
“Le idee dominanti di un’epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante.” Carl Marx
CAPITOLO I
ECONOMIA LAVORO SINDACATO PREVIDENZA
Le classi dirigenti europee, saldamente legate ai grandi interessi capitalistici, hanno risposto alla crisi globale con ricette fallimentari. Oggi, schierate – sia pure fra contraddizioni – con l’imperialismo statunitense, virano verso la guerra – sia militare che economica – contro i paesi che cercano alternative al dominio del dollaro e che si stanno organizzando per resistere all’aggressione economica che talvolta sfocia in militare, come ad esempio i BRICS+ o gli SCO.
I lavoratori in Italia e in Europa pagano il prezzo di un sistema economico costruito sui dogmi del liberismo, sanciti nei trattati dell’Unione Europea, che impediscono di fatto una politica economica socialmente sostenibile e sulla subordinazione politica ed economica agli Stati Uniti, come dimostra l’accordo sui dazi con Washington. Questo assetto è il principale ostacolo da abbattere per costruire un’economia fondata sul lavoro, non sul profitto.
Le politiche che proponiamo sono incompatibili con i vincoli dell’Unione Europea e con l’ordine economico dominante. Ma è proprio su questa incompatibilità che intendiamo agire, sfidando i poteri economici e le istituzioni politiche che li rappresentano.
Le sanzioni contro la Russia hanno provocato un’impennata dei costi energetici (+52% per il gas nel 2022 secondo Eurostat) e delle materie prime, alimentando l’inflazione (11,8% picco Eurozona, 2022).e mettendo fuori mercato ampi settori dell’industria italiana.
È stato un errore l’uscita, imposta dagli Usa, dalla Via della Seta. La Cina offre un mercato enorme e possibilità di partnership, sopratutto per i prodotti ad alta tecnologia, che non può essere trascurato.
Il riarmo sottrae risorse al welfare e alimenta tensioni internazionali.
L’attuale libertà assoluta di movimento dei capitali favorisce quegli Stati che, attraverso politiche fiscali permissive, deregolamentazione e incentivi mirati, offrono condizioni privilegiate al capitale e ne massimizzano i profitti. Questo sistema penalizza invece i Paesi che perseguono obiettivi di equità fiscale e giustizia sociale. Anche l’Italia, con l’introduzione della flat tax, si sta progressivamente trasformando in un paradiso fiscale, attirando capitali mossi dalla ricerca di detassazione.
Secondo le stime del Tax Justice Network, l’evasione fiscale annuale ammonta a circa 170 miliardi di euro: una cifra che rappresenta una grave emorragia di risorse pubbliche e un ostacolo strutturale alla redistribuzione e alla giustizia sociale. Tale dinamica ha conseguenze dirette e negative sui diritti sociali, sulla tutela ambientale e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Decenni di privatizzazioni hanno smantellato strumenti fondamentali della politica industriale e favorito l’espropriazione di beni comuni. Il Ministero dell’Economia ha partecipazioni per 90 miliardi scarsi in 13 società quotate in borsa che hanno un valore di oltre 260 miliardi.
Si tratta di società che hanno un peso rilevantissimo nell’economia italiana: Enel, Eni, Leonardo, Poste, Fincantier, Saipem, Italgas e altre. Partecipa inoltre in società non quotate come Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie dello Stato, Sace, Sogin, Sogei, Sogin ecc. Complessivamente le proprietà pubbliche superano i 100 miliardi.
Questo pezzo fondamentale dell’industria è stato affidato a gestioni finalizzate alla sola remunerazione degli azionisti – avvantaggiata dalle posizioni di monopolio – spesso facenti capo alle grandi società finanziarie americane, senza alcuna visione strategica del futuro del Paese. Lo Stato, al pari dei privati, ha mirato solo a fare cassa. Lo Stato potrebbe riacquistare i pacchetti di il controllo di queste società e creare un organismo preposto alla definizione delle politiche economiche.
L’esempio della Cina dimostra che una forte programmazione statale può coniugare sviluppo economico e tutela sociale. L’Italia deve dotarsi di strumenti simili, adeguati al proprio contesto.
L’Italia ha nella propria storia economica un esempio a cui ispirarsi per progettare una nuova politica industriale: l’Istituto di Ricostruzione Industriale IRI. Il cuore del boom economico italiano dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Settanta, e la successiva configurazione dell’economia in forma mista tra pubblico e privato che rappresentò una peculiarità nel blocco occidentale capitalistico.
Occorre riscoprire quell’esperienza ed aggiornarla individuando le caratteristiche utili ad una nuova politica industriale da creare sulle macerie di decenni di neoliberismo, guardando ai mercati emergenti dei BRICS ed alla sinergia di mutuo beneficio con la Cina, il nuovo centro mondiale. Per evitare di attribuire alla burocrazia statale centralizzata compiti di gestione dell’economia e dei grandi servizi, pur riconoscendo il ruolo fondamentale dello Stato e il cardine decisivo della pianificazione, si propone di ricostituire la “Nuova IRI” quale strumento di guida pubblica e di programmazione dell’economia italiana in una prima transizione verso quell’economia mista già conosciuta a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, ovviamente in modalità aggiornata ai nostri tempi.
Proponiamo:
– Il partito, sosterrà in ogni istanza, qualsiasi opzione, normativa, regolamentazione, che rivendichi il pieno diritto alla salute ed alla sicurezza, in ogni azienda, officina, ufficio e luogo altro di lavoro. Basta lavoratrici e lavoratori deceduti nei luoghi di lavoro! Con questo monito, i comunisti si faranno carico di appoggiare ogni strumento normativo utile alla lotta contro questa piaga nazionale.
– Si rende necessario fare tutte le azioni politiche necessarie alla diplomazia e alla negoziazione per la pace con : – il blocco dell’invio di finanziamenti e di armi ai governi dell’Ucraina e a quello sionista d’Israele – la riduzione di tutte le spese militari previste dal Ministero della Difesa, compreso quelle per la NATO e per l’UE – il ritiro di tutti i contingenti militari italiani dalle cosiddette “Missioni di Pace” nel mondo – lo smantellamento delle basi e delle testate nucleari americane presenti sul territorio nazionale. Uscire dalla NATO e sostenere tutti i movimenti di liberazione per l’autodeterminazione dei popoli. Tutte le risorse economiche recuperate dalle spese militari devono essere investite nei settori lavorativi, produttivi e sociali del paese.
– Ristabilire relazioni economiche normali con la Russia, tornare ad acquistare il gas russo, affrontando alla radice le cause del conflitto in Ucraina, compresa la questione della sicurezza.
– Una rottura con l’atlantismo e con la dipendenza dagli Stati Uniti, potenza arrogante e inaffidabile. – sviluppare rapporti economici più equilibrati con paesi emergenti come la Cina, i BRICS+ e altri Stati che si stanno liberando dal giogo neocoloniale.
– l’abbandono delle politiche militariste e la destinazione delle risorse pubbliche a sanità, istruzione, trasporti, politiche abitative e tutela dell’ambiente. In sintesi, bisogna puntare sul benessere collettivo piuttosto che sul sostegno dei profitti.
– Il contrasto alla fuga dei capitali non deve avvenire rinunciando alle regole sociali e ambientali né abbassando la pressione fiscale, ma richiede un controllo rigoroso dei flussi finanziari e l’eliminazione dei paradisi fiscali, a partire da quelli presenti all’interno dell’Unione Europea — come Irlanda, Lussemburgo e Paesi Bassi — e dal nostro stesso sistema.
– Ricostruire un polo industriale pubblico in grado di garantire il controllo nazionale su settori strategici come, energia, trasporti, logistica, telecomunicazioni, siderurgia. Quest’ultimo settore, per esempio, è stato abbandonato in mano a speculatori non aventi il minimo interesse al suo sviluppo (in Italia la produzione siderurgica è crollata del 30% dal 2000 secondo i dati Federacciai).e alla sua compatibilità con l’ambiente e la salute, come è evidente nel caso di Taranto.
– Altri settori essenziali – i cosiddetti monopoli naturali – devono tornare sotto controllo pubblico: energia, acqua, strade, ferrovie, reti digitali, rifiuti. La loro privatizzazione ha generato rendite parassitarie, scaricando i costi sui cittadini.
– Nazionalizzazione delle grandi piattaforme digitali e investimenti pubblici in tecnologie strategiche (es. semiconduttori), sul modello cinese.
– Di fronte alle guerre commerciali è saggio rilanciare la domanda interna, aumentando salari e stipendi e rilanciando il welfare.
Lavoro
Per affrontare le sfide della modernità, è necessario anticipare i cambiamenti organizzativi, la digitalizzazione, la gig economy e lo sfruttamento 4.0, senza perdere di vista la tradizione antagonista e di classe.
Occorre ricostruire i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, sostenere l’autorganizzazione, i comitati di lotta e le assemblee dei delegati, promuovendo una conflittualità diffusa per riprendere il controllo su salari e organizzazione del lavoro.
Occorre unificare le lotte, evitando divisioni (giovani vs anziani, Nord vs Sud, italiani vs migranti). Diritti sociali e civili vanno difesi insieme, contrastando discriminazioni, caporalato e politiche securitarie. Il Partito deve recuperare le radici comuniste, garantire autonomia dal padronato e lottare per una nuova stagione di diritti sociali e redditi dignitosi.
Negli ultimi 25 anni, le leggi sul lavoro – dal pacchetto Treu al Jobs Act – hanno reso più facili i licenziamenti e più difficile la vita per milioni di lavoratori. Oggi la povertà colpisce anche chi lavora, in particolare i precari.
Italia è l’unico paese europeo dove i salari reali sono diminuiti negli ultimi 30 anni. Va demolito il mito secondo cui l’aumento dei salari causa l’inflazione. I salari crescono meno dei profitti e sono cresciuti meno dell’inflazione reale (secondo le stime della Banca d’Italia il potere d’acquisto dei salari è diminuito del 15%). Serve una nuova indicizzazione dei salari al costo della vita, sul modello del punto unico di contingenza, per proteggere il potere d’acquisto e ridurre le disuguaglianze e, più in generale, un piano per redistribuire la ricchezza.
Dal 1995 a oggi, in Italia la produttività del lavoro è aumentata, ma i salari reali sono stagnanti. I guadagni di produttività sono andati tutti al capitale. Questo divario va colmato, redistribuendo ricchezza e riducendo l’orario di lavoro.
Il progresso tecnologico ha ridotto drasticamente il bisogno di lavoro umano. Se questo fenomeno fino a poco tempo fa ha interessato prevalentemente il lavoro manuale, specialmente nell’industria in cui i robot hanno sostituito una notevolissima quota di lavoratori, le applicazioni delle nuove tecnologie informatiche e recentissimamente dell’intelligenza artificiale, stanno sostituendo anche i lavoratori di concetto, una prospettiva che si annuncia devastante se non si procede a una riduzione drastica dell’orario di lavoro. Ma invece di redistribuire il lavoro, il sistema attuale lascia milioni di persone disoccupate o sottoccupate mentre altri si ammazzano di fatica. Nessuno deve rimanere senza lavoro.
Questo governo ha abolito anche il reddito Reddito di cittadinanza, pensato come misura di sostegno economico per i cittadini in difficoltà, con l’obiettivo di favorire il reinserimento lavorativo. La sua presenza aveva costituito di fatto un surrogato al salario minimo, consentendo la non accettazione di lavori con retribuzioni al di sotto della soglia del decente.
È falso che la precarietà aumenti l’occupazione o la crescita economica. Lo dimostrano numerose ricerche, anche della Banca d’Italia e dell’OCSE. Al contrario, la precarietà divide e ricatta il mondo del lavoro. Combatterla non è solo una questione di giustizia, ma anche un contributo a unificare il fronte del lavoro.
La precarietà inoltre favorisce la piaga degli infortuni sul lavoro per almeno due motivi. Da una parte il datore di lavoro non ha interesse a investire nella formazione di manodopera destinata a permanere brevemente nell’impresa. Dall’altra il lavoratore precario è più ricattabile e quindi spesso non è in grado di pretendere misure di sicurezza adeguate.
Un’altra causa è la catena di subappalti che mirano a ridurre al minimo il costo del lavoro e deresponsabilizzano l’appaltante che si avvarrà di prestazioni a costi inferiori senza rispondere dell’organizzazione del lavoro. È intollerabile che prosegua la lunga catena di morti sul lavoro. Serve una mobilitazione permanente contro le morti bianche.
Proponiamo:
– Limitare per legge i contratti a termine, tra cui quelli stagionali nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, del turismo, ecc.
– Riconquistare e estendere l’art. 18, e riconfermare integralmente lo Statuto dei Lavoratori (legge n. 300 del 20.05.1970), con tutte le norme sul collocamento, sulla tutela della dignità, delle libertà dei lavoratori e delle lavoratrici, dell’attività e dell’agibilità sindacale e politica, nei luoghi di lavoro e di produzione, ed applicare l’art. 18 in tutte le aziende al di sotto dei 15 dipendenti.
– Stabilizzare i precari nel pubblico e privato.
– Vietare lo staff leasing e gli altri contratti atipici (3,5 milioni in Italia secondo i darti INPS) e riformulazione del concetto di lavoro subordinato per includere forme di falso lavoro autonomo. Vanno introdotte tutele e garanzie specifiche riguardanti il lavoro stagionale, prevedendo in particolare un’aggiornata legislazione a tutela dei lavori di durata definita e temporanea.
– Vietare i “contratti di lavoro” interinali: a somministrazione a tempo indeterminato in cui un’agenzia (APL) assume stabilmente dei dipendenti e li mette a disposizione delle aziende utilizzatrici; a intermittenza o a chiamata; a Prestazione Occasionale, ecc.
– Abolizione degli stage non retribuiti e adeguamento del salario con i relativi contributi del tirocinante a quello dell’apprendistato previsto dalla legge. Le aziende che intendono utilizzare gli “stagisti” devono assumere lo stesso personale con un contratto a tempo determinato per un periodo ben definito e non farlo soltanto per ottenere sgravi fiscali. I corsi di formazione devono essere gestiti dallo stato e non dalle aziende private. Gli apprendisti e i tirocinanti non devono superare il 30% dell’organico aziendale.
– Abolizione della controriforma “La Buona Scuola”, fatta da Renzi, che prevede l’alternanza scuola-lavoro e resa obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori. Con questa legge gli studenti vengono tolti dai banchi di scuola per gettarli nelle mani del profitto delle aziende private.
– Abrogare il Jobs Act e le altre leggi sulla precarietà, e tutte le controriforme del lavoro, a partire dalla legge n.196 del 1997 di T.Treu, D.Lgs. n. 276 del 2003 di M.Biagi/R.Maroni, D.Lgs. 66/2003 di S.Berlusconi, il D.Lgs. 81/2015 di G.Poletti/M.Renzi, completata con il “Jobs Act” 2014/2016 da M.Renzi, il D.L. 48/2023, convertito nella Legge 85/2023 di G.Meloni, la Legge 203/2024 (DDL Lavoro 2025) di G.Meloni. Obbligo per legge del passaggio al contratto di lavoro a tempo indeterminato per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori con contratti di lavoro a tempo determinato.
– Consentire i subappalti solo in situazioni limitate e ben definite dalla legge facendo rispondere in solito appaltante e appaltatore. Prevedere pesanti sanzioni penali per gli industriali che non rispettano rigorosamente normative, regole e leggi relative al tema della sicurezza sul lavoro. Si rende necessario uno strumento normativo che difenda la dignità del mondo del lavoro, una volta accaduti fatti gravi e luttuosi, assicurando la piena giustizia e la certezza della pena per imprenditori e manager responsabili di tali infortuni sul lavoro, nell’ambito di una legge che consideri la morte come reato di omicidio sul lavoro.
– Ristabilire meccanismi di indicizzazione salariale. Stabilire per legge l’introduzione di una nuova “scala mobile” aggiornata alla situazione attuale, come meccanismo automatico su base trimestrale al costo reale della vita in difesa dei salari, delle retribuzioni e delle pensioni (pubbliche e private).
– Eliminare gli enti bilaterali, strumento di compromesso tra padroni e sindacati.
– Contrastare la delocalizzazione con nazionalizzazioni e diritto di prelazione per cooperative di lavoratori con una legge che prevede la restituzione integrale e con relativi interessi di eventuali finanziamenti ricevuti dallo Stato, fino alla requisizione dei beni della proprietà, la quale deve garantire la ricollocazione di tutto il personale in altro settore.
– Riduzione dell’orario di lavoro. Il progresso tecnologico compresa la cosiddetta I.A., ha ridotto il lavoro manuale, faticoso e ripetitivo; ma, anche parte di lavoro di concetto. Il capitale usa la tecnologia per intensificare lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici e far crescere la disoccupazione. È necessario rivendicare una legge per la riduzione netta dell’orario di lavoro anche a 30 ore per tutti i settori lavorativi e produttivi (pubblici e privati) parallelamente alla richiesta di aumenti salariali. Per la giornata lavorativa con orario continuato e con turnazioni anche a ciclo continuo è necessario stabilire e definire pause almeno di 45 minuti.
– Sperimentazioni, in base alle diverse esigenze produttive e dei lavoratori, della settimana corta, dell’aumento del monte ferie e di un minor carico orario giornaliero.
– Estendere la cassa integrazione a tutti i lavoratori. Lo Stato deve garantire tutti gli ammortizzatori sociali necessari, compreso i “Contratti di Solidarietà” che riducono l’orario per mantenere il livello occupazionale aziendale, integrando i salari di tutte/i le/i lavoratrici e i lavoratori e mantenendo la regolare contribuzione ai fini pensionistici.
– Garantire un’indennità di disoccupazione universale.
– Rivendicare una reale parità salariale ad uguale lavoro tra lavoratrici e lavoratori, tra giovani e anziani; tra lavoratori migranti extracomunitari e lavoratori italiani in tutti i settori pubblici e privati.
– La pesante perdita del potere d’acquisto dei salari degli ultimi decenni, l’inflazione reale, l’aumento delle bollette (luce, gas, acqua), ecc., pone il movimento sindacale a dover rivendicare forti aumenti salariali per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori in Italia e rivendicare l’applicazione di un salario medio operaio europeo analogo a quelli dei paesi con i salari medi operai più alti, indipendentemente dalle cosiddette “compatibilità economiche”.
– Ripristinare i diritti sociali conquistati dalle lotte dei lavoratori: mense, agevolazioni per le/i figlie/i delle lavoratrici e dei lavoratori, spacci alimentari aziendali, agevolazioni per i trasporti, riduzione delle tariffe autostradali, pullman aziendali, ecc.
– È necessario giungere a un C.C.N.L. unico dell’industria (pubblico e privato), in cui nella sua prima parte prevede normative uguali per tutto il settore industriale e nella seconda parte le norme per ogni specifico ramo (metalmeccanico, elettronico, chimico, cartario, alimentare, telecomunicazioni, ecc.). Gli stessi criteri devono essere applicati nei settori pubblici e privati della sanità, scuola, poste e banche, trasporti, enti pubblici, ecc.; nonché, nei comparti dell’agricoltura, del commercio (compreso i servizi).
– Rilanciare i contratti di 2° livello, quindi la contrattazione aziendale gestita direttamente dalle RSU e ripristinare il premio di produzione aziendale. In un’azienda poli-settoriale e/o poli-produttiva in cui esistono più contratti diversi fra loro, deve essere applicato il contratto relativo alla produzione prevalente e le norme economiche di quello più vantaggioso per tutte/i le/i dipendenti.
– Tutte le piattaforme rivendicative proposte da tutte le OO.SS. devono essere sottoposte all’approvazione delle assemblee dei lavoratori e delle lavoratrici.
– Attuare un piano di assunzioni nel settore pubblico, in particolare nella sanità, nella scuola nell’ispezione fiscale e del lavoro.
– Istituire un salario minimo legale di 10 euro all’ora netti indicizzato con l’inflazione e applicabile a tutti i contratti.
– Maggiori controlli ispettivi.
– Una Procura nazionale per la sicurezza.
– Creare le condizioni, affinché i lavoratori e le lavoratrici possano generare i propri strumenti di classe, necessari per esercitare il controllo e la gestione sull’Organizzazione del Lavoro e della Produzione, ovvero i Consigli di Fabbrica che sono strutture di classe costituite da delegati/e eletti/e non su liste sindacali; ma, su scheda bianca, in ogni gruppo omogeneo e revocabili. Le strutture consiliari, non sono uno strumento sindacale (come ad esempio le RSU-RAS-SAS-RLS-Commissioni Interne, ecc.) e non svolgono una funzione sindacale di resistenza economica allo sfruttamento. I C.d.F. rappresentano lo strumento della classe operaia e lavoratrice, per l’esercizio del potere durante e dopo la fase transitoria del sistema capitalistico. I Consigli di Fabbrica rappresentano la forma politica più alta dello Stato della classe lavoratrice nella lotta per una società socialista, con tutte le sue articolazioni dal luogo di lavoro a tutti i livelli fino a quello nazionale.
– Una più stringente applicazione sui criteri di sicurezza che includano anche controllo dei ritmi di lavoro, del pendolarismo ecc. Coinvolgere l’INAIL attraverso un meccanismo di bonus malus per quanto riguarda la performance di sicurezza sul posto di lavoro. Premiare direttamente i lavoratori che si sono segnalati come agenti attivi nel mantenimento della sicurezza attraverso gli incarichi che la normativa dà loro (RLS, addetti all’antiincendio, al primo soccorso ecc.), oppure che si sono distinti per interventi in caso di emergenza.
– Realizzare una rigorosa attuazione del Golden power che, allo stato attuale, è poco rispettato visti i comportamenti dell’azionariato facente capo alle grandi Società americane e ai Fondi stranieri. Con modifica della previsione normativa, è indispensabile l’estensione del potere esercitato dal Governo sulle imprese di rilevanza strategica per l’interesse nazionale anche a quelle aziende manifatturiere che, in determinati territori, per lunghi periodi, addirittura anche qualche secolo, ne hanno caratterizzato la fisionomia, economica, sociale e culturale. In questi distretti lo sviluppo tecnologico, la coesione sociale e il reddito diffuso sono stati creati e garantiti dall’esistenza di quelle aziende per cui tutte le strategie che possano impedirne la delocalizzazione o, addirittura, la chiusura per meri interessi di un subentrato azionariato, devono essere messe in campo.
Previdenza
L’aumento della produttività deve investire anche il sistema previdenziale. Le riforme pensionistiche degli ultimi decenni hanno allungato l’età lavorativa e ridotto gli assegni, rendendo l’Italia il paese con le peggiori pensioni d’Europa. I giovani oggi rischiano di lavorare tutta la vita per una pensione da fame. Il sistema contributivo, basato su criteri simili a quelli delle assicurazioni private, penalizza chi ha carriere discontinue e favorisce le disuguaglianze. Il sistema pubblico deve invece usare criteri diversi, in linea col funzionamento normale delle società in cui la produzione di chi attualmente lavora deve servire anche al mantenimento di chi non lavora (bambini e anziani) e non a “metterla in dispensa”, capitalizzarla per le esigenze future.
Il movente delle pessime riforme pensionistiche è chiaro: ridurre il costo della forza-lavoro (del salario differito) e aumentare l’orario di lavoro, in questo caso non della giornata o della settimana lavorativa ma nell’arco della vita, incrementando il plusvalore assoluto.
Non è vero che il sistema non è sostenibile e che le pensioni vanno a scapito del tenore di vita dei giovani: più pensionamenti significano anche più posti di lavoro per i giovani. Oggi accade il contrario di quanto viene lamentato: spesso sono i pensionati a mantenere figli e nipoti disoccupati.
Anche la questione dei lavori usuranti è stata affrontata in modo disomogeneo dai vari governi italiani, con interventi fortemente riduttivi e senza una riforma strutturale. La sostenibilità delle misure che indichiamo può essere assicurata con misure fiscali adeguare (vedi la parte sulle politiche di bilancio).
Proponiamo:
– Abrogare tutte le leggi contro le pensioni che sono state fatte dai governi: Amato 1992, Dini 1995, Maroni 2004, Prodi 2007, Monti nel 2011 (Fornero), la “quota100” della Lega-M5S, fino a quella dell’attuale governo Meloni che allunga il tempo di permanenza lavorativa.
– Agganciare le pensioni alla dinamica salariale a partire da un’adeguata e significativa rivalutazione delle attuali pensioni in base all’inflazione reale (nel settore pubblico e privato) a livello nazionale.
– Ritorno a un sistema pensionistico fondato sulla solidarietà intergenerazionale.
– Riduzione dell’età pensionabile a 60 anni. Dato che, dal 1995, nel nostro paese è stato istituito un sistema pensionistico contributivo per il calcolo delle pensioni, le pensioni erogate, in base all’aspettativa di vita, devono essere esattamente calcolate sulla base dei contributi versati dai lavoratori (rivalutati) senza l’applicazione di coefficienti riduttivi. Per quanto riguarda lavoratori che abbiano avuto una vita lavorativa intermittente, o lavori a tempo parziale o stagionale ecc., l’integrazione della pensione, per essere portata ad un livello dignitoso, deve essere sostenuta dalla fiscalità generale e non solo dai lavoratori dipendenti (come per tutte le forme di pensioni assistenziali).
– Valorizzazione del lavoro non standard ai fini previdenziali.
– Rifiuto di ogni forma di privatizzazione della previdenza, ivi inclusa quella integrativa o il cosiddetto welfare aziendale.
– Ridefinizione chiara e aggiornata delle mansioni usuranti, includendo nuove professioni (es. sanità, logistica, educazione) e fattori psico-sociali oltre a quelli fisici.
– Graduazione dei benefici in base a intensità fisica, turni e orari, rischi per la salute, stress e carico emotivo.
– Automatizzazione del riconoscimento tramite dati INAIL, orari di lavoro, contratti.
– Previsione di forme di flessibilità anche per chi ha carriere discontinue ma usuranti.
Per un sindacato unico di massa e di classe
È necessario riportare il sindacato alla sua natura conflittuale, chiudendo definitivamente la stagione delle concertazioni. In assenza, al momento, della possibilità di costruire un nuovo sindacato di riferimento, opereremo all’interno di tutte le organizzazioni sindacali in cui siamo presenti per promuovere e organizzare conflitto e resistenza contro le logiche padronali.
Una rappresentanza autentica dei lavoratori e delle lavoratrici non può prescindere dalla democrazia, elemento fondamentale per ridare forza e credibilità all’azione sindacale. Per questo riteniamo che le le RSU dovrebbero essere le uniche titolari della contrattazione di secondo livello. In alternativa, tutte le rappresentanze sindacali presenti in azienda dovrebbero avere pari diritti e agibilità, ad esclusione dei sindacati gialli che devono essere aboliti per legge. La rappresentatività nei luoghi di lavoro deve essere misurata sul consenso reale espresso dai lavoratori non su accordi firmati a tavolino, spesso frutto di scambi clientelari.
È necessaria una legge sulla rappresentanza sindacale per stabilire il peso reale di ogni sindacato all’interno dei luoghi di lavoro e di produzione con un criterio proporzionale, nel contempo impedire e sanzionare i titolari che finanziano la formazione di “sindacati gialli” e corporativi di comodo sostenuti e spesso tenuti nascosti dai padroni.
Il nostro obiettivo rimane però sostituire le RSU con i Consigli di fabbrica, aperti a tutti i lavoratori, non solo quelli iscritti ai sindacati, in modo che la base sia libera di scegliere le persone più adatte per rappresentarla di fronte alla direzione ed alla proprietà, le quali sono obbligate a discutere con il Consiglio riguardo al salario di secondo livello, orari e ritmi di lavoro, sicurezza, formazione, modalità di raggiungimento del posto di lavoro ed altri temi che il Consiglio ritiene opportuno affrontare riguardo il posto di lavoro.
L’Italia è una repubblica democratica nata dalla guerra di Resistenza e di Liberazione dal nazi-fascismo e il movimento sindacale non deve abbassare la guardia nella lotta antifascista. È doveroso per il movimento sindacale rilanciare con forza la mobilitazione nazionale con le altre organizzazioni Antifasciste di massa (ANPI, Comitati Antifascisti, ecc.) per lo scioglimento immediato di tutte le organizzazioni fasciste, naziste e paranazifasciste.
– Il movimento sindacale deve svolgere un’azione internazionalista di solidarietà con la classe lavoratrice mondiale e con tutti i movimenti di liberazione, per una forte azione politica di massa anche a livello europeo in difesa della pace contro l’imperialismo che rischia di far precipitare l’umanità in un 3° conflitto mondiale.
– In questo quadro internazionale, la “Confederazione Europea dei Sindacati” (CES) e la “Confederazione Sindacale Internazionale” (CSI), alle quali sono affiliate anche CGIL-CISL-UIL, senza alcuna obiettività politica e cura degli interessi della classe lavoratrice europea, hanno assunto gravi posizioni politiche a sostegno dell’UE per finanziare e fornire armi al governo dell’Ucraina. Dobbiamo ricordare che, la CES e la CSI (sindacati bianchi), non hanno mai detto una parola contro il colpo di stato fascista avvenuto in Ucraina nel 2014, o la presenza di nazisti nel governo ucraino. Soprattutto hanno ignorato totalmente la gravissima strage del 2 maggio del 2014 a Odessa, per mano di bande armate criminali naziste che hanno incendiato la “Casa dei Sindacati”, provocando morti e feriti. Non risulta, neppure, che la CES e la CSI abbiano mai preso una posizione politica, contro il gravissimo assalto fascista della Sede Nazionale della CGIL di Roma nel 2021.
– Di fronte a tali gravi posizioni politiche della CES e della CSI, il movimento sindacale di massa e di classe, i lavoratori e le lavoratrici, le/i iscritte/i ai sindacati devono mobilitarsi per dissociarsi pubblicamente, per fuoriuscire da queste organizzazioni sindacali estranee all’esperienza storica della classe lavoratrice italiana, europea e mondiale.
Ogni accordo o contratto deve essere sottoscritto solo dopo la sua approvazione nelle assemblee, perché siano sempre i lavoratori ad avere l’ultima parola.
CAPITOLO II
TURISMO, AGRICOLTURA, ENOGASTRONOMIA
L’Italia è un Paese a forte vocazione turistica. È risaputo che una grossa fetta del patrimonio artistico mondiale ha origine e risiede nel nostro paese. Siamo anche noti per la nostra cucina, per i nostri vini e in generale per la qualità dei nostri prodotti agricoli. Riteniamo che valorizzare queste risorse sia non importante, ma fondamentale, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto economico. Spesso infatti ci si sofferma sul settore industriale, che resta importante, ma non bisogna dimenticare che il mondo è cambiato, e molti prodotti industriali di ottima qualità sono fabbricati all’estero a prezzi molto bassi. È difficile esportare i nostri prodotti con una simile concorrenza, e abbattere i prezzi di vendita è quasi impossibile, se vogliamo mantenere salari dignitosi. D’altronde, le delocalizzazioni volte ad abbassare i costi di produzione sono sotto gli occhi di tutti.
Se è importante mantenere la produzione industriale e contrastare queste delocalizzazioni, riteniamo che un grosso contributo potrebbe venire dalle esportazioni di prodotti che in altri paesi non possono produrre, ossia turismo, e prodotti tipici. L’Italia è nota all’estero per le inestimabili opere d’arte, l’artigianato tipico, gli splendidi paesaggi, la buona tavola. Ecco perché riteniamo che la valorizzazione di questi “tesori italiani” sia imprescindibile per il futuro della nostra economia, oltretutto si verrebbero a creare posti di lavoro che per loro stessa natura non sarebbero soggetti a delocalizzazioni.
Riconoscendo l’importanza del comparto turistico, è comunque fondamentale agire per contrastare la turistificazione e contrastare la tendenza che ha visto le nostre città d’arte e luoghi turistici perdere residenti in favore di affitti brevi o supercostosi e trasformarsi letteralmente in città-cartolina a uso e consumo del turismo d’assalto e della speculazione turistico-finanziaria.
È necessario tuttavia, in particolare nel settore turistico, della ristorazione, dell’accoglienza e del comparto eno-gastronomico, provvedere a una profonda revisione delle forme contrattuali e delle condizioni di lavoro, sradicando la precarietà e il super-sfruttamento che troppo spesso caratterizzano il lavoro subordinato nel comparto. Inoltre, sarebbe opportuno creare sinergie con i settori produttivi (agricoltura e agro-alimentare) che rappresentano la base produttiva materiale dell’intera filiera, anche valorizzando le produzioni a chilometro-zero e tutelando il lavoro degli agricoltori.
Proponiamo:
• Valorizzazione del patrimonio artistico e paesaggistico, investimenti nel settore turistico
• Riconoscimento e difesa dei prodotti locali, sia agricoli che artigianali
• Incentivazione e pubblicità della nostra offerta turistica all’estero
• Sostegno all’esportazione dei prodotti italiani, superando le assurde sanzioni UE, una palla al piede per il nostro commercio (anche per quanto riguarda i prodotti industriali).
CAPITOLO III
AMBIENTE ED ENERGIA
Ambiente: un quadro generale
Il degrado ambientale, il dissesto idrogeologico, l’inquinamento di mercato, lo sfruttamento predatorio delle risorse, le politiche green pretestuose e perlomeno inefficaci, le guerre, sono conseguenza delle politiche neoliberiste, profitto e mercato rendono la natura mera fonte di guadagno, alla faccia della decantata agenda 2030 in materia di sviluppo sostenibile. Il capitalismo ha un solo dio, il denaro.
Il cambiamento climatico è il termometro ambientale della situazione generale in cui versa il ns pianeta; non si tratta di farne un mantra, i cambiamenti climatici fanno parte della storia della Terra, ma che sia un fatto è innegabile come lo sono le repentine testimonianze di disastri ambientali e la rapidità con cui assistiamo a fenomeni di desertificazione, innalzamento delle temperature, scioglimento delle calotte polari, scomparsa di ghiacciai nelle ns Alpi; in questo scenario l’attività antropica non è certo esente da responsabilità.
Dobbiamo dira basta all’economia capitalista, dobbiamo gestire il pianeta come una risorsa preziosa e non come dei vampiri assetati di sangue.
La transizione non deve pesare economicamente sulla cittadinanza, ma sulle aziende inquinanti con una “tassazione ambientale” ed eventuali sanzioni.
Proponiamo
– Piano nazionale a gestione statale e/o locale per una transizione energetica coerente con lo sviluppo socioeconomico della popolazione
– Incentivi alla ricerca e allo sviluppo di nuove tecnologie per ottimizzare il sistema energetico
– Nazionalizzazione grandi aziende di interesse strategico, energetico e ambientale
– No alle grandi opere dannose (Ponte sullo Stretto, TAV Torino-Lione ….)
– Potenziamento ed efficientamento trasporto pubblico
– Riqualificazione energetica di tutti gli edifici pubblici
– Bonifica delle aree inquinate
– Riassetto idro-geologico, messa in sicurezza del territorio
– Gestione rifiuti esclusivamente di gestione pubblica
– Superamento degli inceneritori
– Potenziamento della raccolta differenziata e del porta a porta con sgravi fiscali a favore della cittadinanza finanziati dal riciclo
– Decementificazione, demolizioni abusi edilizi e blocco edilizio speculativo dei territori
– Sostegno agricoltura biologica e del Km zero
– Agevolazioni per (vere) cooperative agricole
– No OGM e controllo sui pesticidi
– No agli allevamenti intensivi di gestione privata, si a quelli pubblici regolamentati e rispettosi della salute e dignità degli animali
– Solare termodinamico che nuovo non è ma è una tecnologia tutta italiana relativamente semplice già realizzata con successo a Priolo e in vari paesi ma abbandonata per ragioni misteriose.
Energia: Per una Transizione Energetica e Ambientale Democratica e Popolare.
L’energia non è una merce: è vita, dignità e potere collettivo. È il presupposto materiale della società, senza cui non è possibile produrre, creare legami o emanciparsi. Il capitale l’ha trasformata in feticcio: strumento di speculazione e dominio di classe, privando il proletariato della sovranità sul proprio vivere. L’Italia è un caso emblematico. L’energia è un monopolio naturale, incompatibile con la concorrenza. La privatizzazione ha creato un sistema parassitario: lo Stato socializza i rischi, mentre il capitale gode di rendite sicure.
L’imposizione non è solo interna: Bruxelles ha smantellato i monopoli di Stato, imponendo liberalizzazioni che hanno consegnato infrastrutture strategiche ai grandi gruppi privati. Il WACC applicato alle reti del gas trasforma beni pubblici in rendite finanziarie, scaricando il costo sui cittadini. Lo stesso vale per la transizione ecologica: il Conto Energia ha generato flussi di rendita per oligopolisti, mentre le comunità restano escluse.
Il PSNAI del governo Meloni riproduce questo schema: parchi eolici e fotovoltaici calati dall’alto, senza partecipazione, senza redistribuzione. L’intermittenza delle rinnovabili diventa un onere sociale, scaricato sulle famiglie dipendenti da gas USA o termoelettrico. Prezzi negativi e anarchia produttiva non sono difetti tecnici, ma riflesso del capitalismo. Solo una pianificazione collettiva può trasformare i limiti in opportunità.
La subordinazione geopolitica a USA e NATO aumenta costi e inquinamento, mentre la Costituzione viene tradita: i servizi essenziali, che avrebbero dovuto rimanere pubblici, sono sacrificati alle logiche del capitale globale.
La risposta deve essere di classe e sistemica:
- Riconversione delle turbine a gas verso forniture russe più economiche e meno inquinanti.
- Ripristinare le forniture dalla Russia come già fanno alcuni paesi della UE (ad esempio Slovacchia, Ungheria ed Austria).
- Sviluppo del solare termodinamico a concentrazione (CSP) per energia programmabile e calore industriale.
- Potenziamento dell’idroelettrico con pompaggio per accumulo stagionale e valorizzazione delle rinnovabili.
- Ricerca, sviluppo e utilizzo delle biomasseper un riciclo dei rifiuti organici,con particolare attenzione al processo di trasformazione energetica onde evitare l’immissione di TSP – Particolato Totale Sospeso
- Geotermiacon particolare attenzione nella gestione ambientale per evitare rischi sismici e inquinamento, inclusi metalli pesanti come arsenico, mercurio, piombo e tallio, ricorso alla perforazione a bassa entalpia o a quella a perforazione a circuito chiuso
- Pianificazione pubblica e democratica, senza la quale persino le migliori tecnologie diventano strumenti di speculazione. Ripristino del mercato tutelato per garantire prezzi dell’energia calmierati alle fasce della popolazione a reddito medio e basso.
Occorre sostituire l’anarchia mercatistica con una gestione pubblica consapevole: nazionalizzazione dei monopoli naturali, reddito energetico garantito e investimenti massicci nell’efficientamento dell’edilizia popolare.
CAPITOLO IV
SANITA’ PUBBLICA PRESIDIO DI CIVILTA’
La modalità con la quale uno Sato si prende cura della salute psicofisica dei propri cittadini me restituisce il valore della sua democrazia e il suo grado di civiltà.
Nel 1978 fu istituito il Servizio Sanitario Nazionale costituito dal “complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”. Al contempo, furono costituite le USL (Unità Sanitarie locali) che rappresentava un modello di sanità pubblica e universale che mirava al benessere psico fisico dell’intera popolazione italiana.
Ma essendo la Sanità settore strategico per la riproduzione sociale essa è stata smantellata progressivamente sotto i colpi del neoliberismo .
Nel 1992 le USL furono trasformate in ASL (aziende sanitarie locali) Il passaggio da USL ad ASL riflette chiaramente la svolta concretatasi in quegli anni nella concezione del diritto alla salute come bene pubblico a quella della salute come bene privato o meglio merce.
Questa svolta fu decisa nell’ambito dell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) con l’accordo AGCS (Accordo Generale per la liberalizzazione del commercio nei servizi, ), entrato in vigore nel 1995.
Gli obiettivi di questo accordo furono: creare un sistema affidabile e prevedibile di norme internazionali per gli scambi di servizi, agevolare la progressiva liberalizzazione dei mercati dei servizi, ossia nella sostanza aprirli al mercato, cancellando il loro carattere di prestazione sociale,.
Anche la legge di riforma 502 del 1992 che introduce l’intramoenia cioè la possibilità per i dirigenti medici di esercitare la libera professione anche usufruendo delle strutture pubbliche fa parte delle modifiche introdotte ispirate alla nuova impostazione rivolta a considerare la salute una merce ;. Ulteriori ritocchi in senso privatistico sono stati introdotti negli anni successivi.
Questa è l’analisi che Medicina democratica fa del nostro sistema sanitario:
In Italia, in particolare, si sono determinate per il nostro Servizio Sanitario Nazionale pubblico estreme e difficili condizioni a causa di politiche economiche e sanitarie che stanno mettendo a rischio la sua tenuta in termini di universalità delle risposte e di gratuità nel luogo dell’erogazione dei servizi (fino ad oggi garantita grazie al finanziamento basato sulla fiscalità generale). In parallelo, si sta determinando una sua privatizzazione nei fatti aumentando le diseguaglianze all’accesso dei servizi(vedi liste d’attesa, chiusura servizi pubblici, …). La prevenzione viene sempre meno considerata in quanto ridurrebbe la malattia e perciò metterebbe a rischio il“ mercato” della salute
Le attività di prevenzione, ossia quelle che non hanno mai interessato i soggetti privati perché con poco margine di profitto: la politica di tutela del clima, dell’ambiente, degli alimenti, delle acque, la medicina scolastica, sono ancora gestite prevalentemente dalla sanità pubblica ma man mano che ci si allontana dall’area della “acuzie/emergenza/ospedalità”, ancora prevalentemente nelle mani della sanità pubblica, aumenta il numero dei soggetti terzi non pubblici che operano nelle filiere assistenziali: RSA, residenze di vario tipo e genere, centri diurni, ambulatori e laboratori di analisi, “accreditati” ,cliniche private accreditati con le ASL
L’incidenza della sanità “accreditata” sulla spesa complessiva del Servizio Sanitario Nazionale nel 2018 è stata pari a €. 392,00 per abitante, pari al 20,3% della spesa complessiva del SSN in aumento rispetto al 2017 (€.362,00, 18,8%). Secondo la ricerca “Pubblico e Privato nella sanità italiana” dell’Università degli Studi di Milano ,il SSN fornisce con “gestione diretta” il 63% dei servizi richiesti (€. 69,8 mld), mentre “acquista” dal settore privato “accreditato” il restante 37% (€. 41,5 mld).
Il processo di contrazione dell’offerta da parte SSN è iniziato da oltre due decenni, a seguito delle cosiddette politiche di tagli lineari, volte apparentemente a ridurre gli sprechi. In particolare tra il 2010 – 2020 sono state chiuse 111 ASL, con una riduzione di posti-letto pari 37000unità.Tutto ciò è andato a discapito soprattutto verso la sanità nel sud italia e verso tutti quei presidi sanitari delle zone periferiche rispetto alle grandi città.
Altro dato significativo è quello secondo il quale nel 2019 le somme versate dai cittadini per accedere alle prestazioni sanitarie, con l’eccezione di Alto Adige, Basilicata e Calabria, ammontavano a 1,3 miliardi di euro.
L’anno successivo sono crollate a 790 milioni. In numeri assoluti si tratta di un calo di 513 milioni di euro, in percentuale del 39,4%. Ancora nel 2022, rispetto al 2019,gli incassi legati al ticket segnavano -22%. La rinuncia alle cure si aggrava nelle fasce sociali svantaggiate, raggiungendo il 37% tra coloro che dichiarano di avere molte difficoltà ad arrivare alla fine mese con le risorse di cui dispongono. In soldoni una sanità sempre più classista.
I tagli alla sanità pubblica quindi partono da lontano, dal 1997 e, secondo il Rapporto OASI 2008, hanno determinato il numero dei posti letti “pubblici” da circa 270.000 a170.000, mentre quelli “privati accreditati” restavano sostanzialmente costanti.
Secondo dati forniti dal Sindacato Medici Italiani il sistema sanitario nazionale necessiterebbe di 90 mila nuove assunzioni, evitando di sprecare i soldi impiegando i gettonisti. In Italia, infatti, mancherebbero circa 20 mila medici e 70 mila infermieri. Le cause? Da ricercare nella legge vigente che impone un tetto alle assunzioni nella sanità e inchioda di fatto la spesa del personale sanitario a 20 anni fa.
Lo smantellamento della sanità pubblica ,rendendola inefficiente h a altresi lo scopo di convincere la popolazione che un servizio privatizzato usufruibile tramite assicurazioni sanitarie private sia da preferire per assicurarsi la possibilità di cure. Così completando senza troppa opposizione il progetto di privatizzazione della sanità pubblica per i soli interessi dei grandi gruppi speculativi soprattutto americani.
Proponiamo:
Aumento spesa sanitaria raggiungendo almeno la media pro capite europea
Assunzione personale necessario a garantire presidi e prestazioni di alto livello
Riduzione progressiva del sostegno pubblico alla sanità privata fino alla sua completa cancellazione e concentrazione delle risorse sulla sanità pubblica
Abolizione numero chiuso dei corsi di laurea per medici, infermieri e specializzazioni connesse
Abolizione dei ticket
Riapertura delle strutture ospedaliere e presidi dismessi
Riqualificazione e ammodernamento strutturale dei servizi sul territorio anche sul versante della prevenzione.
Potenziamento della medicina di base: copertura territoriale e assunzione medici di base
Eliminazione Intramoenia
Eliminazione liste di attesa
Presidi sanitari di quartiere e di paese.
Potenziamento medicina del lavoro
Garantire una più stringente applicazione dei controlli sanitari con pene amministrative o penali per chi mette in pericolo la salute dei lavoratori e/o della cittadinanza in genere
La ricerca
La ricerca deve essere sotto controllo pubblico ed interamente finanziata dallo stato
Finalizzata al bene comune, scevra dagli interessi economici
Abolizione dei brevetti sui farmaci; fino a che non sarà realizzato tale obiettivo massimo, valutare la durata dei brevetti sui farmaci in modo da assicurare la fruizione degli stessi per tutti i cittadini.
Nazionalizzazione delle aziende strategiche.
CAPITOLO V
TRASPORTI
I trasporti sono determinanti per la qualità della vita e la sostenibilità ambientale.
Le proposte che avanziamo rientrano, principalmente, nell’ambito di interesse collettivo e nella pianificazione statale.
Per una fruizione massiva del servizio pubblico sono quindi necessari la copertura territoriale e oraria oltre a dei costi accessibili fino alle esenzioni per i cittadini in difficoltà economica, vanno altresì esentati studenti, anziani e lavoratori, oltre a chi non è in possesso di mezzi privati di spostamento.
Il tutto in ottica di una graduale estensione della gratuità su tutti i mezzi pubblici: autobus, tram, metro, treni regionali, occorre favorire lo sviluppo della mobilità con mezzi messi a disposizione dagli enti locali.
La sostenibilità economica è attuabile con il dimensionamento corretto dei mezzi di trasporto, con la tassazione delle auto di lusso in ragione della fiscalità progressiva, con il risparmio e il taglio degli sprechi sulle grandi opere inutili, ecc…
INFRASTRUTTURE
Statalizzare tutte le infrastrutture, dalla autostradale alla rete ferroviaria fino a quella tramviaria, in gestione statale o degli enti locali a seconda dell’area di incidenza.
Abolizione delle concessioni private, trasporto gestito esclusivamente dal pubblico, assorbimento dei dipendenti delle concessionarie nel gestore statale unico, per esempio per i dipendenti di ITALO nelle FFSS
Proponiamo
Le scelte di trasporto e urbanistiche vanno fatte con l’obiettivo dell’interesse collettivo e non, come oggi, in base al profitto.
Gestore unico statale per la rete autostradale
Manutenzione stradale
Assicurazione statale agevolata per bassi redditi
Efficientamento della mobilità ferroviaria dal rinnovo della rete ai treni, con orari compatibili con le necessità dei pendolari, gratuità per gli studenti e i lavoratori, per questi ultimi a carico delle aziende nel caso di trasferimenti coercitivi
Sviluppo della mobilità intercomunale, dai treni ai bus, con tratte coordinate tra comuni e regioni.
Pianificazione delle ZTL strettamente collegata a quella dell’efficienza/efficacia del trasporto locale, occorre gestire la mobilità complessiva senza che i disagi ricadano su chi, per esempio, è possessore di un’utilitaria non “ecocompatibile” difficilmente posseduta per scelta bensì per ragioni economiche
Maggior capillarità e disponibilità di cicli a pedalata assistita forniti dagli enti locali
Incentivi per la mobilità pedonale e ciclabile: reti ciclabili integrate, noleggio bici gratuito, parcheggi bici protetti, ampliamento e manutenzione delle piste ciclabili
Mezzi pubblici con ampia copertura territoriale e oraria oltre a costi accessibili fino alle esenzioni
Nel caso di trasporti locali si istituiscono dei comitati cittadini e/o di pendolari con diritto di indirizzo finanche decisionale
PIANO DI SVILUPPO
Ampliamento rete ferroviaria e tramviaria
Potenziamento trasporto ferroviario regionale e locale
Manutenzione reti e mezzi di trasporto
Ripristino delle tratte ferroviarie dismesse ove necessario o in mancanza di alternativa migliore
Collegamento puntuale tra piccoli comuni e grandi centri
Investimenti nella logistica per ridurre il trasporto merci su gomma.
Realizzazione opere stradali incompiute
LAVORATORI
Assunzione personale necessario
Nessuna forma di precariato, sicurezza sul lavoro, salari congrui, turni sostenibili.
Reinternalizzazione della manutenzione con assorbimento del personale delle aziende appaltate nell’ottica dell’efficientamento e della riduzione degli incidenti sul lavoro
CAPITOLO VI
PONTE SULLO STRETTO
La Sicilia, la Calabria e più in generale il Mezzogiorno non hanno bisogno di opere pubbliche faraoniche che alimentano soltanto sperperi, clientele politiche e speculazioni, ma di un piano di sviluppo organico e strategico che vada ad intervenire sui limiti e le fragilità socio-economiche di quest’area del Paese, investendo su infrastrutture materiali e immateriali sostenibili e rispettose delle specificità dei territori, in grado di colmare il divario e lo svantaggio che si registra nelle reti dei servizi essenziali e del sistema produttivo, per determinare le condizioni necessarie per una crescita ed un avanzamento generale delle comunità.
Il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, promosso ciclicamente dai governi di destra sin dagli anni Novanta, si presenta come un fallimento annunciato per l’errata concezione dell’opera, per le gravi lacune progettuali, per il contesto inappropriato nel quale si intende inserire l’infrastruttura, calata dall’alto e decisa a tavolino, s ma anche per il notevole impatto che avrà sull’ambiente e sul paesaggio, per gli effetti negativi che determinerà su numerose attività locali e sull’assetto urbanistico dei centri direttamente coinvolti, per i rischi che comporta in termini di sicurezza, a causa dell’alto livello di sismicità delle zone interessate dall’opera, per i forti venti che caratterizzano lo Stretto e per i problemi idrogeologici dei suoli su cui, nei pressi di Messina, poggeranno i piloni del ponte, per di più già ampiamente urbanizzati.
Un’opera i cui costi sono enormemente lievitati nel tempo raggiungendo nell’ultima pianificazione, datata 2025, i 13,5 miliardi di euro, più un altro miliardo e cento milioni per interventi ferroviari connessi, pari al 248% in più della previsione di spesa iniziale, con molte opacità e incertezze sulle procedure che saranno seguite per la gestione e per i controlli, sulle penali fissate con la società esecutrice dei lavori, con la quale già c’è un contenzioso pregresso di 700 milioni di euro, e sul cronoprogramma.
Seri dubbi di legittimità pesano sul contratto sottoscritto e ripristinato, dopo la revoca del 2012, tra la società Stretto di Messina e il consorzio Eurolink, con il gruppo Webuild come capofila, come rilevato dall’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, quando il valore del contratto supera del 50% l’importo originario, è obbligatorio bandire una nuova gara pubblica, in base alle normative europee.
Le risorse finanziarie destinate al progetto in gran parte sono state stornate dai Fondi di coesione delle Regioni Calabria e Sicilia, destinati alla perequazione e allo sviluppo e quindi sottratti ad interventi importanti, se non addirittura indispensabili, per la realizzazione di un’infrastruttura che non risolve affatto le difficoltà che si registrano nella mobilità e nei collegamenti tra Sicilia, Calabria e resto d’Italia, in particolare con le regioni meridionali, soprattutto le aree interne, e che risulta sconnessa con la situazione infrastrutturale generale, notevolmente carente.
Soldi pubblici che si sarebbero dovuti investire nella realizzazione di un’adeguata rete ferroviaria, autostradale e viaria, per ridurre tempi di percorrenza di persone e merci e rompere l’isolamento di diversi territori, agevolandone così anche lo sviluppo economico.
Il progetto del ponte, che risale al 2011, con l’intenzione di aggiornarlo in fase esecutiva, approccio di per sé improponibile, considerata l’imponenza della struttura (le campate laterali saranno lunghe 3.666 metri e quella centrale 3.300, per 60,4 metri di larghezza dell’impalcato e 382,6 di altezza delle torri; il canale navigabile sottostante sarà alto 65 metri per 600 di larghezza) e la criticità dell’area nella quale viene costruito, che richiederebbe calcoli statici e sismici precisi e rispondenti alle soluzioni tecniche e costruttive adottate, con prove e verifiche sulle risposte alle sollecitazioni sismiche e aerodinamiche testate appositamente sulle caratteristiche geomorfologiche e ambientali del territorio, che invece sarebbero state effettuate soltanto su modelli astratti.
Non a caso il comitato tecnico-scientifico ha presentato 68 osservazioni gravi, che richiederebbero interventi mirati e tempi adeguati per l’elaborazione, mentre il ministero delle Infrastrutture ha autorizzato comunque l’avvio della fase esecutiva.
Grande scetticismo e preoccupazione è stata espressa in merito anche da autorevoli tecnici, che hanno completamente bocciato l’impianto progettuale, che presenterebbe soluzioni antiquate e non adeguate soprattutto al trasporto ferroviario, senza disporre peraltro, nella compagine esecutrice dei lavori, di società di consulenza specializzate nel settore. La pressione del vento determinerebbe infatti un’inclinazione del ponte, causando un dislivello delle rotaie fino a 60 millimetri, con possibili rischi per i treni in percorrenza, nettamente al di sopra della soglia massima consentita dai parametri di sicurezza stabiliti dall’Unione internazionale delle ferrovie, che è di 3 millimetri.
La stessa dislocazione del ponte e degli svincoli per accedervi ne rendono complicato e controproducente l’utilizzo. Sul versante calabrese l’innesto è previsto a Gioia Tauro, 50 km da Reggio Calabria. Sul versante siciliano l’imbocco è localizzato nella parte alta di Messina, obbligando così gli autoveicoli a raggiungere lo svincolo dell’autostrada per Catania o per Palermo e il tracciato previsto attraversa una zona abitata che andrebbe sgomberata.
Il ponte sullo Stretto di Messina è un’opera che risponde soltanto agli interessi della malapolitica, di grandi aziende private che gestiranno l’appalto e della criminalità organizzata, con buone probabilità che resti una costosissima incompiuta.
Alla Sicilia e alla Calabria servono invece la costruzione di una rete autostradale e la realizzazione di collegamenti ferroviari moderni nell’isola, l’Alta velocità tra Salerno e Reggio Calabria, l’elettrificazione della ferrovia jonica tra Reggio Calabria e Taranto, una superstrada jonica efficiente e sicura.
CAPITOLO VII
TELECOMUNICAZIONI
Il settore delle telecomunicazioni in Italia era pubblico, ricordiamo la SIP e successivamente nel 1994 Telecom Italia (nata dalla fusione di alcune aziende).
La gestione statale garantiva, praticamente, la completa copertura sul territorio nazionale dei servizi, venivano programmati piani industriali nazionali e i posti di lavoro erano stabili.
Con la privatizzazione di Telecom Italia grazie al governo Prodi (1997), l’Italia diventa un caso unico nei Paesi europei nel privatizzare interamente le telecomunicazioni.
Le prerogative diventano il mercato concorrenziale, la precarizzazione del lavoro, le esternalizzazioni… il tutto nel nome degli azionisti e del loro profitto
Particolare rilevanza ha assunto nell’ultimo anno l’acquisizione delle infrastrutture di rete Telecom da parte del fondo statunitense KKR con la conseguente divisione dell’azienda in due, uno di stampo commerciale cioè l’attuale Telecom e l’altro nel nuovo soggetto Fibercop. Oltre a minare i livelli occupazionali (vedi Magneti Marelli sempre con KKR), oltre ad essere un salto oltre il neoliberismo (caso più unico che raro nei paesi occidentali), l’altro aspetto rilevante è la presenza in KKR, come figura dirigenziale di spicco, dell’ex direttore della CIA e comandante statunitense di punta nelle guerre in Iraq e Afghanistan Petraeus, a pensar male…
Le altre aziende operanti in Italia fanno capo, in maggioranza, a proprietà con importanti e rilevanti spesso maggioritarie quote azionarie estere, le TLC di italiano hanno sempre meno, alla faccia dei cosiddetti sovranisti nostrani.
Le telecomunicazioni sono un settore strategico spesso sottovalutato dall’interesse generale e volutamente coperto dal silenzio.
Controllano l’informazione e i dati: cioè uno dei principali aspetti strategici della produzione capitalistica.
Sono strumento necessario per il dominio ideologico, le telecomunicazioni sono determinanti per l’egemonia culturale del neoliberismo. Controllare reti e contenuti significa scegliere i contenuti, significa decidere quali informazioni far circolare e quali no.
Lavoro
Pesanti esternalizzazioni verso call center esteri
Personale tecnico assunto da cooperative, utilizzo di appalti a cascata.
Smart working concesso come forma di pressione e ricatto
Telecom da 120.000 dipendenti si è ridotta, dalla privatizzazione ad oggi, ad un terzo del personale con pesanti ricadute anche sull’indotto
Ricorso decennale degli ammortizzatori sociali, sia per le aziende di tlc che per l’indotto, si assiste a ripetute chiusure delle aziende in appalto, ricorsi alla cassa integrazione ed alla solidarietà, perdita della professionalità nell’ottica della riduzione dei costi, il tutto nel nome del profitto immediato senza piani industriali degni di nota
Lo Stato
Lo Stato italiano si è ridotto a mero garante degli interessi dei grandi azionisti, intervenendo a sanare le difficoltà del mercato nell’ormai consueto “nazionalizzare le perdite privatizzare i profitti”. Nulla è cambiato dal disastro della privatizzazione di T.I. ad oggi, governi di qualsiasi colore e tipo hanno proseguito la strada del libero mercato con la conseguenza che il nostro Stato non ha più il controllo delle proprie telecomunicazioni, esponendo il paese ad un controllo di terzi.
Proponiamo
Le telecomunicazioni devono essere di gestione pubblica e non solo le infrastrutture, ma anche le piattaforme digitali, i dati, le reti, i social, occorre impedire il controllo e la gestione capitalista delle informazioni.
Nazionalizzare le aziende di settore in un unico soggetto garantendo i livelli occupazionali.
Superare la concertazione e ridare slancio alle lotte
Contrastare le esternalizzazioni e creare una rete di lotta tra lavoratori indipendentemente dalle categorie e dalle diverse aziende
Rinnovare il contratto nazionale (scaduto da oltre 2 anni) rivendicando adeguamenti salariali congrui rispetto al caro vita reale, fine del precariato e degli appalti indiscriminati, riduzione dell’orario di lavoro, decentramento delle sedi aziendali, assunzioni.
Sviluppo e ricerca volti all’interesse pubblico, dalla riduzione dei costi alla qualità del servizio, a servizi innovativi
Il settore delle telecomunicazioni è strategico, è un mezzo decisivo per la lotta di classe (come lo sarà l’intelligenza artificiale), infatti è dominato dal grande capitale che ne controlla i contenuti ideologici promuovendoli od escludendoli in base al proprio tornaconto.
È necessario quindi promuovere la statalizzazione delle infrastrutture e di rendere possibile la fruizione dei contenuti delle più disparate piattaforme, dell’uso e dell’interazione con i social di paesi di stampo socialista e/o di chi promuove un mondo multipolare (es. i BRICS).
L’obiettivo finale è il controllo popolare delle tecnologie.
CAPITOLO VIII
CASA: UN DIRITTO FONDAMENTALE
In Italia circa l’11% delle abitazioni rimane non utilizzato o non concesso in locazione, bloccando di fatto il mercato degli affitti, allargando la contraddizione “famiglie senza case e case senza famiglie”, inoltre, all’elevata quota di immobili inutilizzati si associa l’accresciuta dimensione degli affitti brevi (mercato delle locazioni turistiche) che sembra inarrestabile. Nelle aree a vocazione turistica, si è, infatti, assistito ad aumenti insostenibili degli affitti, con sempre maggior difficoltà a trovare soluzioni abitative in locazione a medio-lungo termine.
Sul totale delle famiglie in affitto in Italia la quota di famiglie in disagio economico – il cui canone cioè supera il 30% del reddito – è più che raddoppiata. Una persona su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Nelle città italiane vivono circa 96mila senza tetto e senza fissa dimora, di cui quasi 13mila sono minori con meno di 18 anni, “conteggiando le famiglie che hanno già subito uno sfratto con la forza pubblica, quelle che si ritrovano in mano una sentenza di sfratto e quelle che si apprestano a riceverlo, in Italia si supera la cifra di 450mila” grazie all’azzeramento dei contributi affitto e alla revoca per centinaia di migliaia di persone del reddito di cittadinanza e dell’allegato contributo affitto fino a 280 euro. Ecco allora gli sfratti, al 90% per morosità incolpevole, e le decine di migliaia di espropri da parte delle banche per decine di migliaia di lavoratori, impoveriti o cassaintegrati o licenziati che non riescono a pagare i ratei del mutuo.
Il disagio abitativo è aggravato, altresì, dalla carenza di offerta pubblica di edilizia popolare; oggi, in Italia, le case popolari sono più o meno 750mila pari ad appena il 3,3% degli alloggi e ospitano circa due milioni di persone. Si tratta di ben poca cosa se consideriamo che attualmente sono 650.000 le domande di case popolari in attesa senza prospettiva di assegnazioni. La percentuale di edilizia pubblica, nei diversi modi in cui è realizzata, è tra le più basse in Europa. Nel Recovery Plan i fondi per l’edilizia pubblica sono stati ancora ridotti. Alla rigenerazione urbana e al potenziamento del cosiddetto housing sociale sono dedicati 7,3 miliardi sugli oltre 220 totali: di questi solo 500 milioni sono riservati all’aumento della disponibilità di alloggi sociali in senso “stretto”. Non sono previsti programmi di aumento dell’offerta di edilizia residenziale pubblica, senza consumo di suolo (recupero dei “vuoti urbani” e alloggi vuoti dei grandi enti previdenziali), e di alloggi, in particolare a canone sociale, e in parte, agevolati, ricercando soluzioni abitative, sia per famiglie povere che per lavoratori o studenti fuori sede, con redditi per i quali è impossibile affrontare il mercato immobiliare.
Dall’inizio degli Anni Duemila gli alloggi di edilizia pubblica realizzati o recuperati sono in numero inferiore a quelli oggetto di alienazione. Prosegue il prosciugamento delle case popolari con un travaso di destinazione sottraendole ai poveri in graduatoria per assegnarle a un canone concordato. Dagli anni ’90, con la chiusura della “Gescal”, c’è stato un superamento dell’intervento dello Stato a favore del mercato libero. Tremonti ha dato il via alle cartolarizzazioni dei beni degli enti previdenziali. Poi il Governo D’Alema ha smantellato le ultime protezioni pubbliche sulla casa: oltre ad abolire l’equo canone, cioè il controllo pubblico sugli affitti, la legge 431 del 1998 ha decretato la fine dei finanziamenti per costruire case popolari e per gli enti che gestivano quelle esistenti.
E’ evidente che siamo all’assalto finale dei grandi interessi finanziari sul patrimonio immobiliare pubblico : milioni di famiglie ricorrono ai mutui, le costruzioni aumentano ma i prezzi delle case salgono, le banche smettono di finanziare l’industria produttiva, il capitale ha bisogno di cittadini indebitati che paghino il mutuo, o l’affitto . Quello che in Italia si chiamava “blocco edilizio”, diventa il nuovo Real Estate Financial Complex, “complesso finanziario immobiliare”. Ne fanno parte anche le compagnie assicurative e i fondi pensione, a loro volta privatizzati. La finanza globale è entrata nel sud Europa: i mutui, naturalmente, ma anche le assicurazioni sui mutui, la finanziarizzazione del social housing e del mercato degli affitti privati, la cartolarizzazione delle case popolari (le attuali case popolari, in Lombardia, di fatto saranno trasformate tutte in alloggi di social housing), anche attraverso fondi immobiliari, gli investimenti sugli affitti brevi turistici e altre forme spurie di intreccio tra queste modalità.
Per l’Italia, però, sono cruciali anche i profitti sui fallimenti, sulla bancarotta delle imprese, sulle svendite del patrimonio pubblico per tappare buchi di bilancio. I fondi puntano sul mercato dei crediti deteriorati, i “fondi avvoltoio” ‒ come li chiamano in Spagna ‒ sono riusciti a mettere in piedi sistemi diversificati per conquistare le città. Grazie a una disponibilità finanziaria quasi illimitata, ed estremamente concentrata, i fondi non hanno bisogno di profitti immediati: puntano ad accumulare pezzi di città, senza curarsi troppo di cosa ne faranno.
E’ necessario dunque costruire una vasta e articolata coalizione per il diritto all’abitare che coinvolga sindacati, associazioni, movimenti, comitati locali e istituzioni di base (comitati di quartiere etc…) che punti ad un Piano casa. Per questo servono nuovi e maggiori investimenti pubblici sull’edilizia sociale e occorre sbloccare il patrimonio edilizio inutilizzato con una congrua pressione fiscale. Occorre infine una nuova regolazione legale dei canoni di affitto.
CAPITOLO IX
SCUOLA: PER UNA SCUOLA PUBBLICA CHE MIRI ALL’INTERESSE COLLETTIVO!
Le idee dominanti in un determinato luogo e periodo storico determinano sempre la tipologia del sistema dell’istruzione
ed è per questo motivo che la scuola in tutti i suoi ordini e gradi è stata geneticamente modificata passo dopo passo dalle riforme degli ultimi 40 anni ribaltando completamente il modello di scuola realizzato dalla metà degli anni 60 fino agli anni 80.
Un modello di scuola pubblica e ad accesso universale che rappresentava un veicolo di progresso sociale sia in termini di crescita e arricchimento culturale necessario per costruire soggetti consapevoli ,sia in termini di possibilità di una reale mobilità sociale .IL figlio dell’operaio poteva diventare dottore, mentre ora la scuola sancisce il fatto che lo stato sociale e lavorativo della famiglia di provenienza determina lo status sociale e lavorativo dei figli.
Di contro le riforme che si sono succedute hanno avuto il compito di trasformare gradualmente la scuola in un sistema che favorisce la passività e il conformismo, per poter costruire lavoratori pronti ad un mercato del lavoro che li vuole isolati, atomizzati, flessibili, docili
Per attuare gli obiettivi assegnati all’istruzione nella fase capitalistica dell’ordoliberismo ,si è proceduto a trasformare la scuola di ogni ordine e grado in una scuola intesa come azienda ,con una visione mercantilistica dove la presunta efficienza e produttività sono previlegiate rispetto all’apprendimento e al benessere degli studenti.
Per questo scopo il ruolo dei Presidi è stato modificato sempre più in senso manageriale, perdendo quell’aspetto partecipativo e collegiale che aveva reso la scuola italiana, un modello studiato in tutto il mondo. Infatti la scuola è stata per vari decenni una comunità prima di tutto di insegnanti che nel Collegio Docenti definivano le scelte didattiche ed organizzative delle scuole ( in funzione delle scelte didattiche).
L’offensiva reazionaria ha portato ad una investitura sempre più forte dei presidi al comando delle scuole, i Collegi Docenti pur avendo ancora importanti poteri e competenze sulla didattica sono stati completamente esautorati da una gestione democratica e collettiva della scuola, arrivando per fino in alcuni casi a togliere il diritto di parola e di voto ad insegnanti non allineati.
Le varie riforme della scuola non solo hanno trasformato le scuole come aziende ma hanno premesso anche alle aziende di entrare prepotentemente all’interno delle scuole.
L’alternanza scuola lavoro, in particolare con l’ultima modifica di Renzi, ha messo gli istituti completamente nelle mani delle aziende che, nella grande maggioranza dei casi, non solo utilizzano i ragazzi per loro utilità di profitto, anziché per dare loro competenze professionali ma soprattutto entrano nelle scuole per inculcare, senza alcun contraddittorio, la mentalità di lavoro funzionale alle aziende stesse, flessibilità competitività e infine colpevolizzazione di sé stessi in caso di fallimento.
Le scuole, in particolare gli ITIS e i professionali hanno sempre organizzato stages in aziende, ma erano gli istituti a valutare se erano validi ed utili per gli studenti e un insegnante ne seguiva lo svolgimento, ora gli studenti sono obbligati a fare gli stages e quindi le scuole non hanno più possibilità di scegliere quelli realmente utili. Sono inaccettabili morti o infortuni gravi di giovani ragazzi nel corso dell’alternanza
L’Alternanza scuola-lavoro ha anche ridotto notevolmente le ore di studio deì percorsi scolastici, abbassando il livello delle conoscenze e delle competenze culturali, scientifiche e tecniche, acquisite alla fine del percorso scolastico, dagli studenti, anche nei licei.
Infatti il livello che, anni fa, si acquisiva alla fine della scuola secondaria, oggi viene raggiunto negli ITFS e gli ITS ( che durano 1 o 2 anni dopo la fine della secondaria) o con le lauree brevi.
Ma questo implica un allungamento del percorso scolastico da 1 a 3 anni , con notevoli costi in più, che un numero sempre maggiore di famiglie non riescono ad affrontare, studenti con ottimi voti decidono, ormai da molti anni, di non accedere all’università solo perché le loro famiglie non se lo possono permettere, è anche questo un risultato del progressivo impoverimento dei lavoratori e dei ceti popolari, ed è una cocente violazione del diritto allo studio affermato dalla Costituzione.
Anche la scuola dell’orientamento introdotta da Berlinguer va superata; la moltiplicazione delle materie , con poche ore di lezione, in particolare nel biennio, in realtà non contribuisce né al formarsi di un ampia e approfondita cultura di base né ad orientare gli studenti sulle scelte future di scelta dell’indirizzo di studio disperdendosi su tanti contenuti poco approfonditi.; le micromaterie vanno sostituite con un rafforzamento della conoscenza e dall’approfondimento in campo linguistico, letterario, matematico, scientifico, informatico.
Le classi dominanti perseguono l’obiettivo della trasformazione della scuola da un’istituzione che aveva il compito di essere strumento di emancipazione individuale e collettiva ad essere invece uno strumento di disciplinamento sociale in vari modi, sia con le riforme appunto, depotenziandola nella sua missione costituzionale, sia con i tagli che si susseguono da anni della spesa per l’istruzione pubblica.
L’Italia spende meno di tutti i 27 Stati europei in rapporto alla spesa pubblica totale.
Con la conseguenza di avere sempre più insegnanti precari, il precariato dequalifica ogni ordine di scuola, la continuità didattica non è garantita e gli insegnanti precari vivono in un limbo esistenziale perenne
Gli stipendi del corpo docente e del personale ATA sono sotto la media europea-
Il 90% degli edifici scolastici non è a norma, con la possibilità gia verificatasi di incidenti ai danni di studenti e insegnanti, non sono dotati di strumenti didattici adeguati, sono strutture brutte e fatiscenti.
Di contro però ai tagli alla scuola pubblica aumentano i finanziamenti alle scuole private che oltre a vivere di corpose rette godono anche di lauti aiuti statali, riuscendo nell’intento di costruire una scuola di èlite e per le èlite che acuirà sempre più la distanza tra figli di lavoratori e figli dei ricchi. Senza tanti infingimenti un sistema di istruzione classista!
Proponiamo
Aumento della spesa per l’istruzione di ogni ordine e grado
Fine del precariato nella scuola dai docenti al personale ATA
Aumento stipendi docenti e personale ATA
Ristrutturazioni edifici, ampliamenti, messa in sicurezza, risparmio energetico.
Abolizione dell’alternanza scuola lavoro ripristino attività di stage decise e programmate dalle scuole.
Copertura e decentramento
Classi dimensionate per un massimo di 15 alunni
Cessazione del finanziamento pubblico a scuole e università private
CAPITOLO X
UNIVERSITA’
Bisogna ragionare in termini di sistema educativo complessivo, evitando di portare avanti lotte corporative per un solo settore, come è stato fatto finora. Occorre sottolineare che tutto il sistema educativo è stato trasformato nel momento in cui l’OMC ha trasformato il diritto all’educazione in merce. A partire da quel momento sono state realizzate vere e proprie controriforme, che hanno peggiorato lo stato dell’esistente già in cattive condizioni.
Punti fondamentali
Diritto allo studio
Aumento dell’importo delle borse di studio che vanno assegnate a tutti gli aventi diritto, innalzamento progressivo della soglia di reddito per l’esenzione da tutte le tasse, aumento degli alloggi, delle mense, dei luoghi di studio e di socializzazione, abolizione del “3+2″, aumento e stabilizzazione dei docenti. Aumento dell’ammontare delle borse di studio per i dottorati di ricerca e abolizione dei dottorati senza borsa. L’obiettivo è rendere più facile l’accesso alla formazione universitaria della classe lavoratrice e formare cittadini culturalmente e politicamente consapevoli. Il rifinanziamento dovrebbe eliminare il numero chiuso; l’accesso all’università dovrà esser sempre tenere conto delle esigenze del paese.
Abolizione del precariato e reclutamento nel terzo livello di professore
Ricognizione del numero dei precari, finanziamento dei posti di ruolo di professore di terzo livello secondo le esigenze del paese. Proroga dei contratti precari fino all’espletamento dei concorsi, cancellazione di tutte le figure precarie e introduzione di una sola figura pre-ruolo di durata triennale, in numero direttamente rapportato agli sbocchi in ruolo, con piena autonomia (anche finanziaria) di ricerca, con retribuzione, diritti e rappresentanza adeguati del neo-assunto.
Il ruolo unico dei professori
Occorre costituire un unico ruolo (organico unico) di professore universitario articolato in tre livelli retributivi, con uguali compiti e uguali diritti (compreso l’elettorato attivo e passivo) e uguali doveri all’interno di un unico stato giuridico nazionale (uguale in tutti gli Atenei). L’ingresso nel ruolo deve avvenire con concorsi nazionali (senza l’ASN) e il passaggio di livello deve avvenire, a domanda, attraverso una valutazione complessiva (ricerca e didattica) nazionale individuale. In caso di valutazione positiva, deve conseguire l’automatico riconoscimento della nuova posizione (senza alcun ulteriore “filtro” locale).
I vincitori dei concorsi nazionali devono potere scegliere dove prendere servizio, tra le sedi dove sono stati banditi i posti messi a concorso, sulla base di una graduatoria.
Gli scatti economici all’interno di ogni livello devono essere legati esclusivamente all’età di servizio (retribuzione differita). L’età pensionabile deve essere uguale per tutti i professori del ruolo unico.
Transitorio
Gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, i professori associati e i professori ordinari, a domanda, devono fare parte rispettivamente del terzo, del secondo e del primo livello, mantenendo all’ingresso l’attuale retribuzione. A tutti i ricercatori di ruolo e gli associati che hanno conseguito l’ASN deve essere riconosciuto immediatamente e automaticamente il passaggio di livello, con i relativi incrementi economici a carico dello Stato.
Autonomia del Sistema nazionale dell’Università
Abolizione dell’ANVUR e sostituzione del CUN con un Organismo di autogoverno e di rappresentanza del Sistema nazionale dell’Università, con tutti i membri eletti direttamente e contemporaneamente, e, per la componente docente, con criteri proporzionali alla numerosità delle aree (non più di 5-6) e con elettorato attivo e passivo non distinto per livelli. È questo uno strumento indispensabile per difendere l’autonomia dell’Università dai poteri interni ed esterni, che insieme da decenni la stanno demolendo, e per rendere superflua l’ingerenza della CRUI, associazione privata.
Gestione democratica degli Atenei
Rendere il Senato Accademico organo decisionale e rappresentativo di tutte le componenti, trasformando il Consiglio di Amministrazione in organo puramente esecutivo, eliminando la presenza in esso dei membri esterni. Netta riduzione dei poteri del Rettore che non deve fare parte del Senato Accademico. In particolare bisogna riportare a livello nazionale l’azione disciplinare riguardante i docenti per eliminare l’attuale Collegio di disciplina di Ateneo.
Finanziamento dell’Università
Il finanziamento delle università deve avvenire sulla base dei bisogni del paese, tenendo conto che negli ultimi decenni sono state definanziate e che si è imposta la logica della concorrenza e non della collaborazione tra gli atenei. Il finanziamento deve raggiungere almeno la media europea e bisogna portare ai livelli europei il numero dei laureati e il rapporto docenti di ruolo/studenti.
Università telematiche
Nelle università telematiche non si fa ricerca e sono solo un esamificio. Bisogna procedere verso la loro eliminazione, riportando nel pubblico tutti i loro iscritti.
CAPITOLO XI
QUESTIONE GIOVANILE
Come ben sappiamo in Italia i giovani sono una parte importante del paese, senza loro non c’è futuro, la nostra politica volutamente se ne dimentica, visto che le ultime politiche giovanili fanno acqua da tutte le parti.
Essere giovane in Italia significa avere un futuro incerto: se non hai il sostegno diretto della tua famiglia di origine, farai molta fatica ad arrivare all’indipendenza economica, lavorativa ed abitativa.
Il continuo taglio alle spese sociali, seguendo politiche liberali, cristallizza la generazione under 30 in uno stato di perenne dipendenza dalla famiglia, cosa che spinge molti giovani a cercare fortuna all’estero come fecero i loro nonni e bisnonni ormai tanti decenni fa.
Si stima inoltre che il flusso dei giovani emigranti è più numeroso delle persone che immigrano nel nostro paese; quei ragazzi si sono formati in Italia, avendo una preparazione importante e la quasi totalità proviene dalle regioni del mezzogiorno, per via delle minori possibilità di lavoro offerte in quelle regioni e delle politiche nazionali sbagliate che offrono sempre meno risorse a queste terre lasciando il meridione in mano a malavitosi e corrotti.
Come risolvere il problema dei giovani?
Per interrompere questo flusso in uscita di giovani bisogna andare contro tendenza, lo Stato, con politiche sociali importanti, deve calmierare il prezzo delle abitazioni agevolando un giovane nell’acquisto della prima casa, garantendo quindi una stabilità abitativa, dando aiuti concreti a chi mette su famiglia, calmierando i beni di prima necessità, creando strutture che sostengano le famiglie quando i due genitori sono costretti a lavorare, quindi asili nido gratuiti con orari che permettano ai coniugi di non dover scegliere tra accudire il figlio o il lavoro; solo così si può invertire il calo demografico; un indice importante per vedere se uno Stato funziona è la demografia del paese.
CAPITOLO XII
SICUREZZA
Innanzitutto, per sicurezza si deve intendere quella dello Stato, della gestione delle informazioni riservate che riguardano l’attività degli organi d’intelligence e di sicurezza della Repubblica in un quadro internazionale di sempre maggiore invasività della NATO, degli Stati Uniti ed anche d’Israele. A questo proposito è necessario riaffidare all’IRI la gestione delle reti di comunicazione e revocare ad ogni società straniera qualsiasi appalto che riguarda la gestione delle comunicazioni di organi statali e militari.
Noi ad oggi abbiamo bisogno anche di considerare questo aspetto, cosa che molti partiti della nostra galassia sbagliano a non prendere in considerazione, purtroppo nel nostro presente le classi popolari vivono la costante oppressione della micro criminalità, si pensi alle periferie delle nostre città o interi paesi di campagna ostaggio di questo fenomeno.
Come risolvere questo problema?
Per noi Comunisti la sicurezza della classe operaia e lavoratrice deve essere una priorità e non <<roba da fasci>> come considerano alcuni buonisti della sinistra liberale, ovviamente non siamo d’accordo con la politica della militarizzazione dei quartieri voluta dalle destre perché non risolverebbe il problema alla radice ma creerebbe solamente più tensione.
Il governo attuale, attraverso il decreto sicurezza, vorrebbe una società più militarizzata ma c’è una contraddizione, le norme di questo decreto mirano a colpire i reati commessi dalla fascia popolare, non colpendo allo stesso modo i reati tipici delle classi dominanti, lasciando ampio spazio all’evasione fiscale ed alle mafie, due mali cronici del nostro paese.
La sicurezza nella nuova società che vogliamo, deve essere garantita innanzi tutto da leggi chiare e comprensibili a tutti, le quali tutelino la società dai malfattori con un mezzo molto forte, la certezza della pena, notiamo ad esempio come chi ruba, scippa, picchia, stupra, viene comunque identificato e rilasciato dopo due giorni, il contro senso lo troviamo anche quando, una volta ricevuta una condanna, il detenuto ottiene permessi premio o sconti della pena; noi comunisti facciamo un distinguo molto chiaro e netto, pensiamo che il carcere ha una funzione rieducativa e che per reati minori scaturiti dal bisogno, ci deve essere una pena adeguata, ad esempio se al supermercato un disoccupato che deve mantenere la sua famiglia ruba, è giusto che la pena sia scontata e che ci siano sconti di pena in caso di buona condotta, lo Stato, però, deve anche sradicare le condizioni di bisogno cronico nelle quali milioni di persone vivono nel nostro paese con politiche sociali che permettano una vita dignitosa ed uno sviluppo concreto come sancito dalla nostra Costituzione.
Ci sono altri tipi di criminali da colpire duramente che sono colpevoli anche della microcriminalità, parliamo dei mafiosi e dei grandi capitalisti, i quali, per il loro accumulo di capitale, se ne fregano di mettere in ginocchio la società, bisogna colpirli duramente, garantendo pene senza sconti per debellare una volta per tutte questo male che attanaglia il nostro paese, dando un segnale forte alla popolazione della presenza dello Stato Italiano.
Come puntare alla rieducazione?
Bisogna creare strutture sorvegliate dove i detenuti, possano essere rieducati tramite il lavoro e lo studio, la fatica insegna sempre, rispettando ogni diritto della persona ovviamente;
dobbiamo anche capire le necessità dei lavoratori che tutelano l’ordine pubblico, sempre sottorganico e con pochi mezzi per i tagli operati dai governi, occorre quindi rifinanziare il settore assumendo nuove unità capaci di garantire meglio la sicurezza, dando un servizio più efficiente e rapido.
Chiudiamo dicendo che nel nostro modello di società chi esce dal carcere deve essere messo in condizione di non entrarci di nuovo, grazie alla rieducazione ed alla soluzione di problematiche serie a livello sociale garantendo migliori servizi pubblici per tutti; questa può essere la soluzione efficace di un problema che affligge da sempre il nostro paese.
CAPITOLO XIII
GIUSTIZIA
L’indipendenza della magistratura
Da oltre trent’anni in Italia, dai tempi di “mani pulite” serpeggia fra i ceti politici di governo un’insofferenza diffusa nei confronti dell’esercizio indipendente del potere giudiziario. In un ordinamento democratico-liberale il conflitto fra politica e magistratura costituisce – entro certi limiti – un dato fisiologico tuttavia in Italia questo conflitto costituisce una patologia grave dell’ordinamento che ha assunto livelli parossistici durante i governi Berlusconi quando è maturata l’urgenza di “neutralizzare” l’azione di controllo del potere giudiziario.
Il progetto di riforma costituzionale Nordio/Meloni in corso di approvazione costituisce realmente una “riforma epocale” perché manomette uno dei capitoli fondamentali della Costituzione. Innanzitutto l’oggetto della riforma non è la separazione delle carriere dei magistrati (già realizzata, a Costituzione invariata, con la Riforma Cartabia) ma la riscrittura del titolo IV della Costituzione allo scopo di restringere o abbattere le garanzie di indipendenza dell’esercizio della giurisdizione. Le norme che la garantiscono (Titolo IV) e quelle che assoggettano l’esercizio dei poteri al Controllo di Costituzionalità (Titolo VI), incarnano le garanzie antitotalitarie della Costituzione italiana dettate dall’esigenza di mettere al riparo la Repubblica dal pericolo di ritorno al fascismo. L’Associazione nazionale dei magistrati (ANM), ha giocato un ruolo fondamentale per l’evoluzione dei magistrati verso una cultura costituzionale della giurisdizione. Il suo XII Congresso nazionale, che si tenne a Gardone dal 25 al 28 settembre 1965, approvò una mozione “rivoluzionaria”, destinata a cambiare profondamente l’atteggiamento dei giudici nei confronti della Costituzione, consacrando il potere dei giudici di applicare direttamente la Costituzione, quando possibile, e di sindacare la legittimità costituzionale delle leggi rinviandole alla Corte costituzionale.
La crescita della indipendenza ha consentito alla magistratura italiana di contrastare le varie minacce che hanno attraversato le istituzioni negli anni sessanta/settanta/ottanta del secolo scorso. Dai colpi di Stato alla strategia della tensione dove, con grande difficoltà, le indagini della magistratura hanno scoperchiato il vaso di Pandora delle deviazioni dei servizi segreti, fino alla sentenza della Corte d’assise di Bologna (6 aprile 2022) che ha fatto luce sui mandanti, annidati anche nelle istituzioni, della strage del 2 agosto 1980. La stagione di “mani pulite” mostrò la capacità dell’autorità giudiziaria di estendere il controllo di legalità in quei santuari del potere politico rimasti per lungo tempo inviolati. La volontà di subordinare l’esercizio della giurisdizione alla politica era emersa già nel 1981 con la scoperta del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli. Attraverso una riforma della Costituzione, il Piano prevedeva la separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti, la sottoposizione di questi ultimi al controllo del Ministro della giustizia e la neutralizzazione dell’autogoverno dei magistrati, sottoponendo il Consiglio superiore della magistratura al controllo del Parlamento. Intanto il piano suggeriva di introdurre la responsabilità civile dei magistrati e gli esami psicoattitudinali per l’accesso alla carriera.
Il programma politico di Licio Gelli non è mai tramontato, come un fiume carsico è affiorato più volte in diversi contesti politici e ha trovato piena soddisfazione nell’indirizzo politico del governo attuale con la creazione di due distinti Consigli Superiori per amministrare i due corpi separati dei magistrati giudicanti e requirenti i cui membri sono scelti per sorteggio. La riforma sottrae ai due CSM la competenza disciplinare, affidata ad una Alta Corte disciplinare, composta da sei membri laici e nove membri togati. Tre membri laici sono nominati dal Presidente della Repubblica tutti gli altri sono nominati per sorteggio. La riforma è stata divulgata come separazione delle carriere ma, il suo scopo è l’indebolimento della magistratura, divisa in due corpi separati e gestita da due Consigli superiori ridotti ad organi meramente burocratici, dai quali è stata espunta una delle competenze più importanti, quella disciplinare. Il sorteggio recide ogni rapporto fra i componenti togati del CSM e la vita associativa del corpo dei magistrati. I fenomeni di degenerazione correntizia nell’esercizio delle funzioni del CSM sono stati drammatizzati strumentalmente.
In realtà, la pressione della politica sulla nomina dei dirigenti dei più importanti uffici giudiziari è stata una costante nella realtà italiana. La riforma Nordio mira a far regredire i giudici in un corpo di funzionari ministeriali escludendo che nell’organismo che li amministra possano consapevolmente rispecchiarsi il dibattito politico esistente nel paese e gli approdi della cultura della giurisdizione. I componenti togati dei due Consigli Superiori nominati per sorteggio, non dovendo rispondere a nessuno e non avendo più alcun orientamento a cui fare riferimento, saranno molto più deboli e meno resistenti alle incursioni della politica nell’amministrazione della giustizia. Sbarazzarsi dei poteri di controllo è il passaggio obbligato per la trasformazione di un ordinamento democratico in una democrazia illiberale. In conclusione, va contrastata in ogni modo una “riforma epocale” che concorre con altre riforme a demolire i tratti salienti dell’ordinamento repubblicano nato dalla Resistenza.
CAPITOLO XIV
IMMIGRAZIONE
L’immigrazione non è un caso, ma la conseguenza dell’imperialismo e delle politiche neoliberiste; lo sfruttamento delle risorse naturali e dei lavoratori (compreso i minori) è direttamente responsabile dell’impoverimento di quelle popolazioni; le guerre, il colonialismo, governi marionette dell’occidente, non manca nulla per spingere milioni di persone a cercare, legittimamente, la fuga da quelle realtà.
L’attuale assetto normativo rende di fatto impraticabile l’immigrazione regolare, contribuendo così ad alimentare quella irregolare sotto il pretesto di contrastarla. Questo meccanismo produce una forza-lavoro vulnerabile e facilmente ricattabile, che finisce suo malgrado per competere in modo distorto con il lavoro tutelato. Al contrario, i lavoratori stranieri regolarmente impiegati rappresentano una componente integrante della classe lavoratrice e, insieme ai lavoratori italiani, hanno partecipato attivamente a importanti mobilitazioni sociali, in settori strategici come l’agricoltura e la logistica.
La repressione dell’immigrazione irregolare attraverso la detenzione dei migranti, come previsto dalla legge Turco-Napolitano, dalla Bossi-Fini e dagli accordi bilaterali con Libia e Albania, si è dimostrata inefficace e disumana. L’inasprimento delle pene non riguarda invece i reati commessi contro la pubblica amministrazione o da parte dei potenti, che beneficiano invece di scandalose depenalizzazioni.
Una politica migratoria ben strutturata, fondata sull’integrazione e sul potenziamento dei servizi sociali, è essenziale per affrontare le criticità nei quartieri più fragili delle grandi città.
In un Paese caratterizzato da un saldo demografico negativo — con una perdita di 1,4 milioni di cittadini italiani dal 2014 secondo dati ISTAT
– l’immigrazione, se governata con lungimiranza, rappresenta una risorsa preziosa per l’intera classe lavoratrice.
Proponiamo:
– Abrogazione delle leggi criminogene in vigore.
– Piena integrazione dei lavoratori immigrati.
– Legalizzazione dei migranti (oltre 500.000 irregolari in Italia) e accesso ai diritti; solo così si contrasta lo sfruttamento (secondo i dati Istat il 12% degli stranieri lavora in nero).
– Lotta efficace all’evasione e al lavoro nero.
Cosa fare?
L’obiettivo è rovesciare le logiche di sfruttamento e divisione tra lavoratori italiani e stranieri con l’obbiettivo di unire la classe lavoratrice, indipendentemente dalla nazionalità o dalla provenienza, il nemico è il padrone non l’immigrato, l’esercito industriale di riserva è funzionale al capitale, inoltre dobbiamo sradicare le vere cause sociali, economiche e storiche che causano l’immigrazione clandestina.
Censimento di tutte le persone senza documenti presenti sul territorio nazionale, cancellando la Bossi-Fini ed i successivi decreti sicurezza, dato che non hanno posto un freno all’immigrazione.
Abrogazione delle normative che legano il permesso di soggiorno al contratto di lavoro rendendo, di fatto, i lavoratori costantemente ricattabili dai padroni, chiusura dei CPR, visto la loro fallimentare esperienza.
Tutela del diritto d’asilo previsto dall’Articolo 10 della Costituzione.
Abrogare la legge n.91 del 1992, che ridurrebbe da 10 a 5 anni la possibilità di richiedere la cittadinanza per i cittadini stranieri in Italia che abbiamo un lavoro stabile, una residenza stabile e continuativa, che abbiano una conoscenza della nostra lingua pari ad un C1 di Italiano, che siano incensurati sia in Italia che all’estero ed abbiano ottemperato gli obblighi tributari
Percorso semplificato per l’ottenimento della cittadinanza italiana per chi vive, lavora e partecipa alla vita sociale, senza carichi penali
Accoglienza pubblica; chiusura del sistema SPRAR/SAI gestito da enti privati e cooperative che lucrano sulla pelle dei migranti. finanziamento statale diretto, gestione da parte di enti locali
Lotta contro il razzismo in ogni sua espressione.
Sviluppare una politica economica sull’esempio della politica Win-Win che la Cina sta portando avanti con successo in Africa,la quale porterebbe benessere e sviluppo in quei paesi aprendo anche nuovi mercati;
Sostenere una campagna di informazione, che ha l’obbiettivo di arrivare alla gente che vuole partire, dove si denunciano le vere condizioni economiche e sociali dell’Italia, fornendo anche informazioni sul lavoro e la classe lavoratrice Italiana.
Lavoro
Lotta al caporalato e al lavoro nero, inasprimento delle pene
Obbligatorietà per il datore di lavoro di assumere i lavoratori impiegati al nero
Sostegno giuridico per tutti i lavoratori immigrati
Salario minimo e diritti uguali per tutti i lavoratori senza distinzioni di nazionalità.
Razzismo
Leggi più severe contro i crimini d’odio razzisti.
Scioglimento delle organizzazioni neofasciste.
Campagne di educazione contro il razzismo.
Lo sport per unire, promuovere e facilitare le associazioni sportive antirazziste e antifasciste
Sostegno internazionalista
Cancellazione del debito
Sostegno ai movimenti di liberazione
CAPITOLO XV
BILANCIO DELLO STATO
Quasi tutte le missioni di spesa nel bilancio dello Stato prevedono tagli nel corso del triennio ’25-’27 : la sicurezza del territorio, l’energia e la diversificazione delle fonti energetiche, lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente, la giustizia. Malgrado l’esiguità della spesa nel 2024, la politica della casa registra un taglio brutale (più della metà tra ’24 e ‘27). Anche il “diritto alla mobilità e sviluppo dei sistemi di trasporto” nel triennio, passa da 17.64 mld a 14.6 nel ‘26 o la missione Comunicazioni da 1,371 mld a 760 milioni. Per altre missioni direttamente influenti sulle attività economiche, il quadro è il seguente: Turismo da 347 milioni a 146 (–58%), Commercio internazionale ed internazionalizzazione del sistema produttivo da 497 a 304 mln (–38,8%), ma il taglio record dell’intero documento concerne le politiche agroalimentari, l’agricoltura e la pesca: dai 2,485 mld del 2024 ai 998 milioni del 2027 (–60% circa) !
La crisi non si affronta con sgravi sui carburanti o proroghe dell’uso dei peggiori pesticidi perché il problema fondamentale e comune dell’agricoltura e della pesca è costituito dalla forbice, enorme, aperta tra prezzi alla produzione e prezzi finali al consumo. Molto rilevante è il colpo assestato alla missione Competitività e Sviluppo delle imprese, e per il peso di questa voce nel quadro complessivo della spesa pubblica e perché riguarda un nodo centrale della stagnazione, della colonizzazione e del futuro del nostro sistema produttivo. Per cui la decisione di portare i 63,611 mld del ’24 ai 49,246 mld del ’27, senza un’ombra di politica industriale è un atto di resa al declino e alla dipendenza crescente della nostra economia (con ciò non si intende difendere la disordinata pioggia di contributi alle imprese).
L’istruzione universitaria, la tutela dei beni paesaggistici e le attività culturali, la modestissima competenza diretta dello Stato nella tutela della salute, giovani e sport, politiche del lavoro, tutte queste voci non tengono conto dell’inflazione e della crescente incidenza dei costi di gestione. Può sembrare modesto il calo dei trasferimenti ad amministrazioni pubbliche, ivi comprese le regioni, titolari della principale competenza in materia sanitaria ( dai 378,054 mld spesi nel 2024 ai 362,086 previsti per il 2027 ) ma il sistema sanitario è drammaticamente sottofinanziato e cresce l’età media della popolazione.
Per quanto riguarda le aree depresse e le regioni più povere la missione Sviluppo e riequilibrio territoriale prevede una transizione da 13,487 mld a 8,817 nel ’26 . Il colpo di mannaia è diretto in particolare contro il sud (incentivi ai beni strumentali per imprese meridionali e fondi di coesione). Il proposito di ridurre il costo delle Politiche previdenziali di 20,661 mld (da 135,111 a 111,266 ) pare quanto meno azzardato considerati l’invecchiamento e l’aumento esponenziale del disagio sociale, questa voce di spesa, infatti, è costituita da trasferimenti all’INPS e ad altri istituti per finanziare prestazioni sociali e gestioni di categorie deficitarie. L’unica missione che presenti un significativo aumento, oltre gli interessi passivi, da 32,572 mld a 40,935, è intitolata “L’Italia in Europa e nel mondo”, si tratta essenzialmente della partecipazione alle politiche di bilancio nell’ambito dell’Unione europea (risorse anticipate per l’attuazione del programma Next Generation).
Nonostante la dimensione dei tagli l’insieme della spesa corrente continuerà a crescere (da 762,35 mld a 779,67) per effetto della continua, inesorabile, lievitazione della spesa per interessi sul debito (97,589 mld nel ’24, 115,687 nel 2027).
La riduzione, dunque, delle spese finali (da 912,944 mld del ’24 a 895,745 del ‘27), si ottiene col tracollo delle spese in conto capitale (da 150,593 del ’24, a 116,075 mld) e, segnatamente, dei contributi agli investimenti delle amministrazioni pubbliche (da 94,875 mld del ’23 a 39,257 mld, del ’26 !). La somma delle spese finali passa da 912.944 mld del consuntivo 2024 a 895,745 previsti nel ‘27 ma, al netto degli interessi passivi, da 815,355 a 780 circa, quasi interamente a scapito degli investimenti . Sembra minima la riduzione della spesa corrente complessiva che finanzia i diritti costituzionali “costosi”: diritto alla sopravvivenza, alla salute, allo studio, all’abitazione, alla mobilità, ad un ambiente sano e sicuro e così via, se non si considera l’inflazione prevedibile, l’invecchiamento, la crisi ambientale, la povertà del lavoro.
Il problema, enorme, del debito pubblico nostrano non risiede nella sua quantità ma nella sua qualità, che è la qualità della spesa storica, e nella stagnazione pluridecennale dell’economia. E’ evidente che alla stessa voce di spesa possono corrispondere investimenti dagli esiti opposti e dalle diversissime ricadute occupazionali ed anche la quantità di incompiute disseminate sul territorio indica la qualità della spesa. Esaminiamo le risorse : le entrate finali del 2024 sono assestate a 712,220 mld, crescono fino al ‘27 ( 752.571mld) con un incremento di oltre 40 mld malgrado il declino delle entrate extra-tributarie (– 10,2mld) che misurano, tra l’altro, la capacità di valorizzare il patrimonio pubblico. Decisivo il gettito dell’IVA che passa da 200 mld a 219 circa e dell’IRPEF (da 243,22 a 256,74 mld ).
Crescono anche altre imposte indirette e le accise sui prodotti energetici, strutturalmente regressive, ma rendite e redditi da lavoro autonomo contribuiscono molto poco, l’economia sommersa e quella criminale per nulla, al gettito dell’imposizione diretta, inoltre l’imposizione patrimoniale è irrisoria quindi il reddito accumulato da evasione è inattaccabile anche indirettamente. La conseguenza è un aumento della diseguaglianza che nuoce allo sviluppo ed un aumento del patrimonio privato a spese del patrimonio pubblico netto, praticamente azzerato.
In definitiva l’obbiettivo del bilancio triennale di previsione si evince dal dato delle entrate finali che ammonteranno a 752,571 mld e delle spese finali stanziate nella misura di 895,745 mld con un notevole miglioramento del saldo nel 2027. Questo aggiustamento del bilancio punta ad un avanzo primario crescente fino all’1,5% del PIL nel ‘27 ed al 2,4 nel 2029. Il debito pubblico, quindi, toccato l’apice del 137,8% del PIL nel 2026 dovrebbe ridursi gradualmente negli anni seguenti. L’effetto economico complessivo di questo percorso, è scontato ed è paurosamente recessivo.
Non si può ridurre il rapporto debito/PIL con politiche di bilancio che deprimono il denominatore ma nella concreta situazione italiana l’unica via d’uscita consiste nel vero rigore : una teoria marxista delle imposte pone la tassazione del patrimonio al centro e mostra gli effetti nefasti della tassazione dei salari e dei beni-salario. La più equa imposta sul patrimonio, l’unica nominata esplicitamente nella Costituzione, la tassa di successione, produce un gettito irrisorio (0,05% del PIL) mentre l’eliminazione del cumulo delle donazioni è finalizzato all’elusione della simbolica imposizione sulle eredità. L’imposta dovrebbe colpire specialmente gli immobili inutilizzati, quindi gli affitti non dichiarati e rimediare, in parte, ad una colossale fallacia del mercato : l’elevato livello degli affitti in presenza di una così vasta quota di immobili vuoti.
Per definire i patrimoni aziendali è ragionevole fare riferimento alla massa degli ammortamenti in corso moltiplicata per un fattore convenzionale prossimo alla durata media degli ammortamenti, teniamo presente che essi si detraggono dall’imponibile IRES e sovente nascondono quote di profitto, in questo modo si può costituire un imponibile soggetto ad una imposta complementare alla tassa di successione. Attualmente l’erede dell’azienda ne evita il pagamento semplicemente conservandone la proprietà per cinque anni. Considerata la tassazione dei beni-salario come recessiva, la riforma possibile dell’IVA consiste nel detassare i beni di consumo popolari e i servizi fondamentali. Sarebbe l’ennesimo terreno di scontro con l’Unione europea che raccomanda invece l’allineamento verso l’alto delle aliquote (l’Unione si finanzia con una quota di IVA versata dai paesi membri).
Dopo l’IVA, che tende a raggiungere il gettito dell’IRPEF, la più importante voce tra le imposte indirette è costituita dalle accise sui prodotti energetici stabilmente superiore ai trenta miliardi in tutti gli anni considerati. Da un lato esse costituiscono una imposta ecologica, dall’altro concorrono al carovita per la massa della popolazione obbligata all’uso di veicoli vecchi. E’ evidente tutta la difficoltà di uso dell’imposizione indiretta a protezione dell’ambiente in un contesto di enormi disparità di reddito.
Quanto la carbon tax possa scoraggiare il riscaldamento di piscine private o l’uso di jet privati è facilmente intuibile ma il riscaldamento delle abitazioni o il trasporto casa-lavoro sono beni-salario. A fronte di un’amministrazione oberata da una normativa complicata e in perenne mutamento, carente del personale ispettivo, frustrata dall’esiguità delle riscossioni in rapporto all’evasione accertata perché è sempre in cantiere il nuovo condono, il governo prepara riduzioni demagogiche delle aliquote IRPEF significative solo per le fasce di reddito più alte e riduzioni delle detrazioni (indebolendo così il contrasto di interessi) mentre milioni di lavoratori percepiscono redditi così bassi da essere esenti dall’imposta ma in ogni caso onerati dai contributi nella misura del 10% circa. Questo doveva e deve essere il primo campo di applicazione della cosiddetta decontribuzione mentre le misure attuali sono un regalo alle imprese, insignificante dal punto di vista economico.
In questo scenario la spesa per il riarmo può costituire il colpo di grazia : essa è congenitamente inflazionistica ma non esercita alcuna funzione espansiva se diretta essenzialmente oltreoceano quindi destinata a peggiorare la bilancia commerciale già vittima del neoprotezionismo trumpiano. Quasi tutte le cifre del bilancio di previsione saranno stravolte, in peggio, e si ripeteranno le giustificazioni : il bonus 110%, il reddito di cittadinanza, il debito, l’Europa etc.
Questo governo è la prosecuzione pessima di pessimi predecessori e pertanto merita l’ossequio dell’establishment, la sua politica economica è parte diligente nella decadenza del paese, anche se della restrizione della base produttiva, oltre alla liquidazione delle partecipazioni statali, sono in primis responsabili le scelte di investimento delle imprese e, segnatamente, delle grandi imprese; una ricerca un po’ datata, distinguendo gli investimenti nelle costruzioni da quelli in macchinari e attrezzature, attribuiva ai primi più del 73% del totale e meno del 27% ai secondi !
Proponiamo:
– attrezzare un’agenzia pubblica vocata alla riduzione del divario tra prezzi alla produzione e prezzi al consumo e a contrastare lo strapotere dell’oligopolio internazionale dell’agroalimentare, del seme e dei fertilizzanti;
– investire nell’industrializzazione del solare termodinamico, nel rifacimento della rete di distribuzione dell’acqua, in opere di prevenzione dei disastri naturali e del rischio sismico e di potenziamento delle infrastrutture viarie, stradali, ferroviarie e marittime nelle aree meno dotate e nella bonifica delle aree industriali dismesse e delle attività inquinanti;
– incentivare l’artigianato tradizionale, investire nel patrimonio archeologico, disporre una fiscalità di vantaggio ( a partire dall’acqua e dall’energia ) per le aree depresse e in via di spopolamento, investire nelle aree montane e nella riforestazione;
– valorizzare l’Italia “minore” anche al fine di redistribuire i flussi turistici dai congestionati centri di attrazione tradizionali ;
– contrastare l’evasione, la corruzione, gli sperperi col potenziamento dell’amministrazione tributaria, dell’Autorità anticorruzione, della Corte dei conti e col ripristino dell’abuso in atti di ufficio; abrogare la tassa piatta per il reddito da lavoro autonomo e per gli stranieri che trasferiscono la residenza in Italia;
– inasprire le aliquote della tassa di successione e ridurre la quota esente del patrimonio ( il suo gettito è infinitamente minore che nei maggiori paesi europei per l’irrilevanza delle aliquote e l’elevata quota esente ed anche perché ne sono praticamente esclusi i patrimoni aziendali );
– estendere (società estere, società italiane con capitalizzazione inferiore ai 500 milioni etc) la tassazione delle transazioni finanziarie, concepita in origine per raffreddare i movimenti speculativi poiché la libertà di movimento dei capitali costituisce una remora potente all’introduzione o all’inasprimento dell’imposizione sul patrimonio, assoggettare il capitale immobiliare ad un’imposta ordinaria e progressiva, previa revisione dei valori catastali e con esenzione della piccola proprietà, e i valori mobiliari ad un’imposta straordinaria rateizzabile con l’esenzione del piccolo risparmio
– istituire un’imposta sul patrimonio aziendale alternativa alla tassa di successione; sviluppare il trasporto pubblico gratuito o semigratuito per lavoratori e studenti,
– modificare la struttura tariffaria delle utenze domestiche garantendo una quantità vitale di energia, acqua etc. ad un costo minimo o compreso nella quota fissa, è in corso invece la liberalizzazione del mercato del gas e dell’elettricità, inevitabilmente foriera di un’ulteriore ascesa dei prezzi; riformare l’Irpef con un ritorno alla originaria progressività accompagnata da una estensione ed un aumento delle detrazioni che sono attualmente insignificanti per voci di spesa decisive in molti bilanci familiari, come il costo dell’abitare, irrisorie per i familiari a carico e inesistenti per mille prestazioni sovente non fatturate;
– avviare una graduale fiscalizzazione degli oneri riflessi a partire da disoccupati anziani e disoccupati per lunghi periodi, lavoratori intermittenti e lavoratori poveri che matureranno pensioni prossime alla pensione sociale, per tutte queste categorie lo Stato assuma l’onere dei versamenti contributivi sino alla quiescenza;
– bloccare la spesa per il riarmo.
APPENDICE
IL CASO ILVA
Sottrarsi all’alternativa tra difesa del lavoro e tutela dell’ambiente a Taranto, difendendo l’occupazione e la salute di lavoratori e cittadini. E’ questo l’obiettivo da raggiungere con la piena decarbonizzazione dei processi produttivi di Acciaierie d’Italia.
È una storia lunga e travagliata quella della siderurgia italiana, con diversi stabilimenti presenti nel Paese, tra i quali il complesso di Taranto, il più grande d’Europa, nato nel 1965 per iniziativa del gruppo industriale statale Iri, attraverso la Finsider, società che aveva precedentemente rilevato dalle banche il controllo dell’Ilva, delle Acciaierie di Cornigliano, della Terni e della Dalmine, trasformandosi poi in Italsider.
Con la crisi dell’acciaio negli anni ’80 fu messa in liquidazione la società e tornerà la denominazione Ilva, con chiusure di stabilimenti come quello di Napoli-Bagnoli, lo smembramento del gruppo con la cessione a privati degli impianti di Piombino, di Venezia-Porto Marghera o di Taranto al gruppo Riva nel 1995.
La nuova proprietà del polo pugliese introdurrà un sistema di punizione dei dipendenti non allineati alle direttive aziendali sui nuovi contratti di lavoro con demansionamento, condotto dai vigilanti nella palazzina Laf, adiacente al laminatoio a freddo, priva di strumenti di lavoro e suppellettili, per trascorrere l’orario di lavoro senza prestare alcuna attività. Dopo una serie di esposti alla magistratura, divenne il primo caso di mobbing della storia italiana.
Il 7 dicembre 2001 arriverà la sentenza del Tribunale di Taranto, confermata in Cassazione nel 2006, con la quale furono condannati undici manager per violenza privata e anche per frode processuale, per aver tentato di riattare la palazzina scenario delle ritorsioni con interventi di manutenzione prima del sopralluogo giudiziario, per celarne il degrado.
Nel 2005 la Corte di Cassazione aveva già condannato i Riva per aver disperso nell’ambiente materiali pericolosi. Nello stesso anno fu avviato un altro processo contro i dirigenti dell’azienda per non aver rispettato un’ordinanza del sindaco di Taranto del 2001, con la quale veniva ordinata l’interruzione delle batterie 3-6 della cokeria per ragioni di inquinamento, nonché per emissioni dannose e danneggiamento del suolo, che portò il 12 febbraio 2007 ad una condanna a tre anni per l’amministratore delegato e a due anni e otto mesi per il direttore tecnico. La vicenda processuale venne chiusa dalla Cassazione per intervenuta prescrizione.
Ma già nel 1998 lo stabilimento era stato inserito nel Piano di disinquinamento per il risanamento del territorio della provincia di Taranto come la maggior fonte inquinante presente in città e la zona di Taranto era stata dichiarata “area ad elevato rischio di crisi ambientale” sin dal 1990, con rinnovo nel 1997. Successivamente la società aveva aderito a protocolli d’intesa con gli enti locali per la riduzione dell’impatto ambientale.
Nel 2010 altra inchiesta per disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.
Nel 2012 sarà disposto il sequestro degli impianti, con la diffida ad effettuare lavori di risanamento, e l’arresto dei vertici aziendali.
Nel 2013 le ispezioni dell’Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale rilevano il persistere di violazioni e inadempienze, portando così al commissariamento dello stabilimento e della società da parte del governo.
Sono poi seguiti ulteriori ricorsi da parte di associazioni e comitati, con l’avvio di procedimenti giudiziari per omesso controllo anche contro gli enti del territorio, oltre ad una procedura di messa in mora dell’Italia attivata dalla Commissione dell’Unione europea, nel 2013, per il mancato rispetto delle direttive UE sul caso Ilva di Taranto, con gravi conseguenze per salute e ambiente.
Dopo l’amministrazione straordinaria, nel 2016 fu pubblicato – non senza problemi – un bando di gara per la vendita dello stabilimento, acquisito nel 2018 dal gruppo ArcelorMittal, con compartecipazioni di Intesa-SanPaolo e inizialmente anche di Marcegaglia, che nell’anno successivo comunicò l’intenzione di recedere dal contratto di cessione, annunciando la chiusura degli impianti, venendo meno agli accordi. Decisione impugnata dai commissari straordinari e dal governo.
Ad ArcelorMittal Italia subentra quindi Am Invest Co Italy, con l’ingresso nel capitale sociale dell’agenzia pubblica Invitalia, e la modifica della ragione sociale in Acciaierie d’Italia, nel 2024, con l’obiettivo di rilanciare il gruppo e ridurre l’impatto ambientale e l’avvio di un percorso con le parti sociali, attraverso l’insediamento di un tavolo istituzionale.
La totale decarbonizzazione con la chiusura degli impianti a caldo e la sostituzione con quelli elettrici è ormai l’ultima opportunità per rilanciare il polo siderurgico in modo sostenibile, con il coinvolgimento diretto dello Stato nella proprietà della società, salvaguardando l’intera filiera del gruppo, assicurando una prospettiva agli stabilimenti di Taranto e Genova (anche qui va risolto il problema ambientale) e una ricaduta positiva per tutto l’indotto.
Un intervento pubblico necessario anche per il complesso di Piombino, Acciaierie Jsw, oggi in mano a Jindal, che da anni non investe sulla fabbrica, che invece viene progressivamente smantellata, puntando ad un rilancio nella produzione di materiali ferroviari.
