DEINDUSTRIALIZZAZIONE Grugliasco (To) 22 marzo 2026, le conclusioni di Fosco Giannini Segretario generale del Partito comunista di Unità Popolare. UNITA’ DEI COMUNISTI E FRONTE AMPIO!

Fosco Giannini

La relazione introduttiva del compagno Leonardo Locci, dirigente  del Partito Comunista di Unità Popolare (PCUP) di Torino a questo importante  Convegno, (per il quale dobbiamo innanzitutto ringraziare, con un  sentito applauso, i compagni e le compagne del PCUP  del Piemonte); gli interventi del segretario regionale PCUP Piemonte, Gian Claudio Vianzone; del segretario PCUP di Torino, Toni Colloca e del compagno Gianni Favaro, intervenuto anche a nome dell’Associazione “Interstampa”, hanno posto al centro della discussione, oltre le questioni della deindustrializzazione e della “Stellantis”, l’idea-forza, che il PCUP sta lanciando in tutta Italia, della necessaria linea dell’unità dei comunisti e della costruzione di un Fronte Ampio per l’alternativa sociale e politica nel nostro Paese. 

Una proposta, un’idea-forza, che i tanti “ospiti” a questo nostro Convegno (i dirigenti comunisti, dei movimenti di lotta e sindacali, anche con l’importante presenza della FIOM torinese,) hanno positivamente assunto, fatta propria, e per questo ringraziamo tutti!

Al di là degli aspetti più fenomenologici, quelli che (in relazione ai temi che ci pone l’odierno Convegno, incentrato sui possenti processi di deindustrializzazione e sulla “Stellantis”) si colgono immediatamente, “ad occhio nudo” – perdita di occupazione, di mercati, di sviluppo – cerchiamo, oggi, di mettere in campo anche una tesi più generale, che possa sovra ordinare l’intero dibattito: il mondo del lavoro italiano è oggi devastato da una doppia pulsione, nefasta e speculare:

-da una parte l’imperialismo italiano e come esso agisce sia sul piano nazionale che internazionale;

-e, dall’altra, la penetrazione imperialista generale in Italia.

Prima questione, l’imperialismo italiano e, dunque, innanzitutto, la “Stellantis”. Iniziamo dallo sciopero degli operai “Stellantis” di Cassino, dello scorso 20 marzo. Una lotta importante, ma che sinora non sembra avere avuto la forza di respingere il micidiale piano di espulsione dei lavoratori da parte della dirigenza “Stellantis”: l’ex Fiat aveva a Cassino – tra il 2025 ed il 2017 – circa 6mila operai, 12mila con l’indotto, ed ora 2.500.

Nei primi mesi del 2026 gli operai di Cassino hanno lavorato in tutto 12 giorni, e ora lo stabilimento rischia fortemente di chiudere.

Quanti sono gli stabilimenti “Stellantis” in Italia? A tale risposta ha già ampiamente risposto il compagno Leonardo Locci, nella sua pregevole relazione introduttiva. Ma, repetita juvant, affrontiamo di nuovo la questione, al fine di sistematizzare il nostro discorso.

Nel nostro Paese la “Stellantis” ha i maggiori stabilimenti a Mirafiori (Torino); Melfi (Potenza); Pomigliano d’Arco (Napoli); Cassino (Frosinone); Modena (la Ferrari); Val di Sangro (Chieti); Termoli (Campobasso). Una dislocazione imponente! Quest’intera filiera poggiava, sino al 2020, su di 38mila operai. Ora ne conta 27mila.

Quanti sono gli stabilimenti “Stellantis” nel mondo? Sono 50, dislocati in 29 diversi Paesi, dall’Europa, all’Africa, all’Asia.

Quanti operai “Stellantis” vi sono nel mondo? Circa 250mila.

Ma la questione che desta più attenzione è la seguente: mentre in Italia, dal 2020 ad oggi, l’intera forza-lavoro “Stellantis” ha perso circa 11mila operai, sul piano internazionale, nello stesso periodo, l’Azienda ne ha assunti 33mila. Un disquilibrio già rivelatore della nostra tesi di fondo: l’abbandono, da parte della ex Fiat, dello “spazio” produttivo italiano.

Qual è la base materiale della crisi “Stellantis” in Italia?

Molti, quasi l’intero mondo- conformista- politico, sindacale e mediatico nazionale, compresa, “naturalmente”, la “Stellantis” stessa, parla, così cavandosela, di “una visione troppo ottimistica del mercato dei veicoli elettrici, mercato, e produzione, sui quali la “Stellantis” aveva puntato appieno andando poi incontro, poiché questo mercato non si è allargato, ad una crisi di sovrapproduzione dell’elettrico.

Ma quest’analisi non convince.

Specie in Italia, la linea “Stellantis” ha preso corpo attraverso due passaggi centrali:

primo: elettrico sì, ma senza opzioni strategiche alternative o compensative e ciò per evitare investimenti a lungo raggio, mantenendo congelato, senza esporlo alle dinamiche di mercato, il capitale fisso. Diceva Henry Miller, in “Opus Pistorum”, che niente viene dissipato tanto in fretta come la ricchezza rubata. La “Fiat”-“Stellantis” non ha confermato tale umana inclinazione, conservando invece, in una sorta di salvadanaio nero, tutta l’immensa ricchezza sottratta, dalla famiglia Agnelli all’attuale John Elkann, allo Stato italiano. Ma questo “braccino corto” Elkann l’ha avuto per l’Italia, per la produzione nel nostro Paese, reinvestendo invece sui mercati esteri (specie africani) segnati dall’espansione e da una forza-lavoro a più basso costo.

Secondo: è stato del tutto evidente come la “Stellantis” abbia essenzialmente accettato, e persino per certi versi favorito, la propria crisi automotive in Italia al doppio fine di ricevere, da una parte, altri aiuti a fondo perduto dallo Stato (magari per reinvestirli nei suoi stabilimenti internazionali) e come, d’altra parte, al fine di rendere più corposo, proprio attraverso la decadenza della “Stellantis” automotive italiana, il progetto di Giorgia Meloni e di tutta la destra volto a riconvertire la “Stellantis” italiana (in sintonia con il potente disegno di militarizzazione generale imposto al governo italiano da Trump, dalla NATO e dall’UE) in una grande fabbrica/azienda militare e di guerra.

Dalla “crisi” italiana John Elkann ha sicuramente pensato di uscirne fuori o con la fuga dall’Italia o con la riconversione della “Stellantis” in grande azienda militare, il che sarebbe motivo di altri fiumi di denaro pubblico verso il polo imperialista “Stellantis”.

Due azioni tanto scellerate (“la fuga dall’Italia” e la riconversione in senso militare dell’ex Fiat) da indurre il Partito Comunista di Unità Popolare a spingere oggi, con determinazione e razionalità, sulla linea della nazionalizzazione del vasto segmento italiano della stessa “Stellantis”, anche attraverso un’estensione, un prolungamento, realistico, possibile e non velleitario, della “Golden Power”, la Legge italiana che giace nelle pieghe del Parlamento come una “cellula dormiente” e sulla quale Legge torneremo.

Anche il Segretario generale della FIOM, compagno Michele De Palma, in questi giorni alla testa delle lotte operaie della “Stellantis” di Cassino e in relazione alla “postura aziendale” di John Elkann, lo ha chiaramente affermato: “Siamo di fronte ad una fuga dall’Italia!”.

Quanti soldi aveva preso, a suo tempo, la Fiat della famiglia Agnelli allo Stato italiano, sottraendoli al lavoro, alla Sanità pubblica e alla Scuola pubblica? Una stima della Federcontribuenti parla, nel periodo 1975-2012, di circa 220 miliardi degli attuali euro. 

Quanti soldi ha invece ricevuto l’attuale “Stellantis” dallo stesso Stato italiano (attraverso le forme ambigue di ammortizzatori sociali, contributi, prestiti, mai riconsegnati)?  Dal 2021 ad oggi tra i 25 e i 30 miliardi di euro.

Come definire questa gestione delle crisi industriali e dell’occupazione, specificatamente “Fiat- Stellantis”, a carico dello Stato italiano? Questo tipo di gestione è definibile in un solo modo, corretto politicamente e lessicalmente: una gestione “dorotea” e parassitaria!

Dorotea perché ha recuperato il peggio di quella politica democristiana tendente a “quietare”, specie nel Mezzogiorno d’Italia, la questione della disoccupazione attraverso una politica di massa di “prebende” sociali; parassitaria perché produttrice di politiche economiche volte a spostare, a dissipare risorse verso economie morte, essiccate e speculative.

A partire da tutto ciò occorre, invece, tornare a riflettere sulla quella concezione e quella pratica politica che prese il nome di “pianificazione” indiretta” e che segnò di sé tanta parte delle economie dei grandi Paesi dell’Occidente e dell’Oriente, trasformandosi in una delle più grandi vittorie storiche della Rivoluzione d’Ottobre e del sistema di pensiero, economico e politico, marxista.

E cioè: dalla fine della Prima Guerra Mondiale, e proprio in virtù della grande lezione della pianificazione economica successiva all’Ottobre rivoluzionario, e poi successivamente alla Grande Crisi capitalista del ’29, in molti Paesi dell’Occidente capitalistico e dell’Oriente si imposero politiche di forte intervento dello Stato in economia e di regolamentazione del mercato, politiche che presero il nome di “pianificazioni indirette”, a significare il fatto che, se volevano salvare le proprie economie e salvarsi tout-court, anche i sistemi capitalisti dovevano attingere alle lezioni del  marxismo e dell’Unione Sovietica, assumendole, se pur parzialmente e in modo, appunto, “indiretto”.

Fu l’Inghilterra successiva alla Prima Guerra Mondiale ad iniziare il grande ciclo della “pianificazione indiretta”, e poi fu la volta dell’India, della Francia, del Giappone, della Germania, della Svezia, dell’Italia, tutte economie che videro, o per salvarsi o per rilanciarsi, un’importante entrata dello Stato come agente regolamentatore e investitore strategico.

Dalla metà degli anni ’50 sino agli anni ’80 anche in Italia si impose un modello di “pianificazione indiretta”, che produsse positive potenze economiche atte allo sviluppo e alla regolamentazione dello sviluppo stesso, quali l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI); l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI); la Fincantieri; la Finmeccanica; il Piano pubblico per le Case Popolari; il rafforzamento in senso pubblico della Sanità, della Scuola, delle Ferrovie e anche di parte del sistema bancario.

Naturalmente non fu solo la Democrazia Cristiana, o quantomeno la sua anima più popolare, a volere ed ottenere tutto questo, a realizzare la “pianificazione indiretta” italiana. Gran parte del merito fu delle grandi lotte del Partito Comunista Italiano e della CGIL che, allora, era su posizioni di lotta e di classe. 

Quando crolla, in Italia, il sistema di “pianificazione indiretta”?

Crolla col liberismo della Seconda Repubblica, con l’avvento di Berlusconi e, soprattutto, occorre dirlo, col sistema, con l’asse liberista D’Alema-Bersani.

Nel 1999 Massimo D’Alema, capo del governo, privatizza la Telecom, svendendola all’OPA lanciata da Roberto Colaninno a nome della Olivetti, in una scalata poi giudicata tra le più discusse, ambigue ed ostili al bene pubblico dell’intera storia finanziaria italiana.

Dal 1999 al 2006 entrano in campo i famigerati, per il bene pubblico, “decreti Bersani”, volti a quelle imponenti ed epocali privatizzazioni che smantellarono tanta parte dei monopoli pubblici italiani nei grandi e decisivi campi dell’energia e dei servizi.

Coppia D’Alema- Bersani e centro-sinistra: anche per quest’anima liberista e distruttrice della “pianificazione indiretta” italiana e del welfare italiano, oggi il PCUP è vigorosamente contrario ad ogni alleanza con il PD e con il suo attuale centro-sinistra, che giudica complice e “l’altra faccia”, nello stesso modo subordinata alla NATO e all’UE liberista,  del centro-destra, e lancia invece, per l’alternativa, l’idea-forza dell’unità delle forze comuniste, antimperialiste, anticapitaliste e antifasciste in un vasto Fronte di popolo e di massa, un Fronte Ampio.

Imperialismo italiano: altri “soggetti”, oltre la “Stellantis”?

Ad esempio, la “Leonardo”, prima azienda militare dell’UE e con vasti mercati negli USA e nel Regno Unito, con un portafoglio-ordini di 44 miliardi di euro e con un sistema egemone e corruttivo, volto alla conquista dei mercati militari, che passa attraverso il potere della NATO e attraverso il Parlamento, sino alle Commissioni Difesa ed Affari Internazionali del Senato e della Camera dei deputati.

Seconda questione, che avevamo preannunciato all’inizio di queste conclusioni: la penetrazione imperialista economica e finanziaria in Italia, che è possente. E per capire la quale occorre stabilire il nesso che intercorre tra potere militare e politico dell’imperialismo USA e NATO (e UE) in Italia e la stessa penetrazione economico-finanziaria nel nostro Paese.

Sono 130 le basi USA e NATO in Italia, dislocate sull’intero territorio nazionale. Si tratta di un vero e proprio esercito straniero di occupazione militare che ha esautorato i poteri del Parlamento, dell’esercito, dei servizi segreti e delle forze dell’ordine, in Italia.

Qui, comanda la NATO ed essa si fa Cavallo di Troia della penetrazione economica e finanziaria e dei conseguenti e grandi processi di deindustrializzazione che devastano ed impoveriscono il nostro Paese.  Naturalmente, l’altro Cavallo di Troia, per il capitale straniero, è l’Ue. Essa, dal Trattato ultraliberista di Maastricht in poi, passando per la dittatura della Moneta Unica e per i “decreti Trichet-Draghi” del 2011 (la lettera di Trichet e Draghi a Berlusconi che impose al governo Berlusconi, e ai successivi governi, durissime regole antisociali e antipopolari) ha costretto l’Italia a cedere totalmente la propria sovranità e autonomia.

Interconnessione dialettica tra il dominio USA-NATO-UE, la penetrazione economica e finanziaria imperialista e gli imponenti processi di deindustrializzazione in Italia: dal 2022 al 2025 circa 230 grandi aziende (grandi aziende!) italiane sono state acquistate dal capitale straniero, spesso statunitense.

Tra queste grandi aziende italiane vendute al capitale straniero, per citarne solo alcune: la Piaggio Aerospace venduta alla Baykar turca; la Bialetti alla Nuo Capital asiatica; la Iveco Group alla Tata Motors indiana; la CVS Ferrari alla Taylor Group USA; la Fidercop, ex TIM, al fondo USA KKR; la stessa Comau della “Stellantis” alla One Equity Partners USA; l’ex ILVA di Taranto al fondo USA Flaks; la ITA Ayrways alla Lufthansa Tedesca; le  prestigiose, nel mondo, Cartiere Miliani da un fondo USA …sino alle 230 aziende vendute totalmente in soli tre anni.

Ma la svendita era cominciata ben prima del 2022: ricordiamo la svendita della Merloni (gande azienda internazionale della “merce bianca”, dai frigoriferi alle lavatrici) alla Whirpool USA (che prima ha licenziato a man bassa gli operai italiani, per poi vendere la stessa Whirpool alla Beku turca, sempre attraverso una decimazione degli occupati;  l’acquisto, da parte di grandi aziende statunitensi, di diverse aziende italiane dell’alluminio, nel nord d’Italia e in Sardegna; per giungere ora, ma certo non è finita, all’acquisto, da parte delle grandi aziende hi-tech statunitensi, delle nuove aziende ad alta tecnologia e Intelligenza Artificiale del nord d’Italia, un acquisto che è già arrivato a circa il 50% di questo intero comparto italiano emergente. In un processo di penetrazione imperialista industriale e finanziaria in Italia che già vede il 35% circa del sistema bancario italiano in mano a quello USA.

Ed è in questo contesto di totale perdita della sovranità politica ed economica nazionale che è anche maturato l’atteggiamento della “Stellantis”, che opera la propria “fuga dall’Italia” accampando l’idea di una crisi dell’automotive elettrica, ma in verità cercando altri mercati e altri profitti, i più fortemente speculativi. O, come abbiamo già ipotizzato, la propria riconversione in azienda militare.

Di fronte a tutto ciò, sembra che le forze italiane politiche e sindacali offrano solo o complicità o impotenza.

Ma il PCUP vuole ricordare che esiste ad esempio, e nessuno più la cita, nessuno vuole citarla e metterla in campo, una Legge dello Stato che, attuata, impedirebbe gli sfaceli che vanno producendo sia l’imperialismo italiano che la penetrazione imperialista in Italia.

Tale legge, n°21, è quella denominata Golden Power, votata in Parlamento il 15 marzo del 2012. Una Legge che può dare poteri speciali (appunto, nella traduzione, Golden Power) ad un governo, poteri in grado di salvaguardare gli interessi strategici nazionali, industriali, finanziari, aziendali, operai e popolari, anche in relazione alle tante delocalizzazioni selvagge in corso.

Certo è che ciò che conta sono i rapporti di forza sociali e politici: in questa fase così avversa agli interessi dei lavoratori e così priva di vera opposizione di classe e di massa, far attuare la Golden Power, benché essa esista, è davvero difficile. Ma, intanto, il PCUP lo dice all’intero mondo del lavoro: la Legge c’è, occorre che un movimento di massa e di lotta costringa il governo, in tutti i casi necessari, di fronte ad ogni fuga del capitale dall’Italia, come nel caso della “Stellantis”, ad attuarla. Sino alla nazionalizzazione delle aziende, misura non appartenente all’iperuranio ma che è, in fieri, nella stesa Golden Power.

Per tutto questo, per gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, contro la terza guerra mondiale in atto, occorre come il pane mettere in campo sia l’unità dei comunisti che un Fronte Ampio dai caratteri di massa e di popolo che cambi lo stato di cose presenti e prepari l’alternativa!

È la proposta nazionale del PCUP ed è la proposta che abbiamo avanzato anche in questo importante Convegno!

Grazie per l’attenzione!

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