Intervento di Giorgio Brera al Congresso Regionale Lombardia del PCUP – Milano 22 febbraio 2026

A cura della redazione

Compagne e compagni, care compagne e cari compagni di Milano e della Lombardia, ogni congresso è un punto di bilancio e insieme un punto di partenza. Non siamo qui per celebrare una memoria, ma per assumere una responsabilità storica. 

La mia generazione, i boomers come ci chiamano, ha conosciuto l’ascesa e la sconfitta, l’illusione e la disillusione, l’errore e la riflessione. Se oggi possiamo parlare con maggiore consapevolezza è perché abbiamo attraversato tutto questo.

Molti di noi si sono formati negli anni in cui il socialismo sembrava una costruzione tecnicoscientifica destinata a correggere le contraddizioni del capitalismo attraverso la pianificazione integrale. 

Discutemmo di transizione, di calcolo economico, di modelli astratti. Pensavamo che la coerenza teorica fosse sufficiente. Ma la storia non si lascia governare dagli schemi. La realtà, quando non la si ascolta, presenta il conto.

Nella Repubblica Popolare Cinese, nello stesso periodo, si sperimentavano vie diverse: una programmazione capace di orientare senza soffocare, di presidiare i nodi strategici lasciando spazio all’iniziativa produttiva.  

La lezione è chiara: senza guida pubblica l’economia diventa dominio della rendita; senza dinamismo produttivo la pianificazione si irrigidisce e si svuota. 

Il crollo dell’URSS ci ha insegnato che la rigidità è un pericolo mortale, ma la finanziarizzazione globale ci insegna che l’assenza di direzione politica è altrettanto devastante.

Noi dobbiamo tenere insieme sviluppo delle forze produttive e controllo democratico delle “alture strategiche”. Non si tratta di copiare modelli, ma di apprendere dalla storia, senza pregiudizi e senza subalternità culturale.

Guardiamo al presente.

Il capitalismo contemporaneo non ha vinto per superiorità morale; ha vinto per capacità di adattamento. Dalla metà degli anni Settanta ha condotto una controffensiva sistematica contro il lavoro, smantellando diritti, comprimendo salari, privatizzando profitti e socializzando costi. 

Ha saputo usare la globalizzazione come leva per ristrutturare i rapporti di forza. E ha costruito un apparato ideologico capace di presentare gli interessi di pochi come interessi generali.

Il risultato è sotto i nostri occhi. Un sistema fiscale che colpisce il lavoro e tutela la rendita. 

E con una capacità di manipolazione e propaganda straordinaria, sono riusciti a farci credere che i loro interessi fossero quelli di tutti. 

Basti pensare all’assurdità del nostro fisco, dove l’aliquota massima parte da 50.001 euro, e chi guadagna milioni paga la stessa percentuale di un impiegato. Hanno creato un sistema dove il lavoro è tartassato e la rendita è sacra.

Un’economia in cui la finanza pesa più dell’industria. Un’Europa che, sotto il nome di transizione ecologica, distribuisce incentivi che in larga misura diventano trasferimenti di ricchezza pubblica verso grandi gruppi privati. È un socialismo rovesciato: si preleva dalle masse per rafforzare le élite.

Noi diciamo con chiarezza che il socialismo è l’opposto: redistribuire dai pochi ricchissimi alla collettività; orientare l’economia verso bisogni sociali e non verso rendite speculative; subordinare il mercato alla politica e non la politica al mercato.

Questa dinamica generale trova nella nostra Milano un laboratorio emblematico.

Dal 2010 in poi, tra Expo e Olimpiadi, la città è stata attraversata da una stagione di grandi eventi presentati come motore di sviluppo. Miliardi di euro pubblici sono stati mobilitati. Ma quale sviluppo? Per chi? Con quale ritorno sociale?

Milano si è trasformata in una vetrina globale, ma ha perso progressivamente la sua funzione di città del lavoro. I fondi immobiliari internazionali sono diventati protagonisti. Gli affitti sono esplosi. 

I quartieri popolari vengono “rigenerati”, cioè svuotati dei residenti storici per fare spazio a funzioni più redditizie. In cinquant’anni la città ha perso centinaia di migliaia di abitanti, mentre il pendolarismo cresce e il trasporto pubblico fatica a reggere un’area metropolitana sempre più dispersa.

Questa non è modernizzazione: è una nuova accumulazione per espropriazione. I feudatari di oggi non siedono nei castelli, ma nei consigli di amministrazione dei fondi immobiliari. Non impongono decime con la forza armata, ma estraggono rendita attraverso il prezzo della casa. Decidono chi può restare e chi deve andarsene.

Noi non siamo contro lo sport, non siamo contro l’orgoglio collettivo. Ma siamo contro l’uso delle risorse pubbliche per alimentare circuiti opachi, contro la subordinazione della città agli interessi speculativi, contro la riduzione della politica a gestione di vetrine.

La stessa logica attraversa l’intero sistema produttivo. Negli anni Novanta l’industria automobilistica italiana era all’avanguardia nella ricerca. Poi è prevalsa la cultura della trimestrale, dei “contatori di fagioli”, della finanziarizzazione. Oggi grandi gruppi bancari capitalizzano più dell’intero comparto industriale, mentre si riducono occupazione e investimenti. Profitti privati, costi sociali. È il paradigma del capitalismo maturo.

Di fronte a tutto questo, quale deve essere la nostra risposta?

Anzitutto chiarezza di programma. Un partito comunista non può rinunciare ai propri cardini: opposizione alla guerra e alla logica dei blocchi; critica della subordinazione alla NATO; rifiuto di un’Unione Europea costruita su parametri neoliberali e sulla moneta unica; orientamento antimperialista coerente. 

Ma la chiarezza non basta. Occorre la capacità di tradurre questi principi in un progetto concreto, radicato nei territori e nelle contraddizioni reali.

Qui si pone il tema decisivo dell’unità. La storia del movimento operaio ci insegna che nei momenti di passaggio la divisione è una condanna. 

Quando si parlò di Fronte Popolare, non si trattò di annacquare identità, ma di comprendere che contro un blocco dominante compatto occorre una risposta unitaria delle forze del lavoro. L’unità non è fusione indistinta; è convergenza su obiettivi storici comuni.

Oggi dobbiamo ricomporre il fronte di chi vive del proprio lavoro, contro chi vive di rendita. Mettere da parte gli steccati, senza rinunciare alla nostra prospettiva, ma comprendendo che la salita è dura e che solo legandosi in cordata si possono raggiungere le vette.

Il quadro internazionale conferma che siamo in una fase di transizione. L’egemonia occidentale mostra crepe. L’emergere di un mondo multipolare produce tensioni, ma anche nuove possibilità. 

Le parole del nostro Segretario Fosco Giannini, quando ricorda che “uno spettro si aggira per l’Europa e per gli Usa: lo spettro del socialismo cinese”, indicano la paura delle classi dirigenti occidentali di fronte a modelli che sfidano il loro monopolio. 

E quando afferma che la lotta contro la corruzione è parte integrante di quel modello, ci ricorda che sviluppo economico e controllo politico devono procedere insieme.

Noi non mitizziamo, ma comprendiamo: senza direzione politica e senza rigore morale, nessun progetto socialista può reggere.

Allo stesso tempo, non dimentichiamo la dimensione umana del nostro impegno. In questa società dominata dallo sfruttamento si trovano, come è stato ricordato, i semi di una società diversa. Sta a noi farli germinare. Questo significa organizzare, formare, costruire comunità solidali. 

Come ci ha ricordato il compagno Alessandro Pascale nel suo intervento al congresso fondativo, in questa società dominata dallo sfruttamento e dall’indifferenza, “si trovano però anche i semi di una futura società liberata dal bisogno materiale e rinnovata spiritualmente. A noi comunisti il compito di far germinare questi semi.”

Ed è qui che voglio concludere con una riflessione personale. Noi, quelli della mia generazione, siamo diventati l’ultimo pezzo del welfare. Io, a 63 anni, con una mamma di 91 e una suocera di 90, ed una moglie che ha bisogno di aiuto, ho dovuto sostituirmi a un’assenza, a un sistema che non c’è più. 

Compagne e compagni, non siamo qui per testimoniare una purezza. Siamo qui per costruire una forza storica. Un partito che sia davvero intellettuale collettivo: che studia, che analizza come vengono spesi i soldi pubblici, che denuncia gli scandali, che prepara l’alternativa quando le illusioni cadono e la realtà presenta il conto.

Abbiamo conosciuto errori e sconfitte. Ma oggi disponiamo di uno strumento politico che può tornare a parlare con linguaggio chiaro al mondo del lavoro, ai giovani espulsi dalla città, agli anziani lasciati soli, ai lavoratori schiacciati tra salari fermi e rendite crescenti.

La nostra forza sta nell’unire analisi e organizzazione, memoria e progetto, identità e apertura.

Sono felice perché finalmente c’è uno strumento per costruire un futuro migliore assieme ai compagni.

Viva il socialismo! Viva il Partito Comunista di Unità Popolare!

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