Uno spettro s’aggira per gli Usa e per ’Ue: lo spettro del socialismo cinese

di Fosco Giannini Segretario generale del Partito Comunista di Unità Popolare

“Uno spettro si aggira per l’Europa”: il celebre incipit del Il Manifesto di Marx ed Engels del 1848 è così affascinante da essere stato infinitamente utilizzato. Tuttavia, di fronte al nostro presente storico, di fronte alla fase che viviamo, di nuovo dobbiamo avvalercene, adattandolo ai tempi: uno spettro s’aggira per l’Europa e per gli Usa: lo spettro del socialismo cinese.

Perché questa trasfigurazione del futuribile incipit di Marx ed Engels? Perché il titanico sviluppo economico cinese, peraltro cardine materiale dei Brics e dell’odierno, intero fronte dal carattere antimperialista in espansione, mette una paura fottuta al fronte imperialista mondiale, agli Usa e all’Ue. E il tentativo del sistema mediatico occidentale/imperialista volto enfaticamente a “narrare” improvvise e drammatiche crisi statuali, politiche ed economiche interne al “socialismo dai caratteri cinesi”, è tanto forte quanto forte è la paura dell’intero establishment occidentale di essere travolto dall’attuale potenza cinese.

Iniziamo dalla supposta, “gravissima”, crisi statuale cinese urlata, come facevano gli strilloni di un tempo nelle strade, dal “Wall Street Journal” verso la fine di gennaio 2026. Strillava il giornale newyorkese, subito seguito dall’intero sistema mediatico occidentale, e dunque anche italiano, che a Pechino, appunto a fine gennaio di quest’anno, si sarebbe verificato un tentativo di colpo di stato militare ai danni di Xi Jinping. Una “bomba” mediatico-politica subito sgonfiatasi e presentatasi, anche nei media occidentali, in tutt’altra verità: la rimozione dal proprio incarico dell’alto comandante dell’esercito cinese Zhang Youxia, e di altri ufficiali, per corruzione e – così come scritto sulle pagine del quotidiano cinese dell’Esercito Popolare di Liberazione – “per aver danneggiato, anche con azioni di spionaggio verso l’occidente, i programmi militari della Repubblica Popolare Cinese”.

Vi è una novità in questa lotta, da parte del Partito Comunista Cinese e da parte di Xi Jinping, contro la corruzione? Nessuna novità. La battaglia campale, politica e ideologica, contro la corruzione fa parte dello stesso sistema generale del “socialismo dai caratteri cinesi”. Come ha sempre affermato il Partito Comunista Cinese: “Se gli eventi ci hanno imposto, per avviare il più grande sviluppo economico della storia dell’umanità, di immettere aree speciali neocapitaliste all’interno della nostra struttura generale socialista, sappiamo anche che entro tale esperienza possono/potranno verificarsi casi di corruzione, che dobbiamo combattere e annientare”. Una tesi, peraltro, totalmente mutuata dalla teoria di Lenin sulla Nep, e più specificatamente dalla “clausola” leninista delle “alture strategiche”, le postazioni dall’alto (il Partito Comunista) che devono sorvegliare, ed eventualmente reprimere con la forza rivoluzionaria, le “aree economiche speciali”, la loro possibile corruzione o trasformazione in “corpi” antisocialisti.  

Ma che lo “spettro” cinese alimenti gli incubi dell’occidente è una verità che emerge anche dai reiterati tentativi dei media occidentali di mettere sotto tiro l’economia cinese, di “dimostrare” al mondo – come un inutile mantra- la sua “crisi”.

Scriveva Alberto Chimenti su “Class Editori” nel novembre 2025, in un articolo dall’inequivocabile titolo L’economia cinese rallenta, delusione dai consumi: “La crescita dei consumi, degli investimenti e della produzione industriale lo scorso novembre è stata inferiore alle aspettative, facendo registrare un inatteso rallentamento dell’economia. Le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,3% su base annua, in evidente rallentamento rispetto al +2,9% di ottobre, e molto al di sotto delle previsioni degli economisti che si aspettavano un incremento del 2,8%. La produzione industriale è cresciuta del 4,8% su base annua a novembre, mancando le attese di una crescita del 5% e registrando l’espansione più debole dall’agosto del 2024. Gli investimenti in beni strumentali, inclusi quelli nel settore immobiliare, sono poi calati del 2,6% nel periodo gennaio-novembre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, più del -2,3% previsto e in peggioramento rispetto al -1,7% registrato nei primi dieci mesi dell’anno”. E via proseguendo in un disperato tentativo di produrre una lunga lista di ipotetiche defaillances dell’economia cinese, tentativo non solo disperato – poiché, come vedremo, ben presto smentito dalle stesse fonti occidentali – ma anche risibile, se pensiamo che la critica di Chimenti si organizza anche attorno al fatto, peraltro falso, che la produzione industriale sarebbe cresciuta del 4,8% su base annua a novembre 2025, mancando le attese di una crescita del 5%! A smentire categoricamente e credibilmente Chimenti, peraltro, è stato l’autorevolissimo Ispi (Istituto per gli Studi Internazionali) che, più o meno nella stessa fase temporale dell’articolo di Chimenti – fine 2025 e a partire da un titolo già esplicativo del pezzo (Cina: crescita tenace, sfide continue) – così ha, tra l’altro, affermato: L’economia cinese è riuscita ancora una volta a reggere meglio delle attese la tempesta dei dazi e la crisi del mercato immobiliare, consolidando ritmi di crescita ancora sostenuti. Dopo la pubblicazione del dato del Pil le previsioni di consenso (Bloomberg), che avevano toccato temporaneamente un minimo di 4,2% in aprile per il 2025 e di 4,0% per il 2026 in seguito all’inasprimento dei dazi, si sono mosse al rialzo, arrivando a 4,7%…Una crescita che tocca il 5,3% a fine 2025 e che di fatto fornisce supporto statistico alla dinamica annuale del Pil, contribuendo ad avvicinarla al target del governo (intorno al 5%). I rischi sulla previsione sono pertanto al rialzo… Il governo ha distribuito 162 miliardi di yuan (circa 23 miliardi di dollari) in sussidi al programma di permuta nella prima metà dell’anno e ne distribuirà altri 138 nella seconda metà (per un totale di 300 miliardi di yuan nel 2025, da 150 miliardi nel 2024). Il programma ha contribuito a sostenere tassi di crescita a due cifre delle vendite al dettaglio di elettrodomestici e di dispositivi elettronici (stima: +34,2% in totale nella prima metà del 2025 dal 15,4% nella seconda metà del 2024) e, in parte, di arredamento e automobili elettriche…Le autorità cinesi hanno recentemente emanato delle linee guida per stimolare i consumi, volte soprattutto a fornire maggior accesso al credito a imprese e famiglie in settori quali il commercio al dettaglio, l’ospitalità e la ristorazione, la cultura, lo sport, l’intrattenimento, il turismo e l’istruzione. Almeno tre province (Guandong, Jianxi e Hainan) hanno inoltre cominciato a distribuire voucher per i servizi all’infanzia e a fine luglio il governo ha varato un programma per erogarli anche a livello nazionale per un importo di 3.600 yuan a famiglia per figlio fino a tre anni di età, come incentivo per promuovere le nascite, e previsto un sussidio anche per la cura degli anziani. Altre linee guida emanate durante l’estate sono volte a supportare la creazione di posti di lavoro prima della stagione delle lauree, che quest’anno vede un numero record di laureati (12,2 milioni) che entreranno nel mercato del lavoro. Il governo sta inoltre proseguendo con la politica di apertura unilaterale dei visti e di estensione del rimborso fiscale per i turisti, grazie alla quale intende supportare il consumo di servizi turistici”.

Così l’Istituto per gli Studi Internazionali. Ma vediamo le ultimissime notizie, di metà febbraio 2026, notizie che rendono risibili le speranze occidentali relative “alla crisi economica cinese” ribadendo, al contrario, l’impressionate sviluppo, economico, politico e sociale della Repubblica Popolare Cinese.

Su “Affari &Finanza” del 16 febbraio 2026 appare, in grande evidenza, un articolo di Vito de Ceglia, Si scalda l’interesse per le auto cinesi. Articolo che significativamente inizia in questo modo: “Più di sette italiani su dieci sono pronti ad acquistare un’auto prodotta in Cina, con preferenza per i Suv e crossover ibridi e una spesa massima di 30.000 euro. Rispetto al passato, i consumatori apprezzano questi veicoli non solo per il prezzo, ma anche per la qualità del prodotto in un mercato – quello italiano – che resta attento a valore, affidabilità e servizio”. Vito de Ceglia scrive che un’indagine di mercato condotta da “Aretè” dimostra come “la quota di consumatori pronti all’acquisto di auto cinesi sale dal 68% di ottobre 2024 all’attuale (2026) 73%…e il dato più interessante delle motivazioni volte all’auto cinese riguarda la scelta della qualità del prodotto…se il prezzo resta un fattore rilevante, indicato dal 45% del campione, esso non è più, però, l’elemento dominante. Per il 51% degli intervistati pesano soprattutto aspetti qualitativi come affidabilità, materiali, dotazioni tecnologiche e sistemi avanzati di bordo”. E de Ceglie prosegue citando Massimo Ghenzer, presidente di “Aretè”: “La nostra analisi dimostra come i brand cinesi si stiano facendo rapidamente strada nel mercato italiano e siano destinati ad aumentare la propria quota nei prossimi anni”. C’è poco da commentare, oltre l’inchiesta di “Aretè” e l’analisi condotta dal giornalista di “Affari&Finanze”.

Ma c’è un altro articolo, impegnato e importante e a firma di Gianluca Di Feo, apparso su “La Repubblica” (quotidiano conseguentemente filoimperialista e dunque non sospettabile di pensieri filocinesi) del 16 febbraio scorso. Il titolo del pezzo è Crescono le basi tra i monti, qui la Cina costruisce il suo nuovo arsenale atomico.

L’intero articolo, in sintesi, è la testimonianza di un immenso sviluppo economico e tecnologico cinese, uno sviluppo ora rivolto anche al rafforzamento – di fronte al chiaro progetto strategico statunitense di “guerra finale” contro la Cina, iniziando da Taiwan – dell’apparato militare generale cinese.

Scrive, tra l’altro, Di Feo, rispetto alle basi nucleari cinesi in costruzione: “…sono nascoste nelle montagne del Sichuan, nella Cina sudoccidentale, edifici colossali…nella base di Pitong è spuntata una torre-raffreddamento (del nucleare, n.d.r.) alta 115 metri; le industrie, nella zona di Zitong, sono raddoppiate e molti nuovi laboratori sono stati costruiti in caverne scavate nella roccia…sono queste le fucine del gande balzo in avanti dell’arsenale di Pechino, che oggi conta su 600 testate nucleari, ma che sta crescendo con una rapidità mai vista nella Storia…secondo lo stesso Pentagono le testate nucleari cinesi saranno mille entro il 2030 e addirittura 1.500 nel 2035”. E prosegue Di Feo, chiarendo che non è solo l’odierna quantità delle testate nucleari cinesi ad impressionare (ricordiamo che sino a poco tempo fa la Cina era un Paese pressoché sprovvisto di armi nucleari), ma la qualità militare delle testate. “L’innovazione tecnologica cinese nel campo dei missili intercontinentali imbarcati su sottomarini, posizionati sui silos o trasportati sui lanciatori semoventi – chiarisce Di Feo- oltre che delle armi ipersoniche a lungo raggio per bombardieri, fa sì che queste testate nucleari potranno colpire gli Usa con una pioggia apocalittica”.

È chiaro che tutta questa potenza nucleare e militare cinese nuova non si sarebbe raggiunta e non si raggiungerebbe, non si sarebbe consolidata e non si consoliderebbe se non vi fosse stato, e non fosse in atto, uno straordinario sviluppo economico generale e delle forze produttive in particolare, sviluppo di queste stesse forze produttive di tipo non lineare, ma esponenziale, cioè caratterizzato dal fatto che più esse si sviluppano più si innalza il loro livello tecnologico. Al servizio del cambiamento del mondo in senso antimperialista e socialista.

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