciata? E quando parliamo di nazionalizzazione come pensiamo di coniugare questa proposta?
Come si è detto nella relazione: ci sono esempi importanti a cui rifarsi che dimostrano la fattibilità concreta della proposta: occorre rifarsi ad esempi storici che hanno funzionato egregiamente nel Nostro paese: negli anni ‘50 fu sviluppata l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale); ma un’altra esperienza significativa fu la fondazione nel 1953 dell’ENI (ENTE NAZIONALE IDROCARBURI) ad opera di Enrico Mattei che univa la dinamicità programmatica al fortissimo ruolo dello Stato nella gestione delle risorse energetiche.
Lo Stato divenne di fatto un esempio di gestione integrata e pianificata di importanti settori: la meccanica con FIN MECCANICA e la cantieristica con FINCANTIERI che, a cascata, orientavano la produzione di centinaia di aziende, con uno sviluppo della produzione e una ricaduta occupazionale di primo piano, contribuendo al famoso “miracolo economico”.
Questi brevi esempi dimostrano che la Nazionalizzazione è pertinente e auspicabile quale antidoto efficace all’arbitrio del mercato, eletto a Giudice Ultimo di ogni azione umana e alla stagione di crisi acuta del sistema neoliberista, che ha fallito su tutta la linea dalle sue false promesse di benessere, al futuro occupazionale delle giovani generazioni.
Certo, come si diceva, il primo ostacolo per la realizzazione della NAZIONALIZZAZIONE delle aziende strategiche sarà il diktat di Bruxelles che vieterebbe gli “aiuti di stato” in difesa della libera concorrenza, più propriamente definibile libera speculazione dei monopoli che di fatto esistono. Il rispetto di tale diktat rappresenterebbe la rinuncia alla vera sovranità nazionale e significherebbe piegarsi alle pretese delle oligarchie finanziarie e industriali europee.
A questo proposito propongo, all’assemblea qui riunita, di pensare ad un fronte variegato di lotta e proposta che voglia intraprendere un percorso comune per supportare nella prassi le iniziative, tenendo presente che:
“Nel quadro dell’attuale sistema di gestione borghese dell’economia, possiamo dire che la Nazionalizzazione, per funzionare e non diventare bottino degli speculatori finanziari, deve essere sottoposta ad un rigoroso controllo da parte di organi complessi e trasparenti, costituiti con esperti del settore, componenti operaie e rappresentanze sindacali, tecnici della produzione e della commercializzazione, scienziati della sperimentazione e dell’efficientamento energetico, che diano l’indirizzo di cosa produrre, come farlo, con quali piani di produzione di medio e lungo periodo, con l’attivazione di settori di innovazione e sperimentazione di tecnologie avanzate”
Occorre in sostanza un controllo rigoroso da parte delle maestranze tecniche e operaie, affinché la stessa “nazionalizzazione” sia a vantaggio della popolazione e non della finanza speculativa.
Siamo consapevoli che si tratta di un percorso irto di ostacoli con molti avversari da contrastare: come coloro che vogliono privatizzare ogni aspetto della produzione materiale e immateriale, dai servizi Pubblici Sanità e Scuola in primis, ai trasporti, alle tecnologie della comunicazione, convinti che il mercato sia il migliore dei modi possibili di gestione dell’economia. Sappiamo di avere contro le Grandi Holding finanziarie che non intendono mollare l’osso della speculazione. Infine dobbiamo lottare contro una forma di rassegnazione alla deriva attuale, come se si trattasse di un destino ineluttabile.
Ma tutti coloro che hanno a cuore il benessere dei lavoratori e della popolazione italiana non possono stare a guardare il declino senza intervenire.
Per questo è importante che nasca un Comitato o un’alleanza di forze che si pongano i seguenti obiettivi per una ripresa economica in senso sociale, aggiungerei socialista, del paese:
1. la nazionalizzazione dell’industria e dell’indotto necessita di un clima favorevole che rimetta al centro del dibattito nazionale l’interesse Pubblico, contro le privatizzazioni, che riformuli la penosa litania fallimentare del “meno stato, più mercato” in una nuova parola d’ordine che coniughi “più salvaguardia dei Beni comuni, più Pace e prosperità di massa per le classi popolari”, più Servizi ai cittadini, meno servitù o subordinazione alla “finanza creativa”, più importanza alle scelte di politica economica che deve restare prioritaria rispetto alla finanza perseguendo il Bene Comune rispetto agli interessi egoistici di una classe oligarchica dominante di pochi ricchissimi che decidono il destino comune.
2. Nel nostro territorio dobbiamo conquistare uno spazio pubblico di rispetto e rilevanza per far conoscere queste proposte e per allargare il consenso di massa intorno ad un modello di socializzazione delle produzioni che garantisca tutti e tutte. Tenendo in grande considerazione che la sorte della grande industria trascina con sé anche quella delle piccole e medie aziende dell’indotto.
3. Occorre che sulla stampa e tv locali e nazionali si cominci a parlare del futuro dell’industria italiana in termini differenti da quelli speculativi o rassegnati usati finora (vedi esempio della siderurgia dove sembra inevitabile che si certifichi il necrologio del declino!).
4. Per essere efficace ogni scelta deve essere autonoma e indipendente e per raggiungere tali traguardi, dobbiamo uscire dal soffocante diktat di Bruxelles e di Washington
5. Occorre altresì comprendere che noi italiani abbiamo una posizione strategica, centrale, nel bacino mediterraneo e potremmo diventare i promotori di una Nuova Rinascita geopolitica capace di orientare tutti coloro che si affacciano a sud del bacino ad allearsi ai grandi paesi che guidano i BRICS+.
6. Altra tematica connessa alla deindustrializzazione riguarda il ruolo delle Nuove Tecnologie e dell’AI che domina l’attuale panorama delle strategie industriali e non solo. Questione che riguarda anche i livelli occupazionali. Ma su quest’ultimo aspetto va condotto un ulteriore approfondimento che dovremo fare in un’altra occasione.
7. Infine una questione di vitale importanza riguarda l’approvvigionamento energetico: senza il gas a basso costo e senza altre fonti di energia economicamente sostenibili, ogni tentativo di reindustrializzazione (anche tecnologicamente avanzata) non può essere perseguita. Purtroppo la chiusura dei rapporti con la Russia ha significato un autogol devastante che porrà non pochi problemi nel breve e nel medio periodo.
L’approvvigionamento di gas e di petrolio e suoi derivati può determinare la risalita e la fuoriuscita dal tunnel della deindustrializzazione a cui segue lo sfascio di ciò che resta del welfare. Le misure per contenere i prezzi delle fonti energetiche si riversano sulle fasce deboli della popolazione e l’aver agito sulle imposte indirette con una risibile riduzione delle accise come vanta questo governo non significa nulla: non è una misura strutturale, anzi, è una misura iniqua che tratta il salariato e il ricchissimo magnate con lo stesso metro, inadeguato per il primo, irrisorio per il secondo.
Senza una politica energetica di alleanze con il più grande paese produttore, la Russia e i Brics, la ripresa economica diventa un traguardo difficile da raggiungere, e ogni misura può rivelarsi insufficiente.
Questa “alleanza” sarebbe un toccasana sia per le sorti economiche, per le scelte energetiche e commerciali, sia per il clima politico generale e di ritrovata fiducia nel futuro che innescherebbe nella popolazione.
Risulta prioritario riaprire il dialogo con i paesi Brics+, in particolare con la Russia e la Cina che sono gli interlocutori di un possibile rilancio economico che tenga conto delle nostre specificità.
Ciò che deve essere compreso pienamente dai nostri interlocutori sono i vantaggi e le ricadute positive su tutta la popolazione di questo importante settore del mondo.
Come vedete i nostri orizzonti sono assai vasti, da soli siamo inadeguati a svolgere un immane mole di compiti, Insieme possiamo molto. Mi auguro che da parte di tutte le forze politiche, sindacali e sociali si colga l’occasione per fornire la giusta scintilla e ridare slancio ad una nuova forma di economia pubblica che inneschi anche il cammino verso una Nuova Democrazia Popolare capace di ribaltare lo stato di cose esistenti.
Intervento di Gianclaudio Vianzone

Se in un più articolato discorso, in cui pensiamo che la lotta operaia sul piano politico necessita di sue dimensioni rivendicative e salariali, come di svilupparsi negli enti locali e nel Parlamento, ma necessita anche , e soprattutto, di azioni di massa per obbiettivi politici di natura transitoria (es. la nazionalizzazione con controllo operaio) per la lotta contro l’imperialismo e i patti militari ( per esempio per l’uscita immediata dell’Italia dalla Nato); necessita di sviluppare la propaganda di solidarietà…. E poi ancora E’ impossibile non vedere tutti questi momenti dell’attività del movimento operaio e gli strumenti per le diverse attività, come strettamente uniti fra loro e vederli invece scissi.
E allora se noi pensiamo che queste parole sono state scritte nel 1967 da Compagni che composero una lettera aperta ai militanti della Cgil e del Partiti Operai, possiamo capire quanto sessant’anni siano volati. Questo è un documento che poi pubblicò Feltrinelli e che letto oggi rispecchia pienamente ciò che c’è nella nostra idealità e nel programma del Partito.
Sono passati circa sessant’anni ma l’accelerazione che ha portato la globalizzazione digitalizzata ha mutato la struttura su cui tutto ciò si poggia. Una struttura che ha un nome ben definito e si chiama Neo liberismo o come dice qualcuno Turbo neo liberismo. Una struttura pericolosa perché ha ben dimostrato tutta la violenza di cui è capace, tanto quanto la sua ipocrita manipolazione dei principi, alterando in modo abnorme la sovrastruttura sociale che sempre più si è avvolta in un meccanismo di controllo, degno dei peggiori sistemi totalitari. Ma in quella massa di persone cui la vita è peggiorata per le speculazioni del mercato c’è invece la risorsa per porre un argine sino a destrutturare tale sistema oppressivo e attraverso la ricostituzione di un forte partito del popolo, unito e coeso, che ciò può avvenire. Solo chi non ha una visione realmente Comunista non può capire che dalla separatezza di cui i prodromi si colgono in conclusione delle parole che vi ho letto dalla missiva del 1967, si è costruita la distruzione del Comunismo in Italia.
Una distruzione funzionale allo smantellamento graduale delle industrie patrie, alla destrutturazione del potenziale sindacale, alla privatizzazione degli enti pubblici, comportando unicamente un peggioramento della qualità di vita ma con costi sempre maggiori e privando i Paese della sua colonna vertebrale economica. Tutti elementi da non cogliere separatamente, ma come progetto globale di chi gestisce i capitali economici e finanziari.
Ecco che il ripartire dalla disamina di una situazione penosa come quella della Stellantis, non è un banale atto di “parlarsi addosso” come fa ormai la politica che passa più tempo in TV che non ad ascoltare cosa dice il popolo.
Il proporre allo Stato di nazionalizzare un’azienda appare come una provocazione, invece è una luce che chiede di usare la razionalità e non seguire con stupidità il flusso economico, quello che sempre più fa arricchire i capitalisti e giustifica la loro ricerca di sopprimere la popolazione, come predicavano alcuni rappresentanti del FMI, attraverso guerre e pandemie.
Allora, e vado a chiudere, l’impegno Comunista deve realizzarsi con intelligenza, senza disperdere energie in progetti fallimentari, ma strutturando quella che deve essere sempre più una rivoluzione intellettuale e un impegno a recuperare i giovani al pensare criticamente e con il coraggio di far mutare un mondo che si è deteriorato appresso alla chimera di un falso benessere che ogni giorno smentisce in suoi paradigma, in base all’andamento delle borse.
Occorre allora riprendere le parole di Gramsci, quando criticando l’intellettualismo da salotto distante dal sentire popolare, diceva che «La concezione socialista del processo rivoluzionario è caratterizzata da due note fondamentali, che Romain Rolland ha riassunto nel suo motto d’ordine: – Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà” quindi rimboccarsi le maniche e mutare lo stato di cose presente attraverso un impegno consapevole e denso di coscienza Comunista.
Ciò superando dogmatismi, fanatismi e opportunismi ma recuperando il grande insegnamento che è alla base del Comunismo italiano, che Gramsci indicò concependo la rivoluzione non come un atto violento improvviso, ma come un processo storico, culturale e politico a lungo termine volto a conquistare l’egemonia culturale prima del potere statuale. Un’egemonia che invece è stata ampiamente assunta dal Capitalismo globale.
Ecco allora che soggetti oggi meno visibili di Elon Musk o Bezos, stanno ancora di più minando la libertà dei popoli attraverso il mercato digitalizzato e soggetti quali Peter Thiel, il Presidente di Palantir Technologies, un conservatore privo di etica legato a Trump, sta pianificando in modo occulto, attraverso l’innovazione, la normalizzazione del sistema nella ricerca di una supremazia egemonica in cui la guerra è strumento ineludibile per la loro convinzione di saper rendere il mondo migliore attraverso essa.
Da ciò il poter gestire le masse popolari solo più come strumento di profitto, lasciando la deindustrializzazione come fenomeno parziale di un più grande disegno di controllo totale.
Ciò non è accettabile e solo con una rinnovata unione di chi lo rifiuta e un impegno collettivo, si può fermare.
Con questo ho chiuso e (augurandoci buon lavoro) . Forza Compagni!
