
Non mi soffermerò qui sull’illustrare i contenuti dei documenti congressuali e dello Statuto, salvo che per sottolineare che questo Partito nasce volendo costituirsi come organizzazione leniniana e gramsciana, come partito che ha un profondo radicamento nel territorio, fondato sulla formazione delle cellule di partito nei luoghi di lavoro, sulle regole del centralismo democratico nella formazione collegiale delle tattiche da seguire, un partito la cui dirigenza è tratta dalla classe lavoratrice, emerge dal basso nella selezione da parte della base popolare del partito degli elementi che più si distinguono nelle capacità organizzative e politiche.
Un partito dunque che partecipa alla vita sociale e politica della città, si unisce a manifestazioni, iniziative, proteste, e scioperi, affiancando i settori di classe in difficoltà, e ponendosi sempre a difesa dei diritti della classe lavoratrice, andando perciò a parlare, confrontarsi, dialogare con tutte le categorie di lavoratori per promuoverne l’organizzazione, senza escludere, e anzi, la piccola borghesia urbana, cioè i commercianti che stanno subendo in questi anni l’assalto sempre più intenso delle corporazioni multinazionali e della grande distribuzione.
Né bisogna sottrarsi all’interlocuzione con tutte le realtà politiche e sociali del territorio, sindacati, partiti, amministrazioni comunali o regionali, cercando la convergenza di tutte le forze progressive nella direzione di un miglioramento delle condizioni di vita della città e della regione, guadagnando spazio e visibilità nel dibattito pubblico, proponendo soluzioni concrete per i problemi più o meno annosi che affliggono la Liguria e Genova: dimostrare cioè che, sebbene ancora non deteniamo potere politico, ciononostante siamo una forza politica reale, attiva, concreta, in città, che può incidere significativamente sulle vicende che coinvolgono l’economia e la politica genovesi e liguri.
A questo proposito credo sia estremamente importante nella nostra analisi della situazione in cui ci troviamo, che dobbiamo necessariamente fare per capire in modo il più possibile preciso come muoverci, concentrare la nostra attenzione sulla vera eminenza grigia in questa città, ovvero Gianluigi Aponte, un uomo che ben pochi conoscono, di cui quasi nessuno sa il nome, o saprebbe riconoscere in una fotografia, investigando per quello che ci è possibile sulle relazioni per le quali viene esercitato il vero potere a Genova, ben al di là di destra e sinistra, cioè il potere economico, che, come sappiamo, negli ordinamenti capitalisti, si trova posizionato al di sopra della politica.
Il signor Aponte infatti, padrone di una azienda, la Mediterranean Shipping Company, che detiene il controllo di oltre il 20% del traffico container mondiale, con un patrimonio personale di oltre 75 miliardi di dollari, in solido a quello equivalente intestato alla moglie, per un totale di oltre 150 miliardi, tutti residenti in Svizzera, ha un’influenza estremamente forte sull’Autorità Portuale del Mar Ligure Occidentale, così come sulla vita e le relazioni politiche di Genova.
Egli controlla in modo pressoché esclusivo il Porto di Genova, sia, con la divisione crocieristica di MSC, nel terminal traghetti, da cui ha fatto sloggiare la Costa Crociere costringendola a trasferire il suo scalo di approdo e partenza al Porto di Savona-Vado, sia ovviamente nel terminal container, fatti diventati a tutti evidenti nelle vicende che hanno visto protagonista lo spedizioniere Aldo Spinelli e l’ex presidente della Regione Giovanni Toti, circa due anni fa.
A solo vantaggio degli interessi del signor Aponte si stanno spendendo miliardi di euro mentre la città versa in condizioni fatiscenti, per la diga foranea, per il quadruplicamento dei binari sul tratto Genova Voltri – Genova Piazza Principe ormai ultimati, per il terzo valico, addirittura si continua ad affermare la necessità di andare avanti con la ormai leggendaria Gronda di Ponente, si sta costruendo una stazione di passaggio tra Genova Cornigliano e Genova Sestri Ponente Aeroporto, a poche centinaia di metri da ciascuna di queste due, con lo scopo di convogliare più rapidamente i turisti che si vuole fare arrivare in numeri sempre più grandi all’aeroporto Cristoforo Colombo, perennemente in fase di espansione e oggi in corso di privatizzazione, verso il centro città, ed ossia, verso i punti di imbarco delle crociere offerte dalle società del signor Aponte, e così di permettere a dirigenti e manager di affluire sulle loro auto di lusso a noleggio senza fastidiosi ritardi di traffico verso le sedi delle società. D’altronde oltre che di MSC, Aponte è il proprietario anche della Grandi Navi Veloci acquisita nel 2011, e dall’11 luglio 2024 del Secolo XIX: però nessuno ne parla, aleggia come una presenza costante ma ignorata pressoché da chiunque, mai nominato dai quotidiani o dai politici, le cui mani insieme a quelle del finanziere Vittorio Malacalza, o della famiglia Garrone, sono quelle poche che a Genova “non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva”, come scriveva proprio Antonio Gramsci già nel 1917.
Il nostro compito principale in questa fase perciò è innanzitutto quello di espandere il numero degli iscritti al Partito, e individuare tra di essi quegli elementi che hanno la volontà, la capacità, e la determinazione di partecipare alle attività del Partito da militanti, che non si limitino a sostenere il Partito iscrivendosi e unendosi alle iniziative di Partito, ma facendo un passo successivo vogliano partecipare alla vita del Partito per farlo crescere, lavorando attivamente per trovare nuovi iscritti, formandosi nella pratica dell’attività sul territorio, e diventando così compagni che possono dirigere in modo autonomo e intraprendente le attività del Partito in un certo territorio.
Voglio allora in questa sede esporre alcune considerazioni a proposito di come, a mio parere, è necessario organizzare il nostro lavoro per cercare di porre le condizioni materiali, stabilire le relazioni sociali, la cui attualità può fornire il potenziale e gli strumenti per cui ottenere risultati positivi in questa direzione. Il problema essenziale che in primo luogo bisogna affrontare è evidentemente quello della credibilità del comunismo, dell’idea socialista, del Marxismo-leninismo, e del materialismo dialettico, nell’ambiente sociale in cui dobbiamo agire, afflitto da decenni di continua guerra psicologica condotta con tutti i mezzi e in tutti contesti sociali, dalla scuola, all’intrattenimento, dallo sport, alle accademie, alla stampa generalista, contro il socialismo e il comunismo.
È necessario quindi un profondo, sistematico, il più possibile capillare, lavoro di formazione, informazione, e propaganda che abbracci le questioni locali, nazionali, e internazionali, nella cornice di una visione del tutto innovativa e coerente, la cui forza deriva dal rigore della sua logica intrinseca, e quindi dalla sua potenza di convincimento verso chi fruisce dei contenuti che presentano tale prospettiva politica, sociale, economica, e filosofica.
Ci sono così diversi punti, in questo lavoro di informazione, formazione, e propaganda, che a mio parere sono maggiormente importanti per ottenere dei risultati, innanzitutto, nell’espansione degli iscritti e nella costruzione del Partito, e che potrebbero fornire alcune coordinate essenziali su cui si potrebbe incentrare la nostra attività.
In primo luogo, certo, rimarcare sempre, in particolare con i compagni usciti con delusione dall’esperienza dei numerosi fallimenti che il movimento comunista ha sofferto negli ultimi trent’anni, l’elemento di novità, di rottura, del nostro Partito, ed ossia, che esso nasce in netta controtendenza rispetto alla dinamica di frammentazione e polverizzazione del movimento comunista in Italia, nasce come spinta all’unità dei comunisti, dalla fusione di due formazioni precedenti, e non dalla scissione da un partito pre-esistente. Nasce come ipotesi di una casa di tutti i comunisti in Italia, ed è pronto ad un suo stesso superamento nella confluenza in una nuova formazione ancora più ampia che unisca ulteriormente i comunisti e crei un soggetto politico di massa sulla base della struttura gramsciana e leniniana del Partito e del chiaro posizionamento anti-imperialista e anti-colonialista nelle questioni internazionali, e rivoluzionario riguardo alla questione nazionale.
Bisogna quindi in secondo luogo applicarsi con costanza, organizzando iniziative, convegni, comizi tematici, presentazioni di libri, anche non di nuova pubblicazione, come per esempio quelli di Domenico Losurdo, incontri nelle scuole e nelle università laddove si riesca, da una parte per combattere risolutamente la deriva revisionista sul socialismo reale e sul comunismo che infesta l’opinione pubblica da decenni, e che ha prodotto la situazione di diffidenza e gli atteggiamenti derogatori nei confronti del comunismo e del socialismo. Lavorare cioè per sfatare le leggende nere inventate di sana piante dalle accademie e dagli intellettuali liberali sulle grandi ed eroiche figure storiche che hanno condotto le rivoluzioni socialiste nel mondo, e sugli Stati e la società delle nazioni che hanno fatto quelle rivoluzioni e ne hanno vissuto la realtà.
Dall’altra parte, bisogna affrontare un lavoro, di formazione, di informazione, in cui si promuova la divulgazione, la popolarizzazione, la famigliarità con quello che è il punto fondamentale, il fulcro centrale della nostra analisi materialista dialettica delle relazioni internazionali e della condizione degli affari del mondo in questa fase storica, e cioè la rivoluzione anticolonialista mondiale, e con essa, questo è chiaro, il neocolonialismo. Quest’ultimo infatti è la risposta estrema, la reazione più rapace e distruttrice dei paesi europei, dell’imperialismo, del regime di supremazia bianca, proprio contro la rivoluzione anticolonialista mondiale, reazione che è diventata storicamente necessaria quando la tendenza all’autodeterminazione dei popoli e all’indipendenza delle nazioni si è rivelata tanto potente da risultare del tutto inarrestabile.
Così l’imperialismo si è camuffato da liberatore dei popoli, da promotore dell’indipendenza delle nazioni, di sempre più nazioni, perché il neocolonialismo è così concepito da potere essere applicato solo ed esclusivamente su nazioni formalmente indipendenti, così come il capitalismo può essere applicato nella produzione solo ed esclusivamente quando il lavoratore diventa formalmente un libero individuo che entra in relazione con il capitalista per mezzo di un contratto. Il neocolonialismo funzione esattamente nello stesso modo, e le classi dominanti dei paesi imperialisti operano in modo tale da garantirsi secondo un regolare contratto liberamente sottoscritto da uno Stato e da un’azienda, un conglomerato, una corporazione, un fondo d’investimento, di natura sempre più schiettamente monopolistica, le migliori condizioni che garantiscano il massimo profitto.
Per fare questo tuttavia il neocolonialismo richiede che i soggetti politici soggetti al suo regime siano Stati deboli, quindi piccoli, di dimensioni e risorse ridotte, i quali possano essere culturalmente colonizzati e siano guidati da uomini e donne organiche al sistema di sfruttamento internazionale su cui si basa la sopravvivenza dell’economia occidentale: il neocolonialismo quindi fomenta conflitti e disordini, destabilizza e aggredisce, spesso con i mezzi della guerra asimmetrica, tutti quegli Stati che non intendono piegarsi alle direttive del padrone imperiale, e che hanno la forza economica e il sostegno popolare per opporsi alle politiche di assoggettamento che l’imperialismo persegue con lo scopo di ottenere il dominio capitalista e suprematista bianco del mondo intero, sotto la guida degli Stati Uniti.
Il neocolonialismo ovvero persegue in modo consistente e costante la suddivisione di unità statali di grandi dimensioni, in Stati più piccoli e indifesi, cioè richiede di adottare sistematicamente la tattica della balcanizzazione degli Stati obiettivo, imponendo la massima pressione sulla società civile e sulle istituzioni dello Stato, con tutti i mezzi disponibili, perlopiù illegali, come sanzioni economiche, terrorismo, corruzione di ufficiali burocratici o militari, sommosse e rivoluzioni colorate: lo sappiamo benissimo, quante volte abbiamo visto circolare mappe della Federazione Russa, della Repubblica Popolare della Cina, in queste settimane anche della Repubblica Islamica dell’Iran, frammentate in tanti Stati più piccoli, e presentate come l’esito inevitabile a cui questi paesi devono tendere perché possano essere raggiunti dalla libertà, ma quella delle imprese straniere, e dalla democrazia, ma quella per il popolo dei signori.
La stessa dinamica, poi, quella neocoloniale, la vediamo applicata chiaramente anche nel nostro paese, in Italia, nelle sempre più forti spinte alla destrutturazione dell’unità nazionale, con il progetto secessionista, nemmeno tanto nascosto in questo suo carattere, dell’autonomia differenziata, già in essere dall’inizio della cosiddetta seconda repubblica – cosiddetta perché si tratta di un artificio retorico e nulla più, non di un vero rinnovamento dello Stato – e portato avanti parimenti dalla sinistra e dalla destra, e che oggi la Lega di Salvini vuole intestarsi.
Oggi infatti, la sempre più spinta finanziarizzazione dell’economia occidentale, la sua terziarizzazione nella perdita delle capacità produttive, inserite nel contesto dell’applicazione dell’articolo 2 del Trattato Atlantico, ha reso storicamente necessaria l’applicazione del neocolonialismo anche ai paesi che in precedenza erano considerati parte integrante della metropoli imperiale, per sostenere la pericolante economia statunitense, messa in enorme difficoltà, ancora una volta, proprio dallo sviluppo sempre più impetuoso e dirompente della rivoluzione anticolonialista mondiale, ormai sempre più manifesta nelle alleanze che i paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina stanno stringendo ormai da anni, senza invitare gli occidentali a partecipare, nella prospettiva di un modo differente di vedere il mondo in cui c’è spazio per tutti, ed è possibile la pace.
Vi è dunque un filo rosso che collega tutti questi eventi, dallo sfruttamento dei paesi ex-coloniali, al peggioramento delle condizioni di vita nei paesi occidentali, dall’offensiva neocoloniale sviluppatasi in tutto il mondo con sempre maggiore rapacità, all’implementazione di una sofisticata strategia e tattica di difesa e contrattacco da parte dei paesi soggetti alla violenza e alla prevaricazione degli occidentali, e che da secoli sono tenuti in condizione subordinata, grazie al saccheggio delle loro risorse, in particolare i paesi africani, depredate per finanziare lo sviluppo economico dei paesi occidentali, per mezzo della quantità immensa di sovraprofitti, di plus-plusvalore, che la dinamica del neocolonialismo garantisce a coloro che si trovano nella posizione di sfruttarne il potenziale, in questo modo esportando il conflitto sociale dalla metropoli imperiale alla periferia.
Vi è un filo rosso che collega tutte queste vicende, che collega le condizioni di vita in Occidente e nel resto del mondo, il cui sottosviluppo è risultante diretta dello sviluppo dell’Europa e degli Stati Uniti d’America. Non ci si può nascondere dunque che è necessario un impegno serio e determinato nell’autocritica, non solo nostra in quanto comunisti, per comprendere gli errori compiuti e non ripeterli, ma anche degli europei tutti, italiani compresi, in modo che venga in chiaro qual è stato il nostro ruolo nella storia che ha condotto alla situazione presente. Magari sarà necessario fare affermazioni scomode, ma io credo sia estremamente importante la sincerità e la chiarezza con qualsiasi individuo e con la popolazione che non vanno trattati come bambini da tenere nella bambagia di fronte alla realtà dei fatti.
Gli europei, e la loro progenie d’Oltreoceano certo, devono fare ammenda nei confronti di coloro che hanno subito i più atroci torti, grazie ai quali i paesi occidentali hanno potuto guadagnare la posizione di preminenza economica e tecnologica che ancora detengono rispetto alla maggior parte degli altri paesi del Mondo, tranne che, oggi, per la Repubblica Popolare della Cina. Ciascun paese dovrebbe, io penso, farsi carico di questo impegno di rettificazione della propria comprensione ed immagine di sé, ciascuno secondo le sue particolarità e carattere storici, per imparare ad incominciare a trattare tutti gli altri popoli del mondo da pari a pari.
Solo in questo modo, a mio parere, anche l’Italia potrà riscattarsi dalle responsabilità del passato, per quanto assai limitate rispetto ai grandi predoni che hanno fatto scempio di innumerevoli popoli, nazioni, tradizioni, storia, e culture, e quindi essere accolta in pace dalla comunità dei popoli del mondo come degna di farne parte allo stesso titolo di tutti gli altri, ottenendo così un ringiovanimento della nazione italiana, forte della propria indipendenza, dare vita ad un nuovo inizio in cui la storia è ancora tutta da scrivere, nella prospettiva della rivoluzione socialista.
È proprio questo così l’ultimo punto su cui si dovrebbe concentrare, a mio parere, la nostra attività di informazione, formazione, e propaganda, ed ossia, il sottolineare ed evidenziare lo scopo strategico della nostra intera lotta politica, scritto in modo chiaro ed esplicito proprio nel documento politico di fondazione del nostro Partito, cioè la rivoluzione sociale, politica, ed economica, in questo paese, un profondo rinnovamento delle istituzioni dello Stato e della vita culturale del paese, per costituire una vera, nuova, Terza Repubblica.
Questa chiara espressione del nostro scopo strategico è io credo, essenziale, perché siamo comunisti, e i comunisti sono per definizione rivoluzionari. Non cercano riforme dello Stato borghese o del sistema di produzione capitalista, ne vogliono l’abolizione e la loro sostituzione con lo Stato popolare e il sistema di produzione socialista. Poniamo in modo consistente questo obiettivo, ambizioso sì, difficile certo, ma imprescindibile per l’attività politica dei comunisti, promuovendo l’idea della necessità di un rinnovamento radicale dello Stato, un cambiamento fondamentale dello stato di cose presente, e sulla base di un dialogo costruttivo con la classe lavoratrice e le forze sociali e politiche nel paese costruire non solo il Partito ma anche quel fronte unito di popolo che dovrà imporre storicamente questa trasformazione alle forze della reazione e del capitalismo.
