Sabato 14 marzo, Roma: Conferenza sulla Crimea e per l’amicizia e i diritti dei popoli presso il Centro Russo di Cultura, Casa Russa

Il Partito Comunista di Unità Popolare, unico partito della sinistra di classe ufficialmente invitato al Convegno, è stato presente con il Segretario generale, Fosco Giannini, e il Responsabile Esteri, Gianmarco Pisa.

Di Gianmarco Pisa

Si è tenuta sabato 14 marzo, presso il Centro Russo di Cultura Casa Russa, la seconda edizione dell’importante Conferenza delle Associazioni di Amicizia tra Italia e Russia, quest’anno dedicata alla Crimea, in occasione della Giornata della riunificazione della Crimea con la Russia, perfettamente organizzata dall’Ambasciata della Federazione Russa in Italia e dalla Casa Russa a Roma. Come Partito Comunista di Unità Popolare, unico partito della sinistra di classe ufficialmente presente alla manifestazione, presente con il Segretario generale, Fosco Giannini, e il responsabile esteri, Gianmarco Pisa, si è trattato di un’occasione di grande importanza e di evidente valore politico, per confermare il legame di vicinanza e solidarietà con il popolo russo, ribadire l’impegno a promuovere iniziative volte alla costruzione di sempre più solidi legami di vicinanza e di amicizia tra i nostri Paesi, e, per quello che riguarda la prospettiva più strettamente politica, per rafforzare ancora di più la collaborazione con le realtà russe di progresso, e rilanciare dialoghi con le altre realtà solidali e culturali, coerentemente impegnate per la pace, i diritti dei popoli e la giustizia sociale, pure presenti all’importante assise romana. Di notevole interesse, tra gli altri, gli incontri tenuti con il Ministro Consigliere dell’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, Mikhail Rossyiskiy, e con Daria Pushkova, direttrice di Casa Russa a Roma.

Il titolo della rassegna, “Crimea: storia e attualità”, è stato anche l’occasione per declinare il tema che ha fatto da filo conduttore della conferenza, l’unità dei popoli della Russia, l’amicizia e la fratellanza tra i popoli del mondo, la diplomazia culturale come strumento, diplomatico e politico al tempo stesso, per avvicinare i popoli, costruire occasioni e ponti di relazione e dialogo, favorire la conoscenza reciproca e, per questa via, sostenere l’impegno alla risoluzione pacifica delle controverse internazionali. Emerge chiaramente, allora, e traspare con ancora più forza proprio alla luce di queste indicazioni, l’importanza della giornata e il valore della nostra partecipazione, come occasione per ribadire il no alle guerre e alle destabilizzazioni portate dalle potenze occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti, denunciare l’assenza, ad esempio da parte della diplomazia italiana, di un chiaro orientamento politico per la «pace con giustizia sociale» e per il dialogo tra i popoli, a partire dalle aree di più intensa rilevanza strategica per il nostro Paese, il Mediterraneo, l’Asia Occidentale e l’Europa intera, “dall’Atlantico agli Urali”, confermare l’impegno nella lotta contro l’imperialismo e per i diritti dei popoli.

Nel suo intervento, l’Ambasciatore, Alexey Paramonov, ha ribadito l’importanza dell’iniziativa come occasione di incontro e dialogo, all’insegna della diplomazia e dell’amicizia tra i popoli. D’altra parte, l’esempio stesso della Federazione Russa è particolarmente significativo, quale Paese dalle sterminate latitudini nel quale si contano oltre 160 differenti gruppi etnici e circa 100 lingue parlate; e non è un caso che sistematici e ripetuti tentativi di disgregazione dell’unità della Federazione Russa per linee etniche e confessionali siano stati effettuati, e continuino ad essere attivamente promossi, dall’imperialismo e dai suoi alleati. La relazione dell’Ambasciatore si sofferma anche sul significato per la Russia dell’operazione militare speciale in corso, avviata in Ucraina nel 2022, nel quadro della guerra scatenata dal regime di Kiev contro le popolazioni russofone dell’Est del Paese sin dal 2014 all’indomani del cruento colpo di stato di “Euromajdan”. Dopo il golpe criminale di “Euromajdan”, infatti, e nel contesto della situazione attuale, l’Ucraina è oggi, di fatto, una sorta di “anti-Russia”, e, allo stesso tempo, una sorta di “anti-Ucraina”, perché contraria, nella sua attuale leadership politica e nei suoi attuali indirizzi strategici, a quello che l’Ucraina ha storicamente rappresentato, un Paese i cui legami con la Russia sono stati sempre duraturi e profondi. Il nuovo quadro politico che il regime di Kiev rappresenta è contrario a tutto questo ed è, nel suo tratto più consistente, formato dagli eredi politici dei collaborazionisti del nazismo e delle SS, da Roman Šuchevyč a Stepan Bandera; non è solo il personale politico dell’Ucraina post-Euromajdan a essere profondamente segnato da inquietanti elementi neofascisti e neonazisti, ma è anche il chiaro indirizzo revisionistico di riscrittura della storia e della memoria ad alimentare un virulento e pericolosissimo nazionalismo ucraino, anche simbolicamente rappresentato dalla distruzione di patrimonio culturale russo, dalla celebrazione di monumenti e l’intitolazione di strade ai criminali collaborazionisti del nazismo e delle SS, al punto da celebrare il giorno della nascita di Stepan Bandera come festa nazionale.

La contraddizione russo-ucraina è stata quindi utilizzata come leva da parte degli Stati Uniti per alimentare una guerra contro la Federazione Russa, che, da guerra per procura è diventata una guerra in cui sempre più nitidamente sono l’una contro l’altra la Nato (e in buona misura l’Ue) e la Russia, anche con l’obiettivo di dividere popoli amici e mettere Russia ed Europa l’una contro l’altra. Come accennato poc’anzi, la guerra non è iniziata nel 2022, bensì nel 2014, e solo nel periodo tra il 6 aprile 2014 e il 24 febbraio 2022, per quasi otto anni, con oltre 13 mila vittime e ampie distruzioni e devastazioni in tutte le province interessate, con le regioni del Donbass sotto il fuoco del regime di Kiev, ha visto sempre più intenso l’impegno occidentale a fianco dell’Ucraina e attivamente interdetti o addirittura sabotati i tentativi diplomatici di risoluzione e composizione del conflitto. Due accordi sono stati infatti raggiunti nel contesto della guerra tra il 2014 e il 2022: il primo accordo di Minsk (5 settembre 2014), per un cessate il fuoco bilaterale immediato, il monitoraggio del cessate il fuoco da parte dell’Osce, e la decentralizzazione del potere, anche attraverso l’adozione di una legge sugli “accordi provvisori di amministrazione locale in alcune zone delle regioni di Donetsk e Lugansk” finalizzata a riconoscerne lo status speciale e i diritti delle minoranze, in particolare di lingua e nazionalità russa; e poi ancora il secondo accordo di Minsk (11 febbraio 2015), con ulteriori clausole di protezione e di sicurezza. Entrambi gli accordi sono stati sabotati da parte occidentale in particolare dalle potenze (Stati Uniti e Gran Bretagna) che maggiormente avevano interesse a spingere verso una guerra contro la Russia; la stessa cancelliera tedesca Angela Merkel arrivò a definire (intervista a Die Zeit, dicembre 2022) gli accordi di Misk niente più che “un tentativo di dare tempo all’Ucraina” per potersi meglio organizzare in vista della guerra.

Tre sono stati i referendum popolari celebrati in Donbass e in Crimea: l’11 maggio 2014 a Donetsk con il 79% favorevole all’autodeterminazione e a Lugansk con l’86% favorevole; e, prima ancora, il 16 marzo 2014, il referendum in Crimea con il 95% della popolazione favorevole alla autodeterminazione, referendum accompagnato  dalla richiesta del parlamento della Crimea, approvata con 78 voti su 81, che la repubblica, una volta divenuta indipendente, entrasse a far parte, come repubblica federata, della Federazione russa. Se da un lato il regime di Kiev si è ripetutamente reso responsabile di gravi violazioni dei diritti delle minoranze, è altrettanto vero, dall’altro, che queste regioni sono abitate in ampia maggioranza da popolazioni di lingua e cultura russa, con vasti e profondi legami con la Russia. La posizione russa, ribadita anche in occasione della conferenza di Roma, fa riferimento, dal punto di vista del diritto, alla fondamentale Dichiarazione relativa ai principi di diritto internazionale, concernenti le relazioni amichevoli e la cooperazione tra gli Stati, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite (Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 2625 del 24 ottobre 1970), secondo la quale “tutti i popoli hanno il diritto di determinare il proprio assetto politico, in piena libertà e senza ingerenze esterne e di perseguire il proprio sviluppo economico, sociale e culturale, ed ogni Stato ha il dovere di rispettare tale diritto in conformità con le disposizioni della Carta”; “ogni Stato ha il dovere di astenersi dal ricorrere a misure coercitive di qualunque genere dirette a privare i popoli sopra menzionati nella formulazione di questo principio del loro diritto all’autodeterminazione, della loro libertà e della loro indipendenza. Nel reagire e resistere a tali misure coercitive nell’esercizio del loro diritto all’auto-determinazione, questi popoli hanno il diritto di chiedere e di ricevere un aiuto conforme ai fini ed ai principi della Carta”. I due principi, integrità territoriale e autodeterminazione dei popoli, sono legati tra di loro e legati a loro volta al rispetto dei diritti di tutte le persone che abitano il territorio in base alla dichiarazione del 1970.

Sebbene per lunghi anni e tuttora adesso la propaganda occidentale dipinga la Federazione Russa come la principale responsabile delle violazioni del diritto internazionale, la rottura dell’ordine internazionale è ben più datata e coinvolge ben altre responsabilità; la madre della crisi dell’ordine internazionale è la violazione sistematica e continuativa della Carta delle Nazioni Unite, che ha avuto la sua prima manifestazione con l’aggressione degli Stati Uniti e della Nato alla Jugoslavia nel 1999, è proseguita poi in Iraq, Libia, Siria, e culmina oggi con le aggressioni su vasta scala e addirittura il sequestro di un presidente legittimo in carica, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, e l’assassinio della guida suprema dell’Iran, massima autorità pubblica del Paese, Ali Khamenei. A sua volta, la guerra è sostenuta da un’attiva propaganda di guerra e da una intensa campagna di censure e limitazioni della libertà di espressione persino sul piano culturale, come dimostrano, tra gli altri, due episodi assai spiacevoli tra i più recenti, il tentativo di impedire la partecipazione degli atleti paraolimpici ai Giochi in rappresentanza ufficiale della Federazione Russa e il tentativo di inibire l’apertura del Padiglione Russia alla Biennale di Venezia. Ciononostante, sono e continuano a essere tanti e tante in Italia coloro che guardano con serenità a ciò che accade nel mondo e che guardano in particolare con simpatia e amicizia al popolo russo, alla sua grande cultura e letteratura, e ai vasti e profondi legami che hanno unito e dovranno continuare a unire i due Paesi, Italia e Russia. A maggior ragione importanti, dunque, le parole chiave di questa importante conferenza in Casa Russa: equilibrio, armonia, giustizia, e in particolare giustizia sociale, rispetto reciproco, dialogo, comprensione e amicizia tra i popoli. Sono, non a caso, alcuni tra i temi chiave dell’agenda dei Brics e del mondo multipolare che avanza.

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