La Crimea è russa: l’annessione ucraina fu fascismo e colonialismo!

Intervento del Segretario generale del PCUP, Fosco Giannini, per il Convegno organizzato sulla Crimea dall’Ambasciata della Federazione Russa e dalla Casa Russa a Roma, sabato 14 marzo 2026

Di Fosco Giannini

statua di Lenin a Jalta, Crimea

Per affrontare la questione della Crimea e della sua riunificazione con la Madre Patria Russia (2014) non si può non partire dal contesto internazionale e dagli avvenimenti che condussero quell’Ucraina che si rese indipendente dalla Russia, subito dopo l’autodissoluzione dell’Unione Sovietica, ad annettere a sé la Crimea.

Possiamo, per comodità analitica, dividere l’intero periodo che ci separa dall’autodissoluzione dell’Urss sino ad oggi in tre fasi:

•la prima è quella che inizia il 26 dicembre del 1991, quando viene ammainata dalle cupole del Cremlino la gloriosa bandiera sovietica. Ciò rende tanto entusiasta, quanto idealista, il fronte imperialista che dichiara “la fine della storia”;

•la seconda è la seguente: Francis Fukuyama non fa in tempo a “decretarla”, la fine della Storia, che l’intera America Latina viene attraversata da un’immensa pulsione antimperialista e rivoluzionaria: non solo Cuba resiste, ma anche e proprio a partire dalla resistenza cubana, in Nicaragua, Venezuela, Brasile, Bolivia, Argentina, Ecuador e in diversi altri Paesi dell’America Latina prendono corpo grandi movimenti di massa capaci di sostenere nuove e profonde trasformazioni sociali e politiche, vere e proprie rivoluzioni.

Gli stessi moti si sviluppano in Africa: non solo il Sudafrica segna di sé, della propria rivoluzione, l’intera Africa australe, ma assieme alla Libia di Gheddafi mette a fuoco l’idea continentale di un’Africa libera dal giogo americano, attraverso il progetto di una Banca centrale africana e una moneta africana in alternativa e in sostituzione del Fondo Monetario Internazionale e del dollaro. E sarà per questo asse strategico Mandela-Gheddafi, sostenuto da altri Paesi africani, che gli Usa, la Nato e l’Ue bombarderanno, distruggeranno la Libia e trucideranno Gheddafi come un animale, in diretta e di fronte alle televisioni del mondo.

Anche nell’Eurasia un fronte antimperialista prende corpo attraverso la sconfitta di Eltsin e la vittoria di Putin in Russia, i due fatti di consistenza storica che spengono i desideri nordamericani di facile conquista della Russia postsovietica e della sua trasformazione in un nuovo e vasto mercato occidentale, una sconfitta, per gli Usa, che ingenera nelle classi dominanti nordamericane (e ancor di più, in questa fase, nelle classi dominanti e negli Stati conservatori/reazionari europei)  un odio particolare verso Putin e una spinta alla guerra contro la Russia; un fronte antimperialista euroasiatico che accumula forze attraverso lo sviluppo economico del Vietnam socialista, le vittorie socialiste nel Nepal e nel Laos, il ruolo positivo dell’India e del ruolo antimperialista che al suo interno svolgono i due grandi partiti comunisti indiani di massa, l’azione del forte Partito Comunista Giapponese e, in Russia, del Partito Comunista della Federazione Russa e soprattutto, la titanica crescita economica, sociale, tecnologica, politica e militare della Repubblica Popolare Cinese che, attraverso questa poderosa base materiale si offre sia come nuovo cardine del fronte antimperialista mondiale che come concretissimo esempio della possibilità/necessità di costruire il socialismo nell’era della crisi globale del capitalismo e dell’egemonia Usa.

È sulla base di questo decisivo cambiamento di rapporti di forza tra fronte imperialista e fronte antimperialista a livello mondiale che si giunge, con una rapidità storica straordinaria, solo 18 anni dopo la fine dell’Urss e la ratifica della “fine della storia”, alla costituzione, nel 2010, dei Brics;

•la terza fase: se consideriamo come prima fase, dopo la fine dell’Urss, quella dell’euforia imperialista e come seconda quella dell’imponente insurrezione antimperialista planetaria, la terza fase, che viviamo, è questa della rabbiosa e violenta reazione delle forze imperialiste e della Nato proprio all’inaspettato determinarsi, nel quadro mondiale, della sempre più vasta unità degli Stati e dei popoli che sfuggono al dominio americano e, attorno all’epicentro del socialismo cinese e alla potenza della Russia, costruiscono i Brics come primo nocciolo di un’alleanza volta ad allargarsi smisuratamente sul piano mondiale e strategicamente tendente all’egemonia internazionale.

Nella generale reazione di guerra dell’imperialismo all’improvvisa crescita del fronte antimperialista, spiccano due “momenti” di particolare pregnanza internazionale e persino storica: il colpo di stato che nel 2014 organizzano – mettendo in campo il Battaglione Azov e i movimenti nazifascisti “banderisti” ucraini – gli Usa, la Nato e l’Unione Europea a Kiev, per spodestare il legittimo presidente Viktor Janukovyč, ragionevolmente contrario all’entrata dell’Ucraina nell’Ue e nella Nato e il summit del G7 del giugno 2021 in Cornovaglia, che permette a Biden di far genuflettere a sé, agli Usa e alla Nato tutta l’Unione Europea, la Gran Bretagna, il Canada e il Giappone, licenziando, peraltro, un sanguinoso “Documento finale di Carbis Bay” (da tutti i Paesi presenti sottoscritto) che, chiedendo chiaramente la costruzione di un vasto fronte mondiale militare contro la Russia e la Cina, si presenta al mondo come un documento che, se davvero si verificasse l’orrore della terza guerra mondiale, di questa guerra (assieme alle odierne pulsioni di guerra di Trump) sarebbe il presupposto progettuale.

In quest’ultimissima fase i segni della rabbia imperialista si sono manifestati e si manifestano sia attraverso il sequestro del Presidente Nicolas Maduro che, in questi giorni, attraverso la guerra della coppia imperialista dai forti caratteri fascisti Usa-Israele contro l’Iran, una guerra, questa, tendente ad eleminare dal campo l’ultimo bastione, in Medio Oriente, filopalestinese, colpire fortemente gli interessi cinesi, dato che l’Iran è tra i più grandi fornitori di petrolio della Cina e sospingere fuori la Russia dall’intero campo medio orientale.

Crimea: è nella prima fase, quella contrassegnata dall’autodissoluzione dell’Urss e dalla bulimia di potere mondiale del fronte imperialista conseguente a quest’autodissoluzione, che l’Ucraina – già attraversata da spinte neo fasciste e tardo banderiste- dichiara la propria indipendenza dalla Russia e annette illegittimamente la Crimea. Il colpo di stato di carattere fascista del 2014 di Euromaidan sostiene la piena fascistizzazione dell’Ucraina ed è in questo quadro che occorre analizzare la questione della Crimea.

Sul piano storico, la Crimea (penisola del Mar Nero dalla storia millenaria, crocevia tra Oriente e Occidente e “punto” di grande importanza strategica) inizia a superare le proprie, ataviche, lacerazioni interne (i poteri occupanti dei Greci, dei Romani, dei Genovesi e poi dei Tatari e degli Ottomani) quando (1784) diviene parte, attraverso l’azione dell’Imperatrice Caterina, della Russia. E, ancor più, trova il suo profondo senso storico dopo la vittoria della Russia contro l’attacco militare dell’Impero Ottomano (1787), che puntava ad una riconquista della Crimea stessa.

Una questione centrale è quella del trasferimento della Crimea all’Ucraina (19 febbraio 1954) deciso da Nikita Chruščëv.  L’Ucraina già inclinata sul paino reazionario e resasi indipendente dalla Russia postsovietica (24 agosto 1991) costruì l’idea mendace che la Crimea fosse stata donata in forma stabile, da Chruščëv all’Ucraina e dunque da considerarsi totalmente ucraina.

Ma le cose non andarono in questo modo. Sul piano dell’oggettività storica si deve asserire che quella di Chruščëv non fu affatto una donazione, ma un semplice trasferimento della Crimea verso l’Ucraina.  In verità, che cosa accadde? Accadde che il trasferimento della Crimea verso l’Ucraina fu deciso, nel ’54, dal Soviet Supremo dell’Urss e fu -innanzitutto- messo in pratica da due Repubbliche Sovietiche (la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e la Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina), tra due Repubbliche socialiste, amiche, non nemiche. E tale trasferimento fu deciso, dal Soviet Supremo e dalle due sorelle socialiste, al fine di avviare più razionalmente e profondamente un piano economico omogeneo, e meno burocratico possibile, tendente ad una gestione unitaria (tra Ucraina e Crimea) dell’intero sviluppo economico ed agricolo, ad un rafforzamento armonico dell’intero sviluppo infrastrutturale ucraino-crimeano. Non un “dono” storico, dunque, quello del trasferimento della Crimea all’Ucraina, ma un progetto strategico di sviluppo socialista.

Il trasferimento della Crimea all’Ucraina avvenne (simbolicamente) anche in occasione del 300esimo anniversario del Trattato di Perejeslav (1654), Trattato che sancì un forte e nuovo rapporto tra la Russia e l’Ucraina del ‘600 e che, rievocato nel 1954, fu voluto dall’Urss come gesto di nuova amicizia da conclamare tra le sorelle socialiste di Russia ed Ucraina.

È a partire da questo punto di vista oggettivo che, dopo la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina dalla Russia (1991, ricordiamo), l’annessione, da parte dell’Ucraina della Crimea, va giudicato come un atto illegittimo. Kiev non poteva decidere, come decise, che la Crimea facesse parte dell’Ucraina.

Ciò che accadde dopo il golpe nazifascista di Euromaidan del 2014 fu, difatti, rivelatore: la Crimea (assieme al Donbass, alle Repubbliche di Donetsk e di Lugansk), i governi e i popoli della Crimea e del Donbass decisero che non volevano far parte dell’Ucraina fascistizzata e furono proclamati dei referendum attraverso i quali si chiedevano a questi popoli (Crimea e Donbass) se volessero far parte della nuova Ucraina o tornare alla Madre Patria Russa. I verdetti dei referendum non lasciarono dubbi: i popoli della Crimea e del Donbass vollero tornare con la Russia.

Nel Donbass i referendum si tennero l’11 maggio 2014 (quindi, circa tre mesi dopo il colpo di stato fascista di Euromaidan). Nel Donetsk l’affluenza alle urne fu del 75% e il “SI” all’unità con la Russia giunse all’89%. A  Lugansk l’affluenza fu dell’81% e il “SI” alla Russia giunse al 96,2%.

In Crimea il referendum si tenne il \16 marzo 2014; l’affluenza fu dell’84%  e il 97% disse “SI” all’unità della Crimea e di Sebastopoli alla Russia.

Non fu una sorpresa: di fronte al tentativo del neofascismo ucraino di bandire la lingua russa e di rimuovere la stessa cultura russa dalla realtà delle cose occorre ricordare come il russo sia la lingua “franca e materna” della Crimea e che il russo è parlato dall’80% dei cittadini crimeani.

Per dare solo una minima idea dell’organicità storica e culturale della Crimea con la Russia si può, succintamente, ricordare: Anton Čechov visse a Jalta (notissima città della Crimea, anche per lo storico “Patto”) ove scrisse uno dei suoi capolavori: “Il giardino dei ciliegi”; Alexander Puškin scrisse in Crimea il grande ed universale poema “La fontana di Bachčisaraj”; Lev Tolstoj scrisse in Crimea “I racconti di Sebastopoli”; Maximilian Vološin, forse il più grande poeta simbolista russo, visse, scrisse e morì a Koktbel, città della Crimea sulla costa del Mar nero.

La Crimea è Russia, la Crimea è russa, come Taiwan è cinese! E il fascismo, come quello ucraino di Euromaidan e questo odierno di Zelensky è anche, naturalmente, imperialismo e colonialismo!

Lascia un commento