
Uscire dalla Nato e dall’Unione europea, ricollocare al centro il lavoro e la lotta di classe, costruire il partito comunista come cardine unitario di un fronte di massa e di popolo. Per la trasformazione sociale, per il Socialismo!
Parte I – Identità e obiettivi
Tesi n° 1 – Il partito comunista che vogliamo
Siamo comuniste e comunisti,
proveniamo dalla militanza comunista, antimperialista e anticapitalista italiana. In questi 24 e 25 gennaio 2026 (giorni che rievocano da vicino, in tutta la loro potenza storica, il 21 gennaio 1921 a Livorno, nascita del PCd’I) è d’obbligo per noi ricordare – e non per nostalgia, ma con lo sguardo rivolto al presente e al futuro – che siamo figli di uno dei più grandi eventi dell’intera storia dell’umanità, la Rivoluzione d’Ottobre, dell’assalto al Palazzo d’Inverno del 7 novembre 1917, del suo grido vittorioso “Tutto il potere ai soviet!” e della costruzione materiale del primo Paese socialista nella storia dell’umanità, l’Unione Sovietica, che disse ai lavoratori e ai popoli di tutto il mondo, da allora e per sempre, che il capitalismo non è “natura”, non è il tempo eterno e immodificabile di cui parlano i padroni e i loro filosofi. Gli uomini e le donne, la classe operaia, il movimento operaio complessivo, gli intellettuali legati al proletariato e il popolo come forza centrale e vivificante, possono cambiare la Storia; la loro azione soggettiva – insegnamento antipositivista di Lenin e Gramsci – può abbattere il potere del capitale e aprire un mondo nuovo per l’umanità.
Come siamo figli del 21 gennaio 1921, il giorno in cui Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e gli altri rivoluzionari dettero coraggiosamente vita a Livorno – mentre le squadracce fasciste davano fuoco alle Camere del Lavoro e assassinavano i comunisti e i socialisti – al PCd’I, la prima base materiale e ideale per quello che sarebbe divenuto il più grande partito comunista dell’occidente: il Partito Comunista Italiano. La decisione di rompere, nel 1921, con il Partito Socialista Italiano, un partito incapace di mettere a valore la propria forza politica, sociale ed elettorale in senso rivoluzionario, e costituire il partito comunista, rimane per tutti noi comunisti una lezione storica imprescindibile, così come continua a spiccare l’opera di Antonio Gramsci di liberare il marxismo dal meccanicismo, ribadendo il valore dell’azione soggettiva rivoluzionaria. Come eredi, vogliamo essere, della guerra di Liberazione nazionale dal nazifascismo, dalla Resistenza partigiana e di popolo che è alla base della Costituzione italiana e degli assetti democratici, negli anni sempre più traditi, nati da quella gloriosa lotta.
In questo gennaio 2026, i militanti e i dirigenti del Movimento per la Rinascita Comunista e di Resistenza Popolare, assieme a tanti altri lavoratori, quadri operai ed intellettuali privi di organizzazione, che operano sull’intero territorio nazionale e dopo anni e anni di lavoro unitario, che segnerà prioritariamente anche il loro impegno futuro, danno vita al Partito Comunista. Un partito, il nostro – che non costituendosi per scissione ma, al contrario, attraverso importanti processi unitari, avvenuti su basi ideologiche omogenee – che ha già invertito la nefasta tendenza alla divisione e all’atomizzazione del movimento comunista e che può, proprio per questa sua nascita autonoma e senza diretta eredità politica di natura partitica, sviluppare una propria riflessione sulla fase storica e sulla proposta comunista e rivoluzionaria. Può e vuole dotarsi di un pensiero e di una prassi non come “coda” di una scissione, ma come prodotto di una riflessione libera, autonoma, che a partire dalle fondamenta di tutto il grande pensiero storico comunista e operaio mondiale inveri una propria linea analitica e pratica nella realtà in divenire. Contribuendo con ciò alla risoluzione di quella grande crisi comunista italiana che si è perpetuata lungo l’ultimo quarantennio.
Quattro, in estrema sintesi, i punti che stanno alla base della scelta volta a riconsegnare alla classe, al movimento operaio complessivo, agli intellettuali, ai giovani, alle donne un partito comunista d’avanguardia e insieme di popolo, rivoluzionario e di massa:
-l’Italia è sotto il dominio dell’imperialismo occidentale a guida statunitense; le oltre cento basi Usa e Nato dispiegate sul nostro intero territorio nazionale rappresentano un esercito di occupazione che ha già da tempo esautorato di poteri i governi italiani, il parlamento, le forze armate, le forze dell’ordine e i servizi segreti. L’ordine di Trump, impartito ai 32 paesi della Nato, di innalzare al 5% del Pil le spese militari per la Nato porterà l’Italia, nell’immediato, ad oltrepassare i 45 miliardi di euro di spese annue, una spesa per il riarmo che si attesterà, dal 2032, attorno ai 100 miliardi annui. Sarà la fine, se non sarà invertita la rotta, della sanità e della scuola pubblica e dello stato sociale. Tutto ciò nello spirito di guerra e di spinta alla terza guerra mondiale che permeano di sé il fronte imperialista guidato dagli Usa e dalla Nato e che trascina l’Italia nella militarizzazione totale e nelle guerre imperialiste.
Rispetto a ciò occorre come il pane, in Italia, un Partito comunista prioritariamente impegnato nella lotta contro la guerra e per l’uscita dell’Italia dalla Nato. Un Partito aperto (anche battendosi contro ogni settarismo vigente tra i comunisti italiani) all’unità dei comunisti e delle forze antimperialiste, nell’obiettivo di costruire un vasto fronte di lotta e di popolo contro la guerra imperialista. Vogliamo riconsegnare al movimento contro la guerra la sua spina dorsale: il Partito comunista;
-l’Unione europea è, insieme, una finzione storica e un polo neoimperialista in costruzione; essa non si è costituita sulla scorta di una spinta unitaria degli Stati e dei popoli europei, ma ha preso corpo attraverso la spinta del grande capitale transnazionale europeo intenzionato, dopo l’autodissoluzione dell’Urss, a partecipare alla lotta interimperialista per la conquista dei mercati mondiali, ad avviare un nuovo e proprio processo di accumulazione capitalista e abbattimento del costo delle merci attraverso la linea “classica” del capitale, abbattendo cioè salari, diritti e stato sociale su scala continentale. Dal Trattato di Maastricht in poi questa è stata la linea iperliberista, antidemocratica e antipopolare dell’Ue. A questa linea si aggiunge oggi un grande progetto di militarizzazione dell’Ue che chiederà ai lavoratori europei altri ingenti sacrifici, altri tagli allo stato sociale, imponendo altri e gravi pericoli di guerra.
Rispetto a questa Ue liberista e militarizzata, di sfruttamento e di guerra, occorre organizzare le lotte necessarie e costruire, nel conflitto, un senso comune di massa favorevole all’uscita dell’Italia dall’Ue, unire i comunisti e le forze antimperialiste nelle piazze, di fronte alle fabbriche e alle scuole, per una mobilitazione di lunga durata contro le politiche liberiste e contro il riarmo dell’Ue.
Usufruendo del “comando” dell’Ue, il grande capitale italiano e i governi di centrosinistra e di centrodestra hanno, negli ultimi decenni, sferrato colpi micidiali contro i salari, gli stipendi, il sistema pensionistico, l’intero stato sociale e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, precarizzando, peraltro, tanta parte del lavoro, specie giovanile;
-a tale, vasto, fenomeno neoliberista, imposto anche ideologicamente come “fenomeno naturale”, si sono aggiunti due eventi di grande peso: da un lato l’abbandono, da parte dei diversi governi italiani che si sono succeduti negli ultimi decenni, di ogni progetto, di ogni pianificazione volta al rilancio dell’industria italiana, che ha avuto come conseguenza un drammatico processo di deindustrializzazione del Paese (basti citare l’Ilva di Taranto); d’altro lato, sulla stessa scorta della deindustrializzazione, abbiamo assistito a potenti processi di penetrazione imperialista in Italia, sia all’interno del sistema industriale che all’interno del sistema finanziario-bancario. In questi ultimi anni sono passati nelle mani nordamericane grandi Gruppi industriali come l’Alcoa (alluminio) di Portovesme (in Sardegna), poi svenduta dagli statunitensi alla Syder Alloys e ora di nuovo in vendita a una multinazionale greca, per dire quale via crucis percorra l’industria italiana; come l’industria “bianca” Merloni, acquistata dalla Whirlpool statunitense e da essa venduta alla Beko turca; come le grandi Cartiere Miliani, acquistate da un fondo statunitense, come il sistema eolico e fotovoltaico della Sardegna, in gran parte acquistato dalla grande banca d’affari nordamericana Jp Morgan, e ciò mentre inizia in modo prepotente l’acquisizione, da parte di alcuni grandi Gruppi statunitensi, delle aziende italiane d’avanguardia e dell’Intelligenza Artificiale. Vi è stata una vasta penetrazione del capitale finanziario Usa nel sistema bancario italiano e la trasformazione in poli imperialisti delle stesse aziende italiane, come la Stellantis.
Tutto ciò ha accelerato drammaticamente, nel nostro Paese, il processo di deindustrializzazione, le politiche di delocalizzazione sostenute dallo stesso capitale nordamericano penetrato in Italia e all’espulsione a livello di massa degli operai dalla produzione. Il combinato disposto tra deindustrializzazione e penetrazione imperialista ha cambiato il volto e la natura dell’Italia, che si sta ormai avviando a grandi passi a divenire un Paese privo di apparato produttivo generale autonomo, nel quale sono innanzitutto attaccati l’occupazione e le condizioni di vita dei lavoratori.
In questo contesto drammatico le forze comuniste presenti non hanno saputo o potuto, per debolezza estrema, svolgere un ruolo sufficiente, né sul piano della lotta politico-sociale, né sul piano d’una proposta alternativa. L’assenza o l’insufficienza delle residue e ormai estenuate organizzazioni comuniste presenti in Italia ci hanno spinto ad assumere l’iniziativa di costruire l’unità dei comunisti sull’intero territorio nazionale e riconsegnare alla classe e al movimento contro la guerra imperialista il Partito comunista con parole d’ordine non titubanti “fuori l’Italia dalla Nato e dalla Ue”.
Un Partito che, a partire dalle esperienze concretamente e spesso negativamente vissute dai comunisti italiani negli ultimi decenni, sfugga a priori ad ogni degenerazione elettoralistica, a quelle “unità” fittizie che si costituiscono affannosamente e disperatamente, anziché costituirsi in cicli di lotte comuni, solo “5 minuti prima” degli appuntamenti elettorali; un partito comunista che punti a ricostruire il legame e il consenso di massa innanzitutto attraverso la centralità del conflitto e il radicamento territoriale e nei luoghi di lavoro e di studio (dalle fabbriche alle università), rilanciando, attraverso il pensiero e la prassi la concezione leninista e gramsciana dell’organizzazione del partito comunista (le cellule); un partito che rilanci la decisiva, ma da decenni rimossa, tradizione della Scuola Quadri come prima base della formazione, non “catechistica” ma volta alla discussione aperta e antidogmatica, dei dirigenti e dei militanti; un partito che rifiuti ulteriori “monarchie comuniste”, metta al bando ogni leaderismo e ogni culto della personalità, per presentarsi, invece, come anticipazione del socialismo che vogliamo e sia dunque un partito segnato dalla profonda democrazia leninista, dal centralismo democratico e non burocratico, dalla centralità del lavoro collettivo e dalla partecipazione di tutti i militanti alla vita e alle decisioni del partito, unica strada per rimettere in campo una militanza vasta e consapevole.
Tesi n° 2 – La questione comunista in Italia
La Questione Comunista è aperta, in Italia, da almeno quarant’anni, a partire da quella fase fortemente involutiva che portò il Pci prima alla “Bolognina” e poi alla propria autodissoluzione, proseguendo poi per il sostanziale fallimento (dopo le grandi speranze inizialmente suscitate) del progetto di Rifondazione Comunista ed i successivi tentativi di ricostruzione di piccole forze comuniste (per i quali militanti nutriamo il più grande e sincero rispetto) nate tutte per “gemmazioni” e successive scissioni.
Molti compagni e compagne, lavoratori e intellettuali, rispetto alla nostra proposta di costruzione del partito comunista, si chiedono se la forma-partito non sia superata, se il comunismo non sia storicamente morto e soprattutto se in Italia vi sia la necessità di un nuovo Partito comunista.
Abbiamo ben presente come, negli ultimi decenni, il movimento comunista italiano abbia drammaticamente ondeggiato tra l’“osservanza” acritica – spesso non più legata alla trasformazione sociale viva – delle proprie “leggi” e, ben più sovente, la liquidazione del proprio sistema di pensiero a favore di un’inclinazione “nuovista” spesso sfociata in un movimentismo di maniera, lontano dagli interessi concreti del popolo e della classe; un’inclinazione ideologica che non poteva che giungere alla rimozione della stessa funzione del Partito comunista quale avanguardia rivoluzionaria della classe lavoratrice e del popolo.
Occorre ricordare che la crisi dei comunisti in Italia si inserisce in quella più ampia del movimento comunista occidentale, erede malato delle insufficienze del “marxismo occidentale”, colpevole di aver scambiato Lenin con l’eurocentrismo. Da queste inadeguatezze teoriche l’intero movimento comunista occidentale ne è uscito con le ossa rotte, e ciononostante molti continuano a far finta di non capire.
La crisi del movimento comunista italiano ha d’altronde le sue specificità che ne fanno un caso unico. Molte organizzazioni di classe presenti nel Paese si mostrano subalterne ideologicamente alle battaglie culturali condotte dagli intellettuali organici della borghesia. Molte delle sedicenti organizzazioni comuniste o “di sinistra” costituiscono di fatto la “sinistra della Nato”, legittimandone direttamente o indirettamente (ad esempio supportando le guerre “umanitarie” occidentali o adottando la teoria degli “opposti imperialismi”). Quanti ignorano e quanti sono complici? Sarà un lavoro da approfondire, nella consapevolezza che ci sono molte organizzazioni comuniste con cui per fortuna si registrano importanti affinità analitiche. La necessità di costruire alleanze con altre forze comuniste e antimperialiste servirà a fare chiarezza su questo punto e ad organizzare risposte più efficaci alle campagne anticomuniste del regime.
I comunisti in Italia agiscono in un contesto particolare: siamo alla periferia dell’Impero occidentale a guida statunitense. Sappiamo bene di cosa sono state capaci le élite anglosassoni per mantenere il controllo di questa terra di confine che costituisce una piattaforma strategica nel Mediterraneo.
Siamo consapevoli che le élite borghesi, nazionali ed internazionali, hanno lavorato tenacemente per favorire la divisione della classe lavoratrice e dei comunisti, seminando zizzania e discordia, oltre che revisionismo. Oggi però, nel contesto della Terza guerra mondiale in atto, in Occidente si sta approdando a inedite misure censorie e repressive verso ogni forza anti-sistema che assuma dimensioni di massa. Ciò non avviene certo per rispetto della democrazia liberale, ma a causa del posizionamento filorusso e per la pace che caratterizza molte forze di opposizione riconducibili all’estrema destra nazionalista. Dobbiamo denunciare il carattere strumentale e in parte già pilotato di questi movimenti, che raramente arrivano a contestare le istituzioni imperialiste della Nato e dell’Ue, ma è indispensabile non assecondare le derive repressive che servono solo a ritardare la rottura dei precari equilibri attuali.
La cultura dominante lancia il più fuorviante e mendace dei messaggi: l’intero movimento comunista mondiale, erede dei violenti totalitarismi del ’900, è in crisi profonda o è in via d’estinzione. La realtà delle cose ci dice esattamente il contrario: il movimento comunista mondiale vive oggi una fase di grande crescita. È stato ed è determinante nella costruzione di quel grande fronte antimperialista planetario che sta positivamente cambiando il quadro internazionale.
La nostra forza è quella di disporre dell’analisi più completa del contesto internazionale.
La nostra consapevolezza è che nessun miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari sarà possibile senza una rivoluzione profonda che scuota le viscere del Paese.
Abbiamo la convinzione ferma che nel regime attuale si possa agire efficacemente solo ricostruendo un nuovo Partito rivoluzionario capace di unire il meglio della teoria marxista e leninista passata con i risvolti della teoria del totalitarismo “liberale”.
Siamo convinti che l’unica prospettiva positiva per il nostro Paese è quella che passa da una rivoluzione politica e sociale verso una Terza Repubblica, popolare e democratica, capace di costruire il socialismo nella democrazia sostanziale, oltre che formale.
Tutto questo non è possibile senza prima aver conquistato la sovranità popolare, cacciando la casta collaborazionista che ha svenduto il popolo italiano negli ultimi decenni.
La costruzione del Partito è il primo tassello indispensabile per avviare questo percorso.
La guerra e le politiche neoliberiste di riarmo stanno producendo un sensibile e rapido peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari del nostro Paese, oltre ad un tentativo crescente di controllo sociale assolto dal DDL 1660. L’accentuazione della repressione e la rapida evoluzione degli sviluppi internazionali, con l’ascesa di Trump e il riassetto delle relazioni con un’Ue in grande riarmo, ci impongono di accelerare i tempi nella costruzione del Partito e di un’alternativa politica capace di incidere sui processi in corso, organizzando un crescente movimento di protesta che non ha ancora trovato una sponda politica adeguata e coesa.
Per queste ragioni occorre costruire un moderno Partito comunista, per forgiare il quale invitiamo le molteplici organizzazioni e partiti di area comunista e socialista, lanciando un messaggio chiaro a tutti: divisi siamo deboli e inefficienti. Unendo le forze in un’unica organizzazione o in coordinamenti stabili, potremo ottenere grandi risultati. Il movimento operaio complessivo, il mondo del lavoro, le donne, i giovani del nostro Paese hanno oggettivamente bisogno della presenza organizzata di un partito comunista, un partito che, attraverso la riassunzione delle lezioni che ci provengono dalle stesse esperienze degenerative che spesso hanno segnato il movimento comunista italiano dell’ultimo trentennio, sia un partito particolarmente democratico al suo interno, un partito in cui viga il rispetto massimo dei militanti e il loro coinvolgimento nella delineazione della linea politica, dotato dell’essenza leninista del centralismo democratico, votato alla lotta di classe e non subordinato alla “questione elettorale”, votato all’organizzazione del consenso di massa attraverso una propria e totale fedeltà agli interessi del movimento operaio, un partito comunista dalla natura antimperialista e internazionalista, che metta al centro la lotta contro la Nato e contro l’Ue, un partito dedito, sulla scorta del grande pensiero rivoluzionario storico marxista e comunista, alla ricerca politica e teorica aperta, un partito non dogmatico né settario. Per la costruzione del Partito Comunista bisogna ripartire dal basso e dalla base. Questa deve diventare la parola d’ordine dei comunisti che ci sono, e sono tanti nel nostro Paese. Per questo il primo nostro obiettivo deve essere quello di fare crescere una nuova leva di giovani militanti e dirigenti comunisti costruendo un’apposita scuola quadri.
Vogliamo rilanciare il progetto del partito comunista nel solco della straordinaria storia del movimento comunista mondiale, del suo pensiero e della sua prassi rivoluzionaria. E vogliamo rilanciare questo progetto nel solco dell’altrettanto straordinaria storia, in Italia, del Pci. Sosteniamo che il Pci abbia rappresentato, nel nostro Paese, la più grande esperienza politica, intellettuale e morale dell’intera storia italiana. Le lotte del Pci hanno rappresentato il punto più alto della lotta antifascista e della Guerra di Liberazione dal fascismo; le lotte dei contadini, degli operai e dell’intero mondo del lavoro e del mondo intellettuale organizzate dal Pci nel Secondo dopoguerra e per i successivi decenni hanno costruito e sostenuto profondi processi di trasformazione sociale e politica. La coscienza delle centinaia di migliaia di militanti del Pci, nel corso dei decenni, ha rappresentato l’apice della coscienza politica e morale delle masse lavoratrici ed intellettuali di questo Paese e i grandi dirigenti comunisti nazionali e territoriali, della storia del Pci (sino alla negativa cesura rappresentata dal “liquidatore” del Partito, Achille Occhetto) sono oggi, per noi, punti di riferimento per la costruzione di nuovo gruppi dirigenti del Partito comunista che vogliamo mettere in campo.
Nel costante riferimento al suo patrimonio ideale, politico e culturale lavoriamo per il Partito comunista, come organizzazione politica che punta a realizzare l’unità dei comunisti, superando divisioni e frammentazioni inutili e inattuali.
La nostra non è un’operazione nostalgica: il Partito comunista deve vivere pienamente nella realtà attuale, nei suoi mutamenti e nella sua complessità. Vogliamo lavorare per contribuire alla ripresa del comunismo italiano ma senza fughe in avanti velleitarie ed elettoralistiche. Le elezioni per noi non sono un fine, ma un mezzo e ad esse riteniamo che i comunisti debbano partecipare solo ed in quanto se ne determino le condizioni a seguito di un accumulo importante di forze nel paese.
Non vogliamo essere l’ennesimo partitino comunista, destinato a vivere qualche stagione appena e poi giù verso il declino, fino all’ultimo tramonto. Non abbiamo né la presunzione né l’arroganza di credere di essere solo noi i veri comunisti, ma abbiamo il desiderio di accogliere tutti i compagni e le compagne che come noi credono ancora di poter cambiare le cose, di lottare per la difesa dei diritti dell’umanità tutta, senza distinzione alcuna, di lottare per cambiare il mondo e per il socialismo. Da qui l’esigenza di costruire ed organizzare il Partito comunista. Esso nasce da volontà plurime di lotta contro il capitalismo, per la difesa e l’attuazione della Costituzione Italiana, per l’uguaglianza senza suggerire alcuna risoluzione sommaria ma sollecitando campi di azione ben definiti e da un’analisi del territorio, dei disagi, dei bisogni e delle emergenze sociali.
Il Partito comunista che nascerà a gennaio rivolge il suo messaggio politico di cambiamento e di trasformazione sociale a tutto il popolo italiano. Un messaggio speciale intendiamo rivolgere a tutto il mondo dell’astensionismo elettorale che rappresenta, ormai, la maggioranza dell’elettorato e nella quale vi sono tanti e tante lavoratori e lavoratrici, comunisti e comuniste e non solo, che non partecipano più alle elezioni e non vanno a votare perché non accettano la logica maggioritaria dell’alternanza con la quale non cambia mai niente qualunque sia la formula di governo; poiché il sistema rappresentativo proprio della democrazia liberal-parlamentare, e di conseguenza i partiti politici del sistema di centrodestra e centrosinistra, non sono più in grado di farsi carico delle reali esigenze di ampie fasce di cittadinanza: in questo contesto, la maggioranza dei cittadini non ritrova più le ragioni per impegnarsi, mobilitarsi e partecipare.
Noi ci proponiamo di costruire con il Partito comunista una proposta politica capace di essere innovativa e dirompente, capace di suscitare nuove passioni e nuovi entusiasmi nella possibilità di poter cambiare lo stato di cose presenti, in modo da creare condizioni utili e praticabili per il ritorno in campo da protagonista delle masse popolari, oggi sfiduciate, rassegnate e private di una reale prospettiva politica credibile ed efficace.
Per questo chiediamo ai comunisti e alle comuniste di darci una mano e di contribuire e sostenere questo sforzo innovativo e unitario. Serve unire le forze, costruire la lotta e organizzare la resistenza.
Per questo noi oggi ci proponiamo l’obiettivo di riprendere il cammino laddove è stato interrotto, facendo nostro quanto scritto dal più grande comunista italiano, che si chiamava Antonio Gramsci: “Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su sé stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”.
Tesi n° 3 – Attualità e aggiornamento del marxismo e del leninismo
Il pensiero marxista e leninista struttura e segna di sé sia i tanti Paesi socialisti del mondo che la grandissima parte dei partiti e del movimento comunista mondiale. Mentre la teoria e la prassi del comunismo si espandono in ogni continente, influenzando fortemente anche tanta parte dei movimenti rivoluzionari e antimperialisti, nell’area europea, ed ora dell’Unione europea, si è assistito invece, e ancora si assiste, da circa mezzo secolo, ad una crisi di tale concezione del mondo e di tale prassi rivoluzionaria.
Se oggi, al primo quarto del XXI secolo e dopo 36 anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, circa un quinto dell’umanità è direttamente governato dai partiti comunisti e se essi, nei loro Paesi, dirigono, dall’opposizione, le lotte di circa un miliardo di lavoratori e cittadini del mondo, la crisi del pensiero e della prassi marxista e leninista che si registra nell’area dell’Ue non può essere, razionalmente, addebitabile all’autodissoluzione dell’Unione Sovietica.
Siamo, in questa regione del mondo, di fronte ad una crisi specifica e dai caratteri particolari, che necessita di un’indagine profonda anche quale base materiale per il rilancio stesso del pensiero e della prassi del comunismo anche in questa regione del mondo. Dovrà essere, questo, uno dei compiti centrali del partito comunista che mettiamo in campo, un compito arduo ma inevitabile, da affrontare senza dogmi, con coraggio e con libertà di pensiero. Se tale compito non è sicuramente e compiutamente affrontabile in questa Tesi, ciò nondimeno possiamo già in questa sede mettere a fuoco alcuni nodi, alcune ipotesi volte a ad indicare un primo percorso di ricerca.
Ciò che possiamo intanto asserire è che su una parte significativa del movimento comunista europeo il graduale abbandono della linea classista e rivoluzionaria che prese corpo con Chruščëv a partire dal XX Congresso del PCUS (1956), si abbatté negativamente, sino a spingere questa parte comunista europea ad imboccare spesso, sul piano ideologico e politico, e come asserì il grande filosofo marxista italiano Domenico Losurdo, la strada di un idealismo umanista che pian piano dissolse le categorie fondamentali del leninismo.
Il grande “equivoco” dell’eurocomunismo (che non fu, come in molti credettero, “la via comunista per l’Europa”, ma trascinò gli eurocomunisti a lambire i confini della socialdemocrazia europea), l’eclettismo postmoderno e il movimentismo spontaneista hanno prodotto un grave disorientamento ideologico nell’area comunista europea, contribuendo a sostituire la strategia della rivoluzione con la tattica della compatibilità.
Va imputata anche a questa frattura, che si è creata tra il marxismo “occidentale” e quello “orientale” (per citare ancora Losurdo) dopo il XX Congresso del Pcus, l’arretramento e l’attuale crisi di una parte del movimento comunista europeo ed ora dell’Unione europea.
Seppure sia sul piano teorico che su quello della prassi la questione per la quale ogni Paese deve trovare una propria via nazionale al socialismo è questione giusta e dirimente (l’attuale “socialismo dai caratteri cinesi” lo insegna), tuttavia occorre rimarcare come, nella fasi di superamento della loro identità (la “Bolognina” e la fase che prepara la “Bolognina” in Italia, l’esperienza del “Synaspismos” all’interno del Partito Comunista di Grecia), “gli interessi nazionali” siano stati “obliquamente” interpretati come “vie nazionali” al socialismo” e attraverso ciò utilizzati come tentativi di trasformazione delle identità comuniste.
Si pone, dunque, un rilevante problema: come tenere ferma la strategia rivoluzionaria, i fondamentali del pensiero marxista e leninista con la necessaria individuazione della via nazionale al socialismo. A partire da ciò, centrale ci appare la questione, che nulla ha di accademico, ma molto segna di sé la prassi, dell’egemonia del positivismo nella cultura politico-filosofica italiana e nella storia profonda del movimento operaio, dal Partito socialista italiano storico della Seconda Internazionale sino alla fase involutiva del Partito comunista italiano storico. Possiamo, in estrema sintesi, definire la lettura positivista della storia come un’“accettazione” subordinata del divenire storico, un’inclinazione che porta alla concezione dell’“impossibilità” del cambiamento del potere politico e di classe vigente, alla negazione dell’azione soggettiva e rivoluzionaria della “classe”, del popolo e delle forze comuniste e rivoluzionarie e, dunque, all’ “impossibilità” della presa del potere.
Questa “ossificazione” politico-filosofica, (che si assommava alla questione già posta da Lenin dell’“aristocrazia operaia”, sul fatto, cioè, che la classe lavoratrice dei Paesi ad alto sviluppo capitalistico interno e dalle politiche imperialiste all’esterno poteva essere “sussunta” nel progetto strategico del capitale) fu battuta, sia dal punto di vista teorico che da quello della prassi (la Rivoluzione d’Ottobre) da Lenin e poi rilanciata, in Italia, da Gramsci.
E per ciò che riguarda la storia del movimento comunista italiano e dello stesso Pci storico, noi possiamo asserire che sinché è vivo (e ancora permea profondamente di sé la storia del Pci) il pensiero di Gramsci, il suo pensiero profondo relativo alla necessità dell’intervento dell’uomo e della donna nella storia, permane nello stesso Pci la spinta profonda alla trasformazione sociale rivoluzionaria, alla “forzatura – come ancora asseriva Togliatti- delle compatibilità capitaliste” pur all’interno di un quadro di potere capitalistico, e quando pian piano il pensiero gramsciano, essenzialmente segnato dalla centralità dell’azione soggettiva antipositivista svapora, si apre, nella fase più alta e finale dell’oggettiva “mutazione genetica” del Pci, senza la quale non vi sarebbe stato il passaggio dello stesso Pci al Pds, la concezione del sistema democratico-borghese quale forma politico-istituzionale stessa del socialismo, scelta che porta, conseguentemente, alla rinuncia della definizione di un’autonoma forma di potere socialista.
A partire da ciò, uno dei primi compiti del partito comunista che ora costruiamo è quello di dotare di nuovo – sia sul piano teorico che politico, unendo tra loro in modo rivoluzionario la tattica e la strategia- i dirigenti e i militanti della concezione leninista e gramsciana della, determinante, concezione dell’azione soggettiva comunista attraverso la quale modificare in profondità il divenire storico, le fasi che si vivono.
Il combinato disposto dato dall’ondata anticomunista successiva, in Italia come altrove, dall’autodissoluzione dell’Urss e dalla crisi del movimento comunista italiano, ha prodotto una grave perdita di coscienza marxista, che ha provocato, tra l’altro, la rimozione acritica e astorica di Stalin e di Engels, svuotando in buona parte il pensiero di Lenin e Gramsci, disorientando, infine, una parte del movimento comunista italiano e spostando su posizioni liberali e filoimperialiste una vasta parte della “sinistra” italiana, producendo un vasto senso comune di massa che si estende anche alla classe operaia, ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali storiche, segnato dall’enfatizzazione a dall’accettazione strategica del sistema di democrazia liberale in cui viviamo.
Contro questo sfacelo è necessario rilanciare, in senso antidogmatico, ma non liquidazionista, l’elaborazione scientifica del marxismo e del leninismo, aggiornandola con i progressi avvenuti in ogni campo del sapere scientifico e filosofico (la concezione dell’ “essere sociale” di György Lukács; gli studi, sconosciuti in Occidente, profondissimi e di grande caratura economica e filosofica che sono portati avanti dall’Accademia delle Scienze Sociali e dal Partito comunista cinese, in relazione al “socialismo dai caratteri cinesi”; le grandi questioni strategiche legate al presente e futuro mondo del lavoro e alla futura vita sociale insite nell’informatizzazione generale e nell’Intelligenza Artificiale), rimanendo consapevoli che ogni contaminazione con altre ideologie e culture politiche debba restare circostanziato e tattico, stando attenti a non scivolare verso il riformismo e il progressismo borghese, se non addirittura nel “rossobrunismo” o peggiori devianze.
Senza un saldo possesso dei propri fondamentali teorici, i comunisti, come ogni altro soggetto sociale e politico, possono subire il condizionamento della società e della cultura borghese, tendendo, spesso inconsapevolmente, a subordinarsi alle concezioni socialdemocratiche e liberali, appiattendosi sulla “razionalità del presente” e riducendosi ad una bonaria e inutile “sinistra imperialista e della Nato”.
Per questo è fondamentale continuare a formare i dirigenti e i militanti comunisti attraverso il grande pensiero marxista, leninista, gramsciano sui “classici”, allargando questo studio alle opere critiche e scientifiche più feconde e significative della nostra epoca.
Sapendo, naturalmente, che un intellettuale collettivo potrà crescere non perché in grado di imparare a memoria le citazioni dei “classici”, ma di ragionare e analizzare la realtà in costante divenire con una forma mentis completamente alternativa a quella borghese. Occorre in tal senso mettere subito in guardia da un rischio: il principale elemento di debolezza che hanno oggi coloro che si richiamano al marxismo e al leninismo è che spesso essi tendono a riproporne meccanicamente le formule di un secolo fa. Il rischio concreto è diventare quelli che Stalin chiamava i “talmudici del marxismo”, enfatizzando analisi e modelli che in alcuni punti sono invecchiati male, straparlando, ad esempio, oggi, di “opposti imperialismi”. L’avanzamento teorico è stato portato avanti in diversa misura in altri Paesi e da altri partiti. In Occidente siamo invece molto arretrati: invece di aggiornare il leninismo si è preferito abbandonarlo per un eclettismo inconcludente, salvo poi ripescarlo meccanicamente e dogmaticamente, diffondendo interpretazioni in cui si mettono sullo stesso piano Russia, Cina e Usa.
Che cos’è quindi il pensiero marxista e leninista? Non è un dogma, ma una guida per l’azione. È la scienza della trasformazione rivoluzionaria della realtà storica, fondata sul materialismo dialettico e storico, sull’analisi concreta delle contraddizioni del capitalismo e sull’esperienza politica delle classi oppresse, condensata nei processi rivoluzionari vittoriosi o falliti degli ultimi secoli, con particolare attenzione a quanto avvenuto dal 1917 in poi.
Oggi più che mai, in un’epoca di grandi cambiamenti, l’attualizzazione del marxismo e del leninismo è un’esigenza storica imprescindibile per la ricostruzione di un movimento comunista conseguentemente rivoluzionario. Attualizzare il marxismo e il leninismo non significa annacquarli o “modernizzarli” in senso riformista, bensì rilanciarne i fondamenti scientifici e strategici alla luce dell’insegnamento storico dell’ultimo secolo e delle nuove condizioni politiche emerse negli ultimi decenni. Marx ed Engels hanno fondato una scienza storica materialista che rompe con ogni concezione idealistica e moralistica della storia. L’essenza del marxismo è la comprensione della storia come storia della lotta di classe, determinata dai rapporti di produzione e dalla struttura economica della società. Lenin ha attualizzato e sviluppato il marxismo alla luce dell’imperialismo e della centralità del partito rivoluzionario come avanguardia organizzata della classe operaia.
Il leninismo è la teoria dell’organizzazione per la presa del potere e la costruzione del socialismo in condizioni concrete di dominio imperialista. Questa elaborazione costituisce un corpus teorico unitario e attualissimo, che non può essere ridotto a una generica “ispirazione”.
Il marxismo ed il leninismo sono oggi, ancor più di ieri, teorie fondamentali a cui fare riferimento per l’analisi e l’organizzazione politica concreta, oltre che per immaginare e comunicare la società futura.
Il capitalismo contemporaneo, entrato nella sua fase di decadenza, è attraversato da contraddizioni insanabili: crisi economiche ricorrenti, distruzione ambientale, guerre imperialiste, polarizzazione sociale, autoritarismo crescente. Nessuna riforma può eliminare queste contraddizioni strutturali. La sola alternativa reale è il superamento rivoluzionario di questo sistema.
Il marxismo ed il leninismo continuano a fornire la più avanzata bussola teorica e pratica per orientarsi in questa crisi storica. Solo attraverso l’organizzazione del proletariato in partito rivoluzionario, l’accumulazione della forza politica e la preparazione alla rottura rivoluzionaria sarà possibile ricostruire un’analisi adeguata e condivisa su cui costruire un progetto socialista credibile e attuale.
Attualizzare il marxismo ed il leninismo significa applicare i loro principi, in modo dialettico, alle nuove realtà storiche del “totalitarismo liberale”: digitalizzazione e robotizzazione dell’economia, ristrutturazione del lavoro, alienazione postmoderna, egemonia culturale borghese nei media e nell’educazione. Questa attualizzazione deve avvenire senza rimuovere i fondamenti della teoria rivoluzionaria: centralità della classe lavoratrice come soggetto storico rivoluzionario; funzione dirigente del Partito comunista come avanguardia organizzata; necessità della rottura rivoluzionaria del potere borghese e dello Stato capitalista; approdo necessario ad una forma di governo proletario – l’unico realmente democratico – che avvii le riforme necessarie per spezzare il potere delle classi dominanti e lanciare la transizione al socialismo; coscienza di classe, internazionalismo proletario e patriottismo antifascista, contro ogni nazionalismo e imperialismo, compresi quelli nostrani.
Il marxismo ed il leninismo, nella loro unità politico-filosofica, vanno quindi studiati, difesi, aggiornati e applicati, non sostituiti da nuovi “ismi” che indeboliscono la coscienza di classe e neutralizzano la prassi rivoluzionaria. Il nostro compito non è “interpretare” il pensiero marxista e leninista secondo le mode culturali del momento, ma rilanciarlo e farlo conoscere come metodo (dialettica materialistica), filosofia della storia (materialismo storico) e teoria scientifica viva, capace di orientare la prassi rivoluzionaria nella crisi storica del capitalismo.
Ciò implica: ricostruire le basi teoriche del pensiero marxista e leninista in ogni militante; rigettare ogni compromesso ideologico con il riformismo, chiarendo con attenzione le differenze tra il programma massimo e quello minimo; combattere l’eclettismo, il movimentismo, l’anti leninismo e il moralismo piccolo-borghese; costruire quadri capaci di unire analisi scientifica e pratica rivoluzionaria; elevare il livello teorico delle masse, uscendo dall’arretratezza politica imposta dal dominio borghese. Il pensiero marxista e leninista non sopravvive come ideologia del passato, ma fiorisce come scienza delfuturo continuando ad ispirare tutti i Paesi socialisti del mondo.
Tesi n° 4 – Il partito e la politica del fronte
Una Rivoluzione non si improvvisa ma va concepita come un processo duplice: la prima fase implica la lotta per la conquista del potere politico; la seconda fase è più difficile: implica la costruzione del socialismo tra difficoltà continue. Per fronteggiare entrambe le fasi si possono e si devono trovare alleanze politiche e sociali che si pongano l’obiettivo minimo di riconquistare la sovranità nazionale per costruire un nuovo patto sociale. Tutto questo non si può fare restando nella Nato e nell’Ue.
Se questa analisi è giusta, dobbiamo aprire il dialogo a tutte le forze che perseguono l’autonomia e l’indipendenza nazionale, siano essi rivoluzionarie o riformiste, purché democratiche e antifasciste. Rigettiamo ogni illusione di autosufficienza ed ogni logica settaria e di concorrenza tra comunisti e ci impegniamo a lavorare fin da ora per avviare un dialogo leale e per sviluppare un processo di confronto teorico e di collaborazione operativa con quelle realtà comuniste e della sinistra di classe con cui condividiamo alcune fondamentali discriminanti politiche: l’analisi delle questioni internazionali, la partecipazione comune nelle piazze contro la guerra, il riarmo, l’opposizione al governo Meloni, l’autonomia differenziata, oltre che per la Palestina e ogni altra rivendicazione di diritti sociali e civili. Per realizzare questi progetti di un fronte antimperialista italiano ci serve ricostruire l’organizzazione più adeguata a relazionarsi con questi movimenti. Su questo molti si chiedono se questa possa ancora essere la “forma-partito”.
La forma-partito non è sempre esistita: essa è una forma storicamente giovane, moderna, nata tra i fuochi della rivoluzione industriale inglese e della Rivoluzione francese. Sorse dal ventre della storia per dare organizzazione al nascente movimento operaio e, per tale motivo, fu duramente attaccata, demonizzata, ideologicamente e politicamente, dalle aristocrazie e dalle borghesie inglesi e francesi, che rovesciarono sulla forma-partito un impressionante fuoco di fila.
Lo stesso fuoco di fila che, oggi, per gli stessi motivi ideologici di fondo, la cultura dominante scaglia contro la forma-partito. Per i comunisti la forma-partito rimane la forma organizzativa prioritaria e decisiva per la lotta rivoluzionaria, con quegli elementi interni che solo un partito comunista può dare: coscienza di classe, coesione, disciplina, centralismo democratico – da non confondersi con il centralismo burocratico e autoritario – come forma massima della democrazia interna, organizzazione per la lotta senza derive elettoralistiche, trasformazione del partito in un’anticipazione della democrazia rivoluzionaria e del socialismo per cui si combatte. La costruzione del Partito e l’instaurazione di un nuovo metodo di lavoro sono due processi che non vanno in opposizione, ma sono legati dialetticamente, consentendoci di accrescere la nostra massa critica e potenziare la nostra capacità di radicamento sul territorio, l’organizzazione, la credibilità e la visibilità.
L’unità tra il Movimento per la Rinascita Comunista e Resistenza Popolare è allora un grande evento nella società italiana. Le due organizzazioni negli ultimi anni di crisi e sbandamento hanno lottato tenacemente per invertire e contraddire la nefasta pulsione alla divisione, all’atomizzazione e polverizzazione del movimento comunista italiano dell’ultima fase storica, dandosi invece l’obiettivo dell’unità dei comunisti su determinati paletti analitici.
Il Partito che costruiamo non sarà probabilmente l’aggregazione definitiva del movimento comunista italiano, ma l’organizzazione più avanzata che avremo a disposizione per incidere nei processi reali di questo Paese. Non lavoriamo per fare l’ennesimo “partitino”, ma per disporre di uno strumento più avanzato da mettere a disposizione della parte più cosciente della classe lavoratrice e porre fine alla diaspora comunista. In tal senso nel nostro costituirci, presentiamo a tutti Partiti e alle organizzazioni comuniste che condividano la nostra progettualità, la proposta di sciogliersi e costruire assieme una nuova costituente comunista capace di semplificare il quadro politico del movimento comunista, riducendo concretamente la frammentazione con una vera unità organizzativa.
Nasciamo consapevolmente, con spirito totalmente unitario e ideologicamente e politicamente anti-settario, in totale controtendenza alla drammatica spinta alla “feudalizzazione” del movimento comunista italiano. Nasciamo come risposta progettuale alla profondissima crisi – politica, teorica, organizzativa – dell’attuale movimento comunista italiano.
Ci impegniamo, attraverso la lotta e la ricerca politico-teorica creativa, aperta e antidogmatica, a riportare in campo una prassi, uno stile di lavoro, un pensiero all’altezza della fase storica e a ricostruire le basi del Partito necessario alla fase storica.
Ci poniamo il problema, centrale, di rilanciare il pensiero politico comunista e rivoluzionario e la sua prassi attraverso la messa a fuoco dell’attuale quadro internazionale e della natura dell’attuale imperialismo e antimperialismo a livello internazionale; attraverso un’analisi priva di opportunismi sull’intera storia del movimento comunista italiano, un’analisi storicamente fondata e volta a mettere a fuoco i motivi che hanno portato all’attuale crisi del movimento comunista italiano.
Intendiamo dunque assumerci il compito di condurre una puntuale e rigorosa autocritica, che individui gli errori commessi in passato, chiarendone le ragioni senza parzialità e sentimentalismi, pratica da sempre essenziale per i comunisti nella propria attività politica, come mezzo di miglioramento individuale, sia in quanto militanti del partito sia in quanto membri della società, e che offre grandi vantaggi e benefici in relazione alla credibilità e alla fiducia delle classi lavoratrici nel partito.
Studieremo la ridefinizione della classe, del proletario e del popolo che oggi concretamente agiscono, o non agiscono, nel nostro Paese; dovremo definire con attenzione la natura dell’attuale capitalismo italiano anche in relazione alla potente penetrazione del capitale straniero; infine dobbiamo ridefinire la forma-partito comunista, per una forza comunista tanto e fortemente democratica al proprio interno, quanto rivoluzionaria sul piano politico e sociale.
Le tesi presentate in questo documento a tale proposito non vanno considerate come la parola definitiva sulle questioni affrontate, ma come punto di partenza nel nostro impegno di autocritica: un discorso da approfondire e dimostrare, rintracciando nelle fonti primarie le prove concrete che convalidano le posizioni sostenute, e che confluisca in un documento ufficiale del partito in cui si concretizzi una valutazione complessiva di quella storia.
Mettiamo al centro del nostro pensiero e della nostra prassi la lotta di classe: la lotta contro la guerra imperialista, la lotta ai padroni, la ricostruzione del legame di massa e del rapporto con il popolo, con l’intera classe salariata e (ricordando Togliatti, secondo cui “il socialismo non è la nazionalizzazione del calzolaio sotto casa”) con l’intero “ceto medio” – commerciale, artigianale – ormai in rapida e generale proletarizzazione.
Vogliamo un Partito che abbia come perno il progetto di trasformazione sociale e non più quelle derive elettoraliste ed istituzionaliste che pure, per tanta parte, hanno caratterizzato anche le forze comuniste negli ultimi decenni. Nel dire che questo è un Partito marxista, leninista e gramsciano chiariamo le caratteristiche che dovrà avere: una formazione di quadri per un Partito che ambisca a diventare di massa, operando in maniera conflittuale ed egemonica in tutti i campi della società: dall’ambito politico, affrontando laddove possibile anche il tema elettorale, all’ambito economico-sociale fino a quello culturale.
La scelta dei mezzi e delle tattiche, come di ogni tema strategico, spetterà a tutta la base militante che avrà modo di esprimersi in maniera strutturata, con i tempi e i modi adeguati.
Parte II – Questioni internazionali
Tesi n° 5 – Lo scenario generale tra nuove contraddizioni e tendenze antagonistiche
È compito fondamentale dei comunisti, di fronte alla complessità dello scenario internazionale e alla portata delle contraddizioni mondiali, saper riconoscere la contraddizione principale, individuare la natura di classe dei rapporti e dei processi che si agitano sulla scena internazionale, costruire pratiche di lotta coerenti con l’obiettivo generale della trasformazione complessiva dello stato di cose presente.
Detto in premessa, si tratta, al tempo stesso, di evitare ogni deriva campista o geopoliticista, nella consapevolezza che la complessità dialettica dei fenomeni internazionali non può ridursi esclusivamente alla loro lettura in chiave geopolitica e che l’area di Paesi con caratteri antimperialisti che oggettivamente viene formandosi sulla scena internazionale, non è costituita da “blocchi” o sistemi omogenei, ma da reti e piattaforme di partenariati e di alleanze in cui Paesi con orientamento antimperialista giocano un ruolo fondamentale, come nei Brics e nella Sco, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai; occorre altresì rifuggire ogni tentativo revisionista, liquidatorio o minimalista, tentativo di cui anche formazioni della sinistra di alternativa si sono rese e continuano a rendersi protagoniste, ad esempio con il colpevole abbandono della categoria leniniana di imperialismo e con l’altrettanto colpevole rinuncia, spesso su basi puramente moralistiche o idealistiche, a svolgere una «analisi concreta della situazione concreta».
La contraddizione principale
Nello scenario attuale, la «guerra diffusa» su scala planetaria, che porta con sé riarmo, incremento delle spese e delle tecnologie militari e, perfino, la minaccia nucleare, al punto da mettere a rischio il futuro stesso dell’umanità, rappresenta la questione decisiva, dirimente, del nostro tempo. Al tempo stesso, la contraddizione tra egemonismo unipolare – con gli Stati Uniti e i loro alleati, la cosiddetta “catena dell’imperialismo internazionale”, e i loro istituti di comando politico-militari, tra i quali la Nato e la stessa Ue – e mondo multipolare – con l’affermazione del “Sud globale”, grandi realtà quali la Cina socialista, la Russia e altre che intendono mantenere un profilo strategico autonomo dai diktat delle potenze occidentali, e che si esprime in innovative piattaforme di cooperazione basate sul rifiuto del doppio standard e sul principio della cooperazione paritaria di mutuo beneficio, a partire dai Brics – rappresenta, senza dubbio, la contraddizione principale.
Ciò non significa che il mondo multipolare incarni il nuovo socialismo del XXI secolo; significa tuttavia che proprio l’affermazione di questo mondo nuovo apre spazi inediti e positivi di autodeterminazione, di affermazione della libertà dei popoli e di lotta contro l’unipolarismo, l’egemonismo e l’imperialismo. In questo senso, si afferma l’impegno dei comunisti nella lotta fondamentale contro la guerra e per la pace e per una linea di massa coerentemente impegnata nella costruzione di un vasto movimento di lotta contro la guerra e per la pace: non contro una guerra generica, bensì contro le guerre dell’imperialismo, contro la guerra imperialista nelle sue moderne forme e declinazioni; e non per una pace generica, ma per una pace con giustizia sociale e giustizia internazionale, dal lato delle resistenze e delle lotte dei popoli che coraggiosamente si battono per la propria dignità e per la propria libertà, per la propria autodeterminazione, per uno sviluppo autonomo e per una piena ed effettiva sovranità.
La Rivoluzione Anticolonialista Mondiale
La dinamica dello scontro in corso tra egemonismo unipolare e mondo multipolare cui stiamo assistendo in questi ultimi anni non può che inscriversi, dialetticamente, in continuità allo sviluppo del processo storico nel quale si è manifestata e che ne ha gradualmente posto le condizioni materiali. Le radici della situazione presente perciò vanno ricercate nella lotta per il riconoscimento condotta dai popoli del Sud del mondo contro l’imperialismo colonialista occidentale, e dunque nella crescente intensità e diffusione della Rivoluzione Anticolonialista Mondiale – così bene delineata da Domenico Losurdo nel suo “Marxismo occidentale” – dalle sue origini, con la rivolta degli schiavi neri guidati da Toussaint Louverture ad Haiti nel 1800, ai giorni nostri, in cui stiamo vivendo le sue fasi cruciali e dirimenti. I comunisti si sono uniti a questa lotta sin dal principio della loro attività politica, imprimendovi un impulso fondamentale con la rivoluzione bolscevica dell’Ottobre 1917 e con la Grande Guerra Patriottica dell’Urss contro l’assalto colonialista nazista.
L’affermazione della demarcazione geopolitica tra la tendenza all’aggregazione multipolare dei Paesi del Sud del mondo e quella all’imposizione unilaterale dell’ordine imperiale dell’Occidente capitalista e suprematista bianco, presentata all’opinione pubblica occidentale come contrapposizione posticcia tra “democrazie” ed “autoritarismo”, è piuttosto la manifestazione della linea di contrasto che esiste tra lotta per il riconoscimento dei popoli del Sud del mondo e reazione dell’Occidente liberale a questo tentativo di sottrarsi al giogo dell’oppressione, un tempo coloniale, e oggi neocoloniale. Ponendoci fermamente nel campo dell’alleanza multipolare rappresentata dai BRICS+, ci facciamo promotori della diffusione, divulgazione, e narrazione di questo evento, del tutto sconosciuto e quindi inesistente, per l’opinione pubblica occidentale, e che oggi tocca anche il nostro paese.
Orientare il proprio discorso sulla dinamica della Rivoluzione Anticolonialista Mondiale permette di sovvertire la vulgata liberale e revisionista della narrazione dei fatti, e aprire alla considerazione della classe lavoratrice occidentale un elemento che tutti i popoli del Sud del Mondo danno per scontato. È un elemento di novità e di innovazione nella lettura dei fatti che può produrre interesse e curiosità, e che allo stesso tempo offre gli strumenti per smascherare il carattere totalitario della pseudo-democrazia liberale, chiarendo la dinamica che sta portando i paesi neocoloniali ed ex-coloniali ad unirsi in nome dell’autodeterminazione e del principio di non interferenza straniera nei propri affari interni.
La Nato
Il riorientamento strategico della Nato ne conferma l’assoluta pericolosità, come braccio armato dell’imperialismo e principale dispositivo multinazionale di guerra nel mondo. Nel nuovo Concetto strategico dell’Alleanza Atlantica, varato a Washington il 24 aprile 1999 nel pieno dell’aggressione imperialistica alla Jugoslavia, sviluppata peraltro con il pieno consenso delle sinistre borghesi all’epoca alla guida dei principali governi europei (tra cui l’Italia), viene ridefinito il profilo strategico della Nato come attore di guerra potenzialmente su tutto il pianeta, ovunque gli interessi del capitale europeo e nord-americano, sotto comando Usa, siano minacciati.
Nei vertici (2021) del G7 (Carbis Bay) e della Nato (Bruxelles), si rinnova il profilo strategico della Nato come strumento militare al servizio dell’imperialismo, per la prosecuzione della guerra delle c.d. democrazie contro le c.d. autocrazie (amministrazione Biden) e come strumento militare a tutela del ruolo unilaterale degli Usa nei più diversi scenari dall’America latina all’Asia orientale (amministrazione Trump).
La lotta contro la Nato è dunque una lotta fondamentale a tutti i livelli: per la pace e un diverso ordine internazionale, per la democrazia e la giustizia sociale, per la sovranità e l’indipendenza del nostro Paese. Ancora oggi in Italia si trovano oltre 120 basi Usa e Nato e oltre 12 mila soldati statunitensi. Occorre rafforzare la lotta contro la Nato, per la chiusura di tutte le basi Usa e Nato, per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per la cacciata della Nato dal nostro Paese, per una diversa politica militare e internazionale dell’Italia.
I Brics e il mondo multipolare
I Brics riflettono l’impegno del Sud globale nel superare l’ordine unipolare e costruire alternative alle istituzioni egemoniche dominate dagli Stati Uniti e i loro alleati, rompendo gli “equilibri” imposti dall’imperialismo e aprendo una prospettiva inedita di sviluppo e cooperazione, sia sul piano politico, sia sul piano economico (la prospettiva del superamento dell’egemonia del dollaro e, in ultima istanza, della «de-dollarizzazione»).
I Brics non costituiscono un blocco e non rappresentano “il socialismo che verrà”; sono viceversa un fattore, potente ed efficace, per una diversa articolazione delle relazioni internazionali e per una diversa definizione del panorama internazionale complessivamente inteso, alternativa al disegno dell’ordine unipolare centrato negli Stati Uniti e negli alleati dell’imperialismo euro-atlantico, e definiscono quindi un terreno più favorevole e più inclusivo per la costruzione di rapporti economici e dialogo politico. Già oggi, con dieci Paesi membri effettivi (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Indonesia) e tredici Paesi partner, tra cui Cuba socialista (ma anche Algeria, Bolivia, Bielorussia, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam), i Brics formano oltre il 36% del Pil mondiale, oltre il 37% del commercio globale e oltre il 43% della popolazione mondiale, circa 3.5 su 8 miliardi di persone.
È pertanto sempre più necessario lottare per l’apertura di sempre più significativi spazi di cooperazione con il Sud globale, con i Brics, sulla lunghezza d’onda dell’emergente mondo multipolare.
La nuova Via della Seta
La nuova Via della Seta, promossa dalla Repubblica popolare cinese (Belt and Road Initiative: BRI), è una strategia multilaterale complessiva di sviluppo, di portata globale, che si snoda attraverso sei principali corridoi collegati da una rete di infrastrutture stradali, ferroviarie, navali, energetiche e digitali. Si compone di un sistema di rotte terrestri e marittime che collegano Asia, Medio Oriente e Africa. La strategia è di notevole importanza sotto il profilo economico e strategico, in virtù del fatto che vi fanno parte 140 Paesi, pari al 75% della popolazione mondiale e una percentuale sempre più alta del Pil globale. Secondo diversi studi, la BRI può incrementare i flussi commerciali nei Paesi partner di oltre il 4%, ridurre i costi del commercio globale tra l’1 e il 2% e far crescere il Pil dei Paesi emergenti in una misura dal 2.6 al 3.8%.
Sotto il versante politico, la Belt and Road Initiative è il principale strumento della cooperazione reciproca e paritaria («win-win») promossa dalla Repubblica popolare cinese con i partner internazionali e uno dei vettori principali dell’indirizzo strategico del socialismo cinese per il XXI secolo. Sia nel senso della costruzione di un diverso sistema di relazioni internazionali, sia nel senso della sintonia con i percorsi nazionali di costruzione di un Socialismo per il XXI secolo, è fondamentale per i comunisti, in particolare in Italia e in Europa, articolare l’iniziativa politica nel senso del partenariato con la Cina e dell’incontro con l’emergente mondo multipolare, con lo sguardo rivolto sia alla costruzione di «partenariati di alta qualità di portata globale», sia al rilancio dell’unità, dell’iniziativa e della cooperazione bilaterale e multilaterale con il mondo emergente del Sud globale, e in particolare lanciando un’iniziativa di lotta per l’adesione anche del nostro Paese ai Brics.
L’Africa e il Sud globale
La ripresa di intensità e di efficacia della lotta di autodeterminazione e di riscossa nazionale, de-coloniale e anti-coloniale, da parte delle vaste masse africane è un fattore, nel quadro del Sud globale e nell’ordine di grandezza dell’emergente mondo multipolare, di primaria importanza e definisce, per i comunisti, un terreno decisivo di lotta politica e strategica. Solo nella fase più recente, tra il 2020 e il 2023, la regione del Sahel è stata interessata da sette sollevazioni politico-militari, in buona parte orientate in senso anticolonialista e dirette contro la presenza e gli interessi della Francia e, in secondo luogo, degli Stati Uniti.
In Mali, Niger e Burkina Faso i governi civico-militari di nuovo insediamento (sostenuti dalla Federazione russa) hanno saputo intercettare il diffuso malcontento contro la presenza neocoloniale francese e il sentimento patriottico diffuso tra le masse popolari, costringendo, tra l’altro, la Francia al ritiro dei propri contingenti. Analoghi orientamenti si esprimono in Senegal e in Repubblica centrafricana e i Paesi interessati da questa nuova ondata anti-colonialista vanno tendenzialmente orientandosi per nuovi rapporti politico-militari con la Russia e rapporti politico-economici con la Cina, quali Stati non legati al colonialismo europeo, sia in termini di storia delle relazioni bilaterali, sia in termini di approcci partenariali.
I Paesi africani vanno affermando un posizionamento strategico inedito sia dal punto di vista politico e commerciale, sia sotto il versante militare e tecnologico: nell’ambito della recente conferenza «AfricaCom», promossa e organizzata dal Sudafrica (novembre 2022) è stato impostato un accordo di partenariato strategico per un’avanzata infrastrutturazione digitale, tecnologica e informatica tra nove Paesi, quali Sudafrica, Lesotho, Swaziland, Namibia, Botswana, Zimbabwe, Zambia, Malawi, Mozambico.
L’America Latina bolivariana e progressista
La vicenda latinoamericana rappresenta un’esperienza strategica di lungo corso, che attesta un punto di riferimento importante nel percorso di innovazione del marxismo e offre un esempio cruciale di resistenza nella direzione del Socialismo per il XXI secolo, nel senso della democrazia effettiva, del protagonismo dei lavoratori e delle masse popolari, della dignità e della giustizia sociale.
In uno scenario sempre più segnato dalla crisi del mondo unipolare e sempre più attraversato dalla tendenza verso il mondo multipolare, l’esperienza politica e sociale del continente latinoamericano, la “Patria Grande” di Simón Bolívar e di José Martí, assume un significato sempre più incisivo. Il Nicaragua di Daniel Ortega; l’Ecuador, con l’esperienza storica della “rivoluzione cittadina” di Rafael Correa; sino alla rivoluzione bolivariana in Venezuela, prima con il comandante Hugo Chávez e ora con il presidente Nicolás Maduro, e, stella polare del processo di trasformazione, Cuba socialista, la Cuba della “Revolución”, a partire dalla direzione rivoluzionaria del leader storico, Fidel Castro, passando per Raúl Castro, sino all’attuale gruppo dirigente intorno a Miguel Díaz-Canel, sono esemplificativi dell’ondata progressista latinoamericana (certo non priva di battute d’arresto e contraddizioni) e della tenuta, nelle sue punte più avanzate, della resistenza, prima al “Washington Consensus”, oggi alla riedizione trumpiana della minaccia strategica della “dottrina Monroe”.
L’Asia centrale e orientale
L’Asia centrale e orientale rappresenta uno scenario strategico, sovente trascurato, in realtà decisivo, per i comunisti in Italia.
Da un lato, si confermano la carica vitale e il potenziale innovativo di esperienze socialiste storiche in pieno sviluppo, a partire dalla Repubblica popolare cinese, passando per la Repubblica socialista del Vietnam, la Repubblica popolare democratica del Laos, ed evidentemente la Repubblica popolare democratica di Corea, che non solo prosegue nel suo autonomo e creativo progetto di costruzione e di innovazione del socialismo (basato sul «Socialismo del Juche», centrato nei principi di indipendenza, creatività e coscienza, e concepito come una declinazione antropocentrica e patriottica del leninismo), ma registra significativi sviluppi in termini di avanzamento tecnologico e di crescita economica.
Dall’altro, si manifestano tendenze progressive, declinate in termini di istanze di giustizia sociale e di indipendenza nazionale, dalla Georgia (non a caso minacciata di destabilizzazione da parte dell’imperialismo) allo Sri Lanka (dove i comunisti del JVP hanno vinto le ultime elezioni presidenziali e parlamentari del 2024), che mostrano chiaramente i sentimenti e le aspirazioni di vaste masse del continente asiatico, nei più vari scacchieri, declinate in senso antimperialista e patriottico.
In questo contesto, l’Asia centrale resta un crocevia strategico e, con il ruolo svolto dall’Iran e il partenariato globale Russia-Iran (2025), un territorio decisivo per le sorti della contraddizione tra unipolarismo e mondo multipolare. La recente (2025) aggressione di Israele e degli Stati Uniti all’Iran conferma infatti la centralità di questo contesto, apre scenari inediti anche dal punto di vista della proliferazione nucleare e della configurazione strategica dell’intera regione vicino-orientale, minaccia gli interessi russi e cinesi nell’area, rischiando di innescare un punto di svolta di vastissima portata ed estrema pericolosità, e comporta l’esigenza per i comunisti di una rinnovata iniziativa di lotta contro l’imperialismo in tutte le sue manifestazioni e a difesa dei popoli minacciati e aggrediti. Gli Stati Uniti e Israele si confermano infatti come vere e proprie minacce alla pace e alla sicurezza internazionali.
La Palestina e il Vicino Oriente
La lotta di resistenza e di liberazione del popolo palestinese assume, a dispetto delle stigmatizzazioni da parte occidentale, una rilevanza primaria, come lotta generale di resistenza. Una lotta, insieme, per la libertà del popolo palestinese e per una diversa configurazione dell’intera regione, sullo sfondo delle perduranti e gravissime violazioni compiute dal governo di Israele.
Da una parte, lo storico progetto sionista del «colonialismo di insediamento»: l’occupazione e l’espropriazione del territorio; l’insediamento di colonie, in alcuni casi strutturate come grandi città (Ariel, Ma’ale Adumim e Gush Etzion); un sistema di controllo e di repressione (una «matrice del controllo») che rende la vita nei territori insostenibile e le difficoltà nella vita, negli spostamenti e nell’approvvigionamento delle risorse, insopportabili.
Dall’altra, l’applicazione di una «strategia di caos e di guerra» finalizzata alla completa cancellazione della presenza palestinese e alla completa devastazione del territorio, con una guerra, quella in corso contro la popolazione palestinese, nel contesto della quale si è consumato un conclamato genocidio e si va perpetrando uno dei più inumani crimini di guerra e contro l’umanità dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Per la vittoria e per l’unità della resistenza palestinese, nella prospettiva generale della liberazione di tutta la Palestina storica dal fiume Giordano al mare, si dirige quindi l’impegno e la lotta dei comunisti, respingendo senza esitazione la falsa e mistificatoria equiparazione tra “antisemitismo” e “antisionismo”, vera e propria arma di distrazione di massa e vera e propria trappola ideologica con la quale invano si cerca di mettere a tacere la critica e la condanna del genocidio in corso perpetrato dallo Stato di Israele.
Il Mediterraneo
Per la sua complessità morfologica, demografica, sociale, politica e culturale e per la ricchezza delle sue risorse, il Mediterraneo è uno scacchiere strategico per le forze rivoluzionarie e, in primo luogo, per la collocazione stessa del nostro Paese, per i comunisti in Italia. Solo nel Mediterraneo orientale sono ospitate riserve potenziali pari a 3500 km cubi di gas e 1700 milioni di barili di petrolio; gli interessi in gioco, che coinvolgono Turchia, Grecia, Cipro, Libano, Siria, Egitto e Israele hanno portato alla ridefinizione dello scacchiere regionale e non sono indifferenti alla «strategia del caos e della guerra» di Israele, con il genocidio della popolazione palestinese, l’aggressione al Libano, all’Iran e allo Yemen, e i continui attacchi alla Siria, prima e dopo la fine (2024) del governo panarabo, laico e progressista del Baath.
Precipitano nel Mediterraneo numerose tensioni della contraddizione principale, nella tendenza storica verso il mondo multipolare e la perdita di centralità e di egemonia dell’imperialismo statunitense e del sistema unipolare. Nel Mediterraneo, il lungo ciclo della crisi strutturale degli anni Duemila ha avuto profonde ripercussioni, tanto a Nord, con il default della Grecia (2010), quanto a Sud, con la crisi alimentare, causa scatenante, a partire dalla Tunisia (2011), del processo di destabilizzazione a guida imperialistica delle c.d. “primavere arabe”. Ciò spiega anche la straordinaria militarizzazione dell’area: solo nel Mediterraneo, gli Usa possiedono basi militari strategiche in tutti i quadranti, dalla Spagna (Rota) all’Italia (Napoli, Sigonella, Camp Darby, Vicenza, Ghedi, e molte altre); dalla Grecia (Suda) alla Turchia (Inçirlik); da Cipro (Akrotiri) alla Tunisia.
La lotta per un rinnovato orientamento strategico mediterraneo, nell’ambito di una politica internazionale indipendente e contro il disegno imperialista e neocoloniale, deve essere sempre più parte di una lotta rivoluzionaria generale.
Tesi n° 6 – Situazione macroeconomica, crisi del modello neoliberista,
ascesa dei paesi emergenti e prospettive di trasformazione
Con la caduta del campo socialista e l’implosione dell’Urss si è aperta una fase di restaurazione capitalista globale. Il modello neo-ordoliberista, egemone nei paesi occidentali, ha permesso una rivincita storica del capitale sui lavoratori: smantellamento progressivo dello Stato sociale, flessibilizzazione del lavoro, contrazione dei salari reali, riduzione dei diritti sindacali. Il compromesso keynesiano, reso possibile dal confronto con il socialismo reale, è stato sostituito da una logica di profitto assoluto e di mercato totalizzante.
Il risultato è una diffusa precarietà sociale: aumento della povertà, stagnazione economica e diseguaglianze sempre più profonde. Nell’Ue, oltre il 21% della popolazione è a rischio povertà o esclusione sociale; la quota dei salari sul Pil è crollata dal 72% (1980) al 63% (2020). Negli Usa il 90% più povero ha visto stagnare i redditi reali dal 1980, mentre l’1% più ricco ha incrementato la propria ricchezza del 200%. Negli Stati Uniti, milioni di lavoratori vivono con redditi insufficienti, spesso senza accesso a servizi sanitari o previdenziali.
La deindustrializzazione dell’Occidente ha prodotto un’economia sempre più finanziarizzata e instabile. Con la parziale eccezione della Germania, l’Unione europea ha visto un calo significativo della produzione industriale (Eurostat registra -2,4% nell’area euro, aprile 2025) e ha perso il 20% della produzione industriale dal 2000 ad oggi. Negli Usa, il ricorso sistemico alla spesa militare e all’emissione monetaria ha mascherato il declino strutturale che emerge tuttavia con il deficit cronico manifatturiero (810 miliardi nel 2023).
Oggi i tassi di interesse per collocare un titolo a dieci anni del Tesoro statunitense ammontano al 4,38 contro il 2,53 della Germania, l’1,69 della Cina e l’1 del Giappone. In tal modo il costo degli interessi è aumentato di circa il 50% e ha superato ampiamente la spesa militare. Le sanzioni alla Russia, imposte su dettatura Usa, sono costate all’Ue 200 miliardi, hanno aggravato la crisi energetica, aumentando i costi di produzione e riducendo la competitività del sistema industriale europeo. Parallelamente, le politiche protezionistiche statunitensi, come il Inflation Reduction Act, stanno dirottando investimenti industriali verso gli Stati Uniti, indebolendo ulteriormente la manifattura europea.
Per decenni, il dominio globale del dollaro ha permesso agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit e le proprie guerre stampando moneta senza copertura reale. Oggi questo privilegio è messo in discussione. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa sotto il 60%, mentre sempre più transazioni commerciali internazionali si stanno svolgendo in valute alternative (yuan, rublo, rupia). L’enorme debito federale statunitense, ormai superiore ai 37 trilioni di dollari, il disavanzo cumulato di oltre 20 trilioni nei conti con l’estero e l’inflazione al 6,5% nel 2023, sono un segnale della fragilità di fondo dell’economia Usa. La possibilità di un default tecnico, più volte sfiorata nelle crisi del “debt ceiling”, rappresenta un elemento di instabilità sistemica.
Gli stessi, enormi,dazi istituiti da Trump sono un tentativo disperato di recuperare con mezzi coercitivi fette di perduta competitività nei mercati internazionali e di fare cassa senza tassare i propri cittadini. Ma pare che la cosa funzioni solo con i vassalli europei – si veda il vergognoso accordo con la von der Leyen – mentre la Cina e altri Paesi paiono in grado di replicare adeguatamente.
I paesi del Sud globale stanno abbandonando l’economia estrattiva per dotarsi di apparati industriali e tecnologie autonome. I Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, e da poco anche Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) rappresentano oltre il 40% del Pil mondiale, sopravanzando ampiamente i G7, e stanno costruendo un’alternativa concreta al dominio unipolare Usa e rappresentano un blocco alternativo all’ordine neoliberista: commercio in valute locali, investimenti sud-sud, istituzioni finanziarie indipendenti.
La Cina è l’epicentro di questa trasformazione: in poco più di trent’anni ha sottratto oltre 800 milioni di persone dalla povertà estrema, grazie a un modello economico pianificato e diretto dal Partito comunista cinese. Il connubio tra controllo pubblico, innovazione e pianificazione strategica offre un riferimento reale per chi intende emanciparsi dal dominio occidentale. Mentre l’Occidente produce precarietà e disoccupazione, la Cina investe in infrastrutture, ricerca scientifica e transizione tecnologica, dimostrando nei fatti la superiorità storica della pianificazione socialista rispetto all’anarchia del mercato capitalista.
La Russia, devastata sul piano economico e sociale, oltre che su quello della sovranità nazionale, dalla stagione di Eltsin, ha recuperato rapidamente il suo ruolo di potenza di primo piano, anch’essa grazie all’abbandono dell’ideologia liberista e a un forte ruolo dello Stato.
L’Ue è ostaggio dei parametri di Maastricht, che impediscono politiche economiche espansive.
La spesa sociale viene compressa, mentre la subalternità politica agli Usa si manifesta nelle sanzioni controproducenti alla Russia e nella partecipazione al programma “ReArm Europe”, che sottrae fondi vitali a sanità, scuola e pensioni. L’Inflation Reduction Act statunitense, con il suo protezionismo industriale, colpisce duramente l’apparato produttivo europeo. L’Ue, priva di sovranità strategica, rischia di diventare un’appendice secondaria nel nuovo ordine mondiale.
Il crescente investimento in armamenti – sia negli Usa che nell’area Ue – rappresenta una nuova fase di keynesismo di guerra. Come negli anni ’30, la risposta alla stagnazione è l’espansione della spesa militare. Tuttavia, a differenza del passato, ciò avviene in un contesto di instabilità sistemica, disarticolazione sociale e crisi ambientale globale. Gli investimenti militari gonfiano nuove bolle speculative e beneficiano, nel breve termine, l’industria bellica statunitense. Già nel 2024 la spesa militare italiana è aumentata del 15%, mentre quella sanitaria, al 6,3%, è al di sotto della media Ue. Non è difficile prevedere una triplicazione della spesa militare derivante dalle recenti decisioni della Nato a cui il governo italiano si è accodato.
La teoria leninista dell’imperialismo è confermata: il capitale cerca nella violenza una via d’uscita dalla sovraccumulazione. Alle tensioni tra l’Occidente e il Sud globale si sommano contraddizioni interimperialistiche: Usa vs Ue e fratture tra potenze europee in primo luogo. Il Medio Oriente è un crocevia strategico: lo Stretto di Hormuz – da cui transita un terzo degli idrocarburi globali – è punto nevralgico della logistica mondiale. Un suo blocco farebbe schizzare il petrolio a 150 dollari al barile. Israele, appoggiato da Washington, svolge il ruolo di “gendarme” dell’imperialismo Usa e per questo beneficia di 3,4 miliardi di dollari all’anno. Le guerre in corso non sono anomalie, ma risposte sistemiche alla crisi del capitalismo.
Il collasso ecologico è la manifestazione naturale del capitalismo: depredazione delle risorse, distruzione degli ecosistemi, mercificazione della natura. L’Occidente esternalizza il 70% delle sue emissioni al Sud globale tramite le delocalizzazioni. I paesi africani subiscono perdite del 15% del Pil per eventi climatici, pur contribuendo per solo il 3% alle emissioni. La “transizione verde” proposta dalle élite è una trappola: non mira a trasformare il sistema, ma a riconvertirlo in chiave speculativa. Mentre l’Ue taglia 50 miliardi al Fondo per la Transizione Giusta, e taglierà ancora di più a seguiti della politica di riarmo, la Cina domina il 75% della produzione di pannelli solari.
Solo una pianificazione ecologica democratica può affrontare la crisi climatica con giustizia sociale.
L’1% più ricco detiene il 45% della ricchezza mondiale. (Credit Suisse 2023). Nell’Ue il 20% dei giovani ha salari al di sotto della soglia di povertà mentre le pensioni, grazie ai sistemi a capitalizzazione si sono ridotte fino al 30%. I giovani vivono una precarietà permanente: disoccupazione, sfratti, istruzione privatizzata, fuga di cervelli. Senza un’inversione radicale, l’emigrazione diventerà un fatto strutturale. La nuova sinistra deve garantire casa, lavoro, università gratuita, accesso alla cultura, restituendo ai giovani la possibilità di immaginare un futuro.
Nell’area Asia-Pacifico, il Giappone rappresenta un caso emblematico di paese capitalista avanzato in crisi strutturale. Dopo oltre trent’anni di stagnazione economica, con crescita del Pil reale pressoché nulla dal 1990 a oggi e un rapporto debito/Pil che ha superato il 260%, il Giappone rimane fortemente dipendente sia dalle esportazioni che dalla politica monetaria ultra-espansiva.
Negli ultimi anni, il governo giapponese ha avviato una massiccia militarizzazione, allineandosi sempre più alle strategie statunitensi nel contenimento della Cina e nella gestione delle tensioni nel Pacifico. L’aumento delle spese militari, portate per la prima volta oltre il 2% del Pil, rappresenta una storica inversione rispetto alla politica difensiva imposta nel dopoguerra.
Parallelamente, i paesi del Sud-Est asiatico (Asean) stanno vivendo una fase di transizione. Pur rimanendo legati economicamente agli Stati Uniti e al Giappone, molti di questi paesi stanno rafforzando i legami commerciali, infrastrutturali e finanziari con la Cina attraverso progetti come la Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative). La crescente integrazione economica asiatica e l’espansione della cooperazione Sud-Sud stanno progressivamente riducendo l’influenza diretta delle potenze occidentali sulla regione.
L’area Asia-Pacifico si configura dunque come uno dei principali teatri di competizione interimperialistica, in cui la crisi dell’egemonia statunitense e il dinamismo dei paesi emergenti stanno ridisegnando gli equilibri geopolitici globali. L’intera regione dell’Asia orientale e sud-orientale è oggi un nodo centrale della produzione globale. Paesi come Corea del Sud, Vietnam, Indonesia e Malesia hanno costruito filiere industriali integrate, attratte da manodopera qualificata e costi contenuti.
L’Asean+3 (Cina, Giappone, Corea del Sud) rappresenta uno dei blocchi economici più dinamici del pianeta. Tuttavia, questo sviluppo è avvenuto in un quadro di forte diseguaglianza sociale, sfruttamento del lavoro e dipendenza tecnologica. Le multinazionali occidentali hanno delocalizzato la produzione, mantenendo il controllo su brevetti, logistica e finanza. In risposta, alcuni paesi stanno promuovendo strategie di sovranità industriale, con investimenti pubblici in ricerca, energia e infrastrutture.
La Cina guida un progetto di integrazione regionale e globale attraverso la Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), che coinvolge oltre 140 paesi. Sebbene il Giappone non ne faccia parte ufficialmente, osserva con attenzione l’espansione cinese in Asia centrale, Africa e Mediterraneo. Alcune imprese giapponesi partecipano indirettamente a progetti infrastrutturali legati alla Bri, mentre Tokyo promuove iniziative alternative come il Partenariato per le Infrastrutture di Qualità con l’India e l’Australia.
La crisi sistemica del capitalismo offre un terreno fertile per un progetto comunista rinnovato. La vittoria dipenderà dalla capacità di unire lotte sociali, pianificazione democratica, e internazionalismo, sostituendo il keynesismo di guerra con un nuovo modello di sviluppo umano-centrico e ecologicamente sostenibile. La crisi attuale non è una crisi congiunturale: è la crisi di un intero modello di sviluppo, di un sistema ormai incapace di garantire benessere, stabilità e progresso umano ma ciò non garantisce di per sé l’alternativa. L’unica alternativa reale alla guerra e al declino è il socialismo. Un primo passo è costituito da un progetto politico all’altezza della sfida: comunista, internazionalista, ecologista, democratico e radicato nel conflitto sociale.
Tesi n° 7 – L’attualità dell’analisi leninista e l’imperialismo oggi
La concezione leninista di “imperialismo”, per la sua potenza rivoluzionaria, si fa un tutt’uno con il fragoroso incipit del “Il Manifesto” di Marx ed Engels: “Un fantasma s’aggira per l’Europa, il fantasma del comunismo”. L’opera di Lenin “Imperialismo fase suprema del capitalismo”, scritta nel pieno della Prima guerra mondiale e pubblicata nel 1917, è una “bomba ideologica” gettata tra le gambe del capitale mondiale e, assieme, è il nuovo strumento rivoluzionario consegnato alle forze operaie, comuniste e rivoluzionarie mondiali. Così tanto consapevole dell’essenza incendiaria della propria concezione dell’imperialismo e dell’energia rivoluzionaria che essa consegnerà alle avanguardie, alle classi operaie e ai popoli del mondo, sarà lo stesso Lenin a scrivere al proprio editore, nel giugno del 1916, affermando: “Se è meglio evitare nel titolo la parola imperialismo, allora mettete Caratteristiche fondamentali del capitalismo odierno”, e ciò anche se l’opera uscirà col titolo, nella sua prima edizione, L’imperialismo nuova fase del capitalismo.
Anche noi, odierni comunisti, guardiamo a L’imperialismo, fase suprema del capitalismo come ad uno dei massimi punti di riferimento dell’intero pensiero marxista, leninista e rivoluzionario, come ad uno strumento essenziale anche per la lettura e la comprensione dell’attuale e vigente imperialismo, guardando all’opera di Lenin, tuttavia, con la stessa lezione severamente antidogmatica leninista (tutta legata alla concretezza delle cose, col futuro capo dell’Ottobre che disprezzava “lo strisciare della teoria”, l’appendersi ai principi astratti), senza dimenticare, cioè, che la grande opera di Lenin non è scritta con lo spirito dei dieci comandamenti biblici, da imporre per l’eternità, ma con la precisa volontà di consegnare alle forze comuniste, nel pieno della Prima guerra mondiale e nei moti rivoluzionari che essa produceva, un’analisi quanto più possibile approfondita e appropriata dell’imperialismo di quel momento storico, un’arma politica e teorica per la rivoluzione di quella fase, non un pacchetto di idee da surgelare e buono in ogni contesto e in ogni fase storica futura. Poiché ciò sarebbe stata, sarebbe, la negazione stessa del leninismo.
Ed è a partire da ciò che noi, comunisti del tempo presente, possiamo a ragion veduta affermare che l’opera di Lenin sull’imperialismo rimane la massima griglia di lettura anche per l’imperialismo vigente ma – ed è la stessa dialettica storica pienamente assunta dal pensiero e dall’azione di Lenin ad insegnarcelo-occorre che tale opera venga dialettizzata con le nuove forme dell’attuale e concreto imperialismo. Ripartendo ancora da Lenin, che nella lettera all’editore dell’opera L’imperialismo nuova fase del capitalismo, chiedeva che il sottotitolo fosse Saggio popolare, per rimarcare il linguaggio, appunto popolare, scelto dall’Autore, tentiamo in questa sede di affrontare nel modo più semplice possibile la duplice questione dell’attualità dell’opera di Lenin e del contesto storico cambiato rispetto a quella stessa opera.
Partendo da quattro questioni fondamentali, che nel 1916 affrontò Lenin e che rimangono attuali:
-la lotta ideologica e politica contro Kautsky e la sua concezione dell’ “economismo imperialista”, una concezione tardo-populista attraverso la quale si affermava che le condizioni prodotte dall’imperialismo avrebbero determinato un eguagliamento della lotta rivoluzionaria di tutti i popoli, concezione errata alla quale Lenin risponde, come avrebbe risposto a Trotzky, che la lotta all’imperialismo e al colonialismo non doveva subordinarsi alla “purezza ideologica”, non doveva essere uguale per ogni popolo per essere liberatrice, ma doveva poggiare sulle varie, diverse e oggettive modalità e contesti di ogni lotta anticolonialista, di ogni popolo. Dove sta la totale attualità di questa concezione di Lenin? Nel fatto che, nella stessa fase che oggi viviamo, la lotta antimperialista va assumendo varie forme e varie modalità, come la stessa lotta dai caratteri oggettivamente antimperialisti del fronte Brics-plus ampiamente dimostra;
-la lotta ideologica e politica, da parte di Lenin, per affermare il doppio principio per il quale anche l’imperialismo, come il capitalismo, poggia le proprie basi materiali sul modo di produzione e sull’accumulazione capitalistica e sul fatto che esso, l’imperialismo, si qualifica essenzialmente come una “fase” del capitalismo (la fase del capitalismo monopolistico), una fase che rimarca, in quanto fase, il carattere transitorio del capitalismo e che nega alla radice le concezioni inclini a definire l’imperialismo come altra cosa, altra forma, dal capitalismo stesso. Una concezione generale, questa di Lenin, che lo induce a definire “l’imperialismo una sovrastruttura del capitalismo”. Dove risiede l’attualità estrema di quest’analisi leniniana? Nel fatto che essa è una risposta, dalla potenza teorica implacabile, ad ogni tentativo di definire l’imperialismo come una forma “nuova” e autonoma dal capitalismo, come tenta, ad esempio, di fare la concezione “negriana” (di Toni Negri) dell’ “Impero”, alla quale concezione anche un’area di comunisti italiani che aveva egemonizzato Rifondazione Comunista si era subordinata, creando contraddizioni ideologiche e politiche rilevanti e distruttive all’interno dell’intero movimento comunista italiano;
– la lotta, da parte di Lenin, contro le asserzioni apodittiche emesse da Rudolf Hilferding, specie nella sua opera “Il capitale finanziario”, asserzioni attraverso le quali l’economista austriaco finiva per enfatizzare e rendere totale e totalizzante il ruolo del capitale finanziario nello sviluppo dell’imperialismo, con Lenin che rimarcava ancora una volta la centralità, anche nella strutturazione dell’imperialismo, del fenomeno produttivo e del modo specifico di essere del capitalismo, quale soggetto in cerca perenne di profitto e macchina prioritaria della produzione di sfruttamento, di diseguaglianze e di guerre.
Nella sua opera sull’Imperialismo Lenin si scaglia, demolendola, contro la superfetazione di Hilferding volta a stabilire il ruolo assoluto, centrale e dominate, della banca, del sistema bancario tout-court, nella costruzione storica dell’imperialismo. Perché è attuale lezione che Lenin, attraverso questa lotta contro l’economista austriaco, ci lascia? Perché affermare che sia il sistema bancario e finanziario nel suo insieme ad essere la forma stessa dell’imperialismo, finisce per rendere autonomo l’imperialismo stesso dal capitalismo, trasformando la formazione capitalistica, con i suoi rapporti di produzione, come un “oggetto” desueto, minore ed esterno all’imperialismo e, in qualche modo, persino storicamente “innocente”. La lotta di Lenin contro Hilferding ricolloca al centro della storia e della lotta rivoluzionaria dei popoli il sistema mondiale di accumulazione, sfruttamento e alienazione prodotto dal capitale, con la sua sovrastruttura imperialista;
-la dura “battaglie delle idee” che Lenin conduce contro Rosa Luxemburg. “L’aquila della rivoluzione” (così come anche Lenin definiva la Luxemburg pur nell’asprezza del dibattito ideologico che si era acceso tra i due) pur concordando con Lenin e con Kautsky nel negare l’esistenza di una teoria marxiana del “crollo naturale” del capitalismo e di una “legge” meccanica dell’impoverimento crescente all’interno del capitalismo, tuttavia – attraverso le sue tesi (catastrofiche per il capitalismo) relative alle modalità del conseguimento del plusvalore e sull’ “inevitabile”, quanto socialmente drammatica- per Rosa Luxemburg- compressione dei consumi – arrivava comunque, volens nolens, la Luxemburg, alla tesi del crollo naturale del sistema capitalistico.
E una grave sottovalutazione, oggettivamente speculare a questa del “crollo”, appariva nella riflessione generale della Luxemburg: quella relativa al fenomeno della concentrazione del capitale, della formazione dei monopoli e dell’imperialismo stesso. Una sottovalutazione di tali fenomeni che impediva all’ “Aquila” di comprendere appieno il senso storico dell’imperialismo. Lenin, ricollocando al centro la funzione decisiva della concentrazione capitalista (ridotta dalla Luxemburg ad un orpello dei processi di realizzazione del capitale) rimarca come la concentrazione che porta all’imperialismo sia il segno predominante della fase tra fine ’800 e nuovo secolo.
Perché è attuale la battaglia ideologica di Lenin contro la Luxemburg? Perché, nonostante la pulsione politica ipersoggettivistica dell’“Aquila”, la sottovalutazione della concentrazione monopolistica del capitale e, dunque, la sottovalutazione del fenomeno dell’imperialismo nella costituzione della “tenuta” e dello sviluppo generale del capitalismo, portavano oggettivamente la Luxemburg al paradossale indebolimento dell’azione soggettiva rivoluzionaria stessa che, senza sostrato materiale, rischiava e rischia di scivolare nel velleitarismo;
-la lotta ideologica di Lenin per imporre, ideologicamente, la questione dello Stato nazionale quale cardine della costruzione e sostegno del capitalismo e dell’imperialismo. Lenin, a partire dal ruolo determinante svolto dagli Stati borghesi per il superamento delle gravi crisi di stagnazione e sovrapproduzione verificatesi all’inizio del XIX secolo in Europa e nel nord America (intrecciatesi con cicli di prosperità), identifica nello Stato della borghesia (nella sua forma strutturale, non nei sui rappresentanti istituzionali transitori) anche la determinante forma borghese per la costruzione dell’imperialismo.
E anche in questo caso ci chiediamo: è attuale questo pensiero di Lenin in relazione all’attuale formazione dei poli imperialisti mondiali? La realtà delle cose, il sostegno politico, economico, fiscale e militare di ogni Stato borghese, dall’Europa agli Usa e in altri continenti, ci dice che non solo il ruolo dello Stato è centrale per il capitalismo e l’imperialismo odierni ma, ancor di più, che senza il ruolo solidale dello Stato borghese il capitalismo e le multinazionali imperialiste andrebbero incontro a crisi profonde. E questa realtà delle cose, da Lenin ad ora, ci dice quanto siano surreali quelle tesi – che hanno iniziato ad attraversare anche aree “comuniste” – secondo le quali saremmo di fronte ad un fenomeno di unità senza contraddizioni interne delle potenze imperialiste: l’Impero. Un fenomeno che per essere reale dovrebbe aver cancellato l’essenza stessa del capitalismo e dell’imperialismo: il profitto di ogni singola potenza capitalistica e di ogni singolo polo imperialista, con la fine del conflitto intercapitalistico e interimperialista per la conquista dei mercati interni, nazionali, e mondiali.
Lenin, e oggi questo suo assunto è più che mai attuale, affermava che il militarismo, l’irrefrenabile pulsione alla guerra, l’espansionismo aggressivo e la stessa militarizzazione dell’intera società capitalistico-borghese, così come l’ostilità reciproca tra gli Stati imperialisti e le conseguenti guerre mondiali che ne possono derivare e ne derivano (stato delle cose che segna la nostra fase), sono una conseguenza dell’economia capitalistica. Lenin elenca 5 caratteristiche principali dell’economia capitalistica nella fase imperialista:
1) la concentrazione della produzione e la centralizzazione del capitale che porta alla creazione di monopoli che sostituiscono la libera concorrenza;
2) la fusione di capitale bancario e industriale e il formarsi sulla base di questa fusione del capitale finanziario;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale rispetto all’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione del pianeta tra le più grandi potenze capitalistiche.
Sulla base di una, pur rapida, analisi, dobbiamo capire quali di questi 5 punti sono ancora attuali.
-Il primo punto è ancora in gran parte attuale, anche se ai processi di concentrazione della produzione e del capitale si accompagnano, sul fronte macroeconomico, fenomeni di divisione della produzione e del capitale susseguenti le dure competizioni intercapitaliste e interimperialiste in corso, fenomeni che di per sé sconfessano clamorosamente ogni ipotesi di “Impero” od oscuri e determinanti poteri imperialisti sovranazionali;
-il secondo punto, e cioè il percorso che porta alla formazione del capitale finanziario, è reale e sotto gli occhi di tutti, anche se la stessa tesi leninista duramente contraria all’enfasi di Hilferding sul totale dominio del capitale finanziario, con “l’emarginazione” del capitale industriale e produttivo, è anch’essa più attuale che mai, a sconfessare, anche in questo caso, l’ipotesi di un nuovo potere planetario bancario verso il quale il capitale industriale si sarebbe già fatto subordinato e vassallo;
-sul terzo punto (la grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale rispetto all’esportazione di merci) occorre sicuramente avviare una riflessione attenta, poiché dal 1917 (pubblicazione de “L’imperialismo fase suprema del capitalismo”) ad oggi se qualcosa di importante è cambiato esso è proprio relativo (soprattutto per gli Usa) all’esportazione imperialista di capitali e di merci, esportazione fortemente diminuita verso il mondo, sia nelle regioni capitalistiche che in quelle non capitalistiche.
Con la conseguenza di una perdita di peso, sullo scenario mondiale, degli Usa e di altri poli imperialisti, con l’aumento delle difficoltà egemoniche imperialiste (in gran parte dovute alla materializzazione sullo scenario storico della Repubblica Popolare Cinese e del Bric-plus), con l’aumento delle loro contraddizioni interne (di ordine strategico) e col conseguente ritorno di nuove condizioni rivoluzionarie su scala mondiale. La stessa, confusa, guerra doganale lanciata da Trump (guerra doganale che in nessun modo è un inedito, un prodotto della “stravaganza” di Trump – come in troppi, anche “a sinistra” affermano- ma che è un “classico” del capitalismo, essendo che sia al protezionismo che all’isolazionismo sempre sono ricorsi i sistemi capitalistici nazionali, da quello inglese della prima rivoluzione industriale in poi e per sempre) ci dice che l’imperialismo nordamericano non riesce ad uscire dalla propria e profonda crisi (determinata anche da un crollo delle proprie esportazioni di capitali e di merci) se non con le guerre, con la vendita sui mercati internazionali del proprio debito pubblico, con il disperato tentativo di un, arduo, rilancio della produzione manifatturiera interna e del proprio mercato interno, obiettivo ancor più arduo da cogliere, questo, vista la vasta povertà e le difficoltà sociali di massa nordamericane, che ancor più si accentueranno con il rialzo dei prezzi delle merci – e dunque maggiore costo della vita dei cittadini – che conseguirà alla stessa guerra doganale “trumpiana” e dunque al rialzo dei costi delle merci per i cittadini nordamericani. In verità, l’imperialismo statunitense, in grande crisi di capacità produttiva, si va trasformando in una sorta di “imperialismo tributario”, che cerca la conferma della propria egemonia non più nello sviluppo economico ma nella trasformazione dei suoi alleati capitalisti minori in sudditi tariffari.
Grazie alla crescente potenza della Cina, dei Brics, della SCO, ecc., gli Usa vedono incrinarsi il proprio dominio mondiale e cercano quindi di legare maggiormente a sé il cosiddetto “Occidente”, il che si traduce in un netto peggioramento delle condizioni di vita del proletariato occidentale nel suo complesso. Una trasformazione, questa dell’imperialismo Usa, che Lenin non poteva prevedere, sulla quale occorre studiare e dalla quale potrebbero scaturire contraddizioni rivoluzionarie di carattere mondiale;
-il quarto punto leninista (il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti che si ripartiscono il mondo) mostra anch’esso i propri segni di forte attualità (le cosiddette élites imperialiste tendenti ad unirsi transitoriamente al fine di assumere decisioni in grado di segnare alcuni “moti” macroeconomici mondiali ci sono ed operano davvero, a volte, unitariamente) anche se il potere di tali élites finisce poi di scontrarsi, e perdere, con un altro “principio” fondamentale leninista: la centralità dello Stato nazionale borghese, in grado ancora di determinate le linee economiche di lungo periodo del capitale nazionale e dei poli imperialisti;
-il punto 5 (la compiuta ripartizione del pianeta tra le più grandi potenze capitalistiche) è, tra tutti, probabilmente quello meno attuale, poiché dopo il 1917, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, dopo la lunghissima fase storica delle lotte e delle vittorie anticoloniali e persino dopo la caduta dell’illusione imperialista della “fine della storia” (successiva all’autodissoluzione dell’Unione Sovietica, subito seguita dall’affermarsi su scala planetaria del più grande sviluppo economico della storia dell’umanità, quello cinese, col conseguente formarsi del fronte mondiale Brics, ora Bric-plus) la vasta spartizione del pianeta tra le potenze capitalistiche rappresenta, più che il presente, il passato.
L’analisi dell’attuale imperialismo, che può svilupparsi sulla scorta della grande e attuale lezione leninista (da assumere, appunto, in modo leninista e dunque non chiesastico e dogmatico) ci dice che l’imperialismo non ha le carte in regola per egemonizzare il futuro, che, anzi, esso non sa dare risposte nemmeno per il presente e che, dunque, si può parlare di una sua crisi. Ma una crisi che non ne evoca affatto il suo “crollo naturale”, poiché per questo occorrerà – ancora Lenin, e Gramsci – l’azione soggettiva rivoluzionaria. Dei comunisti, delle avanguardie, delle forze antimperialiste, dei popoli in lotta.
Tale azione soggettiva è necessaria poiché, come dimostrò la profonda riflessione e analisi compiuta all’inizio degli ultimi anni ‘60 dal politico ghanese Kwame Nkrumah, uno dei più importanti marxisti africani del secolo scorso, nel suo Neocolonialism: the last phase of imperialism (ancora oggi inedito in italiano e che necessita di essere riscoperto), l’imperialismo nella trasfigurazione dei rapporti dello sfruttamento tra metropoli imperiale e periferia, prova, e spesso riesce, a trovare i mezzi per evitare quel “crollo naturale” che il dogmatismo revisionista continua invano ad attendere messianicamente.
Negli ultimi decenni, all’interno della sinistra di classe internazionale, e perfino del movimento comunista italiano, si è diffusa una tendenza revisionista che ha abbandonato il paradigma dell’imperialismo, sostituendolo con quello del “neoliberismo” come categoria esplicativa principale. Questa operazione teorica, apparentemente innovativa, ha in realtà depotenziato la capacità analitica del movimento rivoluzionario. Il neoliberismo non è un’entità autonoma, ma la fase politico-economica assunta dall’imperialismo occidentale per riorganizzare il dominio del capitale transnazionale dopo la decolonizzazione avvenuta nel “trentennio glorioso” (1945-75), in un contesto (quello degli anni ’70), caratterizzato da una diffusa caduta tendenziale del saggio di profitto e da un “eccesso di democrazia” (definizione della Commissione Trilaterale del 1973), ossia dalla crescente capacità organizzativa e conflittuale messa in campo negli anni ’70 dal movimento operaio.
In questo quadro hanno continuato ad esistere, sia durante la guerra fredda che oggi, contraddizioni interimperialistiche tra gli Usa e i Paesi “alleati”, come mostrano ad esempio la stagione francese del “gaullismo” negli anni ’60, le manovre degli anni ’90 contro l’eccessivo peso acquisito dall’economia giapponese, e l’attuale offensiva statunitense contro l’Unione europea, con l’imposizione da parte di Washington di un maggiore contributo europeo alle spese militari e allo sviluppo dell’economia industriale e finanziaria statunitense, in grande difficoltà a fronte della crescente “dedollarizzazione” internazionale. Tali contraddizioni interimperialistiche, ben presenti, non sono mai giunte, tuttavia, ad un livello di rottura tale da rompere l’unità, seppur tattica e transitoria in virtù delle stesse ed ineliminabili contraddizioni interimperialsitiche, dell’imperialismo occidentale determinatasi dopo la Seconda guerra mondiale proprio per fronteggiare la “minaccia” della bolscevizzazione.
Uno dei fattori che ha permesso il consolidamento di questo vasto fronte imperialista è certamente la crescente interdipendenza economico-finanziaria che si è creata tra gli Stati occidentali, ed in particolar modo tra le élite padronali collaborazioniste con Washington, attraverso i fenomeni tipici dell’imperialismo già descritti da Lenin: il passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello oligopolistico-monopolistico, e dal capitalismo industriale a quello finanziario.
Nel contesto del totalitarismo “liberale”, la gran parte dell’economia è guidata dalle multinazionali: se ne contano in tutto il mondo circa 320 mila, il cui fatturato complessivo è stimato in 132 mila miliardi di dollari, mentre i profitti netti sono stimati in 7.200 miliardi di dollari. L’insieme delle multinazionali controlla circa l’80% del commercio internazionale. Questo numero abnorme farebbe pensare ad un ritorno del capitalismo concorrenziale, ma in realtà la gran parte di queste aziende sono minuscole e insignificanti, e per di più controllate dalle big corporation, le quali sono a loro volta controllate e dirette da un numero relativamente esiguo di soggetti (che possiamo stimare in poche migliaia di persone) in cui si concentra la proprietà e il controllo direttivo. Già restringendo il campo alle prime 2.000 multinazionali del globo, il loro fatturato complessivo ammontava nel 2023 a 51.700 miliardi di dollari e i profitti a 4.500 miliardi.
La globalizzazione neoliberista ha favorito un crescente potere mondiale della borghesia, tanto che oggi i fatturati delle multinazionali superano i bilanci di molti Stati-nazione: delle prime 100 entità economiche del mondo, solo 30 sono governi statali, mentre 70 sono multinazionali. Ciò nonostante, nel 2022 il fatturato della multinazionale più potente (Walmart) è di soli 648 miliardi di dollari, mentre gli Usa hanno un Pil di oltre 27 mila miliardi di dollari, e ogni anno Washington ha introiti governativi pari a circa 9 mila miliardi; inoltre la maggioranza relativa delle 320 mila corporation continua ad essere domiciliata negli Usa (il 31%).
Concentrando l’attenzione sulle prime 200 multinazionali, che da sole contribuiscono al 20% del fatturato globale, si può constatare come esse abbiano visto crescere i propri fatturati del 47% nel decennio 2013-2023, a fronte di una crescita occupazionale molto più limitata (+7,8%), il che si traduce in una crescente quota di ricchezza concentrata nelle mani di poche migliaia di persone, aggravando le già spaventose diseguaglianze globali. Proseguendo l’analisi, emerge come gli Usa continuino a detenere la leadership anche in questo nucleo ristretto delle “top 200”, con il 36,9% del fatturato complessivo, controllando 60 multinazionali delle prime 200 (ed in particolar modo 39 delle prime 100 e 6 delle prime 10), lasciando quote molto ridotte ai propri “alleati”: 6,1% per il Giappone, 5,4% per la Germania, 4,7% per la Francia, 2,8% per il Regno Unito, ecc. (appena lo 0,7% per l’Italia). Il principale contrappeso al blocco occidentale è costituito dalla Cina, che controlla oggi 55 imprese sulle prime 200 (29 delle prime 100 e 3 delle prime 10) per un fatturato complessivo pari al 27%, a cui può accompagnare un molto più robusto tessuto di piccole e medie imprese.
Continua però ad avere un peso il potere finanziario, delle banche e delle società multifondo di gestione patrimoniale, che gestiscono cifre da capogiro. A livello mondiale esistono varie centinaia di queste società, per un giro di denaro che a fine 2022 superava 113 mila miliardi di dollari. Quattro di esse tuttavia (Vanguard, Fidelity Investments, BlackRock e State Street) gestiscono da sole all’incirca il 20% dell’intera cifra raccolta, e sono tutte statunitensi. Ampliando lo sguardo ai primi 10 soggetti finanziari per titoli gestiti (azioni, obbligazioni, titoli di Stato, derivati, ecc.) emerge che ben 8 su 10 sono statunitensi: oltre alle già citate troviamo Morgan Stanley, JP Morgan Chase, Goldman Sachs e Capital Group. I restanti due sono la francese Crédit Agricole e la svizzera UBS. Il potere di questi soggetti si esprime anche nella loro partecipazione azionaria alla gran parte delle stesse multinazionali occidentali, il che rende questi soggetti capaci di esercitare una forte influenza anche su interi Stati-nazione di media potenza.
L’assetto imperialistico occidentale appare quindi, ieri come oggi, strutturato su una piramide in cui sia gli Stati-nazione che le principali corporation partecipano dei processi di sfruttamento della gran parte del globo, con particolare riferimento alle risorse di vaste aree del globo dislocate in Africa, Asia e America latina, ma anche agli stessi proletariati dei continenti nord-americano ed europeo, in cui però è maggiormente sviluppato il fenomeno delle “aristocrazie operaie” con cui si spiega in parte la borghesizzazione del senso comune. In ultima istanza appare però un evidente “nemico principale”: lo Stato-nazione statunitense, le cui élite politiche sono in rapporti dialettici con le élite economiche. Questo primato dell’imperialismo statunitense ci spinge a respingere i paradigmi “negriani”, che hanno dissolto la nozione stessa di “nemico principale”, sostenendo l’idea di un potere diffuso e policentrico che avrebbe superato gli Stati-nazione. Questa lettura, lungi dall’essere rivoluzionaria, ha disarmato politicamente le forze antagoniste, impedendo loro di concentrare la lotta contro la leadership statunitense e la sua rete di alleati politico-militari ed economici.
Concludendo, la lotta contro l’imperialismo richiede un punto fermo (il nemico principale statunitense) ma anche un’analisi delle sue manifestazioni economico-militari e un’indagine sistematica sulla cupola di potere delle élite borghesi. Ciò significa che, oltre il ribadire la centralità dello Stato-nazione nel mantenimento e nel consolidamento dell’imperialismo, mappare e studiare le molteplici organizzazioni di coordinamento – ufficiali e occulte – che operano a vari livelli e che costituiscono, oltre gli Stati borghesi, l’infrastruttura del dominio imperialista contemporaneo.
Occorre quindi descrivere le modalità operative e l’operato classista non solo delle multinazionali occidentali, ma anche di organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Unione Europea, la Nato, il World Economic Forum, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), l’Ocse, l’Oms, la Commissione Trilaterale, il Club di Roma, il club Bilderberg, il Council of Foreign Relations, la Royal Institute for International Affairs, il Comitato dei 300 e le svariate organizzazioni organizzate in scale gerarchiche piramidali.
Tutto ciò ci serve a comprendere che non sempre gli Stati nazione e le élite borghesi e neoaristocratiche sono guidate solo dal motivo economico del profitto, ma anche da altri fattori (ideologici e politici) che possono frenare o alimentare le contraddizioni interimperialistiche con ricadute sulle politiche degli stessi Stati-nazione, al cui interno ognuno di questi gruppi è in grado di costruire propri referenti e organizzazioni che agiscono come strumenti di pressione lobbistica. Tale è la natura dell’imperialismo occidentale odierno, che si potrà sconfiggere solo liberando lo Stato-nazione Italia attraverso una Rivoluzione capace di emancipare il popolo anzitutto dalla presenza di Nato e Ue, ed in secondo luogo da tutte le organizzazioni e gli interessi di classe sopra elencati.
Tesi n° 8 – Per un’uscita unilaterale dall’Unione europea
Per i comunisti, in Italia e in Europa, la lotta contro l’Unione europea, pesante dispositivo politico-militare, è una lotta fondamentale. I fattori posti alla base della costituzione materiale dell’Unione europea sono il presupposto della nostra totale opposizione alla Ue e della nostra costante lotta per l’uscita dalla Ue e dalla Ume, e quindi dall’euro. Pur non essendo un compiuto blocco politico-economico, l’Ue è lo strumento a disposizione del capitale europeo per garantire il massimo possibile di coordinamento dei capitali nazionali e il massimo possibile di circolazione dei capitali e di massimizzazione dei profitti, agendo come coordinamento continentale della lotta di classe dall’alto e come funzione regolatrice della compressione dei diritti e delle lotte dei lavoratori.
L’Unione europea non è mai stata un progetto di pace, cooperazione tra i popoli o “solidarietà internazionale”. Fin dalle sue origini – nella Ceca e nel Mercato comune europeo – essa si configura come una costruzione sovrastrutturale al servizio del grande capitale europeo, mirante a garantire le condizioni di accumulazione e valorizzazione del capitale nella fase imperialista del capitalismo.
La narrativa dominante sull’Ue è un artificio ideologico costruito per dissimulare la vera natura di classe dell’integrazione europea: essa non rappresenta affatto un superamento progressivo degli Stati nazionali in senso internazionalista, bensì l’adattamento delle borghesie europee alle esigenze del capitale finanziario, in un quadro di crescente subordinazione alla Nato e all’imperialismo statunitense. La costruzione dell’Ue si è articolata attorno a tre pilastri: la libertà di circolazione dei capitali, delle merci e della forza-lavoro, in funzione della massimizzazione dei profitti; la centralizzazione della governance economica e monetaria nelle mani di organismi non elettivi (Commissione europea, Bce, Mes), totalmente sottratti al controllo democratico; la trasformazione degli Stati nazionali da potenziali strumenti della sovranità popolare in meri esecutori delle direttive tecnocratiche dell’Ue.
La moneta unica, l’euro, non è uno strumento neutro, ma un dispositivo di dominio imperialista che ha accelerato la disarticolazione delle economie periferiche (Grecia, Italia, Portogallo) e il rafforzamento del polo tedesco-francese, consolidando un centro egemonico borghese europeo. Nel quadro del capitalismo globale, l’Ue si comporta come polo imperialista concorrente ma subordinato agli Usa, in un contesto multipolare di crescente conflitto tra blocchi economici e militari. L’integrazione Ue-Nato, la partecipazione a guerre di aggressione (Jugoslavia, Libia, Ucraina), le sanzioni economiche e la russofobia sistemica sono elementi che confermano il ruolo dell’Ue come strumento dell’imperialismo atlantico.
Nel contesto della guerra in Europa (la guerra di Stati Uniti e Nato contro la Russia in Ucraina), prima (amministrazione Biden) come attore subordinato al comando dell’imperialismo Usa, oggi (amministrazione Trump) come soggetto promotore di una completa europeizzazione del conflitto e della prosecuzione della guerra a oltranza contro la Russia, l’Ue si è schierata dalla parte del capitale finanziario transatlantico, intensificando la repressione interna e accelerando la militarizzazione dei suoi apparati statali. Lanciando un vasto piano di riarmo da 800 miliardi di euro, ampliando la spesa militare fino al 3.5% e in prospettiva addirittura al 5% del Pil, nell’obiettivo di costruire un compiuto esercito europeo, l’Ue si conferma un fattore di destabilizzazione e di guerra e, quindi, di crisi economica e politica e di impoverimento delle classi lavoratrici europee: già oggi nella Ue, oltre 100 milioni di persone (il 20% del totale) sono sulla soglia della povertà.
Non si tratta di operare per una diversa configurazione della Ue; si tratta di lottare contro l’Unione europea e contro i suoi dispositivi di comando, dalla difesa europea alla moneta unica, l’euro.
Ogni ipotesi di “riforma democratica” dell’Unione europea è illusoria e reazionaria.
L’Ue non è uno spazio contendibile: è una struttura di classe costruita per blindare il dominio del grande capitale, svuotare ogni sovranità popolare e reprimere ogni processo rivoluzionario.
Ogni progetto “di sinistra” che si limiti a chiedere un’“altra Europa” ricade inevitabilmente nel revisionismo e nel collaborazionismo di classe. L’esperienza storica dimostra che non esistono margini per una gestione “progressiva” dell’Ue. La nostra linea afferma l’uscita unilaterale da tutti gli strumenti di dominazione imperialista: Ue, Nato, Bce e Fmi, nel quadro di un processo di rottura rivoluzionaria. La lotta contro l’Unione europea non deve essere confusa con il nazionalismo borghese né con il populismo reazionario. Essa deve essere condotta su basi di classe, indicando chiaramente che la sola alternativa reale all’Ue è il potere dei lavoratori, la pianificazione socialista dell’economia e la solidarietà internazionalista tra i popoli, aprendo il nostro Paese all’ingresso nei Brics e allo sviluppo della cooperazione internazionale a 360°.
Il nostro compito storico è quindi costruire le condizioni soggettive per la rottura rivoluzionaria con l’Unione europea e i suoi apparati. I nostri compiti immediati diventano i seguenti: smascherare e contestare ogni forma di europeismo “di sinistra”; unificare le lotte sociali e antimperialiste sul terreno della costruzione di un potere politico alternativo; preparare il proletariato alla presa del potere e alla fuoriuscita rivoluzionaria dal capitalismo europeo; ricostruire legami internazionali tra le forze comuniste e anti-imperialiste di tutti i Paesi, superando l’egemonia revisionista dell’eurocomunismo.
In uno slogan: o socialismo, o imperialismo europeo.
Parte III – Italia
Tesi n° 9 – Il quadro politico
Il quadro politico italiano attuale è il risultato di un lungo processo, denominato impropriamente “Seconda repubblica” che ha sostanzialmente distrutto i partiti di massa, con forte radicamento sociale, che si erano affermati dopo la Resistenza.
Passaggio determinante è stato l’autoscioglimento del Pci e la sua trasformazione in Pds, che ha assunto come modello politico il Partito democratico Usa. Attraverso il passaggio dalla democrazia proporzionale al sistema, sempre più, maggioritario, ed il tentativo forzato, e fallito, di affermare in Italia un sistema bipartitico sul modello statunitense si è arrivati, comunque, a determinare un allontanamento sempre più marcato della popolazione dalla partecipazione al voto, arrivata anche al di sotto del 50%, in questo modo, e grazie al sistema elettorale ultra maggioritario di Renzi, votato dal Pd, il 20% circa degli aventi diritto al voto ha determinato una ampia maggioranza assoluta alla destra, che non rappresenta “la maggioranza” degli italiani, come affermano continuamente, ma neppure la maggioranza dei votanti ( ha ottenuto circa il 43% dei voti validi ).
L’affermazione di Fratelli d’Italia e di Meloni è il risultato di un lungo percorso, iniziato con Berlusconi, con lo sdoganamento dei fascisti del Msi, poi Alleanza Nazionale ed infine Fratelli d’Italia, inizialmente collocati in una posizione marginale, in una destra dominata da Berlusconi e FI e poi, dopo la sua morte, dalla Lega.
Alla morte di Berlusconi l’elettorato della destra è rimasto disorientato dalla totale mancanza, in FI, di un leader credibile, leader che tutt’oggi manca, e si è gettato in massa sulla Lega, ma la Lega e Salvini si sono dimostrati ampiamente inadeguati e, quindi, nell’ultima tornata elettorale si sono spostati sull’ultima opzione disponibile: Meloni e Fratelli d’Italia. I partiti neofascisti sono avanzati in tutta Europa ma, in Italia, la loro avanzata è stata molto più esigua che altrove.
Il 26% dei voti ottenuti da FdI nel 2022 corrisponde a circa il 13% degli elettori degli anni precedenti alla crescita dell’astensionismo, nella sua storia l’Msi ha ottenuto percentuali tra il 6 e l’8%, la crescita c’è stata, nelle ultime elezioni, ma come abbiamo visto è stata determinata da un passaggio di voti interni alla destra, in mancanza di alternative. Non dobbiamo, dunque, cadere nella narrazione di una destra neofascista trionfante, in Italia, ma, senza sottovalutarla, ridimensionare la portata del fenomeno e ricondurlo al suo peso reale e soprattutto mettere in evidenza le sue debolezze e contraddizioni. La qualità della classe politica che ha messo in campo FdI in questo governo è, per usare un termine blando, imbarazzante nell’ignoranza e nell’incapacità che evidenzia, come fu anche per la Lega, ma rispetto a Salvini la maggiore pericolosità della Meloni consiste non nei successi, pressoché inesistenti, che rivendica ogni giorno, ma nella coscienza che hanno, lei e FdI, dell’importanza della comunicazione e dalla loro volontà di esercitare su di essa un controllo assoluto, elemento questo storicamente radicato nella cultura fascista, a partire da Mussolini.
La riscrittura dei libri di testo per la scuola, che in parte era in corso da anni, ha subito una forte accelerazione con questo governo, fino all’ultimo tentativo di vietare un libro di testo che le forze di governo, in primis FdI, hanno giudicato in contrasto con il loro punto di vista. La politica concreta e reale attuata dal governo Meloni si può dire che sta ponendo una pietra tombale su un altro aspetto della loro narrazione, quello delle politiche sociali del neofascismo. Come pure la sta ponendo sui suoi proclami elettorali sull’indipendenza e sulla sovranità del paese, la totale subalternità di Meloni e del suo governo alla Ue ed alla von der Leyen, a Biden prima e a Trump ora, alla Nato e ad Israele ecc. fanno di questo governo e della Meloni uno dei più servili in assoluto della storia italiana.
Un punto di forza di questo governo, e anche di altri governi precedenti della destra è la mancanza, in Italia, di una reale alternativa, partendo dal fatto che il Partito Democratico ed il centro-sinistra sono quasi del tutto sovrapponibili al fronte delle destre, per ciò che riguarda “l’essenza delle cose” (politiche sociali ed economiche, subordinazione agli Usa, alla Nato e all’Ue, e conseguente accettazione dei fondamentali del capitalismo neoliberista).
Molte delle “riforme” più deleterie sul piano sociale e politico, in Italia, sono state opera del Pd e del centrosinistra, la lista sarebbe troppo lunga, citiamo solo alcuni esempi: dal Jobs Act di Renzi, alla riforma del titolo V della Costituzione che ha aperto la strada all’autonomia differenziata, dalla riforma Fornero delle pensioni, all’introduzione del sistema maggioritario e all’ultima legge elettorale che ha costruito le basi per la vittoria della destra.
Il Partito democratico e il centrosinistra hanno attuato l’ondata di privatizzazioni che ha distrutto il settore pubblico dell’economia italiana, che nel dopoguerra aveva garantito ed era stato l’asse portante dello sviluppo economico del paese, tali privatizzazioni hanno determinato lo smantellamento di interi settori produttivi che ora non esistono più o sono ridotti alla mera sopravvivenza. Dal modello del Partito democratico Usa ha mutuato la grande enfatizzazione dei diritti civili, che sarebbero giusti in sé, ma non lo sono più nel momento in cui vengono contrapposti, nei fatti, ai diritti sociali che vengono sempre più smantellati o ridimensionati, anche dai governi di centrosinistra.
Nelle regioni governate dal Pd e dal centrosinistra la gestione della sanità è stata assolutamente simile a quella delle regioni governate dalla destra, compresa la privatizzazione di questo fondamentale servizio sociale; l’ultimo episodio della giunta Sala di Milano dimostra come esponenti della destra e della giunta di centrosinistra agivano di concerto nel saccheggio della città, nel totale interesse degli speculatori edilizi e a danno dei ceti popolari e dei cittadini.
Sul piano internazionale il Pd, come la destra (FI, FdI), è non solo completamente allineato con gli Usa sia sulla guerra che sul riarmo, ma anche con le politiche antipopolari dell’Ue: la segreteria Schlein ha apportato più che altro dei cambiamenti di immagine, che vengono sventolati nelle dichiarazioni e nelle interviste, ma al momento di assumere decisioni, in particolare a livello Ue, il Pd converge con FI e FdI. Nel Pd vi sono alcuni tra i più accaniti e repressivi sostenitori della guerra alla Russia e del sostegno al genocidio attuato da Israele, fino al punto da aizzare una repressione feroce verso chi, nel nostro paese, sostiene una posizione diversa, repressione che calpesta totalmente i valori sanciti dalla nostra Costituzione. Il Pd, in conclusione, è ancora un partito di classe, ma è il partito di un’altra classe, la sua base sociale ed elettorale è, sempre di più, la medio-alta borghesia dei centri cittadini, ma la sua classe di riferimento sul piano politico generale sono i grandi capitalisti e settori dell’alta finanza, che molto spesso finanziano e orientano le scelte sia della destra che del centrosinistra, come è emerso sia a Genova che a Milano.
Di Forza Italia, abbiamo già detto: è un partito che sopravvive, nell’alleanza di destra, senza essere in grado di esprimere una forte ed attrattiva leadership, e nemmeno idee forza, tanto è vero che è l’unico partito che ha, nel simbolo, il nome di un leader defunto.
La Lega è un partito secessionista che fin dalla sua fondazione si è posto l’obiettivo di giungere ad un federalismo europeo sulla base di Stati macro-regionali. Sotto la direzione di Salvini si è spostato sempre più verso l’estrema destra, cerca di contendere lo spazio politico, nella stessa area del neofascismo, a FdI, ma questo crea contraddizioni con alcuni suoi settori storici ed anche con settori del suo elettorato, mentre il radicamento sociale che aveva sviluppato in una fase passata, con le sezioni aperte nei quartieri, anche popolari, è sempre più residuale, con le sezioni che chiudono o sono ormai semi vuote.
Anche il tentativo demagogico di apparire come il “partito degli operai” sta perdendo sempre più credibilità a fronte della politica dell’attuale governo, di cui la Lega fa parte.
La retorica anti migranti che le ha dato, per una fase politica, una certa presa anche su settori sociali popolari, sta perdendo mordente, ed i suoi atteggiamenti anti-sistema o contro la guerra che sono palesemente strumentali e puramente verbali, stanno perdendo sempre più credibilità, in quanto non sono mai seguiti da atti politici concreti e coerenti, anzi, nella reale pratica politica della Lega e del governo si tramutano nel loro opposto.
I limiti e le contraddizioni che abbiamo evidenziato per quanto riguarda la destra non devono indurci a sottovalutare la sua pericolosità, la cultura e l’ideologia fascista che permea sia FdI che la Lega di Salvini, li conducono ad una inclinazione repressiva ed autoritaria (vedi DL 1660), al continuo tentativo di smantellare quello che resta degli assetti e della struttura dello Stato definiti nella Costituzione, come dimostrano il tentativo di asservire la magistratura e il progetto di premierato che sarebbe la pietra tombale, sul piano istituzionale, del modello democratico costruito dopo la Liberazione.
Il M5S, che non è in nessun modo un soggetto politico di classe, è in questo momento la forza politica più progressista presente a livello istituzionale, ha promosso misure sociali che, per quanto, a volte, contraddittorie o insufficienti, sono state le uniche che si sono viste in campo da molti anni in qua, le uniche che hanno tentato di migliorare le condizioni dei lavoratori, dei poveri, ed in generale dei ceti popolari, rappresentano la forza politica più nettamente contraria alla guerra ed al riarmo e la più critica con le politiche dell’ Ue.
Alleanza Verdi Sinistra formalmente, e per quello che dice, dovrebbe essere la forza più a sinistra dell’attuale campo politico, ma la sua dipendenza dal Pd, da cui non si stacca mai, per garantirsi una presenza nelle istituzioni, le ambiguità sulla guerra imperialista contro la Russia, le posizioni critiche sull’Ue che non arrivano, però, a metterne in discussione l’esistenza, prospettando una “mitica” altra Europa che non solo sarebbe molto di là da venire, ma che appare come un vero e proprio miraggio che, in definitiva, finisce con il legittimare l’ Unione europea che effettivamente esiste; tutto questo mette in evidenza che non si tratta di una forza di classe che vuole cambiare questa società, ma di un soggetto politico che si propone di migliorare e rendere più “buono” il capitalismo, impresa impossibile, come la storia ci ha dimostrato.
I vari partiti comunisti, o che ancora hanno il termine nel loro nome, dopo anni, o anche decenni, di esistenza sono ridotti ad una estrema marginalità di cui è necessario capirne le ragioni.
La più importante, secondo noi, è il distacco dalle masse e dalla classe di riferimento, che ha prodotto ed ha alimentato una tendenza di tipo nostalgico, che in parte può appagare i (pochi) iscritti, ma non è attrattiva per i nostri riferimenti sociali che vivono, nel lavoro e nella società, una condizione sempre più tragica da cui non vedono uno sbocco; né una via d’uscita può essere la presentazione del simbolo alle elezioni, sapendo di ottenere risultati miseri, cosa che all’interno di quei partiti è vissuta come una affermazione di esistenza (in vita?), ma in realtà nella società e tra i nostri referenti sociali vengono interpretati come una dimostrazione di inesistenza.
Da questo quadro desolante e dalla passivizzazione di massa dei lavoratori e dei ceti popolari, che si esprime non solo, come abbiamo visto, nell’enorme astensionismo ma soprattutto nella mancata partecipazione alla vita ed alla lotta politica, nasce per noi la potente spinta alla ricostruzione di un Partito comunista, radicato nella società e tra i lavoratori, fondato su un rilancio della militanza e del ruolo di avanguardia che ogni nostro militante deve esprimere diventando punto di riferimento nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nei comitati, nelle associazioni ecc..
E’ solo così che si può far rivivere un Partito comunista nella società in cui viviamo, densa di contraddizioni ancora più acute di quelle del recente passato; quando avremo ricostruito il radicamento sociale arriveranno anche i risultati elettorali.
Assieme al rilancio della militanza per il successo del nostro progetto sarà determinante la linea politica che sapremo costruire e perseguire che non può essere che quella di una lotta conseguentemente antimperialista, anticapitalista e rivoluzionaria che, però, non può essere fatta solo di “frasi scarlatte” ma deve fondarsi sulla capacità di leggere e capire la realtà sociale, economica e politica in cui viviamo e, su questa base, costruire proposte concrete e praticabili, comprensibili dai nostri referenti sociali, in grado di cambiare, anche parzialmente, la realtà in cui siamo, e con essa la capacità di indicare una prospettiva, una idea di società e di un mondo migliore, in una parola il Socialismo del nuovo secolo.
Dopo 108 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, tante vittorie ma anche tanti errori e tante sconfitte, riteniamo necessario riprendere con rinnovata forza e fiducia il cammino interrotto traumaticamente con la fine dell’Unione Sovietica e lo scioglimento sciagurato del Partito comunista italiano.
Gli uomini e le donne, la classe operaia, il movimento operaio complessivo, gli intellettuali a esso legati, come hanno fatto nel corso del secolo scorso, possono di nuovo cambiare lo stato presente delle cose con la loro azione soggettiva. Possono abbattere il potere del capitale e aprire un mondo nuovo per l’umanità. A partire dall’Italia, un Paese che ha conosciuto il più grande partito comunista dell’occidente e che oggi è finito preda di pulsioni xenofobe e razziste, governato da una destra di matrice neofascista. Ciò che si registra in Italia sul piano politico, sociale, economico e culturale è l’espressione più evidente e più negativa della cancellazione di una forza rivoluzionaria, democratica e popolare quale è stata il Partito comunista italiano.
Da quando, tra il 1989 ed il 1991, fu compiuta la scelta nefasta di sciogliere il Pci, per l’Italia e per le classi lavoratrici tutto è andato peggiorando. In circa 35 anni sono state azzerate le conquiste popolari e i diritti sociali, frutto di lotte straordinarie dei comunisti e del movimento operaio italiano.
Il lavoro, la pensione, la scuola, la sanità, la casa, lo stato sociale sono stati colpiti, ridotti e negati. Il liberismo più sfrenato ha preso il centro della scena, ed è stata rafforzata la società dello sfruttamento, in modo simile, e per molti versi peggiore, di come si era evidenziata agli inizi del Novecento.
Ecco perché riteniamo necessario impegnarci nell’impresa, irrinunciabile, di lavorare per la costruzione del Partito Comunista, ricominciando dall’inizio.
Vogliamo lottare contro la guerra, le ingiustizie e le diseguaglianze che sono il prodotto naturale e lo sbocco del sistema capitalista e ne sono la sua manifestazione storica e materiale.
Vogliamo una società nuova fondata sulla pace, l’uguaglianza, la giustizia sociale, la solidarietà e la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna.
Noi comunisti e comuniste lottiamo per il superamento totale del capitalismo. Con il comunismo vogliamo ridare all’uomo e alla donna la dignità, liberandoli dall’oppressione e dall’alienazione capitalista. La lotta di classe non è mai finita, ma oggi i capitalisti la stanno vincendo. Spetta ai comunisti e alle forze rivoluzionarie organizzare la resistenza e promuovere la controffensiva.
Tesi n° 10 – Il mondo del lavoro e le classi sociali
Dalla fine degli anni ‘80 ad oggi le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori italiani sono precipitate sempre più in basso. I ricchi sono diventati sempre più ricchi mentre i lavoratori ed i ceti popolari si sono sempre più impoveriti. Anche molta parte dei cosiddetti ceti medi hanno subito un lungo processo di impoverimento. Se consideriamo l’intero arco degli ultimi 40 anni l’Italia è stato il paese, in Europa, che ha subito maggiormente questo fenomeno di impoverimento, che è tuttora in atto.
Oggi, in Italia, circa il 30%, delle famiglie di lavoratori si trova al di sotto o vicina alla soglia di povertà. Questo fatto chiarisce le responsabilità di tutti i governi che si sono succeduti nel nostro paese sia quelli di destra che quelli di cosiddetto centrosinistra, come pure di quelli “tecnici”.
Il peggioramento delle condizioni di lavoro, con l’incremento del precariato (vedi job Act di Renzi), il ricorso massiccio alle esternalizzazioni ed ai sub- appalti (vedi legge Salvini Meloni) e l’aumento dell’età pensionabile che costringe lavoratori molto anziani a continuare a lavorare, unitamente all’organizzazione del lavoro nelle aziende, finalizzata al massimo sfruttamento dei lavoratori per ottenere il massimo profitto, sono i principali fattori della continua strage di morti sul lavoro, delle decine di migliaia di infortuni anche gravi con invalidità permanenti, e delle centinaia di migliaia di malattie professionali, spesso invalidanti, che ogni anno si ripropongono nel nostro Paese.
I controlli, l’inasprimento delle pene, sono elementi che hanno una loro modesta validità, ma se non si modificano le condizioni di lavoro negli aspetti indicati prima, non si assisterà mai ad un reale miglioramento della situazione. A tutto questo il governo di destra fascistoide di Meloni e Salvini aggiunge la repressione, con i continui tentativi di limitare, se non impedire il diritto di sciopero e con l’inasprimento delle pene e la creazione di nuovi reati (cosiddetto decreto “sicurezza”) che si propongono di colpire le lotte dei lavoratori ed il conflitto sociale.
La risposta del mondo del lavoro a tutto questo è spesso molto debole, per precise responsabilità sindacali, ma anche per l’offensiva ideologica della classe dominante, dei suoi rappresentanti politici e dei suoi media, un’offensiva egemonica che dura, ormai da molti decenni, che mira a contrapporre i lavoratori stabili a quelli precari, i giovani agli anziani, i lavoratori pubblici a quelli privati, i lavoratori del Sud a quelli del Nord, i lavoratori italiani a quelli immigrati.
Questa frammentazione della classe e queste “guerre” intestine hanno facilitato l’offensiva dell’avversario di classe, indebolito e disarmato i lavoratori e ci hanno portato al disastro attuale.
Ma l’offensiva ideologica dell’avversario di classe, che dura da decenni, si è indirizzata anche su un altro aspetto: sull’affermazione di una mentalità fortemente individualista, che respinge ogni riconoscimento e validità dei percorsi collettivi; questa offensiva ha fortemente minato il concetto, fondamentale per i lavoratori, della coscienza di essere una classe; su questo concetto si sono fondate tutte le grandi lotte dal dopoguerra agli anni ‘80, e tutte le conquiste sociali e del lavoro che in quei decenni si sono realizzate.
A questa offensiva hanno contribuito teorie pseudo rivoluzionarie assurde sulla fine della classe operaia, o addirittura sulla sua integrazione nel sistema, fino a prefigurare che solo la componente più sfruttata e povera del lavoro salariato sia oggi la classe rivoluzionaria, relegando questo compito ad una minoranza dello stesso mondo del lavoro e condannandola, quindi, alla sconfitta.
Per capire quale è oggi la classe sociale rivoluzionaria non serve costruire astruse teorie, è sufficiente tornare a quanto Marx già scriveva nel Capitale, e questo non lo diciamo per eccesso di dogmatismo ma perché si tratta di concetti assolutamente attuali e corrispondenti alla realtà in cui viviamo.
Nel primo libro del Capitale, nel capitolo “plusvalore assoluto e plusvalore relativo” Marx affronta la questione del lavoro immateriale, proprio così, nel ‘800, non nella “nuova economia” del XXI secolo.
Marx afferma: “È produttivo solo quell’operaio che produce plusvalore per il capitalista […] Se ci è permesso di scegliere un esempio fuori della produzione materiale, un maestro di scuola è lavoratore produttivo se non si limita a lavorare le teste dei bambini [cioè se lavora come “libero professionista”, diremmo oggi, facendo l’educatore in una famiglia] ma se si logora dal lavoro per arricchire l’imprenditore della scuola [cioè se è un salariato in una scuola privata e produce profitto].
Che l’imprenditore abbia investito il suo denaro in una fabbrica di istruzione, invece che in una fabbrica di salsicce non cambia nulla nella relazione” [cioè nel rapporto di produzione].
Notare che qui Marx parla di quando un operaio è produttivo e poi cita come esempio un insegnante che lavora come salariato in una scuola privata. Da questo esempio si capisce chiaramente che Marx come operaio non intendeva solo l’operaio di fabbrica ma tutti i lavoratori salariati, che producono pluslavoro che diventa profitto per l’imprenditore. Ce lo confermano anche la ricerca filologica (oltre che l’attenta lettura delle precisazioni engelsiane) che il termine usato da Marx (“arbeiter”) si può tradurre indifferentemente sia come “operaio” che come “lavoratore”. Per cui la classe operaia per Marx è composta da tutti i lavoratori salariati, indipendentemente dal tipo di lavoro che fanno, dal contratto giuridico che regola il loro lavoro, dal grado del loro sfruttamento, perché quello che conta è il rapporto di produzione che li lega al capitalista, cioè la condizione di lavoratore salariato.
Se applichiamo questo criterio, è facile capire chi fa parte della classe oggi: qualunque lavoratore salariato che tragga il proprio sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi: anche chi può avere un salario migliore, perché tutti sono sfruttati dal padrone che estrae dal loro lavoro pluslavoro e quindi profitto.
Se noi guardiamo alla società di oggi, anche nei paesi a capitalismo avanzato, vediamo che la classe non si è ridotta, al contrario si è enormemente ampliata, perché se è vero, per esempio, che il numero dei metalmeccanici si è ridotto rispetto a 50 o 60 anni fa è altrettanto vero che settori in cui predominavano largamente forme di lavoro autonomo o artigianale oggi impiegano una massa enorme di lavoro dipendente, basti pensare alla grande distribuzione nel commercio o alla logistica, oppure a tutti i servizi che fanno parte del Pubblico Impiego, che anche nella loro parte privatizzata impiegano lavoro dipendente.
Il problema che abbiamo, oggi, in Italia, e in larga parte d’Europa non è che non esiste la classe, ma che si è persa la coscienza di classe. A favorire questa crisi di autocoscienza sono certamente anche la frammentazione del lavoro e delle contrattualità, la diffusione delle finte partite Iva, lo smart working, lo spezzettamento della filiera del valore conseguente alle delocalizzazioni della globalizzazione neoliberista, con conseguenze importanti anche nella difficoltà di ricostruire un lavoro politico adeguato nelle cellule di produzione. Certo è che un lavoro politico di questo tipo può essere ricostruito solo dall’azione di un Partito comunista radicato nella società, ma soprattutto tra i lavoratori, e adeguato allo scontro sociale in atto; questo deve essere il compito primario che ci assumiamo, e sarà la cartina di tornasole del progetto politico che vogliamo realizzare.
Come Partito dobbiamo rimanere connessi con la realtà concreta del lavoro, dobbiamo appoggiare e supportare quelle lotte che vanno a vantaggio dei lavoratori evitando di prendere posizioni puramente ideologiche, ma praticamente incomprensibili senza una coscienza di classe, oggi da ricostruire.
Dobbiamo farci capire anche da chi non ha ancora gli strumenti per farlo, dobbiamo farci ascoltare se vogliamo costruire un soggetto capace di incidere, dobbiamo avere credibilità per proporre una visione diversa della società.
Il Partito che vogliamo, pertanto, respinge qualsiasi logica di carrierismo politico e si pone l’obiettivo di coinvolgere nell’attività politica diretta il maggior numero di cittadini e cittadine; di conseguenza dedica attenzione e cura particolare al ricambio dei gruppi dirigenti e delle cariche elettive. Per realizzare queste premesse sarà necessario prevedere un limite al numero dei mandati elettivi, informando questo orientamento al principio del centralismo democratico. Occorre scoraggiare ogni deriva personalistica, individualistica e narcisistica che troppo spesso connota l’attività politico-istituzionale.
Le proposte da avanzare fin da subito devono essere quanto di più concreto e conflittuale si possa mettere in campo nel contesto attuale, proposte che un sindacato di classe dovrebbe fare sue.
Tesi n° 11 – Sulla questione sindacale
Il problema dei sindacati italiani è che, oggi, non esiste un sindacato di classe sufficientemente radicato e forte per rappresentare i lavoratori e condurli, attraverso le lotte, a ottenere risultati concreti.
La Cisl è ormai diventata il sindacato di destra vicino a Fratelli d’Italia, il passaggio di Sbarra da segretario generale a sottosegretario del governo Meloni parla da solo, e fa capire perché la Cisl non abbia voluto partecipare agli scioperi con Cgil e Uil.
La Uil, che non è mai stata realmente un sindacato di classe, appare, in questo momento, come un sindacato collaterale alla Cgil. La Cgil, che una volta era il più forte sindacato di classe dell’Europa occidentale, ha ormai mutato la propria natura. Ha assunto il modello della vecchia Cisl, quello di un sindacato dei servizi individuali, che cerca di ottenere dei risultati tramite i governi “amici” (quelli di centrosinistra) senza riuscire, però, ad ottenere risultati (vedi il Jobs Act di Renzi, o la “Riforma” Fornero delle pensioni ecc.).
Questa scelta che si è sviluppata in un lungo periodo, da più 30 anni fa, e che ha assunto la denominazione di concertazione non solo non ha portato nessun frutto positivo, bensì ha sempre più peggiorato le condizioni di lavoro, salariali e di vita di tutti i lavoratori italiani, ha portato alla moderazione salariale, ad un sistema contrattuale fatto di precariato, alla normalizzazione delle esternalizzazioni ma ha anche consentito e avvallato tutte quelle leggi antisciopero che ora si ritorcono contro la stessa Cgil e la Uil, oltre che contro i sindacati extra confederali,
La scelta della concertazione ha compromesso sempre più i sindacati confederali rendendoli subalterni al potere padronale e istituzionale, la concertazione è stato il capolavoro della classe dominante che è riuscita a subordinare qualsiasi rivendicazione alla logica del profitto delle imprese, mascherandolo dietro al concetto di produttività, subordinando quindi i diritti dei lavoratori al capitale e alla finanza.
La scelta di Landini e della Cgil di ricorrere allo strumento dei referendum, anziché alle lotte dei lavoratori ed al conflitto sociale, sapendo benissimo che si sarebbe perso, non è stata solo una scelta avventurista, che sarà pagata dai lavoratori, ma anche un segnale chiaro di come questo sindacato abbia abbandonato la sua natura di classe e conflittuale. Solo in alcune categorie e localmente o in alcune grandi aziende, la Cgil conserva ancora delle caratteristiche e delle pratiche di sindacato conflittuale (per es. la Fiom), però anche in questi casi con forti limiti e contraddizioni.
Per molti anni nella Cgil vi è stata la presenza di una sinistra che ha contrastato le scelte deleterie della maggioranza e la sua graduale trasformazione da sindacato di lotta e di classe in sindacato che concepisce la propria azione all’interno dei limiti del sistema e cerca di ottenere obiettivi parziali (cosa completamente fallita) attraverso i rapporti politici con il Pd e il centrosinistra.
In passato la sinistra della Cgil è riuscita a rappresentare fino ad un terzo degli iscritti e avere la maggioranza in importanti categorie come la Fiom e la Cgil scuola.
Ma questo grande patrimonio sindacale è stato distrutto e sperperato, come è avvenuto per il Prc, a causa dell’opportunismo dei gruppi dirigenti della sinistra sindacale, che hanno sacrificato questa forza e questo radicamento ad interessi di carriera interni al sindacato, interessi di singoli e di gruppo, innescando, a questo scopo, feroci scontri di corrente all’interno della sinistra Cgil, tra compagni che, non solo militavano nello stesso partito ma, teoricamente, condividevano gli stessi contenuti nella battaglia interna al sindacato.
L’ultimo congresso ha praticamente certificato la quasi estinzione, o quantomeno l’emarginazione, della componente di classe nella Cgil. Oggi servirebbe ai lavoratori un nuovo sindacalismo di lotta che metta al primo posto il rigetto della concertazione, che ricostruisca il potere organizzato dei lavoratori; certo, occorrono sindacati conflittuali (ci sono) che sappiano superare la frammentazione e il settarismo nel nome di una strategia politico-economica di classe e che siano parte integrante di una più ampia strategia rivoluzionaria.
Oggi servirebbe un forte sindacato in grado di unire le lotte dei lavoratori contrastando la lotta fra poveri, le divisioni di razza e confessione, in grado di combattere lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, in campo contro le guerre imperialiste, per un mondo multipolare, di pace e di sviluppo per tutti i popoli del mondo. I sindacati di base o extra confederali hanno, certamente, una matrice di classe, hanno posizioni ed obiettivi condivisibili ma, a 50 anni dalla loro nascita, nonostante i disastri dei sindacati confederali, non riescono ad uscire dalla marginalità e bisogna capirne i motivi.
In primo luogo all’origine di alcune sigle sindacali di base vi sono delle soggettività politiche che hanno impresso a questi sindacati un taglio fortemente politicizzato, ma questo crea una difficoltà sul piano sindacale, perché un sindacato non è un partito, al sindacato dovrebbero aderire anche lavoratori che non sono altamente politicizzati, ma che individuano in esso uno strumento valido ed efficace per migliorare le loro condizioni di lavoro e di vita.
Poi, senza dubbio, un sindacato di classe produce anche una crescita politica dei lavoratori, ma attraverso un percorso, più o meno lungo, di lotte e di conquiste.
Non può essere un dato già acquisito per ogni lavoratore che si iscrive, perché questo limiterebbe il radicamento di massa del sindacato, infatti i sindacati extra confederali hanno riscontrato proprio questo limite; in una fase in cui la sinistra di classe incontrava sempre più difficoltà e sconfitte e perdeva consenso di massa, come sono stati, per esempio, gli ultimi 20 anni, i lavoratori politicizzati si sono ridotti ad una esigua minoranza, e questo ha limitato le possibilità di crescita dei sindacati extra confederali.
In più, il fatto che all’origine di alcuni sindacati di base vi fossero dei soggetti politici ha fatto sì che la conflittualità tra di loro fosse, sovente, molto accentuata e spesso sfociasse in forti contrapposizioni.
Negli ultimi tempi si sta consolidando una tendenza diversa, in più di una occasione i sindacati extra confederali hanno unificato le date di sciopero, in altri casi hanno unificato anche le piattaforme e le manifestazioni, è questa, secondo noi, una tendenza molto positiva, che se fosse stata messa in atto già negli anni passati, probabilmente avrebbe portato frutti positivi a tutti questi sindacati. Ovviamente le differenze permangono, e in molti casi non sono ricomponibili, ma almeno l’unità d’azione e di lotta su piattaforme condivise permette di mettere in campo una maggiore forza ed una maggiore efficacia che possono dare più credibilità a questi sindacati agli occhi dei lavoratori.
Esiste poi un altro aspetto che andrebbe considerato, troppe volte i sindacati di base non hanno firmato dei contratti perché non si era raggiunto il 100% degli obiettivi, non stiamo certo sostenendo la pratica dei sindacati confederali che, da diversi anni, hanno firmato contratti totalmente inadeguati, con la scusa che non si poteva ottenere di più, in questo modo i salari italiani sono quelli che, negli ultimi 35 anni, sono arretrati di più in Europa, ma neppure può succedere che un sindacato non firmi mai un contratto, perché in questo caso i lavoratori si convincono che quel sindacato dice magari cose giuste ma non realizza nessun risultato concreto.
La questione della collocazione sindacale dei comunisti ha dato luogo, a partire da Rifondazione, a scontri durissimi all’interno dei partiti comunisti.
Anziché essere il Partito comunista a intervenire nei sindacati per sostenere e sviluppare in essi una linea ed una prassi di classe, per anni, si è assistito a un rovesciamento all’interno dei partiti comunisti delle contraddizioni generate nei sindacati, come abbiamo visto, spesso, anche per motivazioni opportunistiche, in questo modo i comunisti non sono riusciti a svolgere un’azione politica nei sindacati mentre nei partiti si sono sviluppate tendenze sempre più forti alla disgregazione.
Il nostro partito deve capovolgere questa situazione, nel partito i comunisti devono discutere e definire una linea sulle questioni sindacali e, una volta definita, questa linea deve essere portata avanti da tutti i nostri compagni all’interno dei sindacati in cui sono iscritti, con un grande senso di unità tra i nostri compagni che militano nello stesso sindacato.
La situazione che abbiamo sommariamente delineato e la mancanza, oggi, in Italia, di un sindacato di classe di riferimento, per i comunisti, ci pone il problema di un criterio che guidi, almeno in questa fase, l’azione sindacale dei nostri militanti. Questo criterio può essere che a seconda della categoria, del luogo concreto di lavoro, ed anche della propensione personale, i nostri compagni possano militare nei sindacati che non siano quelli di destra o quelli corporativi.
Ma, come abbiamo scritto poco sopra, la linea che ognuno dei nostri compagni porta avanti nel sindacato in cui è iscritto deve essere quella decisa nel partito, non solo! I nostri compagni devono essere avanguardie riconosciute nei loro luoghi di lavoro, devono diventare delegati eletti dai lavoratori, devono condurre una battaglia nel loro sindacato perché si porti avanti una politica coerentemente di classe, in questo contesto sarebbe positivo se i nostri compagni diventassero anche dirigenti sindacali, senza subordinare questo aspetto alla coerenza delle posizioni di classe.
Resta un ultimo aspetto da affrontare, non c’è solo la questione sindacale, c’è anche la questione di come devono essere le rappresentanze di base dei lavoratori, è necessario rivedere e cambiare le Rsu.
Una volta esistevano i Consigli di fabbrica, che non erano una rappresentanza dei sindacati nel luogo di lavoro, erano la rappresentanza dei lavoratori di quella fabbrica.
I sindacati proponevano i loro candidati ma in molti casi erano eletti anche lavoratori che non erano rappresentanti di sindacati, ma erano avanguardie reali in quel posto di lavoro. Oggi le Rsu sono concepite e praticate come rappresentanze di base dei sindacati, possono anche essere eletti dei lavoratori senza tessera, se un sindacato li accetta nella propria lista, ma non si possono presentare lavoratori che non siano collocati in una lista sindacale.
Questo fa sì che i delegati eletti, nella maggior parte dei casi, si considerino i terminali di un sindacato e ritengano di dover rendere conto solo ad esso, il loro rapporto con il sindacato di riferimento molto spesso sovrasta e sostituisce il rapporto con i lavoratori, quando addirittura non si contrappone ad essi. La stessa normativa che concede diritti e agibilità nei luoghi di lavoro ai soli sindacati firmatari dei contratti è in vulnus che snatura la rappresentanza dei lavoratori. Quando esistevano i Consigli di Fabbrica, diverse volte, su questioni fondamentali per i lavoratori, si è assistito ad un loro protagonismo diretto che, se necessario, scavalcava gli stessi sindacati, su questioni su cui essi erano inerti, dando vita a movimenti e forme di lotta che hanno assunto anche carattere nazionale.
Noi pensiamo che si debba, al di là del nome, tornare a rappresentanze di base, nei luoghi di lavoro, che siano rappresentanze reali dei lavoratori e non semplici terminali dei sindacati. È questo un punto fondamentale per far tornare in campo, nel nostro paese, il conflitto di classe, che è la sola possibilità per capovolgere il segno della regressione continua e senza limite delle condizioni di lavoro e di vita della classe lavoratrice nel nostro paese. Non è questa una logica aprioristicamente antisindacale, noi pensiamo che sia necessario ricostruire, nel più breve tempo possibile, un sindacato di classe nel nostro paese, che abbia un radicamento ed una forza adeguati a fronteggiare le continue offensive del padronato e dei governi che lo rappresentano, ma anche quando questo obiettivo fosse realizzato, proprio per dare ad esso più forza, sarebbe necessario avere delle rappresentanze di base dei lavoratori capaci di una loro autonomia e capaci di iniziativa. Capaci anche di contrastare eventuali processi involutivi che possano ripresentarsi nel sindacato di classe.
Tesi n° 12 – Il Mezzogiorno come risorsa e opportunità
Dopo oltre 160 anni dall’unità d’Italia, il divario tra il Nord e il Sud del Paese è enorme e la Questione Meridionale, in parte determinata dalle stesse modalità dell’unificazione nazionale, durante e dopo il Risorgimento, si è via via aggravata diventando oggi una grande emergenza nazionale. Iniziata con i vasti processi emigratori, perfino di dimensioni bibliche, tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e l’innesco del “boom” degli anni Sessanta, essa continua e si aggrava oggi con un’emigrazione di tipo nuovo, in cui a emigrare non sono più le braccia, ma i cervelli. Negli ultimi dieci anni, oltre due milioni di giovani meridionali hanno preso la strada dell’emigrazione, già percorsa dai loro nonni e dai loro padri. Tra emigrazione accelerata e gelo demografico, il Mezzogiorno sta letteralmente morendo.
Certo, oggi il Sud non è più il Sud contadino, descritto da Nitti, Salvemini, Gramsci. Come il resto del mondo industrializzato, il Mezzogiorno ha raggiunto la fase post-industriale, ma non ha mai conosciuto una fase industriale matura. Tuttavia, nel secondo dopoguerra, con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, per la prima volta, si avviarono politiche attive per lo sviluppo del Sud e nel ventennio 1953-1973 si invertì per la prima volta la tendenza portando il PIL pro-capite nel Sud al 60% di quello del Centro Nord.
Con l’intervento economico dello Stato, tuttavia, non solo si sono attivati investimenti e industrializzazione, ma sono anche proliferati assistenzialismo e clientelismo, e tuttavia, anziché combattere quelle storture, si è arrivati alla liquidazione della Cassa per il Mezzogiorno. Le politiche economiche degli ultimi quarant’anni, caratterizzate dall’ideologia neo-liberista, hanno veicolato parole chiave come liberalizzazione, privatizzazione, flessibilità e, specie nel Sud, “grandi opere”, con effetti nefasti sia piano politico, sia sul versante economico.
Queste politiche economiche degli ultimi quarant’anni non solo hanno fatto crescere il divario economico tra regioni ricche e regioni povere, ma hanno affossato ancor di più il Mezzogiorno, al punto che oggi tutti gli indicatori economici, sociali e culturali denunciano l’aggravamento della situazione del Sud.
C’è un divario storico che va colmato facendo finalmente i conti con i mali vecchi e nuovi del Sud: arretratezza e ritardo di sviluppo; deficit infrastrutturale; disoccupazione dilagante ed emigrazione intellettuale; povertà diffusa; precarietà come regola; sistema produttivo asfittico; sistema bancario e creditizio ai limiti dell’usura; pubblica amministrazione inefficiente e burocratica; insediamento di impianti ad alto tasso di inquinamento; depositi di rifiuti tossici e nocivi; peso crescente delle mafie e della criminalità organizzata. Su questo terreno è necessario rilanciare il ruolo dei comunisti come protagonisti di una politica autenticamente meridionalista. Ciò significa respingere anzitutto il tentativo di rappresentare la Questione Meridionale come mera questione criminale da affrontare con l’invio dell’esercito e la militarizzazione del territorio; inoltre, va condotta una seria lotta contro il regionalismo differenziato, la c.d. autonomia differenziata, che ha tra i suoi fini la distruzione dell’unità economica, sociale e culturale del Paese, cosa che amplificherebbe i divari territoriali.
Le basi su cui prende corpo il principio dell’autonomia differenziata, favorita peraltro dalla contro-riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra del governo Amato, sono pericolose e rappresentano quella che molti studiosi hanno definito come la “secessione dei ricchi”. Ciò mette in discussione l’unità del Paese, alimentando le spinte secessioniste al Nord che suscitano peraltro iniziative analoghe e speculari anche nel Mezzogiorno.
D’altronde, nei confronti del Sud vi è un totale abbandono con una rimozione politica e culturale della questione come se non esistesse più. Lo Stato si è del tutto deresponsabilizzato, delegando tutt’al più il problema ai programmi europei finanziati dai fondi strutturali. Ancora una volta assistiamo alla riproposizione del Ponte sullo Stretto che rappresenta l’unico grande investimento annunciato per il Sud e che si configura come un’opera di regime e una beffa per un territorio che non ha infrastrutture, autostrade, strade e ferrovie degne di un Paese moderno e che denuncia enormi problemi derivanti dal dissesto idrogeologico di un territorio delicato e fragile.
È il modello delle “cattedrali nel deserto” e della concentrazione degli impianti più inquinanti, che ha distrutto il Mezzogiorno, che si vuole perpetuare (rigassificatore di Gioia Tauro, termovalorizzatori, ecc.). Nel frattempo si chiudono o si ridimensionano i pochi insediamenti produttivi esistenti (il caso dell’ILVA di Taranto, la vicenda di Termini Imerese, ecc.), non si completano i lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, non si programmano e non si realizzano le infrastrutture materiali e immateriali utili e necessarie per lo sviluppo e la crescita del Sud.
Come comunisti siamo convinti che non c’è futuro per l’Italia se non c’è un’attenzione nuova, una politica nuova verso il Mezzogiorno. Senza il Mezzogiorno il Paese declinerà ancora di più, conoscerà un futuro sempre più proiettato verso una pesante deriva economica ma anche culturale. Sempre più il Mezzogiorno deve essere considerato come una grande risorsa e opportunità per il futuro dell’Italia. Non più, dunque, una sorta di peso, di palla al piede di un’Italia evoluta e sviluppata, bensì il contrario. Torniamo a parlare di questa grande questione politica, di questa grande scelta di fondo che si chiama Questione Meridionale. Ciò serve al Sud, serve al Nord, serve all’Italia.
Riteniamo necessario un nuovo flusso di finanziamenti per il Meridione, un “Progetto per il Mezzogiorno del XXI secolo” e ribadiamo, in tal senso, che occorre promuovere un grande piano di investimenti pubblici verso il Mezzogiorno, rilanciando la programmazione economica, l’intervento pubblico nell’economia, aumentando la presenza e l’impegno finanziario dello Stato verso il Sud, perché quella è la priorità da innescare, se si vuole davvero voltare pagina, intervenendo seriamente e concretamente per ridurre il divario tra il Nord e il Sud e per rilanciare la crescita del Paese.
Il Sud ha bisogno urgente di un piano per la difesa del suolo e per il rischio sismico; di interventi per la riqualificazione paesaggistica, ambientale e dei centri storici; di valorizzare le produzioni agricole mediterranee; di rilanciare le imprese artigianali e gli antichi mestieri radicati nel territorio; di dare impulso ai beni culturali e al patrimonio archeologico; di promuovere uno sviluppo del turismo fondato sulle risorse del territorio; di ammodernare e potenziare le infrastrutture viarie per favorire la mobilità (alta velocità Reggio Calabria – Salerno; autostrada jonica Reggio Calabria – Taranto; raddoppio ed elettrificazione della linea ferroviaria jonica; alta velocità ferroviaria in Sicilia e Sardegna; potenziamento dei porti e degli aeroporti; realizzazione delle autostrade del mare, ecc.); di costruire e potenziare scuole e ospedali; di aumentare la qualità e quantità dei servizi al cittadino.
La priorità per lo sviluppo del Mezzogiorno è il rilancio degli investimenti pubblici, oggi solo il 22% del totale. La c.d. “clausola del 34%”, per quanto inadeguata e insufficiente, avrebbe dovuto indurre lo Stato centrale, a partire dal 2018, a destinare al Sud almeno una quota di spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione residente. Tuttavia, ancora una volta, tale clausola è stata disattesa e disapplicata. Viceversa, con una quota di investimento al Sud non inferiore al 40% delle spese complessive per investimento, se attivata e mantenuta nel tempo, secondo lo Svimez, sarebbe possibile ridurre il divario rispetto al Nord e salvare almeno trecentomila posti di lavoro.
Oggi la nuova Questione Meridionale si intreccia con una drammatica questione giovanile.
Occorre lanciare il progetto ambizioso di interrompere il drammatico fenomeno dell’emigrazione giovanile e della fuga dei cervelli, assumendo misure e provvedimenti capaci di incentivare e promuovere nuove forme di lavoro e di occupazione nel Sud per valorizzare lo straordinario capitale umano del Mezzogiorno. Per questo diciamo Questione Meridionale come ineludibile questione della difesa della nostra gioventù dalle trame mafiose, che esercitano sempre un’influenza negativa dove manca il lavoro, dove manca il sapere, dove manca la speranza d’un tempo migliore.
Ma la Questione Meridionale porta con sé anche un grave problema etico, in cui il perseguimento degli interessi generali è stato sostituito dagli interessi particolari di lobby e gruppi di potere politico-mafiosi. La difesa della legalità democratica e il recupero dei fondamentali principi di trasparenza e di moralità nella politica, nell’economia e nella pubblica amministrazione costituiscono condizioni irrinunciabili per garantire la pienezza dei diritti e delle libertà a tutti i cittadini e le cittadine del Mezzogiorno.
Come comunisti siamo convinti che il futuro del Sud potrà avere nuovo impulso in una prospettiva euromediterranea, dal momento che è proprio il nostro Mezzogiorno la porta dell’Europa nel Mediterraneo. Nuove possibilità di scambi economici, di relazioni sociali, di integrazioni culturali si possono determinare. Il Mediterraneo può avere un ruolo centrale nel sistema delle attività commerciali mondiali se torna ad essere un mare di pace e di convivenza e se l’Italia giungerà ad avere una politica estera di cooperazione reciproca e paritaria, di giustizia internazionale, di pace. Questo ruolo nevralgico che il Sud può svolgere è in radicale contrasto con la presenza delle basi, delle strutture e delle infrastrutture militari della Nato sul territorio meridionale.
Liberare il Sud dalle basi militari rappresenta una parola d’ordine più che mai attuale proprio perché queste si stanno trasformando sempre più in veri e propri strumenti di guerra.
La Questione Meridionale, dunque, come questione dirimente, decisiva, da cui dipende il futuro del Mezzogiorno, dei lavoratori, dei giovani. Per questo non possiamo che stare dalla parte del Sud perché, come diceva Gramsci, nella sua lezione pienamente attuale, “il Sud è l’emblema del fallimento del capitalismo italiano”
Parte IV – Storia e cultura
Tesi n° 13 – L’egemonia culturale, il totalitarismo “liberale” e il revisionismo storico
“Le idee dominanti sono le idee della classe dominante” (Marx & Engels)
Il ’900 è stato un secolo in cui l’egemonia culturale della borghesia è stata messa seriamente in discussione dalla cultura marxista e dalla persistenza di culture politiche variegate (patriottico-nazionaliste, conservatrici, o progressiste) antagoniste rispetto alle ideologie liberali e neoliberiste, che hanno accompagnato storicamente e legittimato il crescente sviluppo economico capitalistico.
In vaste aree del mondo per avere la meglio sulle componenti antagoniste, che hanno costituito il blocco principale del movimento antimperialista e anticoloniale, il grande capitale ha imposto regimi autoritari, spesso di matrice militare, che hanno imposto modernizzazioni dall’alto favorendo un processo di americanizzazione e occidentalizzazione delle culture locali, funzionale al loro inserimento come “periferie” del sistema-mondo capitalistico.
La Rivoluzione d’Ottobre e il ruolo svolto dall’Urss e dal Comintern hanno portato, in particolar modo dopo la sconfitta del nazifascismo, all’apice del prestigio raggiunto dal modello socialista sovietico, che ha influenzato in maniera determinante vaste aree del mondo, fino ad allargare notevolmente i Paesi, i popoli e i partiti appartenenti al movimento comunista mondiale.
Almeno fino agli anni ’70 il blocco comunista ha esercitato una notevole egemonia su vaste zone del cosiddetto “Terzo mondo”, determinando la risposta violenta dell’imperialismo occidentale a guida statunitense, in difesa del proprio vasto impero coloniale e neocoloniale.
Non c’è dubbio però che la prima grande incrinatura dell’egemonia sovietica sia dovuta alla “destalinizzazione” – lanciata con argomenti dimostratisi storicamente inconsistenti – in occasione del XX Congresso del Pcus del 1956 da Chruscev. Il suo discorso, non concordato con il gruppo dirigente del Partito ha danneggiato l’immagine non solo di Stalin, ma del comunismo come alternativa possibile, creando le premesse di lungo termine per la perdita di credibilità del paradigma marxista e leninista e del modello sovietico nel suo complesso, aprendo il campo alle “vie nazionali al socialismo” i cui risultati sono stati molto magri – con la significativa eccezione cinese, che proprio per il suo peso attuale va sicuramente attenzionata, rispettata e difesa dalle critiche di chi scade nel dogmatismo.
I successivi interventi repressivi in Ungheria e Polonia (1956) hanno favorito critiche crescenti nell’intellighenzia liberale e socialdemocratica, che vi aggiungeva anche la repressione dei moti di Berlino del ’53 e l’accusa di aver costruito con la forza “Stati-satellite” in Europa orientale.
Ciononostante il movimento comunista occidentale aveva saputo reggere il colpo e rilanciare denunciando i maggiori crimini dell’imperialismo, che trovavano ampio eco nella condanna dell’aggressione al Vietnam. L’intervento a Praga nel 1968, unitamente all’esplosione della protesta giovanile e sociale, diminuiscono soprattutto in Occidente il prestigio dell’Urss e del blocco comunista, debilitato anche dalle fratture interne (in specie tra Ursse Cina). Ciononostante in Occidente, ed in particolar modo in Italia e Francia, cresce molto l’egemonia del marxismo, sia quello ortodosso che quello eterodosso. Gli sviluppi di quest’ultimo porteranno in ultima istanza alla mutazione antropologica di forti partiti come il Pci.
Gli anni ’80 sono il decennio della grande riscossa neoliberista in tutto l’Occidente, facendo breccia nelle mente di milioni di persone: il consumismo e l’arricchimento sostituiscono valorialmente una militanza per una società diversa che non si crede più possibile. La società tende all’atomizzazione, crescendo di pari passo la concorrenza. Torna la guerra di tutti contro tutti con lo smantellamento dello Stato sociale, tra gli applausi scroscianti di elettorati sempre più manipolati, disorganizzati e in balìa dei think tank borghesi.
L’improvviso crollo dell’Urss e del blocco comunista dell’Europa orientale avviano in Occidente la fase di un “totalitarismo liberale” che conduce alla criminalizzazione dell’esperienza storica sovietica e comunista, equiparate all’ideologia nazista. Il totalitarismo “liberale” è quella fase particolare della dittatura della borghesia in cui questa classe è riuscita ad affermare in maniera pressoché totale non solo le proprie politiche economiche, ma anche il proprio modo di pensare e categorizzare la realtà; ciò ha comportato la piena vittoria della sua ideologia, il liberalismo, riuscendo a emarginare ogni altro paradigma politico alternativo, compreso quella marxista. Il totalitarismo liberale è la consacrazione del TINA (There is no alternative), ossia l’affermazione nel senso comune popolare dell’idea che non ci siano alternative possibili al modo di produzione capitalistico.
Gli anni ’90 vedono ormai scuole, università, media, intellettuali organici e politici affermare la “fine della Storia” e l’obbligo di muoversi nei paradigmi esistenti, data l’impossibilità di alternative serie, visto l’evidente fallimento dei “totalitarismi” comunisti e nazifascisti. In buona parte d’Europa inizia la caccia ai comunisti, che in molti territori sono imprigionati, costretti all’esilio, o a cambiare identità. Il trionfo della globalizzazione neoliberista negli anni ’90 non è però incontrastato: prima il movimento no-global (stroncato duramente a Genova nel 2001), poi la grande crisi capitalistica del 2007-08 hanno messo alla berlina i limiti del sistema, mentre l’ascesa impetuosa della Repubblica Popolare Cinese, secondo molte stime già oggi prima potenza mondiale economica, torna a dimostrare al mondo la superiorità di un modello socialista, seppur molto diverso da quello sovietico.
Oggi in Occidente sono pochissimi i Paesi in cui il “socialismo scientifico” è rimasto forte socialmente e organizzato politicamente. Un ampio filone di intellettuali tradizionali, una parte dei quali riconducibili al cosiddetto “marxismo occidentale”, ha avuto sicuramente il merito di tenere aperta una critica rilevante nei confronti del regime attuale. Il loro limite è stato non aver saputo offrire una soluzione indicando un’alternativa politica, e questo è dovuto in primo luogo al loro rigetto pressoché totale del socialismo reale novecentesco, considerato da alcuni altrettanto totalitario dei modelli capitalistici occidentali. L’intellighenzia occidentale negli anni della guerra fredda è complessivamente scivolata da un’adesione ad un marxismo sempre più eterodosso, ad un idealismo liberale, magari radicale e critico, ma utopistico. Il movimento comunista occidentale nel suo complesso ha seguito questa stessa china, seppur in tempi e modi diversi.
L’egemonia borghese domina comunque sempre meno incontrastata e in tutto l’Occidente i gruppi sociali più coscienti cercano di organizzare alternative politiche “anti-sistema”, pur continuando a rimanere spesso ingannati. Una caratteristica politica importante del totalitarismo liberale è la capacità di controllare sia le maggioranze di governo, che le opposizioni: non solo quelle principali – dando luogo a finti bipolarismi – ma spesso anche quelle minori, convogliando una parte consistente del malessere popolare verso piattaforme e leader organici al sistema. Un esempio forte è costituito dalla mutazione storica della socialdemocrazia, diventata il più forte perno del social-imperialismo moderno, un sistema che nei suoi fondamenti valoriali non è così dissimile dal nazional-socialismo, differenziandosi solo per un rigetto formale, ma non sostanziale, delle ideologie razziste, oltre che per l’accettazione di istituzioni fondate su stato di diritto, divisione dei poteri e pluralismo partitico.
In Italia la maggioranza della popolazione ha comunque consapevolezza di vivere in un regime truccato. Stando ad un rapporto del CENSIS del 2021, più del 50% degli italiani è convinto che esista una casta mondiale di superpotenti che controlla tutto, che le multinazionali sono le responsabili di tutto ciò che accade, e che esiste uno “Stato profondo”, non pienamente democratico, nelle mani di un gruppo di potenti composto da politici, alti burocrati e uomini d’affari. Questa coscienza diffusa del carattere elitario dell’attuale regime non si è però accompagnata ad una ripresa di massa di paradigmi social-comunisti.
C’è quindi ampia consapevolezza dei limiti del sistema, ma manca l’idea di un’alternativa possibile. Tra i nostri compiti fondamentali c’è quello di spazzare via la mole di fango che è stata gettata dalla borghesia e dai critici di sinistra sulle esperienze social-comuniste, fronteggiando un vergognoso revisionismo storico liberale che in Italia ha assunto tinte filofasciste partendo dalla riabilitazione dei repubblichini alla costruzione del “giorno del ricordo”.
Per ridare credibilità alla questione comunista occorre un intervento strutturato per lanciare una nuova “battaglia culturale”, partendo dal presupposto della pervasività totalitaria del sistema mass-mediatico moderno: il condizionamento derivante dall’intreccio tra concentrazione estrema del potere e avvento del sistema industrial-tecnologico moderno è in grado di manipolare quotidianamente la maggioranza della popolazione, quanto meno in Occidente.
Nel contesto degli ultimi anni assume un valore particolare l’affermazione marxiana che “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Un regime elitario è in grado di determinare la coscienza dei singoli. Sotto l’imperialismo, in assenza di una significativa opposizione di classe, la struttura politica dominata da pochi borghesi può controllare milioni di persone senza colpo ferire.
La debolezza del movimento comunista italiano è causa e conseguenza, in un terrificante circolo vizioso, della scarsa incisività del pensiero e della prassi marxista-leninista, oltre che della grande frammentazione organizzativa. I comunisti potranno tornare ad intaccare l’egemonia borghese quando avranno aggiornato i propri paradigmi e ricostruito una forte unità organizzativa e politica contro il nemico comune. Occorre superare le logiche frazioniste, la frammentazione estrema, il codismo verso le mode passeggere; bisogna rimboccarsi le maniche e ricostruire le casematte necessarie per rispondere alla guerra di classe con cui siamo stati colpiti nell’ultimo mezzo secolo. L’unità dei comunisti più coscienti permetterà di accelerare il processo di rinascita dell’egemonia comunista anche in Italia.
Tesi n° 14 – Il controllo ideologico della scuola e dell’università
Il sistema scolastico italiano è ormai diventato da anni uno strumento del totalitarismo liberale, anziché un mezzo di emancipazione e formazione critica dei cittadini. La scuola pubblica ad accesso universale, un tempo veicolo di progresso sociale, è stata trasformata in un sistema che favorisce la passività e il conformismo, preparando gli studenti a diventare lavoratori sottomessi e privi di spirito critico, sempre più precari e oppressi. Si coltiva con sapienza e organizzazione l’ignoranza di massa. Viene perpetuata scientificamente l’ideologia dominante. Si plasmano le coscienze della gioventù. L’abbassamento del livello culturale è una costante spina nel fianco dell’istruzione pubblica nel nostro Paese. L’iper-specializzazione costituisce una faccia fondamentale e ipocrita di questo meccanismo. Conoscere solo il proprio particolare serve a nascondere l’intero e a non comprendere l’insieme.
La nostra visione socialista vuole una scuola organicamente umanista che forgi cittadini critici e attivi socialmente, in cui la realizzazione di sé e della società sia aiutata anche dal lavoro. Un lavoro che dovrebbe essere sempre più creativo, senza dipendere da un contratto salariale privato al ribasso e iugulatorio, che guardi all’interesse collettivo e non solamente a quello individuale.
La scuola dovrebbe diventare un perno della trasformazione della società, un motore di cambiamento nella fase di transizione verso il socialismo. In questo momento però siamo ancora in un sistema capitalistico e borghese e anche a livello culturale le masse popolari stanno subendo un attacco senza precedenti. Ci trattano come dei numeri, ci vogliono robot fatti con lo stampo, docili schiavi che abbassano la testa e dicono sempre di sì, mandando giù di tutto.
Tutte le riforme degli ultimi 30 anni, promosse sia da governi di destra che di “sinistra”, hanno smantellato la scuola liberal-democratica della Prima Repubblica, introducendo logiche aziendaliste (l’autonomia della “scuola-azienda”) e riducendo l’importanza delle discipline umanistiche a favore di un’istruzione basata sulle “competenze”. Una scuola sempre più “neoliberista”, “digitale”, “militarizzata” e “inclusiva”. L’industrializzazione scolastica ferocemente imposta da dirigenti scolastici che ricevono direttive precise dall’alto di punire i dissidenti!
L’attenzione alle competenze ha portato a un impoverimento delle conoscenze di base, rendendo difficile per gli studenti sviluppare un pensiero critico. Il sistema scolastico favorisce una élite ristretta, mentre la maggior parte degli studenti è destinata a un’istruzione di bassa qualità, perpetuando una società gerarchica e limitando la mobilità sociale. La scuola italiana è sempre più classista e razzista, con una sempre più marcata differenziazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra scuole di serie A e scuole di serie B, tramite un feroce attacco alla cultura in generale, ma in particolare a quella che lotta per un cambiamento, a quella rivoluzionaria. Aziende, banche, multinazionali, ma anche l’esercito e le forze dell’ordine influenzano sempre di più il sistema scolastico, tramite espedienti subdoli come l’alternanza scuola-lavoro e i tirocini obbligatori. L’obbiettivo è proprio una scuola che assuma le forme di un centro d’addestramento, dove vengono cristallizzate le diseguaglianze sociali e dove si normalizza l’insicurezza, la precarietà e la mancanza di diritti sociali e civili.
L’Università è completamente inserita in questi meccanismi. La ricerca è subordinata e finalizzata agli interessi del modo di produzione capitalista e dell’imperialismo occidentale. Discipline come la storia, la geografia, la filosofia e le lingue classiche sono state marginalizzate, con l’obiettivo di impedire agli studenti di comprendere le dinamiche di potere e di sviluppare una coscienza critica. Gli studenti non devono conoscere la storia più vicina, non devono comprendere il presente, il ruolo dell’imperialismo occidentale e dell’Unione europea, il fatto che il proprio paese sia praticamente una colonia a sovranità limitata degli Usa. Non può emergere un’alternativa allo status quo. Semplificazione di ogni cosa, banalizzazione dei contenuti, mentre gli approfondimenti e la complessità vengono lasciate ai ricchi, ai privilegiati, alle future classi dirigenti che dovranno continuare a mantenere lo sfruttamento della maggioranza della popolazione.
Mentre le nostre scuole cadono a pezzi, le risorse per le guerre imperialiste si trovano sempre. Si viaggia anche in questo campo verso la privatizzazione del sistema scolastico nazionale. Intanto che la scuola pubblica si farà pian piano marcire sotto le esigenze capitaliste, i pochi ruoli chiave verranno garantiti da chi potrà permettersi di studiare nelle scuole migliori. A guidare i processi saranno gli accademici e il corpo docente opportunista che rifiuterà di opporsi alla deriva. Alcuni saranno i cani da guardia, gli intellettuali organici del sistema, altri sono già passivamente complici. Servirà un moto d’orgoglio e di riscatto di tutta la classe lavoratrice del settore dell’istruzione per opporsi a queste derive totalitarie.
La maggior parte degli studenti ha perfettamente consapevolezza che il sistema è truccato sotto ogni punto di vista, ma mancano totalmente di una visione alternativa di società, ritenendo scartata a priori l’opzione social-comunista per gli insegnamenti ricevuti sulla lezione dello “stalinismo”. I più svegli capiscono l’antifona e scappano all’estero, ma i più obbediscono e si adeguano, cercando di trovare una maniera di fare soldi facili in tempi rapidi. Questa è la scuola del merito nella moderna civiltà capitalistica alla periferia dell’Impero.
I docenti che cercano di opporsi a questa struttura sono spesso repressi dai dirigenti scolastici, con conseguenze negative sulla loro carriera e sulla qualità dell’istruzione. Si esautorano gli organi collegiali (Collegio Docenti e Consigli di Classe), rafforzando il potere manageriale dei dirigenti scolastici. Il corpo docente non riesce ad opporre una reazione organizzata a questa deriva manageriale autoritaria. C’è sempre più la necessità, come del resto nella società, di una resistenza organizzata, proponendo la creazione di centri culturali, biblioteche popolari e circoli di discussione per contrastare il declino della scuola pubblica e promuovere una formazione critica, libera, laica ed universale. Dobbiamo costruire una visione concreta diversa. Auspichiamo e lottiamo per una rivoluzione del sistema scolastico, con l’obiettivo di ripristinare una scuola veramente democratica e svincolata da controlli politici e ideologici. Occorre rivendicare e difendere l’articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Per avanzare in questa direzione, rompendo l’omologazione conformista borghese della scuola e i suoi presupposti agiografici del capitalismo, dovremo impegnarci per portare anche nelle scuole e nelle università con incontri, conferenze, o cicli di lezioni il tema della Rivoluzione Anticolonialista Mondiale.
I docenti, gli studenti e tutti i lavoratori Ata devono organizzarsi e coordinarsi con un intervento comune. Non è possibile ottenere avanzamenti se non si assume consapevolezza che la battaglia fa parte di una guerra più grande, di classe, volta contro il complesso della classe lavoratrice, italiana e non. Se l’offensiva è di tali proporzioni, e se il regime dispone del completo controllo dei media e di altre preziose tecniche che ne garantiscono il controllo sociale, occorre interrogarsi sul limite di offrire dettagliati quadri analitici che non sfocino in un’azione politica concreta. Il movimento, e con esso tutti gli studenti e i progressisti, devono cominciare anzitutto ad accettare l’idea di vivere in una forma moderna di regime, Le attuali rappresentanze politiche parlamentari sono totalmente inadeguate, per scelta o per incompetenza, a dare rappresentanza al movimento. Occorre cercare alleanze nella società civile e nelle forze sociali, politiche e culturali rimaste sane nel Paese, ma bisogna attrezzarsi per una guerra di resistenza permanente. Non c’è tempo per concedersi il lusso della rassegnazione.
Tesi n° 15 – Cause e conseguenze dell’autodissoluzione dell’Urss
L’autodissoluzione e la sconfitta dell’Unione Sovietica non erano per nulla già “inscritte” nella storia: esse si sono rivelate piuttosto essere il combinato disposto tra una reale crisi del sistema sovietico e il tradimento “gorbacioviano”, che porta a termine una degenerazione iniziata in ampia misura dopo la morte di Stalin, che nonostante gli sforzi, non era riuscito a garantire un adeguato ricambio del gruppo dirigente. Nonostante il recupero di alcuni fondamentali nell’epoca brezneviana, il Partito Comunista dell’Unione Sovietica non ha avuto gli anticorpi sufficienti per fronteggiare l’ascesa dei “riformisti” revisionisti da cui è scaturito come risultato finale la disfatta totale sul piano ideologico. Da tempo, la “stagnazione” economica rallentava i passi dell’Unione Sovietica.
Ma come Jurij Andropov aveva dimostrato (in quel suo breve – 1982/1984 – ma potenzialmente rigenerante tentativo interrotto dalla morte), da quello stallo economico, e dunque sociale e politico, si poteva uscire rilanciando il connubio leninista dato dalla democrazia socialista dei Soviet e da nuove aree di sviluppo economico (forme della Nep) sostenute e controllate dal Pcus come Partito comunista d’avanguardia e di classe.
Gorbacev, però, nulla aveva di Andropov; nulla era rimasto in lui dell’Ottobre e di Lenin. La via che intraprese, segnata sempre più dall’emarginazione e dallo svuotamento di ruolo e di senso rivoluzionario del Pcus, dalla “liberalizzazione politica” con concessioni crescenti al fronte imperialista e alla sua concezione del mondo, spinse l’Urss “a uscire da destra” dalla propria “stagnazione”, sino alla crisi finale: le manovre del servo di Eltsin, subordinato all’imperialismo statunitense, l’autodissoluzione dell’Unione Sovietica stessa, il golpe autoritario con tanto di bombardamento del parlamento nel 1993, le elezioni truccate del 1996, ecc…
La causa principale del crollo dell’Urss è quindi di tipo politico: l’incapacità di garantire un adeguato ricambio del Partito e dell’organismo statale da esso controllato. Non c’è dubbio che sussistano importanti cause strutturali ulteriori (economiche, sociali, culturali, militari) riguardanti le problematiche e le contraddizioni profonde dell’Urss e che hanno favorito tendenze di crescente burocratizzazione e la permanenza di conflitti di classe interni alla società sovietica.
Questi fattori non sono però stati in ultima istanza decisivi per il controllo dell’Urss, che fino alla sciagurata “perestrojka” disponeva di fondamentali talmente solidi da non far sospettare nessuno in Occidente di un imminente crollo. La verità è che l’economia ha cominciato a precipitare solo dopo l’avvio delle riforme di Gorbacev, orientate in senso liquidazionista fin dagli esordi.
La lezione che occorre trarne è l’importanza di verificare con attenzione i vertici dirigenziali del Partito, lavorare strenuamente sulla formazione dei gruppi dirigenti e della base militante, prevedere forme eccezionali di controllo democratico dal basso per prevenire le più palesi degenerazioni provenienti da opportunisti o sabotatori.
Con la fine dell’Urss non accade ciò che i movimenti trockijsti e anche alcuni intellettuali marxisti italiani evocavano e ipotizzavano: una nuova fase rivoluzionaria in Russia di tipo “antiburocratico” e contraria al “capitalismo di Stato”. La scomparsa dell’Urss dal quadro internazionale libera invece gli “spiriti animali” dell’imperialismo, degli Usa, della Nato e del costituendo polo imperialista dell’Unione europea. Come agli occhi degli Usa, infatti, anche agli occhi del capitale transnazionale europeo, il mondo nuovo che si presenta dopo la scomparsa dell’Urss appare come un immenso mercato da conquistare, una sterminata arena selvaggia ove entrare per la conquista dei mercati.
A pagarne il prezzo più alto saranno gli ex cittadini sovietici: la povertà, la privatizzazione incontrollata e le diseguaglianze sociali dilagano. È noto come alla decolonizzazione politica dell’Africa e di buona parte del continente asiatico, non sia seguita una decolonizzazione economica. Gli Usa e gli alleati della Nato hanno costruito, dopo la Seconda guerra mondiale, un accordo organico per consolidare l’impero che si estendeva su quasi tutto il globo, con le significative eccezioni del blocco comunista. L’Europa orientale viene inghiottita nell’Ue e nella Nato, assoldata in funzione anti-russa. In Africa, America Latina e Asia dilagano, dopo l’autodissoluzione dell’Urss e ormai indisturbati, gli interventi del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e delle multinazionali occidentali, organizzati in cartelli e trust. L’imperialismo occidentale pratica, specie in quella prima fase post sovietica, una vasta alleanza transnazionale borghese le cui basi principali di potere si trovano negli Usa.
Sarà, peraltro, questo nuovo quadro internazionale e questa nuova esigenza di lottare per i mercati mondiali a spingere il capitale transnazionale europeo a velocizzare la costituzione dell’Unione europea. I progetti federali europei, che hanno trovato in Spinelli un illustre propagandista, sono stati costruiti dalla Cia e prima di loro da Hitler. Il nesso tra Nato (1949) e istituzioni europee (Ceca 1951, Cee 1957) era dato dalla progettualità di costruire un esercito europeo da affiancare a quello nordatlantico. Le istituzioni europee nascono, nella stessa progettualità di Spinelli, come organismi antisovietici e si rivelano pienamente antioperai con la svolta neoliberista degli anni ’80. Che il Pci abbia potuto dagli anni ’70 vedere in questa stessa struttura imperialista un avanzamento verso la democrazia, dimostra quanto siano profonde le origini della degenerazione del movimento comunista italiano. È bene, tuttavia, ricordare uno dei meriti di Togliatti nell’aver tenuto l’opposizione alla costruzione dell’Europa degli oligopoli, tenendo strettamente collegato il tema dell’imperialismo.
È sulla scorta di questo “affanno” storico che il Trattato di Maastricht – vero e proprio manifesto neoliberista – viene firmato il 7 febbraio del 1992, poche settimane dopo lo scioglimento dell’Urss.
Il capitale transnazionale europeo, per rivendicare una fetta maggiore nella spartizione imperialista dei mercati mondiali, sente immediatamente l’urgenza di dotarsi di un potere sovranazionale europeo volto a sostenere e proteggere una nuova accumulazione capitalistica, la propria libertà nel perseguire il profitto, una nuova strategia, al fine di conquistare i mercati, abbattendo il costo delle merci.
Ma come abbatte, storicamente, il grande capitale, il costo delle merci? Oltre che con la guerra e l’asservimento degli altri popoli, colpisce il proprio proletariato, abbassando i salari, i diritti e lo stato sociale. È ciò che il nuovo potere sovranazionale europeo, l’Unione europea al servizio del capitale transnazionale, si accinge a compiere attraverso quel lungo ciclo di politiche neoliberiste che giunge sino a noi e che distrugge gran parte del welfare europeo, abbattendo diritti, salari e stato sociale in tanti dei Paesi dell’Ue. Avviene in modo rilevante in Italia, dove i governi di centro-destra e centro-sinistra si alternano, sino all’attuale governo Meloni, con la stessa subordinazione codina, agli ordini liberisti di Bruxelles. Ed è sulla scorta di questo rilevamento della natura storica reazionaria e di classe dell’Ue che chiamiamo alla lotta le forze più avanzate del Paese, per uscire dall’Ue e dall’Euro, affinché l’Italia cessi di essere un vassallo del neoimperialismo europeo e del suo esercito subordinato alla Nato. Il nostro Paese e il nostro popolo riconquistino la loro sovranità e la loro indipendenza, scegliendo di far parte del mondo multipolare in costruzione.
Con la scomparsa dell’Urss, tuttavia, il quadro internazionale cambia radicalmente e tumultuosamente, passando dall’euforia imperialista e dal suo tentativo di ratifica della “fine della storia”, a un cambiamento epocale dei rapporti di forza tra fronte imperialista e antimperialista (Brics-plus) finalmente più favorevoli a questo secondo fronte.
Tesi n° 16 – Il socialismo dai caratteri cinesi
Asseriva Domenico Losurdo: “La guerra di posizione condotta dalla classe dirigente del Partito Comunista Cinese ha visto negli ultimi 40 anni di Riforme e Apertura – nel contesto del più grande sviluppo economico della storia dell’umanità – 800 milioni di cinesi affrancarsi dalla povertà, un fenomeno che è stato definito dalla Banca Mondiale come uno dei più grandi racconti della storia dell’umanità. Si tratta evidentemente di una lotta di classe che procede in direzione opposta rispetto a quella condotta in Occidente, dove assistiamo ad un processo inverso nel quale si determina un allargamento sempre maggiore della forbice sociale tra ricchi e poveri”.In questo stesso quadro delineato da Losurdo è possibile rintracciare il nucleo dell’intera, odierna, questione del “socialismo dai caratteri cinesi”.
Un successo, quello dello sviluppo economico cinese, già così storico e planetario che sembrano già remoti gli anni nei quali il “Washington consensus” (il liberismo totale occidentale) si offriva come unico modello, un modello oggi fortemente insidiato dal Beijing consensus, la proposta cinese segnata dal forte ruolo dello Stato nello sviluppo economico pianificato e nella costruzione sociale razionale. Un moto mondiale che, da solo, batte in breccia i tentativi volgari volti a far passare “il socialismo con caratteri cinesi” come il ritorno della Cina al capitalismo. Occorre ricordare, a partire da ciò, come gli stessi media Usa siano, con disappunto, costretti a riconoscere il ruolo “onnipresente” del Partito comunista cinese, il ruolo dell’economia statale in tutti settori strategici, dall’energia alle infrastrutture, dalle telecomunicazioni al sistema bancario e come, nei comunicati ufficiali cinesi, non si parli esplicitamente di “settore privato”, ma solamente di “economia non pubblica”, a sottolinearne la subordinazione. Ma, per una riflessione dal carattere marxista, materialista, la più possibile scientifica, è il caso di cercare alcune radici dell’attuale successo cinese. Così esordendo: con la scomparsa dell’Urss si liberano immediatamente gli spiriti animali dell’imperialismo e del capitalismo mondiale e il fronte imperialista minaccia il mondo, chiedendone la genuflessione e la sua trasformazione in un immenso mercato subordinato. Anche la Cina è nel mirino imperialista.
In questa stessa fase temporale nella Repubblica popolare cinese è in atto un duro scontro tra la corrente “riformista” del Partito comunista cinese, guidata da Hu Yaobang, e la maggioranza del Partito, guidato da Deng Xiaoping. Hu Yaobang mette in moto un movimento (“doppio cento”) che chiede una maggiore separazione tra Partito e Stato, che sfocia nella battaglia contro il Partito e nella negazione del progetto “denghista” del “socialismo dai caratteri cinesi”, inclinando la linea in senso antisocialista e filo statunitense. Un movimento neoliberale che sbocca nella lotta studentesca, egemonizzata dalle forze politiche e mediatiche dell’Occidente, del maggio 1989 in piazza Tienanmen, nella quale avanza la richiesta di una democrazia borghese di stampo nordamericano che, se conquistata, avrebbe decretato la morte del “socialismo dai caratteri cinesi” ancora in evoluzione e del socialismo cinese tout-court. Come avrebbe fatto mancare (in relazione a ciò che lo sviluppo pieno del progetto “denghista” avrebbe, nei decenni successivi, positivamente rappresentato sia per il popolo cinese che per i popoli in via di liberazione nel mondo) il pilastro fondamentale per la ricostruzione di quel fronte mondiale antimperialista (i Brics, ora Brics-plus) che invece, in un solo quindicennio dalla scomparsa dell’Urss, si sarebbe ripresentato sulle scene internazionali. Lo scontro tra il movimento di Piazza Tienanmen e la sua degenerazione liberale e la linea di Deng Xiaoping è fortunatamente vinto da quest’ultimo e dalla maggioranza del Partito comunista cinese.
Con la vittoria di Deng Xiaoping la svolta politica ed economica cinese diretta al “socialismo dai caratteri cinesi” s’invola. Prima con Deng, poi con Jang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping alla guida del Partito comunista cinese, lo sviluppo economico porta la Cina – da un’arretratezza delle forze produttive ancora segnata, alla fine della Rivoluzione Culturale e del suo sostanziale fallimento economico, persino da alcuni, profondi, caratteri feudali- a divenire, con gli Usa e ormai più degli Usa, la più grande economia del mondo.
A posteriori, non si può che affermare: se il Partito comunista cinese non avesse vinto a Tienanmen e non avesse potuto intraprendere la via del pieno sviluppo delle forze produttive anche attraverso la messa in campo delle “aree speciali”, la Cina (invece di dotarsi di una propria, possente, autonomia) sarebbe stata, con ogni probabilità, preda, nella fase mondiale iperliberista successiva alla caduta dell’Urss, delle forze imperialiste.
Ma che cos’è, nell’essenza, “il socialismo dai caratteri cinesi? Occorre, per capire, tracciare un parallelo tra questa esperienza socialista e la Nep di Lenin, un parallelo in grado di mettere in luce, della moderna Cina, le innovazioni – antidogmatiche, dunque, per la loro stessa natura di “forme” innovative – sui terreni dell’economia, della politica, della teoria, del pensiero e della prassi della trasformazione sociale e della transizione al socialismo, poiché è indubbio che il titanico sviluppo economico e sociale intrapreso e conquistato dalla Repubblica popolare cinese e dal Partito comunista cinese, dalla fase delle “Quattro Modernizzazioni” sino ad ora, si sia offerto quale immensa e solida base materiale per lo stesso sviluppo di un nuovo pensiero rivoluzionario generale, di un nuovo e denso pensiero per la trasformazione sociale. Quali sono le “categorie” leniniste e di attualizzazione leninista che la Cina socialista ha saputo, attualizzandole, mettere in campo? Sinteticamente:
-la concezione leninista dell’“uklad”, e cioè le “alture strategiche” dalle quali il partito comunista dirige e controlla lo sviluppo economico in cui operano le aree speciali neocapitaliste;
-il pieno ripristino dell’azione soggettiva e antipositivista nel processo storico (Lenin, Gramsci) e ciò in rapporto al rovesciamento del dogma secondo il quale la contrapposizione sarebbe secca: o socialismo o mercato;
-il superamento, nella prassi, dell’artificiosa dicotomia relativa alla “neutralità” o non “neutralità” delle forze produttive, dicotomia risolta, nell’esperienza del “socialismo con caratteri cinesi”, dal controllo del Partito comunista sulle stesse forze produttive;
– conseguentemente a ciò, una concezione del mercato come spazio economico e politico anch’esso funzionale al progetto di necessaria accumulazione originaria, imprescindibile per la transizione al socialismo, un mercato – dunque – pienamente assunto, nella prassi e nel pensiero, come forma storica non perenne ma dialettica, cavallo di Troia materiale per il socialismo;
– e altre categorie: come l’internazionalismo oggettivo (e soggettivo) che scaturisce dalla stessa potenza economica socialista, in grado di mettere in campo relazioni e grandi e positive sfere d’influenza sul piano mondiale, capaci di mutare i rapporti di forza internazionali in senso antimperialista; e, ancora, la vera e propria cancellazione della “cultura” piccolo borghese (ma tanto funzionale alla critica imperialista alla Cina socialista) tendente a mitizzare le antiche condizioni storiche sottoproduttive e le feroci condizioni dei lavoratori della fase che precede “il socialismo dai caratteri cinesi”(a cominciare da quelle contadine, durissime, precedenti lo sviluppo delle “Quattro Modernizzazioni”).
In sintesi: se il Partito comunista cinese, sulla scorta della lezione leninista della Nep, a partire dalla propria “creatività” teorica e politica e sulla scorta della lezione leninista delle “alture strategiche”, che altro non vuol dire che è il partito comunista d’avanguardia a guidare la lotta di classe (che è la stessa, necessitata e consapevole scelta delle “aree speciale” a mettere in campo, come hanno asserito gli ultimi due Congressi nazionali del Partito comunista cinese) e ad impedire che le aree neo capitaliste evocate al fine dell’accumulazione socialista possano aspirare alla presa del potere, se tutto ciò non fosse stato conquistato dai comunisti cinesi, non solo la Repubblica Popolare Cinese avrebbe avuto un destino molto incerto, ma lo stesso quadro internazionale, oggi favorevole al fronte anti imperialista, non si sarebbe configurato.
Tesi n° 17 – La via italiana al socialismo e la mutazione del Pci
Senza ripercorrere l’intera storia del Pci, vogliamo riflettere sul processo che ha condotto al suo scioglimento e alla sua trasformazione in Pds.
Nel ‘44 Togliatti è a Mosca dove concorda con Stalin la famosa “svolta di Salerno”, che porterà i comunisti a superare la pregiudiziale antimonarchica per costruire un governo di unità nazionale antifascista. Si tratta di un compromesso necessario alla fase; una svolta che ha ragioni puramente tattiche e contingenti.
Dopo la svolta di Salerno del ’44, Togliatti sviluppando la lezione gramsciana, lancia la formula della “via italiana al socialismo”, formulando il paradigma della possibile conquista democratica del potere attraverso la costruzione di una egemonia nella società. La scelta di una via democratica al socialismo viene considerata da Togliatti (che pure mai abbandonò la centrale concezione della “forzatura delle compatibilità comuniste” volta alla rottura dello status quo democratico-borghese come una questione non solo transitoria, ma di lungo periodo) come una questione strategica, e non puramente tattica.
Il principio, teorico e politico, delle vie nazionali al socialismo condensa due assunti centrali: il nodo teorico, propriamente leniniano, dell’aderenza alle caratteristiche e alle peculiarità nazionali nell’avanzamento del processo di trasformazione della società in senso socialista e nell’impostazione delle caratteristiche della transizione al socialismo; e lo scenario internazionale, caratterizzato dal XX Congresso del PCUS, dall’inaugurazione del dissidio sovietico-cinese e dai fatti di Ungheria.
Nella Relazione di Togliatti al Comitato Centrale del Pci (24 giugno 1956), in preparazione dell’VIII Congresso, sono enucleati in maniera approfonditi i tratti della linea politica del partito: «Noi, marxisti, abbiamo dato prova di saper fare i conti non solo con la realtà politica, ma con le correnti tradizionali del pensiero italiano». Quindi, per quanto problematica e, per diversi aspetti, ambivalente, la caratterizzazione della democrazia di tipo nuovo: «Il metodo democratico, nella lotta per il socialismo e nell’avanzata verso di esso, acquista oggi quel rilievo che nel passato non poté sempre avere. Si possono, cioè, ottenere determinati e grandi risultati nella marcia verso il socialismo senza abbandonare questo metodo democratico». Quindi, la conferma dell’ancoraggio essenziale all’Unione Sovietica e al campo socialista: «Non vi è dubbio, per noi, che l’Unione Sovietica rimane il primo grande modello storico di conquista del potere da parte della classe operaia e di utilizzazione del potere, nel modo più energico e più effettivo, per riuscire, spazzate le resistenze della borghesia e delle altre classi reazionarie, respinti i tentativi di intervento provenienti dall’estero, ad accingersi al compito di costruire una economia e una società nuove e ad assolvere questo compito».
Infine, in questa cornice, l’opzione delle vie nazionali e dei diversi percorsi verso il socialismo: «L’esperienza compiuta nella costruzione di una società socialista nell’Unione Sovietica non può contenere direttive per risolvere tutte le questioni che si possono presentare oggi a noi e ai comunisti di altri paesi […]. Si creano così diversi punti o centri di orientamento e di sviluppo. Si crea […] un sistema policentrico, corrispondente alla situazione nuova, al mutamento delle strutture del mondo e delle strutture stesse dei movimenti operai, e a questo sistema corrispondono anche nuove forme di relazioni tra i partiti comunisti. La soluzione, che oggi, probabilmente, più corrisponde a questa situazione nuova, può essere quella della piena autonomia dei singoli movimenti e partiti comunisti e dei rapporti bilaterali tra di essi, allo scopo di creare una completa, reciproca comprensione e una completa, reciproca fiducia, condizioni per una collaborazione e condizioni per dare unità allo stesso movimento comunista e a tutto il movimento progressivo della classe operaia. Un sistema simile è probabilmente anche quello che può permettere […] di affrontare e risolvere in modo nuovo le questioni dell’avvicinamento tra diversi settori del movimento operaio, della comprensione, della fiducia, dell’intesa ed eventualmente dell’accordo tra tutti i partiti che lavorino per delle trasformazioni socialiste del mondo».
Si viene così configurando un altro contributo rilevantissimo della elaborazione di Togliatti e del gruppo dirigente del partito in quegli anni, vale a dire il principio del multilateralismo e del policentrismo sia in relazione all’approccio al mutato scenario internazionale (elemento fondamentale dell’iniziativa dei comunisti e delle comuniste italiane per un rinnovato sistema di relazioni internazionali e per una rinnovata mobilitazione nel senso della lotta contro l’imperialismo e per la pace), sia in relazione ai rapporti interni al campo socialista, informati al principio dell’unità e dell’autonomia delle forze comuniste. In questo quadro, nella elaborazione prodotta dal X Congresso del Pci (2-8 dicembre 1962), parte non secondaria della riflessione di Togliatti è dedicata al movimento comunista e antimperialista internazionale: i movimenti di liberazione dal colonialismo; l’esperienza storica della rivoluzione socialista a Cuba; le nuove questioni aperte tra i comunisti europei e i comunisti cinesi e tra Unione Sovietica e Cina e Unione Sovietica e Jugoslavia; il principio della coesistenza pacifica e il rilancio della lotta per la pace e contro la minaccia nucleare.
Esito profondo di questa elaborazione è, senza dubbio, il Memoriale di Yalta (Promemoria sulle questioni del movimento operaio internazionale e della sua unità, 1964), nel quale sono ulteriormente precisate le due questioni chiave della direzione politica togliattiana: le vie nazionali e il policentrismo. Quanto alle prime, «una più profonda riflessione sul tema della possibilità di una via pacifica di accesso al socialismo ci porta a precisare che cosa noi intendiamo per democrazia in uno Stato borghese, come si possano allargare i confini della libertà e delle istituzioni democratiche e quali siano le forme più efficaci di partecipazione delle masse operaie e lavoratrici alla vita economica e politica. Sorge così la questione della possibilità di conquista di posizioni di potere, da parte delle classi lavoratrici, nell’ambito di uno Stato che non ha cambiato la sua natura di Stato borghese e quindi se sia possibile la lotta per una progressiva trasformazione di questa natura».
Essa presuppone, come sempre nell’elaborazione togliattiana, l’approfondimento della egemonia nella società: «Ciò richiede che noi non contrapponiamo in modo astratto le nostre concezioni alle tendenze e correnti di diversa natura; ma apriamo un dialogo con queste correnti e attraverso di esso ci sforziamo di approfondire i temi della cultura, quali essi oggi si presentano. Non tutti coloro che, nei diversi campi della cultura, nella filosofia, nelle scienze storiche e sociali, sono oggi lontani da noi, sono nostri nemici o agenti del nostro nemico. È la comprensione reciproca, conquistata con un continuo dibattito, che ci dà autorità e prestigio, e nello stesso tempo ci consente di smascherare i veri nemici, i falsi pensatori, i ciarlatani della espressione artistica e così via». Quanto alla grande questione dell’articolazione del movimento comunista internazionale e del policentrismo, basata sul principio della unità nella diversità: «L’unità di tutte le forze socialiste in un’azione comune, anche al di sopra delle divergenze ideologiche, contro i gruppi più reazionari dell’imperialismo, è un’imprescindibile necessità»; e, al tempo stesso, «occorre ai comunisti avere molto coraggio politico, superare ogni forma di dogmatismo, affrontare e risolvere problemi nuovi in modo nuovo, usare metodi di lavoro adatti all’ambiente politico e sociale in cui si compiono continue e rapide trasformazioni».
Per l’impegno e la lotta dei comunisti e delle comuniste in Italia, così come per alimentare e arricchire la riserva di forza teorica e di esperienza concreta del movimento comunista internazionale, la vicenda, teorica e politica, della direzione di Togliatti, segretario del Partito Comunista d’Italia, nella sua prima configurazione, e poi, nell’Italia della liberazione e della ricostruzione, del Partito Comunista Italiano, nella lunga stagione storica che va dal 1927 al 1964, prima e dopo la guerra mondiale, attraverso le prove della dittatura e della ricostruzione democratica, di fronte ai problemi nuovi della contrapposizione bipolare, dell’avanzata del socialismo e di nuovi movimenti di liberazione dei popoli, resta una eredità prospettica, di grande spessore e di vasta portata che va continuata ad essere studiata criticamente e con rispetto.
In essa, i comunisti e le comuniste del nostro tempo, in particolare in Italia, riconoscono entrambi gli aspetti: ora l’originale e innovativo orientamento di linea, sia in termini di impostazione generale, sia di ordine strategico e tattico, che ha consentito alle forze organizzate del movimento operaio di diventare una forza grande, incisiva e di massa nel panorama politico e sociale del nostro paese (tra il 1946 e il 1956 il Pci supera costantemente i due milioni di iscritti); ora le problematiche e i limiti intrinseci di una impostazione che, nel quadro politico segnato dal vincolo esterno (la collocazione internazionale dell’Italia, l’appartenenza al mercato europeo e occidentale, l’aderenza alla Nato e al Patto Atlantico) e condizionato dall’effettivo potere della borghesia nel quadro dei capitalismo nazionale, non ha potuto sviluppare in tutta la sua pienezza l’intuizione di una via nazionale e democratica alla trasformazione in senso socialista della società e dello stato.
Rimane ciononostante aperto, nel percorso intrapreso da Togliatti, il problema di coniugare l’espansione di un grande partito di massa con l’avvicendamento di un adeguato gruppo dirigente capace di rimanere nel solco della tradizione rivoluzionaria delle origini.
Per molti motivi era oggettivamente difficile che la Resistenza potesse sfociare in una rivoluzione socialista: anzitutto per la presenza in Italia delle truppe anglo-americane, poi per gli equilibri definiti a Yalta, infine per la spaccatura oggettiva del Paese, in cui il movimento partigiano si era fortemente sviluppato al centro nord e meno nel Sud, una spaccatura che si sarebbe rivelata anche nell’esito del referendum tra monarchia e repubblica.
Nel gruppo dirigente e nel partito è anche presente il concetto di “democrazia progressiva” che fu elaborato da Curiel poco prima della sua morte, che poneva meno in primo piano il terreno elettorale/ istituzionale, pur non sottovalutandolo, ma che accentuava il ruolo di una forte spinta del conflitto sociale per innestare un percorso di riforme strutturali. Lo stesso compromesso realizzato con la Costituzione repubblicana poteva essere considerato come una porta aperta a modifiche profonde in senso socialista dell’assetto statuale (naturalmente solo in presenza di una forte spinta di massa), non solo per i diritti sociali evocati e solo parzialmente realizzati, ma anche per la previsione di un intervento pubblico nell’economia in sostituzione di quello privato ove quest’ultimo non fosse in grado di assicurare l’interesse collettivo. Non stupiscono quindi i molteplici attacchi alla Carta sferrati nella stagione neoliberista.
Comunque l’impostazione di Togliatti di accettare un percorso costituente democratico condiviso con gli altri partiti antifascisti manteneva ferma la questione della collocazione dell’Italia fuori dalle strutture imperialiste (Nato e Cee), proponendo politiche economiche pubbliche per affermare realmente la sovranità popolare e nazionale. È una posizione che, considerato il contesto, si può considerare quella di un “riformismo rivoluzionario”, specie per un paese posto sotto l’egida degli Usa.
Era una strategia praticabile per avviare, in Italia, un percorso di uscita dal capitalismo e apertura di un processo socialista? È difficile ragionare con i se e con i ma, però alcuni processi rivoluzionari che si sono aperti negli ultimi decenni, avvalorano questa possibilità, in particolare in America Latina, ma recentemente anche nello Sri Lanka.
Questi processi sono iniziati da vittorie elettorali che hanno posto al governo Partiti comunisti o rivoluzionari, avendo, ovviamente, alla loro base una forte egemonia sociale ed una grande spinta al cambiamento, citiamo come esempio il caso del Venezuela di Chavez.
Ma, naturalmente, questo non è che il primo passo, che si deve essere capaci di consolidare e rafforzare difendendolo dagli attacchi e dalle aggressioni dell’imperialismo.
Quindi si deve procedere sviluppando le lotte sociali e le battaglie per difendere ed estendere la democrazia, e attraverso la loro traduzione in leggi, diritti e conquiste per i lavoratori e i ceti popolari, porre in atto quel processo di cambiamento che nel Pci del dopoguerra fu definito, appunto, di Democrazia Progressiva che, passo dopo passo, deve forzare e superare i limiti del sistema capitalista.
Nel dopoguerra, in Italia, le lotte non mancarono: nelle fabbriche, con l’occupazione delle terre e le lotte dei braccianti, con le battaglie in difesa della democrazia, come quella contro la “legge truffa”. Questo conflitto sociale, nel corso degli anni, si rispecchiava anche con avanzamenti sul terreno elettorale e dentro le istituzioni.
Con il passare degli anni l’ala più esplicitamente moderata del Pci, che aveva tra i suoi massimi dirigenti Giorgio Napolitano, spinse sempre più verso una linea generale dal carattere “istituzionalista” che sfociava, inevitabilmente, nel congelamento del conflitto di classe.
Inoltre per tutti i primi 25 anni del dopoguerra le componenti operaie e partigiane, che avevano lottato contro il fascismo nelle fabbriche e nella Resistenza, erano molto forti e rappresentate, ai vari livelli, nel Partito.
Fino alla fine degli anni ‘60 le posizioni politiche del Pci, almeno per quanto riguarda le questioni fondamentali, sostanzialmente non cambiano: su temi come l’imperialismo, l’internazionalismo, la questione della Nato, le critiche alla socialdemocrazia – sia in Italia, criticando l’illusione del PSI di “entrare nella stanza dei bottoni” – sia in generale, riferendosi all’internazionale socialista, ecc.
A seguito delle grandi lotte che esplosero nel ‘68 e nel ‘69, nei primi anni ‘70, si concretizzarono delle conquiste sociali che avevano grandi implicazioni sul piano politico e che si potevano collocare e intendere come passaggi iniziali di quel processo di “democrazia progressiva” che, però, per andare oltre, avrebbero richiesto il sostegno di un governo orientato al cambiamento sociale.
C’era lo spazio per costruire un “blocco storico”: non solo con il Pci e le altre forze di sinistra, ma anche con settori del cattolicesimo sociale che non si riconoscevano nella Dc, con i movimenti giovanili e studenteschi, con parti consistenti di piccola e media borghesia che aderivano alla prospettiva ed alla necessità di un cambiamento sociale, con settori ampi di intellettuali ecc.
Si ottengono in quegli anni grandi riforme “vere”, come quella del Sistema Sanitario Nazionale, quelle della scuola, lo Statuto dei Lavoratori, la scala mobile, la legge di “equo canone”, il nuovo diritto di famiglia, e le vittorie referendarie su divorzio e aborto.
Ma, in quegli anni, il grande e positivo avanzamento del Pci nelle istituzioni amministrative, Regioni, Comuni e Province, determinava al suo interno la crescita del peso e del potere della componente degli “amministratori” che non solo erano più propensi alla logica dei “compromessi” ma tendevano a incentrare l’azione del partito sul piano prettamente istituzionale ed elettorale.
La composizione sociale dei gruppi dirigenti e dei gruppi istituzionali si modifica, riducendo il peso degli operai e dei lavoratori, mentre si allarga la rappresentanza di altri ceti e figure sociali.
Cresceva il peso del settore delle cooperative nei gruppi dirigenti e nelle rappresentanze istituzionali.
Le cooperative, nate dalla metà Ottocento, erano state uno strumento importante nel miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, garantendo assicurazioni contro l’invalidità e la vecchiaia; offrendo case accessibili per i lavoratori; le cooperative agricole, raccordate alle cooperative della distribuzione, avevano creato nell’arco di un secolo una sorta di mercato parallelo, meno legato alle logiche imprenditoriali capitalistiche.
Negli anni ‘70 questo circuito alternativo era divenuto un colosso economico sempre più incontrollabile, con enormi giri di capitali, gestiti da persone sempre più distanti da quella base sociale che, con grandi sacrifici, l’aveva creato. Queste componenti spingevano per un’omologazione del Pci nel sistema, approdando ad un “moderno” riformismo socialdemocratico. In alcune regioni “rosse”, prima fra tutte l’Emilia Romagna, queste due componenti già negli anni ‘70 dominavano ampiamente il Partito.
Anche nel sindacato, nella Cgil, avanzava il peso della componente migliorista: come si evidenziò nella lotta dei cento giorni alla Fiat (1980), in cui Berlinguer si espose personalmente ritrovandosi isolato, senza un impegno adeguato della Cgil, incassando una grave sconfitta. Situazione che si ripropose in occasione del referendum sulla scala mobile, sostenuto dal Pci, con la Cgil collocata in una posizione ambigua e passiva che contribuì a determinare un’altra grave sconfitta, giunta anche a seguito della morte di Berlinguer, che tanto si era speso -seppur fortemente ostacolato dall’ormai ponderosa ala socialdemocratica interna- in quella battaglia referendaria, la cui sconfitta fu il primo passo verso lo smantellamento completo del meccanismo di difesa dei salari dall’inflazione.
Queste trasformazioni nella composizione sociale del Pci, in particolare dei gruppi dirigenti e delle rappresentanze istituzionali, portò nel corso degli anni ’70, e ancora di più negli anni ’80, ad un cambiamento profondo delle posizioni che lo avevano storicamente caratterizzato.
Sul piano internazionale si passò dalla contrarietà alla Nato alla sua accettazione, fino a dichiarare la positività dell’ombrello protettivo del Patto Atlantico, questo nonostante il colpo di stato in Cile, operato dagli Usa, e nonostante il coinvolgimento di strutture della Nato e della Cia nelle stragi terroristiche avvenute nell’ambito della “strategia della tensione”.
Si arrivò ad un avvicinamento, sul piano internazionale, ai partiti socialdemocratici, che vennero messi sullo stesso piano dei partiti comunisti e dei movimenti di liberazione, dichiarando superato il “vecchio” concetto di internazionalismo.
La vera natura dei partiti socialdemocratici e la loro organicità al sistema capitalistico sono emerse chiaramente dopo la caduta dell’Urss: da quel momento queste forze hanno abbandonato ogni velleità di riforma del capitalismo, abbracciando e gestendo politiche interne neoliberiste e partecipando attivamente a tutte le guerre imperialiste.
Porre sullo stesso piano i partiti comunisti, i movimenti di liberazione nazionale ed i partiti socialdemocratici era un segnale del processo che la componente migliorista tentava di imprimere al Partito; un processo che vari suoi componenti non esitavano a dichiarare indirizzato verso un ingresso del Pci nell’Internazionale socialista.
Anche il “compromesso storico”, proposto da Berlinguer dopo il colpo di Stato reazionario e fascista in Cile del 1973 e l’assassinio del Presidente Salvador Allende, si inseriva in questo percorso di involuzione che si cercava di imprimere al Pci. Una politica, questa del compromesso storico, della quale lo stesso Berlinguer, poco prima di morire, riconobbe le profonde contraddizioni che aprì nel Partito e nel movimento operaio e ne evidenziò i limiti e le difficili problematiche e dunque da abbandonare, riproponendo la prospettiva dell’Alternativa.
Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, presidente della Dc, gestito dalle Brigate Rosse ma in realtà, come recenti indagini hanno dimostrato, orchestrato dalla Cia e da Gladio sotto la supervisione di Henry Kissinger, diedero il colpo mortale alla politica del compromesso storico, che gli Usa e i poteri atlantici contrastarono in tutti i modi, considerandola una minaccia per gli assetti di potere globale.
Tuttavia, pur mettendo in evidenza le contraddizioni e gli errori commessi (che certamente parteciparono a quel processo di mutazione del Pci che portò alla “Bolognina”)non si può dimenticare che il Pci a cavallo della metà degli anni ’70, nel 1975 e nel 1976, raggiunse i suoi massimi risultati elettorali e più di un terzo degli italiani votava Comunista, mentre nelle elezioni europee del 1984 addirittura divenne per la prima ed unica volta il primo partito italiano, a seguito della lotta guidata da Enrico Berlinguer contro l’abolizione della scala mobile.
Ma il compromesso storico, che non trovò alcuno sbocco sul piano politico nazionale e di governo, trovò invece più ampia applicazione sul piano delle amministrazioni locali. Anche questo connubio del Pci con la Dc contribuì ad alimentare le tendenze che portarono al suo snaturamento.
Il partito non recepì lo stimolo della riproposizione della politica di alternativa, ormai era andato troppo oltre sulla strada della sua omologazione al sistema. Pochissimi anni dopo la morte di Berlinguer, prendendo spunto dal crollo dell’Urss, si concretizzò il compimento del processo di scioglimento del Pci e della sua trasformazione in Pds, che andò ben oltre una sua connotazione socialdemocratica, verso una nuova natura semplicemente “democratica” in salsa liberale, fino ad assumere a modello e riferimento internazionale il Partito democratico Usa.
È significativo che Walter Veltroni, che si iscriveva nel 1970 al Pci, abbia dichiarato di “non essere mai stato comunista”. Come Veltroni tanti altri “non comunisti” già dai primi anni ‘70 si iscrissero al Pci e contribuirono ad alimentare e rafforzare il processo che porterà allo scioglimento del partito.
Tutto questo aiuta a capire perché la grande maggioranza del gruppo dirigente nazionale del Pci aderì e sostenne il suo scioglimento, e con esso la larghissima maggioranza dei dirigenti ai vari livelli, dei rappresentanti istituzionali, dei dirigenti della Lega delle Cooperative e anche della Cgil.
Sul piano politico, la componente che, per prima e più di tutte, sostenne la trasformazione del Pci in un partito omologato al sistema capitalistico fu quella dei “miglioristi”, ma il segretario del Pci che gestì e attuò il suo scioglimento fu Achille Occhetto, che non era un migliorista, ma arrivava dall’area “ingraiana”, cioè da quelli che avrebbero dovuto essere gli “innovatori” del comunismo italiano.
In sostanza tutte le componenti politiche dell’ultimo Pci, escluse quelle che diedero vita al Prc, avallarono il suo scioglimento. Questo fatto dimostra inequivocabilmente quanto profondamente nei gruppi dirigenti e negli apparati del Pci fosse ormai penetrata, e fosse largamente egemone, un’ideologia e una concezione politica non più comuniste.
Questo processo non poteva essere realizzato in pochi mesi o anni.
Un partito come il Pci, che aveva guidato la lotta clandestina al fascismo e la Resistenza, che aveva consolidato una forte e radicata identità comunista, che seppe reggere anche alle sanguinose repressioni del dopoguerra, ai licenziamenti politici degli anni ‘50, al terrorismo di stato delle stragi, un partito che aveva saputo realizzare, con le lotte e con il sangue, grandi conquiste per i lavoratori e per il progresso sociale, che aveva saputo costruire una ampia egemonia politica nella società italiana, non poteva ribaltare completamente la propria natura e la propria identità dall’oggi al domani, se non come epilogo di un processo durato molti anni, un processo inizialmente marginale, non evidente, ma sempre più ampio ed esteso che, conquistando casamatta dopo casamatta arrivò, alla fine degli anni ‘80, a trasformare quello che era stato il Partito comunista italiano nel suo contrario.
L’esperienza storica dei comunisti ci ha insegnato che il sistema capitalistico attua varie forme di interventi per contrastare la nostra azione politica e per distruggere completamente la presenza del Partito comunista. In questo senso non esita ad usare la repressione, anche violenta, come, per restare al nostro paese, nel periodo delle stragi e del terrorismo.
Siamo consapevoli dei meccanismi del totalitarismo “liberale”, ossia del completo asservimento di tutti i grandi media al sistema sociale e politico, con la cancellazione delle voci discordanti.
Ma esiste un altro aspetto fondamentale su cui ragionare per chi si oppone al “sistema”: quello della corruzione dei gruppi dirigenti e degli eletti dei Partiti comunisti nelle istituzioni.
Non parliamo solo di chi cambia casacca davanti a un ricatto o a una valigetta colma di denaro, ma di quell’opera molto più sottile che si sviluppa dal fatto che chi viene eletto in parlamento, nelle regioni ecc. acquisisce uno status, non solo economico, che tende a distaccarlo dalla realtà sociale che dovrebbe rappresentare in quanto comunista, e tende a inserirlo in un ambiente elitario che può risultare attrattivo e corruttivo.
Se guardiamo al caso più recente, quello di Rifondazione comunista, tale situazione si è verificata per la schiera degli allora “giovani dirigenti del Prc”, che dovevano essere i “rifondatori” del comunismo: eletti in parlamento o nelle regioni, molti non ne sono più usciti, anche grazie alle più “audaci” giravolte politiche.
Per contrastare questo fenomeno possiamo guardare alle esperienze positive del Pci precedente alla sua involuzione; nel Pci non solo si garantiva una consistente presenza di lavoratori e lavoratrici nelle rappresentanze istituzionali, ma la quota che l’eletto teneva per sé era rapportata allo stipendio di un operaio qualificato. Per di più, nel Pci veniva già praticato il limite dei due mandati.
Ci sono poi anche altre ragioni che spiegano la degenerazione del Pci.
Un errore strategico importante nella concreta interpretazione della “via italiana al socialismo” è stato accettare il compromesso sempre meno finalizzato all’avanzamento dell’organizzazione politica e del consenso sociale in un’ottica rivoluzionaria; il compromesso è diventato accettabile anche solo per ottenere un avanzamento elettorale, perfino con manovre indigeste per la classe operaia.
Qui sta l’essenza di una concezione parlamentaristica che si è allontanata sempre più dai princìpi fondamentali dell’insegnamento marxista e leninista su un uso corretto del parlamentarismo: la presenza e l’attività parlamentare/istituzionale deve essere funzionale alla linea di classe rivoluzionaria, e non il contrario.
Ci sembra calzante l’affermazione di Lukàcs per cui i dirigenti italiani hanno, da un certo punto in poi, invertito, confuso, scambiato la tattica con la strategia, cedendo un pilastro dopo l’altro.
Il fallimento del Pci si può leggere anche in questa maniera: il tentativo fallito di aprirsi socialmente ed elettoralmente al “centro” e ai ceti medi, ma senza riuscire a costruire su di essi una egemonia politica, bensì finendo per introiettare nel partito la loro egemonia.
In ultima istanza, l’analisi della storia del Pci mostra l’importanza del problema non solo dell’acquisizione, ma anche del mantenimento della “coscienza di classe”: un problema che assume una nuova centralità per chiunque intenda, oggi, partecipare alla ricostruzione del movimento comunista in Italia e più in generale in Occidente.
Un assunto rimane ineludibile: non può esserci in Italia una rivoluzione politica prima di aver ricostruito un adeguato Partito comunista capace di tener conto degli insegnamenti storici che ci derivano dalla esperienza e dallo scioglimento del Pci.
Parte V – Teoria e prassi
Tesi n° 18 – Diritti sociali e diritti civili
Vi è un rapporto dialettico, di consequenzialità e contraddizione, tra diritti civili e diritti sociali, che va messo attentamente a fuoco, non solo perché partecipa alla definizione di una concezione materialistica generale della storia, della politica e della lotta di classe, ma anche per battere quelle errate posizioni che liquidano pregiudizialmente il tema dei diritti civili come “borghese”. Posizioni che oggi segnano di sé non solo la destra reazionaria e vaste aree populiste ma persino alcune aree di “sinistra” e già “comuniste”, dimentiche della dialettica della trasformazione sociale.
Nonostante il tema offra spunti antichi, focalizziamo il rapporto di causa ed effetto tra le rivoluzioni industriali borghesi e i diritti civili. Sono Marx ed Engels che ne Il Manifesto del partito comunista, riconoscono la funzione rivoluzionaria della borghesia nel distruggere le catene del feudalesimo.
Il prosieguo della storia, dopo l’avvento della borghesia e il vasto potere planetario del capitale, avrebbe a tutti insegnato che le libertà individuali prodotte dalla borghesia sarebbero state, sì, funzionali alla libertà del capitale e della sua accumulazione, ma avrebbero intanto, e appunto dialetticamente, messo in campo storicamente e su vasta scala la novità dei diritti civili.
Tuttavia, è con gli occhi del materialismo marxiano che va letto il rapporto dialettico tra diritti civili e sociali. L’Illuminismo borghese portò ad una vasta diffusione tra i popoli delle idee di libertà, uguaglianza e diritti naturali, segnando di sé le rivoluzioni americana e francese. Storiche “carte” come la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (1776) e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) affermarono, seppur con molte contraddizioni pratiche, i diritti civili, individuali e politici.
Il movimento delle suffragette, volto a conquistare per le donne il diritto al voto apparve in piena rivoluzione industriale e fece sentire il suo peso in tutto l’Occidente dalla metà del XIX secolo agli anni ’20 del ‘900. Oltre ad un femminismo “liberale”, fermo alla rivendicazione del diritto di voto, di sviluppa un femminismo “sociale” che si salda lentamente con il movimento marxista, rivendicando l’istruzione pubblica, il welfare, l’uguaglianza razziale e di genere, condannando le discriminazioni omofobe e sessuali.
Sulla scorta della “legittimazione” storica della lotta per i diritti civili, grandi ondate volte alla trasformazione sociale si alzarono in varie aree del mondo: negli anni ’50 del XIX secolo il movimento per i diritti civili in India, più avanti guidato dal Mahatma Gandhi, si trasformò in una disobbedienza civile di massa che portò all’indipendenza dell’India dal dominio britannico.
Sempre negli anni ’50 un grande movimento per i diritti civili si sviluppò negli Usa. Tale movimento, spinto dalla condizione di oppressione violenta della popolazione afroamericana, puntava a porre fine alla discriminazione nei confronti dei neri, ancora in quella fase e tuttora in vigore nonostante la schiavitù fosse già stata abolita nel Paese.
In Sud Africa, il movimento per i diritti civili, guidato da Nelson Mandela sin dagli anni ’40, attraverso lunghissime lotte ed inauditi sacrifici della popolazione sudafricana nera e dei comunisti sudafricani, giunse alla vittoria contro l’apartheid soltanto nel 1994.
In Irlanda del Nord temporalmente lunghissima (iniziata negli anni ’60 e proseguita per decenni) è stata la lotta per i diritti civili volta ad abbattere quel “gerrymandering” violentemente discriminatorio che sfavoriva i cattolici e favoriva i protestanti, sia nella vita sociale che nelle elezioni.
Tutte queste lotte, da quelle delle suffragette inglesi sino a quelle dei cattolici irlandesi, passando per l’India dell’Indipendenza, degli Usa e del Sud Africa delle lotte contro il razzismo, passando per il grande movimento generale per la liberazione delle donne e, in Italia, attraverso la conquista della legge per l’aborto e per il divorzio, non hanno portato al socialismo, ma hanno, sì, cambiato in meglio la vita di centinaia di milioni di esseri umani, uomini e donne.
Ciò per rimarcare, come già avevano affermato Marx ed Engels ne Il Manifesto, la potenza liberatrice liberale della borghesia nei confronti del vecchio mondo oppressivo e feudale.
Sarà, certo, lo stesso Marx, a mettere a fuoco la differenza di classe tra la liberazione liberale attraverso la conquista dei diritti civili e la liberazione del proletariato e dell’intera umanità attraverso la conquista totale dei diritti sociali, prodromica al superamento dei rapporti di produzione capitalistici e alla dittatura economica, politica e culturale della borghesia.
È ad esempio il Marx de La guerra civile in Francia (1871), a stabilire la netta differenza tra la Rivoluzione francese illuminista e borghese dei diritti civili del 1789 e la Comune di Parigi, Rivoluzione dei diritti sociali. Una rivoluzione che parla di autogoverno dei lavoratori, lo Stato borghese come strumento di oppressione di classe e il governo della Comune di Parigi come abbattimento e superamento storico di tale forma statuale; la centralità della classe operaia come classe di avanguardia del processo rivoluzionario. Queste le questioni messe a fuoco da Marx nel suo studio sulla Comune di Parigi.
Ciò che, dunque, ci consegnano sia la storia che il pensiero materialista, marxista e rivoluzionario è che, seppure vi sia una gerarchia di valori rivoluzionari tra diritti civili e diritti sociali (con questi ultimi predominanti e capaci di segnare la storia e la reale trasformazione sociale), tuttavia i comunisti debbono saper stabilire, tra diritti civili e sociali, un rapporto dialettico.
E ciò va con ancor più forza affermato di fronte ad alcune degenerazioni ideologiche, di carattere opportunista, presentatesi nelle ultime fasi in Italia, attraverso le quali degenerazioni si tende a cancellare, sino alla demonizzazione, il valore dei diritti civili.
I comunisti italiani sanno bene come negli ultimi decenni, nel loro Paese, una vasta “sinistra” moderata, interclassista, filocapitalista e filoimperialista, abbia decentrato, sino alla cancellazione, il cardine ideologico e politico della lotta di classe, aprendo conseguentemente, nel proprio pensiero politico e nella propria prassi, un immenso vuoto, colmato con un’enfatizzazione, dal carattere idealista, dei diritti civili.
Questo è ciò che oggettivamente è accaduto. Se tuttavia, al fine di ricollocare al centro la lotta di classe e colmare il vuoto prodotto dalla “sinistra” moderata, si rimuovessero e demonizzassero i diritti civili, cadremmo nell’estremo opposto: un rovesciamento concettuale e politico contrario e speculare a quello della “sinistra” liberale. I comunisti debbono invece riconoscere e praticare la centralità del conflitto capitale/lavoro, riconoscere la priorità dei diritti sociali coniugandoli ai diritti civili, per costruire già nella prassi la società socialista.
Tesi n° 19 – Ambiente, sanità e le diverse forme della lotta di classe
Il concetto cardine della lotta di classe si fonda sul conflitto strutturale tra capitale e lavoro, ossia tra borghesia e proletariato. Questa lotta viene svolta attivamente dalle avanguardie politiche borghesi, mentre non sempre il proletariato riesce a rispondere con adeguata prontezza. Per questo è importante affermare come criterio guida che per un proletario deve essere prevalente l’interesse per la propria classe di appartenenza, e che è utilizzabile ogni mezzo utile per l’avanzamento della coscienza politica dei lavoratori. La lotta di classe non si gioca su ricette prestabilite, né su sentieri tracciati una volta e per sempre. Si è già ricordata la natura antidogmatica del materialismo dialettico.
Non poca parte della sinistra odierna non comprende la profonda complessità della lotta di classe, la quale non è scomponibile solo sulla tripartizione economia-politica-cultura, ma anche sulla capacità di individuare e dare una risposta ad ogni forma di oppressione mantenendo un’ottica olistica (di totalità del reale). In tal senso in ogni sfera della vita sociale si possono delineare politiche progressiste o reazionarie dal punto di vista della classe oppressa.
Nel capitalismo la lotta di classe si manifesta sotto forme sempre più diffuse, trasversali e apparentemente “settoriali”: vertenze sanitarie, battaglie ambientali, mobilitazioni territoriali, lotte per i diritti delle comunità locali. Queste lotte, se analizzate con attenzione, si rivelano espressioni oggettive del conflitto di classe tra capitale e Lavoro, tra l’interesse generale dei monopoli e i bisogni concreti delle masse popolari. Ambiente e sanità, lungi dall’essere temi “neutri” o “tecnici”, sono due dei principali terreni di scontro tra logica del profitto e diritto alla vita, due dimensioni in cui la barbarie capitalista mostra la propria incompatibilità con le esigenze fondamentali dell’umanità.
Una parte, non la totalità anzi una minoranza, della comunità scientifica internazionale considera che i sempre più frequenti disastri ambientali siano dovuti al crescente saccheggio perpetrato dall’attuale sistema economico, per il quale la legge del profitto viene prima del rispetto della natura e dell’ambiente. In questa ottica la distruzione degli ecosistemi, il cambiamento climatico, la privatizzazione delle risorse naturali (acqua, aria, suolo, energia) non sarebbero fenomeni accidentali o esiti di “errori di gestione”, ma conseguenze dirette del modo di produzione capitalistico neoliberista, fondato sull’accumulazione illimitata e sulla mercificazione di ogni aspetto della natura.
Gran parte della sinistra, anche quella di classe, segue questo paradigma, presentando risposte più o meno moderate o radicali, che comunque raramente arrivano a mettere in discussione i pilastri della società capitalistica. Un’altra parte della comunità scientifica, pur negando il ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico, ne riconosce l’impatto per la devastazione del territorio, per l’aumento dell’inquinamento e la scarsa qualità dell’aria, con conseguenze evidenti per la tutela della salute di chi è costretto a vivere in contesti malsani come quello della pianura padana. Comunque la si veda, la contraddizione ecologico-ambientale è considerata da molti centrale e preminente, tale da procurare in certi periodi una vera e propria “fuga” di molti militanti comunisti verso le file dei partiti “verdi”.
Non possiamo che ribadire il dato di fatto che circa il 70% dell’inquinamento mondiale dipende dall’operato delle prime 100 multinazionali più potenti, senza parlare dei danni all’ambiente derivanti dal primo inquinatore globale: l’esercito statunitense e le sue guerre. Inoltre occorre ribadire che un sistema socialista, fondato sulla pianificazione e sull’uso razionale e collettivo delle risorse, sarebbe più efficiente nella costruzione di un’economia sostenibile capace di eliminare gli sprechi del sistema capitalistico. È importante confutare chi sostiene che il grosso della popolazione ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che quindi risulti indispensabile un ridimensionamento del proprio livello di consumi, attraverso la logica dei sacrifici e di un’austerity condivisa.
Nel pensiero dominante vige inoltre l’idea che il problema ambientale si possa risolvere attraverso un cambiamento culturale di massa ed una legislazione più severa cui debbano sottostare le aziende. In questo contesto rientrano spesso le varie dissertazioni sulla “decrescita”. Il “capitalismo verde”, l’ecologismo liberale e le narrazioni sulla “transizione sostenibile” sono strategie ideologiche per perpetuare il dominio del capitale, mascherando la sua responsabilità sistemica. Le classi dominanti promuovono una finta transizione ecologica, fondata su nuove occasioni di profitto (green economy, digitalizzazione forzata, tassazione ambientale), scaricandone i costi sulle classi lavoratrici.
Occorre invece rimettere al centro la questione che serva un intervento pubblico diretto nel settore energetico e industriale, in grado di razionalizzare e pianificare la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi, senza contrapporre salute, lavoro e ambiente; una riconversione finalizzata a migliorare la qualità della vita dei lavoratori e delle popolazioni. Per eliminare gli enormi sprechi materiali e delle risorse naturali, caratterizzanti l’anarchia del mercato capitalistico, bisogna rimettere all’ordine del giorno la questione della nazionalizzazione dei principali centri industriali del Paese, chiarendo che l’ecologismo e l’ambientalismo hanno senso solo in un’ottica anticapitalista e di classe che ponga in discussione gli attuali rapporti di produzione. L’unica risposta da dare per poter salvare l’ambiente è passare ad un sistema socio-economico capace di pianificare e razionalizzare le attività produttive, avente come scopo unicamente il benessere sociale e la sostenibilità non solo per il pianeta, ma anche per le future generazioni che dovranno vivere su questo pianeta. In pratica il socialismo.
La sanità, settore strategico per la riproduzione sociale, è stata progressivamente smantellata sotto i colpi del neoliberismo. In Italia e in Europa, le politiche di tagli, privatizzazioni, esternalizzazioni e aziendalizzazione del servizio sanitario hanno prodotto una sanità classista, diseguale e sempre più subordinata agli interessi dei gruppi assicurativi e delle imprese farmaceutiche. Il Covid-19 ha mostrato con evidenza il fallimento del modello capitalistico di sanità, in cui la salute pubblica è sacrificata all’efficienza di bilancio e al profitto privato. Ospedali trasformati in aziende, personale sfruttato e sottorganico, medicina territoriale abbandonata: tutto ciò non è frutto di incapacità, ma una strategia di classe contro i bisogni delle masse popolari. La sanità, come l’ambiente, è oggi un campo di battaglia fondamentale in cui la lotta di classe assume forme concrete, legate alla difesa delle condizioni materiali di vita.
Discorsi simili si possono fare per ogni settore e ambito specifico. Uno dei punti che contraddistinguono i comunisti è mettere al centro il conflitto capitale-Lavoro, che rimane la principale contraddizione del capitalismo. È solo risolvendo tale contraddizione che si possono risolvere col tempo anche altre contraddizioni strettamente intrecciate a questa: oltre a quella ambientale e sanitaria quella neocoloniale, quella di genere, quella dell’alienazione individuale, quella religiosa, ecc. Nella storia abbiamo assistito al diffondersi di movimenti ascrivibili al campo della sinistra “eterodossa” che, mettendo da parte la contraddizione principale, hanno propagandato una posizione “differenzialista” per cui esistono diverse contraddizioni parimenti importanti (sessuale, ambientale, ecc.) ed indipendenti l’una dall’altra. Questa impostazione è lontana dalla nostra visione secondo cui la realtà (fatta di sfruttamento delle persone, negazione dei diritti, precarietà delle vite…) è organica ed unitaria e che, se si vuole trasformarla si deve trovare un elemento (il modo di produzione) modificando il quale si influisce in maniera preponderante, in ragione della sua funzione fondamentale, su un mutamento complessivo e radicale del sistema sociale.
Rinunciare ad un’interpretazione organica della realtà preclude la via verso interventi di trasformazione rivoluzionaria complessiva del sistema. Posizioni differenzialiste, contrapposte alla visione organica, rischiano di portare al moderatismo e ad uno sterile riformismo che si limita ad intervenire su ambiti circoscritti, rinunciando ad una trasformazione complessiva e ad ogni prospettiva rivoluzionaria. Sulla base del fatto che nel capitalismo il rapporto di sfruttamento del lavoro vivo sia il motore primario, ovvero determinante in ultima istanza, dell’articolato insieme di relazioni che si sviluppano nella totalità della sfera sociale-politica (struttura-sovrastruttura, blocco storico) è lampante che il rapporto tra capitale e Lavoro sia conflittuale, in quanto è giuridicamente libero, ma materialmente subordinato. Pertanto questo conflitto rappresenta la principale, anche se non l’unica, contraddizione del capitalismo. Vedere soltanto questa contraddizione, schiacciandosi sull’economicismo, è un’ottica riduttiva, ma potenzialmente organica e quindi integrabile in un’ottica rivoluzionaria di trasformazione sistemica. La prospettiva dell’“eclettismo differenzialista”, propria di chi vede soltanto un diverso ambito di contraddizioni, è irriducibilmente parziale: oltre a mancare delle basi politiche minime può diventare facilmente un fenomeno reazionario eterodiretto dalla borghesia per dividere la classe lavoratrice e il movimento rivoluzionario
Tesi n° 20 – Sulla questione delle migrazioni
Un protagonismo dei gruppi sociali subalterni in Italia e Europa, capace di rilanciare una politica di classe e patriottica per un movimento operaio al passo col XXI secolo, deve necessariamente confrontarsi con la questione migratoria nella sua complessità. Le migrazioni recenti, nella loro multidimensionalità, hanno riattualizzato in contesto neoliberale la frattura coloniale dentro le nostre stesse società colonizzatrici: faglia che ogni progetto emancipativo deve abitare, affinché proposte per un futuro condiviso nascano da una critica radicale del colonialismo come fondamento del moderno occidentale. Mentre assistiamo al genocidio sionista in Palestina, la questione coloniale si conferma pilastro del pensiero e dell’azione comunista contemporanea.
Dagli anni ’80 si è definito quel dispositivo di pratiche e discorsi che chiamiamo rivoluzione passiva neoliberale. Reagendo all’avanzamento della democrazia sostanziale e al crescente potere di massa, le élite hanno riconfigurato in senso neo-oligarchico il rapporto tra società e potere. La sconfitta del fronte del lavoro, ridotto a variabile dipendente nel nascente spazio europeo, si è compiuta anche attraverso specifiche politiche migratorie. L’Africa, in particolare, è stata il laboratorio storico delle politiche ultraliberiste: i piani di aggiustamento strutturale imposti da Fmi e Banca Mondiale hanno smantellato sistematicamente gli Stati post-coloniali, privatizzato beni comuni e servizi sociali, mentre tramite operazioni militari dirette o condotte attraverso agenti locali venivano eliminati fisicamente i leader che si opponevano a questo piano. Il perverso esperimento di ingegneria sociale ed economica imposto all’Africa ha creato la versione contemporanea del “Terzo mondo”, trasformando intere regioni in bacini di impoverimento strutturale e dipendenza neocoloniale. È da questa povertà prodotta, non naturale né inevitabile, che milioni di persone si sentono oggi costrette a fuggire.
Parallelamente alla devastazione dell’economia e dello stato sociale in Africa, si azzeravano quasi del tutto i canali di accesso legali all’Europa, ponendo così le premesse di un’immigrazione strutturalmente irregolare, col reiterarsi di una continua strage lungo le rotte “clandestine” e alimentando la formazione di un continuo esercito industriale e agricolo di riserva e con esso la deflazione salariale. Si instaurava così una perversa circolarità che ha visto nel paradigma emergenziale, nelle perenni e ricorrenti “crisi migratorie”, il ruolo fondamentale di condizionalità d’eccezione, necessarie a legittimare nuove forme di governance quale dispositivo di governamentalità: non solo del fenomeno migratorio ma estensivamente delle società post-democratiche nel loro complesso.
Attraverso il dispositivo della “frontiera”, la militarizzazione si consolida come modello di governo delle crisi, riproducendosi come biopotere sul vivente.
Queste politiche di frontierizzazione non rispondono a emergenze oggettive, ma a stati di eccezione volutamente costruiti dalla classe dirigente europea. La frontiera – lungi dall’essere mero retaggio dei confini statali come vorrebbe certa retorica liberal – si rivela piuttosto come dispositivo politico attivo, che performa e riproduce pratiche di subalternizzazione ed esclusione sociale.
Il campo migratorio si distingue anche per la sua capacità di mobilitare emotivamente l’opinione pubblica. Le narrazioni mediatiche sulle “emergenze”, mentre svuotano la politica, rafforzano l’ordine neoliberale. Il dispositivo frontiera riattualizza qui i modelli coloniali: come la piantagione produceva la subalternità dello schiavo, oggi frontiera e capitalismo definiscono quella del migrante. Una subalternità insieme materiale e simbolica, che riduce persone concrete alla categoria astratta di “migrante”, privandole di voce e agentività. Come era il colonizzato, il migrante è posto in essere da quei dispositivi che lo confinano nella sfera della nuda apparizione, della mera corporeità passiva, de-politicizzata: respinto, salvato, rimpatriato, sfamato, identificato, accolto. Il migrante è sempre un’azione altrui. Si sottrae allo stigma della passività solo quando subisce quello della criminale minaccia alla vita: delinquente, spacciatore, stupratore.
Il processo di ricomposizione politica della classe e dei gruppi sociali subalterni deve perciò arricchirsi del diretto protagonismo di questi ultimi, in un quadro di intersezione tra le varie forme assunte dalla subalternità. I processi di soggettivazione politica, la presa di parola diretta, devono includere il protagonismo diretto dei subalterni “migranti”, sottraendo la lotta al razzismo all’appropriazione liberale. Solo un punto di vista anticoloniale del “lavoro migrante”, integrato nella lotta di classe, può fondare un’emancipazione autentica, sottraendo il tema all’agenda liberale e alla sua strumentalizzazione moralistica. Ma restituzione di voce ai subalterni non può fermarsi ai soli “migranti” giunti in Europa: deve estendersi soprattutto alle società dei loro luoghi di origine, ai popoli che aspirano a costruire prosperità nella propria terra.
Un filo rosso lega la tratta schiavista alle migrazioni odierne: entrambe rappresentano un sistematico drenaggio di forze vive. Se oggi tutti denunciano (almeno a parole) il saccheggio delle risorse minerarie dell’Africa, pochi hanno il coraggio di chiamare con nome proprio il furto più grave: l’estrazione di massa della risorsa più preziosa, quella umana. Generazioni di giovani lavoratori e lavoratrici sottratti ai loro paesi – prima con le catene, oggi con la miseria indotta dalle politiche neocoloniali – lasciano vuoti demografici e fratture sociali irreparabili. Un esodo forzato che replica l’antica ferita coloniale: l’Europa, dopo aver depredato terre e materie prime, continua a consumare corpi e energie vitali africane, perpetuando quel circuito perverso per cui i discendenti degli schiavisti si ergono oggi a “creatori di opportunità” dei nuovi “migranti economici”.
Per decostruire questa logica, è necessario superare l’eurocentrismo, smettere di leggere le migrazioni solo come “immigrazione” – fenomeno da gestire per i paesi ricchi – e riconoscerle sistematicamente come doppio fenomeno di “emigrazione-immigrazione”. Lo stesso sguardo critico che applichiamo allo spopolamento del Sud Italia, dove interi paesi si svuotano per l’assenza di futuro, va applicato all’Africa: non esiste “migrazione di massa” senza condizioni di espulsione create dal colonialismo storico e dalle sue repliche neoliberali. Solo questa duplice prospettiva – che unisce la critica al dispositivo di accoglienza selettiva in Europa alla denuncia del drenaggio continuo di risorse umane e materiali dall’Africa – permette di smascherare il carattere di classe e razziale delle attuali politiche migratorie.
La vera solidarietà anticoloniale inizia dal riconoscere in senso materialista storico il continuum tra tratta degli schiavi e migrazioni contemporanee, e dall’opporsi al depauperamento umano del continente africano così come ci si oppone alle condizioni indegne sul piano giuridico e materiale in cui vengono tenuti gli immigrati in Italia. Occorre pertanto porre multidisciplinarmente le questioni anticoloniale e antimperialista al centro della fase storica del nascente multipolarismo. Per far ciò si impone un’apertura ai punti di vista e agli interessi dei popoli del Sud Globale, per un’alleanza tra questi ultimi e quelli delle grandi masse popolari del Nord Globale, sempre più schiacciate dal tallone di ferro della finanziarizzazione e della controrivoluzione neoliberale.
Vanno sostenuti i processi di autonomia e sovranità politiche ed economiche dei paesi del Sud Globale, per un internazionalismo a favore di uno sviluppo sovrano dei loro mercati interni e delle loro culture: che possa inaugurarsi una visione nuova, un nuovo patto di pace e prosperità tra i popoli e gli stati. Sovranità economica e politica, mutuo vantaggio tra pari, pace e prosperità per una comunità globale dal destino condiviso.
Su queste basi il dissanguamento migratorio può venire scongiurato. Non grazie al “salvatore bianco”, ma come precisa conseguenza dell’azione storica, politica ed economica di quei mondi che non intendono più essere colonizzati dalla furia dell’Occidente coloniale.
Nel contempo andrebbe rilanciata la prospettiva della regolarizzazione dei canali di accesso, insieme con la visibilità della voce interna alle lotte del lavoro-vivo “migrante”. Chi si sposta in cerca di lavoro deve poterlo fare legalmente, senza diventare un moderno schiavo all’interno di circuiti legati al lavoro nero, alla malavita o alla prostituzione, senza restare confinato nelle gabbie salariali di un solo paese, ma essendo libero di muoversi come portatore di diritti all’interno di uno schema giuridico chiaro e di un meccanismo socialmente sostenibile, regolato secondo piani demografico-politici che favoriscano diritti, salari e solidarietà invece che il conflitto all’interno della classe lavoratrice multietnica del paese.
Tesi n° 21 – Non si emancipa il genere se non si libera la classe
Il femminicidio è l’unico omicidio volontario a non essere diminuito numericamente negli ultimi trent’anni. La violenza contro le donne è un elemento drammatico da non sottovalutare e che va affrontato dalla giusta prospettiva, che non può essere quella dello sdegno individuale. Si tratta di una questione non separabile dalle contraddizioni del sistema socio-economico in cui viviamo, generatore di discriminazioni. La battaglia in difesa delle donne fa parte di una battaglia complessiva contro il sistema, ma perlopiù è assente nelle mobilitazioni, anche consistenti ma estemporanee, legate ai fatti di cronaca di violenza sulle donne e collocanti il problema solo nella sfera culturale.
Perché la lotta contro la discriminazione di genere (e contro tutti gli altri tipi di discriminazione) non sia ridotta ad una valvola di sfogo innocua e addirittura funzionale al sistema – incanalando la rabbia entro argini che ne impediscano l’esplosione rivoluzionaria – essa deve essere ricollegata al concetto di classe. Il pensiero marxista è stato spesso accusato di avere trascurato la questione di genere, e il movimento comunista, nella sua storia e attualità, di essere, dal punto di vista della prassi, pervaso dal maschilismo radicato a fondo nei costumi della società e dunque “automatico” anche per chi lo aborre intellettualmente.
Mentre il secondo punto non è del tutto errato, anche se è sbagliato generalizzare, il primo non è corretto. In realtà, è stato proprio il marxismo a mostrarci la radice materialista dell’oppressione della donna, in relazione ai rapporti di produzione borghese e alla divisione in classi della società. Già nel Manifesto del partito comunista si legge: “Il borghese vede nella propria moglie un semplice strumento di riproduzione. Egli sente che gli strumenti di produzione debbono essere sfruttati in comune e, naturalmente, non può fare a meno di pensare che la sorte dell’uso in comune colpirà anche le donne”: si rileva, dunque, la doppia oppressione (economica e di genere) che la donna subisce nella società borghese. Questo benché il capitalismo abbia, come viene spiegato sempre nel Manifesto, “lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali”, distruggendo un vecchio mondo, l’organizzazione corporativa della produzione, e anche le “condizioni di vita patriarcali”.
Lo sfruttamento efferato di donne e bambini nelle fabbriche della rivoluzione industriale, nonché le miserevoli condizioni di vita familiare a cui sono sottoposti sono denunciati in vari passaggi de La condizione della classe operaia in Inghilterra di Engels e del Capitale di Marx, dove viene analizzato il ruolo del lavoro gratuito delle donne dedicato alla riproduzione della forza-lavoro.
Insomma, l’analisi marxista della società ci dà gli strumenti per inquadrare in modo corretto il tema della discriminazione di genere e dell’emancipazione della donna da un’oppressione che si supera solo col superamento della società divisa in classi.
Anche Gramsci, nel suo pensiero, che è sempre inestricabilmente politico e personale, dedica spazio a questo tema, verso cui si pone in modo più avanzato rispetto a molti quadri comunisti dell’epoca, esprimendo una concezione della donna come soggetto indipendente, non relegato ai suoi ruoli di nutrice dei figli e oggetto sessuale, con una specificità di esigenze e personalità. L’emancipazione proposta da Gramsci va dunque ben oltre le rivendicazioni di carattere economico e di diritti civili, prerogativa del femminismo borghese. Nei Quaderni del carcere, nell’ambito della sua analisi del fordismo, Gramsci sottolinea come la regolamentazione dei rapporti sessuali sia sempre stata una preoccupazione prioritaria di chi vuole progettare nuovi modelli di società. Anche qui, l’emancipazione economica e giuridica non costituisce l’unico nodo di lotta, e Gramsci fa un’accurata analisi della “quistione sessuale” nei rapporti sociali e umani. L’oppressione di genere non è che una declinazione dell’oppressione di classe, una delle molte, e le forme di lotta specifiche, individualizzate per ciascun tipo di discriminazione (fra cui va ricordato il razzismo e la violenza contro i migranti), costituiscono un comodo “divide et impera” per una società, quella capitalista, basata appunto sull’oppressione e sullo sfruttamento. La frammentazione delle lotte in rivendicazioni specifiche e scollegate corrisponde, non casualmente, alla frammentazione della classe, conseguente alle nuove forme dei meccanismi di produzione, alla disgregazione dei lavoratori, alla penetrazione in profondità dell’individualismo nel senso comune.
Sessismo, razzismo, classismo, oppressione neocoloniale sono sfaccettature della stessa struttura di potere e la battaglia deve essere unita e coordinata, se non vuole esaurirsi in rivendicazioni legate a un criterio puramente formale di uguaglianza, che non solo non va alla radice del problema ma ha addirittura effetti collaterali controproducenti, come per esempio l’estensione del modello maschile anche alla donna in un’idea distorta di emancipazione.
Anche, sul fronte opposto, l’ultradifferenziazione identitaria, come quella delle rivendicazioni delle diverse forme di sessualità “queer”, pur nella positiva valorizzazione della diversità, incorrono nel problema dell’accrescere la frammentazione della classe che tutta insieme dovrebbe essere in lotta. Il rischio, in questo tipo di “decostruzione” del concetto di genere, è quello di suscitare politiche identitarie e divisive, dove in nome della tolleranza liberale, e della sacrosanta valorizzazione delle differenze, si finisce per far prevalere una piega individualista “difensiva” che ostacola l’integrazione delle minoranze (ciò vale anche per altri ambiti, come per le minoranze etniche, culturali o religiose in una data società), impedendo l’ibridazione e lo scambio culturale. Questa deriva individualista si accorda bene con la valorizzazione capitalista. Per andare oltre il semplice sdegno per la violenza e le rivendicazioni limitate al campo dei diritti civili, è necessario dunque capire come la struttura patriarcale della famiglia, giustamente tanto vituperata in modo più o meno consapevole nelle mobilitazioni femministe, si innesta con il nostro sistema produttivo.
Ne L’Origine della famiglia, della proprietà privata, dello Stato, Engels evidenzia come già nell’antichità vi fosse una divisione fra lavoro produttivo, ossia in grado di creare un surplus rispetto ai bisogni e quindi di portare profitto, e lavoro non produttivo, essenzialmente il lavoro domestico e di cura, assegnato alle donne. Il patriarcato si sviluppa come proiezione a livello sociale di tali rapporti economici, avvenuti nel primo nucleo produttivo della società (la famiglia), dove la donna, relegata al ruolo non produttivo, resta esclusa dalle prerogative politiche e di organizzazione della società, e anche all’interno delle mura domestiche non gode di parità rispetto all’uomo, soggetto “produttivo”. Questo scenario in cui la donna ricopre a livello sociale un ruolo marginale e di inferiorità è stato costante in tutti i modelli economici susseguitisi dallo schiavismo in poi, fino ad arrivare all’attuale capitalismo, in quanto costante è stata la predominanza del carattere produttivo del lavoro, il carattere oppressivo della classe dominante e lo sfruttamento da parte di quest’ultima delle classi subalterne. Un modello sociale ed economico basato sullo sfruttamento del lavoro (il lavoro degli schiavi, il lavoro domestico non retribuito delle donne, il lavoro dei salariati che vendono la propria forza lavoro per un compenso iniquo e non possono appropriarsi dei mezzi di produzione né del prodotto del proprio lavoro) si è potuto perpetuare nei secoli con l’appoggio di un modello culturale che legittima tali diseguaglianze.
Nel mutare dei meccanismi di produzione, però, anche questo legame fra capitalismo e società patriarcale è mutato. Con il superamento del fordismo e le successive nuove forme di organizzazione del lavoro, legate all’innovazione tecnologica al servizio del profitto, i lavoratori operano distaccati gli uni dagli altri, fisicamente e contrattualmente, e sono sempre meno netti i confini fra vita lavorativa a vita personale, in misura ancora più forte dopo l’avvento dello smart working e il suo diffondersi in epoca pandemica. Questi mutamenti hanno inciso anche sulla struttura familiare, sebbene il peso della riproduzione sociale non retribuita sia ancora prevalentemente a carico delle donne. Si può ipotizzare che l’individualizzazione della produttività, nella sua azione disgregatrice, abbia messo in crisi anche la struttura familiare. Quel che è certo è che il panorama, da questo punto di vista, è diverso da quello di cinquant’anni fa e la forma storica del patriarcato è mutata col trasformarsi delle forme del capitalismo, almeno nel mondo occidentale. Permane, tuttavia, a livello delle relazioni sociali e umane, un modello antropologico in cui i rapporti di forza e dunque di potere sono perlopiù basati sul predominio maschile.
Limitarsi però a una denuncia astratta di questo modello maschilista, come fanno i diversi femminismi che non escono dall’ottica borghese e non mettono in discussione l’attuale struttura sociale e i suoi rapporti di classe, significa considerare quella sessuale e familiare come le uniche forme di oppressione che soggiogano le donne. Invece, la questione femminile non può essere astratta dalle condizioni socioeconomiche reali entro cui l’esistenza delle donne viene condizionata, dunque non la si può staccare dalla lotta di classe. Un femminismo che porti a una reale liberazione della donna non può che essere rivoluzionario e concorrere alla lotta per l’abbattimento di tutti i vincoli, strutturali e culturali, che nella società capitalistica subiscono le donne e tutti i soggetti oppressi.
Le diverse sfaccettature del ruolo subalterno riservato alle donne nel sistema capitalistico e patriarcale si addensano ed emergono in maniera evidente nella sfera lavorativa.
L’articolo 37 della nostra Costituzione stabilisce che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.
Già la seconda frase, se trasposta dal suo contesto storico al giorno d’oggi, fa intuire una criticità, ossia l’assegnazione alla donna di questa “essenziale funzione familiare”, cosa che a differenza del ’48 non dovrebbe essere data per “naturale” e scontata. La “speciale protezione” di cui si parla nella legge fondamentale del nostro Stato, che all’epoca aveva certamente ottime motivazioni, nei fatti e nell’interpretazione si è trasformata perlopiù in una forma di discriminazione istituzionalizzata.
La prima frase del testo invece è platealmente e innegabilmente disattesa, nel nostro paese come nel resto del mondo.
Secondo dati Istat del 2024, il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia è di oltre 17 punti, su una media europea di circa 9. Le donne disoccupate sono quasi un milione, più della metà delle quali “di lunga durata”, ossia alla ricerca di un lavoro da oltre un anno. Quasi 8 milioni di donne sono inattive, e circa 600mila di queste non cercano un lavoro perché scoraggiate.
I carichi familiari, soprattutto la cura dei figli, incidono notevolmente sulla partecipazione delle donne al mondo del lavoro. A fronte di servizi per la prima infanzia ancora scarsamente diffusi specie nel Mezzogiorno, sono esse infatti a modificare in misura largamente maggiore il loro assetto lavorativo, sostanzialmente riducendo l’orario di lavoro.
La popolazione femminile ha un livello di istruzione mediamente più elevato rispetto a quella maschile, ma le giovani donne sono marcatamente svantaggiate nel trovare un’occupazione di livello adeguato al proprio percorso formativo e alle proprie competenze.
Inoltre la posizione delle donne sul mercato del lavoro è ancora oggi fortemente condizionata da processi di “segregazione”, giacché le donne si concentrano in un numero più ristretto di professioni rispetto agli uomini, e all’interno delle stesse professioni trovano difficoltà ad accedere a posizioni di vertice, a conferma che il “soffitto di cristallo” esiste ancora.
La diseguaglianza di genere si manifesta anche nel divario salariale: la retribuzione annua media pro capite, benché tendente a ridursi all’aumentare della scolarizzazione, resta comunque fino alla laurea superiore al 30% per gli individui oltre i 45 anni.
Nella penalizzazione reddituale delle donne ha senz’altro un ruolo rilevante il loro maggiore utilizzo del part-time. Questo (involontario nella maggior parte dei casi) piuttosto che essere uno strumento di conciliazione dei tempi di vita di chi lavora, è sempre più un espediente a vantaggio delle imprese e del loro profitto. Le cause per cui le donne scelgono orari ridotti sono legate al fatto che esse si devono accollare il lavoro non retribuito di cura di figli, anziani, familiari non autosufficienti (lo smantellamento neoliberistico del welfare poggia in gran parte sulle loro spalle).
Persino il sistema pensionistico penalizza le donne, perché devono sottrarre al lavoro retribuito una parte di tempo da dedicare a quello non retribuito, giacché vanno in pensione prima (in alcuni paesi e settori lavorativi è ancora un obbligo di legge) e vivono più a lungo.
Le conquiste “istituzionali”, sebbene positive, non sono che palliativi che non intaccano la stortura di fondo e la radice della violenza di genere, come peraltro la cronaca dimostra.
Attenzione però: non si deve per questo cadere in una logica positivistica in cui la questione femminile è delegata meccanicamente a “l’avvento della rivoluzione socialista”, e dunque nel disinteressamento rispetto a un tema di cui invece è urgente occuparsi, sul piano della lotta politica e su quello della battaglia culturale. Ritorno alla “classe” dunque, come substrato della questione di genere, come delle altre forme di discriminazione ed emarginazione, valorizzandone la valenza che ha anche come soggetto agente, antagonista all’oppressione capitalista in tutte le sue forme.
Sappiamo che Marx definisce la classe non in base alla soggettivazione politica antagonista, non sussistente in sé ma tutta da costruire, bensì in base al ruolo svolto nella produzione, che per lui è anche riproduzione della forza-lavoro, e dunque l’appartenenza della donna alla classe antagonista al capitalismo può essere recuperata con riferimento al ruolo oggettivo della donna nella riproduzione, oltre che nella produzione in senso stretto. La soggettività antagonista al capitalismo delle donne, come degli altri soggetti oppressi, non è tuttavia qualcosa di scontato che si crea meccanicamente dal ruolo oggettivo che essi svolgono: essa si crea con opportune pratiche politiche soggettive che portino alla stessa presa di coscienza di sé della classe. Classe, dunque, come elemento catalizzatore per spezzare le catene di tutte le forme di oppressione di questo sistema.
In un momento storico in cui il capitalismo in profonda crisi utilizza per sopravvivere la violenza verso i soggetti appartenenti al genere sbagliato, all’orientamento sessuale sbagliato, all’etnia sbagliata, alla parte del mondo sbagliata, in una logica di imperialismo feroce e di sfruttamento degli esseri umani su altri esseri umani (degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, dei padroni sui lavoratori), la lotta di emancipazione delle donne non può non essere parte della lotta di emancipazione del genere umano da questo modello disumano di società.
Tesi n° 22 – Capitalismo digitale e robotizzazione
Nel periodo del totalitarismo “liberale” il modo di produzione capitalistico si caratterizza per l’avvento della “quarta rivoluzione industriale”, segnata da due tendenze fondamentali in pieno sviluppo: la robotizzazione della produzione e la digitalizzazione dell’economia, con la crescita di peso delle merci immateriali. Di qui la necessità di focalizzarsi su due concezioni cardinali marxiane: la determinazione del valore delle merci e la caduta tendenziale del saggio di profitto.
Per ora, gettiamo solo un sasso nello stagno. La parabola delineata dal sasso lanciato non pretende di farsi curva politico-teorica compiuta.
La corsa alla robotizzazione industriale su scala planetaria, pur ancora ai primordi, appare inarrestabile: nel 2024 si è giunti, con un aumento del 10% rispetto al 2023, all’installazione, solo nei processi produttivi industriali, di circa 4,3 milioni di robot, concentrati nei settori dell’auto, del metallo e dei macchinari, ossia soprattutto nei grandi settori produttivi industriali, ed in particolar modo nei processi della movimentazione, della saldatura, dell’assemblaggio e della costruzione. Il fatto appare rilevante in tutto l’Occidente, compresa l’area dell’Ue, in Paesi tradizionalmente forti in questi settori come la Germania, l’Italia e la Spagna.
La robotizzazione per ora sostituisce l’operaio nelle mansioni più semplici, non arrivando a rimuovere/sostituire le punte di eccellenza della forza-lavoro e le mansioni più complesse. La possibile espulsione della forza-lavoro dalla produzione potrebbe innanzitutto riguardare la classe operaia numericamente più vasta e tecnologicamente più debole, con una “difesa”, invece, dell’“aristocrazia operaia”, parte della classe da un lato più facilmente subordinabile e sussumibile al capitale, ma d’altra parte candidabile a essere classe operaia politicamente d’avanguardia perché collocata nei punti più alti della produzione. Inoltre: poiché la robotizzazione contiene già in sé un carattere strategico, essa può evocare nuovi assetti sociali generali, nei quali il capitale, di fronte a una sua crisi profonda di sovrapproduzione, potrebbe tollerare anche una consistente parte sociale privata del lavoro e mantenuta con assegni sociali.
Il quadro a cui tende la robotizzazione è comunque quello di forma capitalistica vastamente informatizzata e largamente disumanizzata.
Anche lo sviluppo delle merci immateriali avrà conseguenze notevoli sul “mercato della forza-lavoro”: nel 2023 l’Ue ha avuto un surplus commerciale con gli Stati Uniti di 157 miliardi di euro; nel 2024 le esportazioni europee verso gli Usa sono ammontate a 519 miliardi di euro. Tuttavia le distanze tra Usa e Ue in rapporto alla loro bilancia commerciale sono state ridotte dall’entrata in campo della rivoluzione digitale condotta, in Occidente, dalle multinazionali Usa e dalle merci immateriali yankees. Flussi crescenti di denaro attraversano l’Atlantico verso ovest ogni volta che un residente di Roma, Parigi o Berlino registra un abbonamento a Netflix, Chat Gpt 4.0, Microsoft, Meta, ecc. Anche i pagamenti dell’Italia agli Stati Uniti per “diritti di proprietà intellettuale” sono deflagrati, passando da 605 milioni nel 2018 a 1,9 miliardi nel 2023. Le big tech hanno miliardi di clienti e generano ricavi per centinaia di miliardi all’anno, ma Facebook (che nel 2023 ha dichiarato un fatturato di 134,9 Mld $, e 39,1 Mld di utile) ha solo 69 mila dipendenti, Google (307,4 Mld $ di ricavi e 73,8 Mld di utile) ne ha 182 mila, circa di 250.000 lavoratori producono software e servizi per 7/8 miliardi di clienti. Ma la forza delle merci e dei servizi immateriali è anche un loro punto di debolezza per quanto riguarda lo sviluppo economico e sociale degli stessi paesi che le producono.
La grande contraddizione è che queste aziende incassano cifre enormi, ma creano poco lavoro, così che la gran parte degli utili va ai proprietari e/o agli azionisti, accentuando la concentrazione della ricchezza e la crescita delle diseguaglianze. Mentre le altre merci creano grandi quantità di lavoro nei paesi produttori, e quindi sviluppano larghi settori dell’economia, le merci immateriali producono ricchezze stratosferiche solo per pochi miliardari. Questo peraltro è uno dei motivi per cui l’economia statunitense, nonostante l’egemonia nei settori digitali e finanziari, è in costante declino da decenni, spingendo Trump a cercare, attraverso i dazi e altri strumenti, di riportare negli USA molte produzioni di merci materiali di ogni genere.
Se, strategicamente, nell’orizzonte storico, il lavoro “incorporato” nella merce sarà quello prodotto, per le merci materiali, da eserciti di “androidi” e, per le merci immateriali, sia dal nuovo general intellect che dall’oscuro e atomizzato sottoproletariatoplanetario, si potrà stabilire una nuova equazione: maggiore sarà il tasso di lavoro “androide” del nuovo general intellect e del sottoproletariato digitale, minore sarà il valore del pluslavoro ricavabile dal capitalista, con la conseguente accelerazione della “caduta tendenziale del saggio di profitto”. Stante anche la crescente concorrenza internazionale, ed in particolar modo la crescente leadership anche in questi settori dei cinesi, ciò potrà portare in Occidente ad una crisi strutturale dei rapporti di produzione capitalistici generali e ad una crescente difficoltà, da parte della borghesia, di controllare il conflitto sociale derivante dall’espulsione di massa dei lavoratori dalla produzione attraverso misure di pseudo welfare o “assegni sociali” volti al mantenimento dell’ordine sociale capitalista.
In termini marxiani, attraverso la spinta oggettiva irrefrenabile dello sviluppo tecnologico, il capitale investe sempre più nel capitale costante, riducendo, in maniera sempre più crescente e specularmente, sia il costo che il peso della manodopera. Oggi l’attuale capitale costante d’avanguardia costa molto meno di quanto sia costato e tuttora costi il capitale costante rappresentato dalle macchine potenti e poderose dell’industria tradizionale ancora in campo. Per la borghesia è possibile investire nel capitale costante ad alta densità tecnologica molto meno denaro, ma ciò, se presenta vantaggi sul breve termine, sul piano generale accelera ancor più la crisi tendenziale del saggio di profitto.
Gli sviluppi tecnologici che si sono verificati dall’ultimo dopoguerra ad oggi hanno creato una situazione che esaspera in modo esponenziale le contraddizioni del sistema capitalistico, in particolare quella relativa alla sovrapproduzione. Oggi il numero di lavoratori necessari per produrre lo stesso numero di auto è enormemente inferiore a quello degli anni ’70; con la robotizzazione il loro numero si ridurrà ancora di più, e questo varrà praticamente per tutti i settori produttivi e dei servizi.
Questi processi potranno condurre ad una società in cui una quota consistente della popolazione, non potendo trovare più lavoro, vivrà di sussidi, con conseguenze potenzialmente insostenibili sia economicamente che socialmente: i sussidi, se va bene, permettono di accedere allo stretto necessario per vivere, non certo di consumare la grandissima quantità di merci prodotte. Una delle contraddizioni principali del sistema capitalistico, quella che genera una sovrapproduzione di merci in rapporto alla capacità di vendita nel mercato e, quindi, le crisi economiche, risulterà enormemente accentuata.
Questa contraddizione fondamentale del sistema capitalistico è stata parzialmente attenuata durante il cosiddetto “trentennio glorioso” (1945-75), con propaggini fino alla metà degli anni ’80: un periodo di grande crescita sociale ed economica caratterizzato negli Stati a capitalismo avanzato dall’accesso per i lavoratori ad una crescente quota della ricchezza prodotta, favorendo una breve parentesi di vera mobilità sociale e di sviluppo materiale, tanto da far parlare alcuni di capitalismo del “benessere di massa” o di un “modello sociale europeo”. Questi aspetti positivi in realtà non erano il risultato del sistema, ma la conseguenza di una fase in cui i rapporti di forza tra le classi, a livello internazionale e nelle singole nazioni a capitalismo sviluppato, costringeva ad una distribuzione del reddito più favorevole alle classi lavoratrici.
Con la controffensiva padronale e la parallela crisi del blocco sovietico (anni ’80) i rapporti di forza cominciano a mutare in favore della classe dominante determinando la crescente crisi sociale odierna, caratterizzata dalla continua caduta dei consumi di massa, con esiti come il caso italiano, dove il 10% dei lavoratori a tempo indeterminato è vicino alla soglia di povertà ed oltre il 10% della popolazione è al di sotto di tale soglia, con un cittadino su quattro a rischio di povertà o esclusione sociale.
La robotizzazione è destinata a esacerbare in modo esponenziale la contraddizione relativa alla sovrapproduzione di merci, sia materiali che immateriali, perché anche le merci immateriali necessitano di essere vendute e quindi necessitano di compratori. Ma la robotizzazione avvicina anche un orizzonte che già Marx aveva preconizzato: la liberazione dell’umanità dalla necessità del lavoro. In una società fondata su rapporti di produzione non più capitalistici, la quantità di lavoro necessaria per produrre le merci di cui la società ha bisogno potrebbe essere, già ora, di 4/5 ore al giorno, 20/25 a settimana; lo sviluppo della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale potrebbe ridurre ulteriormente la quota di lavoro necessario. Torna centrale una parola d’ordine semplice: lavorare meno, lavorare tutti.
La robotizzazione e tutti gli sviluppi tecnologici e scientifici non sono quindi di per sé un nemico o una disgrazia; il problema sono i rapporti di produzione capitalistici che li usano solo per aumentare lo sfruttamento del lavoro e incrementare i profitti. L’ostacolo principale al pieno sviluppo della robotizzazione che, potenzialmente, potrebbe abbattere enormemente la quantità di lavoro necessario per produrre le merci di cui avrebbe bisogno l’umanità, sono proprio i rapporti di produzione capitalistici. Quando Marx scriveva che ad un certo punto i rapporti di produzione capitalistici sarebbero diventati un freno allo sviluppo delle forze produttive non intendeva, come alcuni semplicisticamente hanno inteso, che si sarebbe bloccato lo sviluppo tecnologico e scientifico, ma che quelle scoperte non avrebbero potuto essere sfruttate appieno perché i rapporti di produzione non lo avrebbero consentito. Se in questo contesto generale le contraddizioni del sistema capitalistico tenderanno a divenire irresolubili (come già, in gran parte lo sono, nel momento stesso in cui la borghesia è il massimo produttore di caos, diseguaglianze, alienazione e guerre) dovrà essere l’azione soggettiva delle forze rivoluzionarie a cercare le soluzioni, a partire da quella imprescindibile della presa del potere per il socialismo.
Tesi n° 23 – Organizzazione comunista e cellula di produzione
Che cos’è la cellula di produzione? Qual è la sua storia? Qual è la sua valenza teorica, politica e ideologica? Diciamo subito che vi è uno scarto enorme tra l’importanza pratica e la densità politico-teorica di questa opzione organizzativa, la cellula di produzione, e la consapevolezza di tale importanza nella cultura politica di non pochi dirigenti e militanti comunisti di questa fase. Con più chiarezza: la consapevolezza è scarsa, ed è figlia dell’ultimo quarantennio, almeno, di storia del movimento comunista italiano, durante il quale quest’opzione organizzativa leninista-gramsciana è stata sottovalutata, emarginata, rimossa. Sino al punto che nell’intera esperienza comunista italiana, dalla seconda metà degli anni ’70 sino ad ora, di fatto, e al di là di tenui richiami statutari, la cellula comunista nei luoghi di produzione e di studio non si è più costituita; non è più apparsa nell’organizzazione dei partiti comunisti e nel conflitto di classe in misura significativa, è di fatto scomparsa nella prassi comunista italiana.
Prima questione: si deve addebitare tale scomparsa ad una mutazione dei modelli produttivi del capitalismo italiano o tale scomparsa è invece addebitabile a mutazioni avvenute, piuttosto, nella sfera politica, teorica e ideologica del movimento comunista italiano successivo agli anni ’70?
Non vi sono dubbi: la scomparsa della cellula di produzione è completamente addebitabile alla mutazione teorica e ideologica delle forze comuniste italiane di quest’ultimo quarantennio. Sosteniamo, anzi, che la mutazione dei modelli produttivi poteva – e può – persino favorire una ripresa dell’organizzazione comunista in cellule di produzione e di studio (nelle scuole, nelle università). Se, infatti, il nuovo quadro produttivo generale è caratterizzato da una compresenza di aggregati produttivi larghi (fabbriche, ferrovie, poste, ospedali, cantieri navali ecc.) e da una molecolarizzazione produttiva, è del tutto evidente che la cellula comunista di produzione può – per la sua natura di opzione organizzativa minuta e dinamica – agire al meglio sia in una struttura organizzativa larga che in una struttura molecolare. A condizione che vi sia una forte, determinata, consapevole spinta “dall’alto” (dai gruppi dirigenti del Partito Comunista, dalla sua linea politica e organizzativa) a far sì che ciò avvenga. Occorre infine prendere atto anche della necessità di trovare modalità adattive di costruzione di cellule lavorative in un mondo del lavoro assai più frammentato rispetto al secolo scorso: il ritorno alle cellule di produzione implica una loro ridefinizione in base alle nuove forme di disgregazione e riaggregazione delle filiere produttive e in base alla realtà di lavoratori senza contratto e atomizzati, talvolta singoli (vd smart working).
Ma qual è la storia della cellula di produzione?
Iniziamo dalla sezione territoriale: questa forma organizzativa, la sezione, appunto, è l’unica forma organizzativa conosciuta – e praticata – dai partiti socialisti, dai partiti della II Internazionale.
La sezione territoriale è mutuata, in Italia, dalla socialdemocrazia tedesca e – dal III Congresso Nazionale del PSI (Parma, 1895) – è assunta come struttura portante dello stesso PSI. Dirà Lenin, ma anche, più avanti, il grande storico dei partiti, Maurice Duverger, che essa, la sezione, quando è unica opzione organizzativa socialista, rischia di assumere il carattere di forma organizzativa volta prioritariamente all’iniziativa propagandistica ed elettoralistica.
La sezione territoriale rimane l’unica e sola forma organizzativa della II Internazionale sino all’elaborazione sulle forme organizzative sviluppata da Lenin e poi introdotta in Italia da Antonio Gramsci, che come forma organizzativa (ancora non pienamente esplicitata) la cellula comunista di produzione l’anticipa nella sua riflessione “ordinovista” e nell’esperienza torinese dei Consigli di fabbrica.
Ma in quali fasi, attraverso quali passaggi Lenin, per la prima volta nel pensiero rivoluzionario, la elabora e la propone? Lenin inizia ad evocare una nuova forma organizzativa (che rimanda al più maturo progetto dell’organizzazione comunista in cellule di produzione) nel saggio “Che fare?”, del 1902, nella parte dedicata alle questioni organizzative del partito rivoluzionario.
Sarà poi a Zimmerwald, negli incontri delle ali di sinistra dei partiti socialisti del 1915 e del 1916, che Lenin introduce con forza la questione della cellula di produzione – ed essenzialmente la questione della rottura col modello organizzativo socialista e riformista – nel dibattito tra socialisti e comunisti. È del tutto evidente che il dibattito aperto da Lenin sulle forme organizzative rivoluzionarie in contrapposizione alle tradizionali forme organizzative socialiste è speculare al dibattito aperto dallo stesso Lenin sulla questione generale della rottura, da parte dei comunisti, con la II Internazionale, come è evidente che l’innovazione comunista sul piano organizzativo – le cellule di produzione – è consustanziale alla stessa rottura dei comunisti con i partiti socialisti e riformisti.
Nell’incontro di Zimmerwald del 1915, dove si svolge la Conferenza Internazionale delle ali di sinistra dei partiti socialisti in relazione alla Prima Guerra Lenin inizia a contrapporre alla tradizione organizzativa socialista il disegno di un partito rivoluzionario che si radichi soprattutto dentro le fabbriche e nei luoghi di lavoro, prioritariamente nei luoghi del conflitto. E sarà nella successiva Conferenza di Zimmerwald (1916) che Lenin romperà ancor più profondamente con la concezione organizzativa socialista.
Su “L’Unità” del 28 luglio del 1925 Antonio Gramsci, in un articolo dal significativo titolo “L’organizzazione per cellule e il II° Congresso mondiale”, cita un passaggio di un intervento di Lenin svolto, appunto, al II° Congresso dell’Internazionale Comunista. E afferma il Lenin citato da Gramsci: “In tutte le organizzazioni, leghe, associazioni, nessuna esclusa, anzitutto in quelle proletarie, ma poi anche in quelle delle masse lavoratrici e sfruttate non proletarie (politiche, sindacali, militari, cooperative, educative, sportive, ecc. ecc.) si devono costituire dei gruppi o delle cellule comuniste, di preferenza legali, ma anche clandestine… Queste cellule, strettamente legate tra loro e con il centro del partito, scambiandosi i risultati della loro esperienza, svolgendo il lavoro di agitazione, propaganda e organizzazione, intervenendo energicamente in tutti i campi della vita sociale, lavorando su tutte le diverse categorie in cui si suddividono le masse lavoratrici, devono educare sistematicamente, per mezzo di quest’azione molteplice, il partito, le masse e la classe”.
Il progetto leninista dell’organizzazione rivoluzionaria costruita direttamente nei luoghi del conflitto capitale-lavoro si propone come un’anticipazione stessa dello Stato proletario di forma sovietica, basato cioè sui Soviet, considerabili – da questo punto di vista – lo sviluppo dell’organizzazione proletaria del potere socialista nel tempo della lotta di classe all’interno del potere capitalista. Le cellule di produzione, dunque, come prodromi dello stesso potere rivoluzionario, dello stesso rapporto, dopo la presa del potere, tra stato e masse.
Lenin affronterà gli aspetti organizzativi relazionabili alla cellula di produzione anche in “Stato e Rivoluzione”, del 1917. E attraverso il dibattito politico – teorico sulle forme organizzative sviluppato nei Congressi di Zimmerwald, le analisi del “Che fare?” e quelle interne a “Stato e Rivoluzione”, il leader della Rivoluzione d’Ottobre mette a fuoco il valore rivoluzionario della forma organizzativa comunista costruita direttamente nei luoghi del conflitto primario capitale-lavoro, attuando così una rottura netta con la concezione organizzativa dei partiti socialisti, cristallizzatasi sulla sezione territoriale.
Ma come analizzava Lenin la sezione territoriale? Non ne negava il ruolo e la funzione, ma ne metteva in luce i limiti. E rimarcava il fatto, innanzitutto, che essa è un luogo avulso dal conflitto capitale lavoro. In essa convergono, proprio per la sua natura avulsa, operai, contadini, avvocati, intellettuali, piccola borghesia ed esponenti stessi della cultura dominante e – persino – della classe dominante. Per questa convergenza interculturale e persino interclassista, forte è il rischio, nella sezione territoriale, che a dominare, infine, siano proprio gli esponenti del senso comune piccolo-borghese, i moderati, i riformisti, gli intellettuali lontani dal proletariato, dalla classe operaia, dai lavoratori. La stessa compresenza di varie estrazioni sociali e di diverse culture politiche può trasformare la sezione territoriale nel luogo di costruzione di una linea politica di mediazione, una mediazione tra cultura rivoluzionaria e cultura riformista. Nella sezione – continuava Lenin – gli operai possono essere intimiditi dalla “parlantina” (questo era il termine esatto – semplice e potente – che usava Lenin per descrivere la capacità affabulatoria degli intellettuali) degli avvocati, dei professori, di chi più ha studiato, una capacità che poteva – e ancora può – ammutolire gli operai e i lavoratori, i militanti con meno capacità dialogiche. Gli operai e i lavoratori con meno “parlantina” possono essere egemonizzati, nel luogo avulso dal conflitto di classe. E questo stato concreto di cose può trasformare la sezione anche nel luogo politico della promozione di quadri- nella direzione del partito – più legati alla piccola borghesia intellettuale di sinistra che al proletariato comunista. Gli operai e i lavoratori possono soccombere, nel dibattito di sezione, di fronte alle capacità affabulatorie maggiori degli avvocati e dei professori, che possono con maggior possibilità, per questa via, dirigere il partito. Stesso rischio si corre per le cariche istituzionali, per l’elezione in Parlamento: possono più facilmente avanzare i quadri colti e non necessariamente dotati di posizioni di classe.
Altra è l’esperienza della cellula di produzione, dell’organizzazione del Partito Comunista nei luoghi stessi del conflitto: qui, gli operai, i lavoratori (siano essi di fabbrica che di ogni altra azienda o posto di lavoro) danno il meglio di sé: nella lotta diretta contro il padrone, contro lo sfruttamento, per il salario, per i diritti, per la mensa, per le ferie, essi conquistano coscienza di classe, non sono intimiditi da presenze “superiori”; in quest’ambito essi si sentono il terminale stesso del Partito Comunista e nella lotta possono emergere anche come dirigenti del Partito, potendo così costituire nel Partito e per il Partito una spina dorsale dirigente di natura operaia e con radici nel mondo del lavoro. Possono, a partire dall’affermazione di sé nel contesto stesso della lotta di classe viva, proporsi quali esponenti del Partito Comunista anche nelle istituzioni, sino al Parlamento.
Sarà poi Antonio Gramsci a riprendere e rilanciare, in Italia, le tesi leniniste sull’organizzazione. Ma occorrerà del tempo, e una battaglia politica e teorica molto aspra e dura, per far assumere nel PCd’I le tesi leniniste sull’organizzazione calata direttamente nei luoghi del conflitto capitale-lavoro.
Durante la direzione bordighiana sul PCd’I (dal 1921 al 1924) la sezione territoriale rimane la forma organizzativa fondamentale del Partito comunista, e il vero e proprio cambiamento della struttura organizzativa bordighiana (mutuata in toto dal Psi) si avrà con la fase di bolscevizzazione, di comunistizzazione del PCd’I, che coinciderà con la direzione di Antonio Gramsci (1924-1926).
Nelle Tesi di Lione, infatti, un ruolo centrale viene affidato all’istanza organizzativa leninista e dalle Tesi di Lione in poi la cellula di produzione, la concezione di un partito rivoluzionario, comunista, collocato innanzitutto nei luoghi del conflitto capitale-lavoro, prevarrà. Prevarrà con Gramsci.
Arriviamo al 1944, al “Partito Nuovo” lanciato da Palmiro Togliatti. Possiamo dire, in estrema sintesi, che Togliatti propone un rapporto positivamente dialettico, per ciò che riguarda l’impianto organizzativo del Pci, tra cellule di produzione e sezione territoriale. Con la cellula Togliatti recupera il valore rivoluzionario della concezione leninista e gramsciana del Partito Comunista. Con la sezione territoriale si pone il problema della costruzione del Partito degli operai e del popolo, un Partito di massa, attrezzato, nel nuovo quadro mondiale successivo alla Seconda Guerra Mondiale e successivo al Patto di Yalta, ad una lunga battaglia sociale e politica. Togliatti punta – per i tempi lunghi della battaglia per la trasformazione socialista in Italia – ad un radicamento politico, sociale e culturale profondo e ad un consenso elettorale e popolare di massa. Sul piano organizzativo il rapporto dialettico tra organizzazione del Partito nei luoghi di lavoro e ampliamento del consenso popolare attraverso la sezione territoriale è una scelta vincente e totalmente rispondente al progetto e alla strategia togliattiana.
Dal 1946 al 1954 il responsabile nazionale dell’Organizzazione del Pci è Pietro Secchia e con Secchia l’organizzazione del Pci tocca il suo culmine. Nel 1951, al VII Congresso del Pci, la cellula assurge pienamente a quella funzione cardinale prevista dal partito leninista e gramsciano e diviene funzionale al “Partito Nuovo” di Togliatti, un partito di classe e, insieme, popolare, costruito nei luoghi di lavoro e nelle sezioni territoriali, in un connubio organizzativo volto a sorreggere una linea e una prassi di massa. Nel 1954, ancora sotto la direzione organizzativa di Pietro Secchia, il Pci può contare su 2.145.285 iscritti; su 56.934 cellule (ogni cellula varia in numero; vi sono anche cellule vaste e l’insieme delle cellule costituiscono un vero e proprio partito operaio nel partito) e su 11. 146 sezioni.
Dopo l’emarginazione di Pietro Secchia e il superamento graduale del partito togliattiano (operaio e di popolo) che dialettizzava al meglio il ruolo delle cellule e della forma partito leninista e gramsciana con l’apertura alle masse incentrata anche nella funzione della sezione territoriale, assistiamo ad un lungo processo di fuoriuscita dall’organizzazione rivoluzionaria e di sostanziale ritorno all’organizzazione di tipo secondinternazionalista e socialista. Nel 1955 (nel Partito ancora fondamentalmente secchiano e togliattiano) le cellule di produzione sono 57 mila; calano a 37 mila nel 1960, sino a giungere a 16 mila nel 1971, per poi pian piano sparire persino dai dati statistici forniti dal Pci.
Ciò che si può affermare è che la destrutturazione del partito leninista e gramsciano rappresenta una parabola perfettamente sovrapponibile (e costituitasi nel tempo) alla parabola politico – teorica di socialdemocratizzazione del Pci. Le due involuzioni compiono parallelamente la stessa strada. L’involuzione, sul piano politico e teorico, socialdemocratica del Pci segna di sé l’involuzione organizzativa. E viceversa.
Successivamente, negli statuti dei partiti comunisti successivi al Pci storico non sono mancati riferimenti alle cellule di produzione. Ma quel tipo di organizzazione non è stata più ripresa, se non in piccolissime e non significative esperienze. Crediamo che il problema, come dicevamo sin dall’inizio, non stia tanto nella mutazione dei processi produttivi capitalistici italiani, quanto in una perdita, in una dissipazione, della memoria e della cultura comunista e rivoluzionaria. Stia, soprattutto, in una perdita della cultura leninista e gramsciana, che è riscontrabile in molti altri aspetti del pensiero e della pratica politica dell’esperienza comunista, precedente e successiva alla “Bolognina”.
Ricostruire un’organizzazione comunista conseguente (antimperialista, internazionalista, che cerchi l’organizzazione del consenso soprattutto sulla base materiale del conflitto di classe e non su altre scorciatoie politiciste o solamente istituzionaliste) richiederà molto impegno, dopo i troppi strappi dalla cultura comunista e dal progetto di trasformazione sociale in senso socialista. Avremo bisogno di tempo, ma non abbiamo alternative. La ricostruzione di un Partito Comunista non può passare che attraverso una creativa attualizzazione – senza dogmi, ma anche senza facili “liquidazionismi” – del pensiero e della prassi dell’intera storia comunista internazionale.
Uno dei problemi principali del movimento comunista italiano odierno è l’avvenuta erosione dei legami di massa. Da qui occorre ripartire, per recuperare radicamento, credibilità e legami con il movimento operaio complessivo; ripartire anche dalla nostra presenza attiva e di lotta all’interno stesso dei luoghi del conflitto capitale- lavoro, iniziando, per esempio, a decodificare i nuovi processi produttivi e cercare all’interno di essi quali siano quelli d’avanguardia, per costruire presenze comuniste organizzate di operai produttori di plus valore che – siano essi produttori di beni materiali o immateriali – diventino avanguardia sociale e politica nella misura in cui lavorano e lottano all’interno della produzione capitalistica d’avanguardia.
Riorganizzare il Partito Comunista nelle grandi e piccole fabbriche, nei cantieri, negli uffici, nelle università è possibile, come è possibile lavorare per una presenza organizzata, anche di 2/3 compagni, in un luogo di lavoro atomizzato. Dobbiamo avviare il lavoro organizzativo e riconquistare la forma-partito leninista-gramsciana, rivoluzionaria.
Appendice
Per la nuova scuola della Repubblica: lotta di classe contro la scuola del controllo ideologico del neoliberismo
Il sistema scolastico italiano è ormai diventato da anni lo strumento del totalitarismo neo-liberale, anziché il veicolo di emancipazione e formazione critica dei cittadini e la scuola pubblica ad accesso universale ha progressivamente subito l’abbassamento del livello culturale, funzionale al neoliberismo che ci vuole ignoranti e privi di coscienza critica, sottomessi all’egemonia del consumismo. La scuola da troppo tempo non è più ascensore sociale, né promuove progresso sociale, è diventata invece luogo della passività e del conformismo, addestrando gli studenti a diventare lavoratori senza coscienza di classe, precari e sottomessi, illusi con false libertà legate al modello valoriale dell’individualismo e del consumismo.
Questo lungo processo fu innescato delle forze di sinistra convertite all’ideologia liberale durante il primo governo Prodi, un governo di centro-sinistra che rincorreva gli obiettivi della destra italiana ed europea: liberalizzazioni, de-statalizzazioni, privatizzazioni, decentramento.
Infatti nel ’97 fu varata la L. 59/1997 che sanciva l’autonomia scolastica, ispirata dalla legge sulla Funzione della Pubblica Amministrazione, nota come riforma Bassanini: una risposta al federalismo della Lega.
L’allora ministro dell’Istruzione l’ex comunista Luigi Berlinguer e il centro sinistra mistificarono la riforma dell’autonomia scolastica, esaltando la libertà didattica e culturale, a cui avrebbe dato spazio e sviluppo, potenziando le sperimentazioni già in corso, promuovendo il pluralismo e l’inclusione e soprattutto sarebbe stata lo strumento per contrastare l’abbandono scolastico. Era anche la riforma per entrare in Ue, ma senza investimenti, perché fu soprattutto autonomia finanziaria, che si tradusse nel cercare risorse per far funzionare gli istituti scolastici, in quanto i già miseri finanziamenti, destinati alla scuola pubblica, dovevano essere spartiti con le scuole private, dopo la Legge n°62 del 10 marzo 2000, che le riconosceva come scuole parificate e parte integrante del sistema nazionale d’istruzione; ma molte scuole private erano già foraggiate dallo stato con il pretesto del diritto allo studio. Così l’autonomia scolastica concesse alle scuole cattoliche anche di restare scuole ideologiche, in barba alla Costituzione. Oggi fanno parte del sistema nazionale dell’istruzione e svolgono un servizio pubblico, ma senza alcuna verifica sul funzionamento effettivo e sul rispetto delle regole, come il reclutamento dei docenti, la selezione degli alunni, perché l’handicap e gli scolari stranieri costituiscono un turbamento.
Nessun governo democristiano aveva mai osato tanto.
L’autonomia scolastica fu il fulcro di un sistema di governance territoriale, basato sul decentramento amministrativo ed il trasferimento di funzioni dello stato agli enti locali, creando in Italia un sistema scolastico a macchia di leopardo per l’offerta formativa (POF): tra i nuovi compiti del nuovo dirigente-manager in primis la caccia ai finanziamenti esterni per il fondo d’istituto per realizzare i progetti didattici, come il modello del sistema scolastico angloamericano, mentre però si finanziava la scuola privata, prevalentemente cattolica.
Da comunista pentito e devoto al neo-liberismo, L. Berlinguer introdusse per primo il linguaggio economicistico e bancario, che definiva la scuola come azienda-impresa, dove oltre al dirigente-manager, gli studenti-utenti-clienti e i docenti si muovevano tra crediti e debiti formativi, in un gioco di offerta formativa, in perfetta coerenza con la concezione mercantilistica di domanda-offerta, che ha mercificato in questi 25 anni i beni comuni come salute, ambiente, istruzione per favorire i traffici commerciali, che ledono i principi di democrazia e i diritti all’accesso all’istruzione, alla salute e al lavoro.
Berlinguer, sempre per entrare nell’Ue, varò inoltre la legge quadro n°30 del 10 febbraio 2000, che ridisegnò i cicli scolastici, intaccando l’unico segmento della scuola italiana giudicato il migliore del mondo: la scuola primaria dei programmi dell’85, pensati dai più grandi pedagogisti italiani, per trasformare la scuola in uno scatolone di segmenti scolastici, senza mettere mano ai contenuti, ai saperi disciplinari, che andavano invece rivisitati in chiave epistemologica per affrontare le sfide della modernità; la scuola-azienda-progettificio perse completamente la sua connotazione di luogo della cooperazione, per mettersi in concorrenza sul mercato della conoscenza, diffondendo una falsa idea di meritocrazia contrapposta al diritto di tutti e per tutti.
Ne derivò “una modernizzazione” senza cultura, una professionalizzazione tutta localistica e subalterna alle immediate esigenze della produttività speculativa, una liberalizzazione generatrice di squilibri. Sul piano dei contenuti ci fu la dismissione e l’alleggerimento di alcuni saperi/discipline formativi, una dannosa separazione tra discipline umanistiche e tecnico-scientifiche, alimentando la confusione tra pensiero scientifico e tecnico, centralizzando tutto sull’informatica, vista come una panacea.
Inoltre la rinuncia al rigore necessario a formare persone con menti critiche, puntando invece su una minore richiesta cognitiva, fu considerata anche azione efficace per contrastare la dispersione e l’abbandono scolastico. Neanche l’università si salvò, in quanto furono introdotte le lauree triennali, seguite dalle specialistiche, che a distanza di alcuni anni confermano la loro inefficacia.
Tutto avvenne anche con il placet della CGIL che non doveva contrastare il governo di sinistra, ma aprì anche la strada ai ministri dei governi Berlusconi nell’attacco alla scuola pubblica: le signore Moratti e Gelmini, furono facilitate nell’apportare altri danni come: diminuire il tempo scuola, cancellare il pericoloso insegnamento della geografia, tentare di cancellare il tempo pieno alla scuola primaria, l’introduzione dell’INVALSI, cioè la valutazione del sistema d’istruzione, aumentare i poteri al dirigente scolastico, immettere in ruolo migliaia di insegnanti di religione cattolica senza concorso.
Soprattutto la Moratti con il decreto 53/2003, smantellò molto della Riforma Berlinguer ed introdusse le famose 3 I, informatica-inglese- impresa, e grazie all’autonomia scolastica ridimensionò l’intervento pubblico dei finanziamenti statali: furono tagliate le ore di compresenza nel primo ciclo scolastico e promosse invece le scuole private, enfatizzando un’ipocrita libertà di scelta. Abolendo la riforma dei cicli, ripristinò il maestro unico, tentò di smantellare il tempo pieno, anticipò l’età per entrare nella scuola dell’infanzia, affidò l’istruzione professionale alle regioni, in contrasto con il titolo V della Costituzione, grazie ad un pasticcio legislativo confezionato dalla riforma Berlinguer.
Dopo la Moratti, nel 2006 con il ritorno del centro-sinistra, il nuovo ministro Fioroni innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni, arginò la riforma Moratti e si concentrò sull’istruzione professionale, un nodo che interferiva tra le competenze dello stato e quelle regionali; anche lui perseverò nel danno, estendendo il finanziamento pubblico alle scuole private secondarie di secondo grado, a patto che si fossero auto-certificate di operare senza fini di lucro.
Nel 2008 con il ritorno di Berlusconi, la nuova ministra M.S Gelmini con G. Tremonti all’economia, con la legge 133/2008 tagliarono altri fondi alla scuola pubblica, come risposta alla crisi finanziaria, agendo soprattutto sul personale scolastico, ridimensionando cattedre e tempo scuola, eliminando le sperimentazioni Brocca, aggravando le famose “classi-pollaio”, diminuendo il tempo scuola, tagliando le ore delle discipline professionalizzanti negli istituti tecnici: un danno incalcolabile, di cui oggi portiamo le conseguenze.
In quegli anni, tra l’abiura del pensiero marxista e il trionfo del modello berlusconiano del “mercato dell’istruzione”, e la propaganda delle reti Mediaset, è stata umiliata la cultura, soprattutto quella umanistica in nome dell’informatica e dell’inglese, sdoganando l’ignoranza, diffondendo volgari modelli edonistici, che hanno danneggiato intere generazioni, annullando la coscienza di classe e la partecipazione dei cittadini, con disastrose conseguenze nella mutazione genetica del modo di vivere nel nostro paese, centrato pervasivamente sull’individualismo, che ha cancellato il senso di comunità con uno squilibrato concetto di libertà del selfmademan, associato alla furbizia e alla rincorsa verso modelli estetici paradossali: tutto in funzione del libero mercato del nuovo capitalismo ultra-liberista, che ha bisogno di consumatori acritici.
L’Italia, non si è neanche avvicinata a quella parte del Trattato di Lisbona del 2000 dell’UE, che puntava entro il 2010, ad un’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica, in grado di realizzare una crescita economicamente sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale, basata su crescita e competitività. Gli obiettivi del trattato di Lisbona sui saperi, sull’educazione e la formazione erano ambiziosi: apprendimento permanente come risposta alla globalizzazione ed economia basata sulla conoscenza, misure attive e preventive rivolte ai disoccupati e alle persone non attive, riduzione del 10% dell’abbandono scolastico, aumento del 15% dei laureati e superamento della disparità di genere, portando così il completamento del ciclo d’istruzione all’85%.
Tutto era finalizzato alla crescita economica, in quanto l’UE aspirava a divenire polo strategico economico e le istituzioni scolastiche avrebbero dovuto organizzarsi con forti e mirati investimenti in programmi didattici per sviluppare le competenze chiave come: la conoscenza delle lingue, la matematica, le scienze, la tecnologia digitale, capacità di aggregazione sociale e civile, lo spirito d’iniziativa e d’impresa: tutto naturalmente a sostegno del capitale.
Ma la crisi finanziaria del 2007/8 degli Usa, che con effetto domino arrivò in Europa e sparigliò le carte.
Durante il famigerato governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dalla crisi, annullando il welfare, il ministro Profumo ritenne prioritario il registro elettronico, piuttosto che assicurarsi il futuro della scuola italiana, partendo soprattutto dalla sicurezza degli edifici scolastici, che già l’ordine dei geologi, nel drammatico rapporto sullo stato di sicurezza del patrimonio edilizio scolastico, aveva evidenziato che erano 27.920, quelli nelle aree ad alto rischio sismico e 6.122 quelli nelle aree a rischio idrogeologico; altri edifici scolastici erano fatiscenti e pericolosi perché da anni mancavano finanziamenti per la manutenzione ordinaria e straordinaria per la messa in sicurezza.
Se parliamo di università già dal 2004 al 2011 si registrava un -15% d’immatricolazioni: soltanto il 29% dei neodiplomati chiedeva l’iscrizione all’università: la conseguenza dell’ultimo governo Berlusconi, in cui le finanziarie avevano sottratto alle università pubbliche 1 miliardo dei 7 che ricevevano, così molti atenei aumentarono le tasse e diminuirono i servizi.
L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, un altro ex comunista, nel 2008 in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico al Quirinale, difese i tagli alla scuola, per il contenimento della spesa pubblica, considerandoli indispensabili e nel 2011, il governo Monti, con il decreto Fornero tagliò il 90% dei fondi destinati alle borse di studio, cancellandone 145.000 di quelli aventi diritto e nell’anno accademico 2013/14 si registrò il più basso numero d’immatricolazioni. Napolitano volle “inchiodato” in Costituzione il pareggio di bilancio, che impedì ed impedisce oggi d’investire per il bene pubblico.
Ma i governi italiani non hanno tenuto conto neanche della strategia decennale Europa 2020 che prevedeva per il decennio 2010-20, una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva con una dimensione europea dell’istruzione, con obiettivo prioritario di abbassare il livello europeo dell’abbandono scolastico; ma per Italia ha significato solo “Youth on the move”, ovvero i progetti Erasmus-università. Solo nel 2019 sono risalite le iscrizioni all’università con le immatricolazioni nelle città di medie dimensioni, ma ancora non ci avvicinano agli obiettivi di “Europa 2020”, perché la quota laureati in Italia in fascia 30-34 anni è pari al 27.8% a fronte della media 40,7% dei paesi europei.
Dopo la pandemia da Covid non si sono registrati grossi contraccolpi nelle iscrizioni, perché le scelte si sono orientate verso gli atenei di prossimità per ovviare alle spese fuori sede.
Il governatore della Banca d’Italia, I. Visco, sottolineò addirittura come l’Italia fosse un paese arretrato nella valorizzazione del capitale umano e che questo fosse tra le principali cause del nostro basso tasso di crescita; infatti al capitalismo italiano non interessava una scuola di qualità, che favorisse menti brillanti in grado competere, perché proteso verso la delocalizzazione produttiva con l’aiuto dei soldi pubblici, dimostrando di essere ancora quel capitalismo straccione, come lo definì Gramsci, che oggi molti economisti apostrofano come nano-capitalismo, per la miope visione strategica, che non investe in ricerca, delocalizza e meschinamente ricava profitto inasprendo lo sfruttamento dei lavoratori, ma che non basta certo a contrastare la rapacità dei fondi d’investimento, che in Italia hanno diffuso la desertificazione industriale e conseguentemente quella sociale.
In questi anni, senza tregua i docenti italiani hanno subito dalle cosiddette riforme: aumento del nuovo carico di lavoro burocratico senza i dovuti riconoscimenti orari e salariali, molteplici cambiamenti dei “bisogni formativi” dettati dalle necessità del mondo dell’impresa, imposizione del modello scolastico della pedagogia anglosassone, svalorizzazione del lavoro in aula e degli insegnamenti disciplinari non utili, fino alle inaudite accuse d’incapacità di svolgere la propria professione, umiliandoli di fronte all’opinione pubblica. Tutto è andato inesorabilmente verso la scuola consona al neoliberismo che ci vuole ignoranti, acritici, flessibili fino a sottometterci ai bisogni mutevoli dell’economia di mercato. Sappiamo quanto i docenti in Italia non abbiano mai avuto una coscienza di classe, paludati dietro quel senso di missione, ma oggi, privati anche della progettualità della libertà didattica, sono ancora più servi del sistema neo-liberal.
Nel 2015 la scuola italiana subì un altra ferita: la legge 107/2015 la cosiddetta Buona scuola del governo Renzi: riforma fortemente voluta dal rottamatore, che dopo i tagli del centro-destra, ha investito importanti risorse pubbliche nei concorsi per le assunzioni di docenti di ogni ordine e grado, la formazione obbligatoria dei docenti, divenuta un vero e proprio mercato dove si tuffano agenzie private di formazione, ancora investimenti per l’autonomia scolastica e soprattutto Asl, alternanza scuola lavoro, anche nei licei, sottraendo fino a 600 ore di scuola di lavoro in aula, il Piano Nazionale Scuola Digitale, il Bonus docenti da spendere in prodotti digitali, formazione e cultura, invece di un contratto di lavoro collettivo che restituisse dignità e avvicinasse le retribuzioni dei docenti italiani a quelle europee.
Ma il fatto più grave fu carattere autoritario di tutta la riforma/controriforma di Renzi con la figura del dirigente scolastico super-manager con 3 poteri assoluti:
1) scegliere i neo-assunti dall’albo territoriale e decretarne il risultato dell’anno di prova;
2) formare la squadra dei collaboratori;
3) premiare i docenti migliori.
La destinazione dei neo-immessi in ruolo, per la prima volta negli ambiti territoriali, invece che in un istituto specifico, grazie alla chiamata diretta dei dirigenti per il potenziamento dell’offerta formativa, fu un vero cambiamento di paradigma nelle assunzioni: infatti il potere di assunzione diretta del dirigente scolastico di una parte di docenti, fu di fatto un’espropriazione della programmazione e progettazione didattica, come sancita dall’articolo 33 della Costituzione, che né il piano triennale e né il voto del collegio docenti riuscirono a tutelare, per cui le scuole italiane sono a tutt’oggi un feudo del dirigente. Inoltre le assunzioni di massa a tempo indeterminato di vecchi e neo-docenti precari (circa 90000), nel tentativo di stabilizzare il precariato, hanno eluso il passaggio del confronto con le organizzazioni sindacali e il mondo dell’associazionismo scolastico; questo ha comportato che molti neo-docenti non avessero la cattedra e fossero a disposizione ed utilizzati principalmente per supplenze. Ma non solo, l’assunzione prevedeva il blocco della mobilità dei docenti: altro che scuola flessibile sbandierata da Renzi! Inoltre l’introduzione del “bonus merito” dei docenti con criteri decisi dal dirigente scolastico, al quale fu assegnato un misero finanziamento di 20000 euro a istituto, ha scatenato una competizione ed una rivalità tra docenti e la sudditanza verso il “dirigente con super poteri”, nel luogo dove la postura pedagogica dovrebbe essere quella della cooperazione e non quella della competizione. Superfluo dire che andava invece finanziato un nuovo contratto di lavoro, che riconoscesse economicamente le numerose nuove mansioni con relativi nuovi aggravi di lavoro richiesti a tutti i docenti. Inoltre la valutazione di un docente non può essere fatta con i parametri della produttività economica o amministrativa e soprattutto non a breve termine e soprattutto se gli viene tolta la libertà didattica.
Infatti per la conseguente insostenibilità, la ministra V. Fedeli del successivo governo Gentiloni ha dovuto modificare la legge per tentare di sanare situazioni paradossali verificatesi in tutta Italia ed in seguito il ministro Bassetti del governo Conte 1 ha anche eliminato la chiamata diretta dei dirigenti.
L’Asl fu la mistificazione per trovare un futuro lavoro, svalorizzando i saperi formativi in nome di un insulso sviluppo di competenze: parola già apparsa con la riforma Berlinguer, provocando un’assurda contrapposizione tra conoscenza e competenza, ignorando che uno degli obiettivi della scuola è proprio favorire lo sviluppo della capacità metacognitiva, cioè saper mettere in relazione tutte le conoscenze, trasformandole in saperi da spendere nella vita, che oggi richiede flessibilità di tipo psicologico e cognitivo, per cui è importantissima la formazione data dalle discipline umanistiche. Inoltre per la didattica si puntò solo sugli investimenti in innovazione digitale, senza pensare ad una nuova visione epistemologica dei saperi per sviluppare un pensiero scientifico, investendo in laboratori di scienze, fisica, molto meno costosi di quelli d’informatica e molto più duraturi.
Infatti OCSE-Pisa aveva rilevato già nel 2018, analizzando i dati INVALSI, un divario netto tra nord e sud, ma anche un divario di genere tra maschi e femmine, così tra licei ed istituti professionali, fotografando una popolazione scolastica non in grado di leggere e comprendere un testo: rilevazione in costante peggioramento e da anni ormai l’italiano è ormai una lingua straniera; ugualmente gravi sono i dati per le conoscenze di scienze, ma non per la matematica, dove non emergono criticità, in quanto la disciplina è insegnata come un automatismo, piuttosto che come pensiero problematico e creativo.
Oggi con il governo Meloni, il Ministro dell’istruzione, con l’aggiunta del merito, Valditara ha promesso la sua riforma, che non va verso l’inclusione, né verso il pensiero critico, né pensa ad investimenti e sarà aggravata dalla legge L. 86/2024 sull’autonomia differenziata che porta la firma di Roberto Calderoli, ministro per gli affari regionali e le autonomie, che riguarderà il trasferimento di competenze alle Regioni dopo la determinazione dei Lep, cioè i servizi essenziali connessi ai diritti civili e sociali che dovranno essere garantiti, a cui faranno riferimento altri decreti legislativi.
Questa legge accentuerà le differenze nel nostro Paese, che viaggia già a velocità diverse da sempre, dovute alla mancata attuazione dei diritti costituzionali, pari opportunità e accesso ai beni comuni su tutto il territorio nazionale; inoltre minerà la coesione sociale e territoriale alla base della nostra Repubblica, perché verrà a mancare il patto di solidarietà, accentuando le differenze, peggiorando i servizi già carenti in molti territori. La L. 86/2024 sull’autonomia differenziata è la diretta derivazione della legge sull’autonomia differenziata n° 59/1997, che per essere attuata fu necessaria la riforma del titolo V della Costituzione con la L. 3/2001, ad opera del governo Berlusconi II, che riconobbe le autonomie locali, quali enti esponenziali preesistenti alla forma della Repubblica, così in questo modo fu riconosciuta alle Regioni l’autonomia legislativa.
Oggi, come allora, l’autonomia differenziata interesserà anche la scuola pubblica e le competenze esclusive dello Stato sul sistema scolastico potranno essere demandate completamente alle Regioni sulla base d’intese, che potranno ridefinire curricula e programmi nei diversi ordini e gradi di scuola, la revisione dei criteri di formazione delle classi e dei parametri per la determinazione complessiva degli organici, gli orari, la strutturazione dell’anno scolastico, la formazione ed il reclutamento dei docenti, la gestione diretta del personale scolastico, fino anche a modificare gli organi collegiali: sono in pericolo l’universalità dei diritti e del rispetto della libertà d’insegnamento, in netto contrasto con gli articoli n°33 e n°34 della Costituzione. Si parla già di stipulazione di contratti collettivi regionali che rievocano le gabbie salariali, arretrando di mille anni luce i diritti dei lavoratori, per correre invece verso il progressivo inesorabile percorso verso la privatizzazione del sistema pubblico dell’istruzione, proprio come è accaduto e procede nel sistema sanitario. Anche la ricerca scientifica e l’università saranno competenza delle Regioni e il pericolo che incombe sarà che le nostre strutture pubbliche per la conoscenza e l’istruzione, le nostre menti più brillanti, saranno al servizio degli interessi dei privati. Sta già accadendo con la ricerca sottomessa alle industrie belliche e il processo di militarizzazione della scuola pubblica in ogni ordine e grado sta avanzando, perché l’aspetto economico, occupazionale e le idee guerrafondaie devono entrare nelle menti, mistificando i valori di coraggio, lealtà e Patria, perché oggi il neoliberismo gioca la carta della sicurezza anche in Eu, come è tradizione nel paese da dove arrivano le cause di tutti i conflitti e dei mali del mondo: gli Usa.
L’Italia è da anni in emergenza povertà educativa, dove la scuola non sblocca più l’ascensore sociale e vengono tramandate ai figli le diseguaglianze sociali e culturali, le scuole sono frequentate da studenti con la stessa provenienza socio-economica e culturale con effetto segregazione; già anni fa l’OCSE aveva evidenziato in Italia, con preoccupazione, il ritorno all’ereditarietà del titolo di studio, dove chi nasceva in una famiglia con poche opportunità e da genitori poco scolarizzati, aveva scarsa possibilità di intraprendere un lungo percorso scolastico, mentre chi era figlio di laureati molto probabilmente sarebbe diventato “dottore”; segnalava anche come l’Italia fosse in controtendenza, tra i paesi OCSE, rispetto al fatto che il titolo universitario rappresentasse, in periodi di crisi, una protezione aggiuntiva: infatti è in aumento la disoccupazione tra i laureati, azzerando così il meccanismo di “ascensore sociale” dell’istruzione. In Italia c’è anche un fenomeno totalmente nuovo, di cui la sinistra tace: dal 2010 tantissimi giovani laureati e diplomati hanno scelto, o meglio sono costretti alla migrazione, tanto che supera già l’elevato numero di migranti che arrivano in Italia; così il nostro Paese si priva del futuro,
Oggi nella scuola italiana i docenti che cercano di opporsi sono spesso emarginati e mobbizzati ed è difficile opporre una reazione organizzata con tutti i lavoratori della conoscenza. C’è sempre più la necessità, come del resto nella società, di prendere consapevolezza e costruire una resistenza organizzata, proponendo la creazione di centri culturali, biblioteche popolari e circoli di discussione per contrastare il declino della scuola pubblica e promuovere una formazione critica, libera, laica ed universale al fine di costruire una coscienza di classe per pensare una visione concreta diversa per una scuola veramente democratica e critica verso la deriva neoliberista del pensiero unico. Occorre rivendicare e difendere l’articolo 33 della Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Le buone leggi conquistate negli anni ’70, durante la stagione dei diritti, come lo Statuto dei Lavoratori, il Sistema Sanitario Nazionale, la Legge Basaglia non hanno goduto di quella trasformazione culturale di cui il paese aveva bisogno, perché dopo l’abiura del Pci e l’autodistruzione dell’Urss, il pensiero unico del capitalismo è natura, ha avuto via libera, ma il neoliberismo non costruisce cultura, né crescita sociale.
Per questo c’è bisogno di una forza comunista in grado aggregare ed organizzare la lotta.
In molte università italiane dagli studenti è partita la lotta contro la ricerca finanziata dalle industrie della guerra e recentemente hanno anche occupato gli atenei per protestare contro il genocidio perpetrato al popolo palestinese, da cui sono partite tante manifestazioni di piazza che hanno coinvolto anche gli studenti medi: una marea di giovani che hanno invaso le città italiane. Una lotta che va coltivata perché la Palestina è solo un ulteriore punto di partenza del capitalismo neo-liberal, altri stati ed altri popoli sono nel mirino del neocolonialismo rapace delle ricchezze dei territori altrui, su cui si gioca il futuro tecnologico. Oggi i giovani di molti paesi sono costretti a migrare e lavorare da schiavi per il nuovo capitalismo del neocolonialismo depreda ricchezze e il fututo di molti popoli.
La sfida sarà ardua nell’era della post-democrazia, fondata su economia e tecnica, nell’eclissi del pensiero unico delle società occidentali neoliberiste che hanno favorito il sonno della ragione, verso l’estrema deriva del pensiero debole della post-moderntà della società misologa, ovvero la società del disprezzo del sapere. Nel nuovo capitalismo della sorveglianza, nato dall’alleanza tra il neoliberismo con lo smartness, ovvero le pervasive tecnologie digitali, la finzione dello schermo digitale ha soppiantato e sostituito il proprio specchio della riflessione interiore, in modo che l’essere umano aderisca perfettamente all’omologazione in nome del profitto e del potenziamento tecnologico in ogni settore della vita personale e della società: una mutazione antropologica senza precedenti, una transizione che ha accettato acriticamente il dogma del libero mercato come pensiero unico, e della Rete che ha generato il culto dell’ignoranza, governato dal paradosso dell’eccesso d’informazioni, dove tutti sembrano informati su tutto, ma che invece ha seppellito la conoscenza, dentro una falsa democrazia, che eguaglia ignoranza e conoscenza, elevando l’opinione a sapere.
Per restare umani e dominare le sfide tecnologiche del capitalismo della sorveglianza, bisogna riprendere in mano i testi dei Maestri della pedagogia popolare che educava al pensiero critico, autonomo e creativo, come Celestin Freinet, Gianni Rodari, Bruno Ciari, che avevano ispirato tanti insegnanti a sperimentare, sulla base dei principi costituzionali, la libertà didattica, l’uguaglianza, le pari opportunità, attuando la democrazia, nata dalla Resistenza.
La lotta per la scuola pubblica è lotta di classe.
