La manovra di bilancio del governo è conservatrice: sostiene i profitti, mantiene bassi i salari, indebolisce il conflitto sociale, rafforza gli apparati repressivi e militari.

di Ascanio Bernardeschi

“Il progetto di legge di bilancio 2026-2028 prevede un intervento di circa 22 miliardi di euro. Nel rispetto dei saldi di finanza pubblica, questa manovra non comporta un aumento del disavanzo e si inserisce nel solco di una gestione responsabile e sostenibile dei conti pubblici, confermando il percorso di risanamento avviato.” Così si presenta il Ministero dell’Economia nella sua nota illustrativa.

L’adeguamento al rigore europeo

Il centrodestra, tanto abile a contestare l’austerità europea quando era all’opposizione, ora ne applica fedelmente i vincoli. Mentre l’economia italiana sarebbe bisognosa di politiche espansive, il governo sceglie la continuità con i parametri di Bruxelles. Nessuna rottura, nessuna sfida all’architettura europea dei conti pubblici.

La narrazione ingannevole sui dati occupazionali

La propaganda governativa cita i dati Istat sul calo della disoccupazione, ma questi numeri sono costruiti in modo distorto. Secondo la definizione adottata dall’Istituto, non sono considerati disoccupati:

·     chi non ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane;

·     chi ha rifiutato un impiego, anche lontano dalla propria residenza;

·     chi ha lavorato almeno un’ora nell’ultima settimana;

·     chi svolge tirocini o attività non retribuite.

Nonostante questa sottostima, la disoccupazione giovanile si attesta comunque al 19%, con punte molto più alte al Sud. Ancora più significativo è il dato dei NEET – chi non studia e non lavora – che riguarda il 33,5% della popolazione in età lavorativa.

Fisco: riduzioni modeste e sgravi per chi non paga

La manovra riduce la seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% per i redditi tra 28.000 e 50.000 euro. I benefici sono modesti e regressivi: per 29.000 euro il risparmio è di 20 euro l’anno; per 50.000 euro arriva a 440 euro. Dopo anni di appiattimento delle aliquote a vantaggio dei redditi più alti, questa misura non compensa la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

Vengono poi introdotte agevolazioni sui premi di risultato (tassati all’1% anziché al 23–35% o al 10%) e sugli aumenti contrattuali (tassati al 5%). Ma il costo di questi sconti che portano qualche beneficio alle buste paga è a carico dello Stato, non degli imprenditori: si socializza l’onere di incentivare la produttività, senza obbligare i datori di lavoro a concedere aumenti salariali adeguati. Poiché l’80% dell’IRPEF è pagata dai lavoratori dipendenti, si tratta di una redistribuzione interna al lavoro, non dal capitale al lavoro.

La “pace fiscale” permette a chi non ha pagato le imposte di sanare la propria posizione versando meno del dovuto: un condono mascherato, che incoraggia l’evasione e premia chi ha violato la legge. Si tratta di una strizzata d’occhio alle partite IVA, piccoli imprenditori, contribuenti che vivono come “ingiusto” il peso degli arretrati fiscali. È un dispositivo che costruisce consenso tra segmenti proletarizzati del lavoro autonomo e verso la piccola borghesia in crisi, non per emanciparla ma per cooptarla nel blocco sociale dominante.

Anche gli Enti Locali potranno attivare la pace fiscale e utilizzare le somme incassate per la “rigenerazione urbana”, visto che la manovra non stanzia niente su questo fronte, sull’edilizia pubblica e sulla riqualificazione dei quartieri degradati.

Gli interventi su Tobin tax e imposte finanziarie funzionano invece come specchietto per le allodole: si può dire che si è chiesto qualcosa alla finanza e che si alleggerisce il carico su lavoro e imprese, ma non si tocca in profondità l’architettura della tassazione oltremodo generosa dei capitali, né si tassano i super profitti delle banche.

Il senso complessivo dell’intervento sul fisco un’operazione di egemonia tendente a isolare la classe lavoratrice e a garantire la riproduzione della forza-lavoro e del capitale.

Imprese e lavoro: 13 miliardi al capitale, zero diritti per i lavoratori

Il sostegno alle imprese assorbe 13 miliardi, circa il 60% della manovra. Si tratta di incentivi agli investimenti, iperammortamenti, proroghe di credito d’imposta, soprattutto per l’innovazione e la competitività (incluso il piano “Industria 4.0”). Una scelta che privilegia la produttività e l’ammodernamento tecnologico, senza prevedere tutele per l’occupazione.

L’introduzione di tecnologie digitali e intelligenza artificiale porterà infatti all’espulsione di molti lavoratori, sia manuali che intellettuali. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – unica soluzione razionale – è assente dall’agenda governativa. L’opposizione propone solo una “leggina” sperimentale, insufficiente e bloccata in Parlamento.

La sostituzione dei lavoratori con macchine determina anche un aumento della composizione organica del capitale e la conseguente caduta del saggio del profitto. I 13 miliardi vanno visti quindi anche come un meccanismo di compensazione strutturale: lo Stato interviene per sostenere la redditività del capitale, socializzare i costi dell’innovazione in un contesto di trasformazione tecnologica che altrimenti produrrebbe crisi. Il bilancio dello Stato non è un atto neutrale: è un dispositivo che serve a riprodurre i rapporti sociali esistenti. La manovra 2026, letta in questa chiave, non fa eccezione: il capitale è il soggetto da sostenere; il lavoro è il soggetto da gestire al ribasso. Infatti nella manovra sono assenti misure sul salario minimo, sulla precarietà, sulla contrattazione collettiva, sull’orario di lavoro, sugli ammortizzatori sociali. L’obiettivo è mantenere un ampio “esercito industriale di riserva”, per tenere bassi i salari, accrescere la competizione tra lavoratori e rafforzare il potere contrattuale del capitale.

Anche nel pubblico impiego non ci sono piani di assunzione strutturali: gli aumenti derivano solo dalla detassazione e dai rinnovi contrattuali bloccati da anni. Il lavoro pubblico viene trattato come costo da contenere.

Sanità: finanziamenti insufficienti dopo anni di tagli

La sanità riceve aumenti di 2,38 miliardi nel 2026, 2,63 miliardi nel 2027 e altrettanti dal 2028. Le risorse sono destinate a prevenzione, telemedicina e nuove assunzioni. Tuttavia, arrivano dopo anni di sottofinanziamento e in un contesto di bisogni sanitari in crescita (invecchiamento, cronicità), e vanno confrontati con l’inflazione sanitaria e gli arretrati accumulati.

Non c’è alcuna inversione di rotta rispetto alla privatizzazione. I fondi servono a mantenere la sanità pubblica a un livello di “sopravvivenza”, sufficiente a evitare il collasso sociale e a garantire la riproduzione della forza-lavoro, ma non a emancipare i cittadini dal ricatto del privato.

In sostanza si “mette una pezza” ma non si ridefinisce il modello.

L’aumento delle risorse per la sanità non è un atto di giustizia sociale, un passo verso uno stato sociale più forte: è un intervento minimo per evitare una crisi organica e il collasso della riproduzione sociale. Si tratta pertanto del minimo che non confligge con gli interessi del capitale.

Scuola, università e ricerca: formazione funzionale al capitale

Per la scuola è previsto un aumento di 960 milioni nel 2026, ma nel triennio la spesa è destinata a ridursi sensibilmente. Si punta all'”ottimizzazione” dell’organico, non a un reale potenziamento. L’obbligo per i dirigenti scolastici di coprire le supplenze brevi con l’organico dell’autonomia va esattamente in questa direzione.

La scuola viene trattata come infrastruttura per produrre forza-lavoro adattabile e digitalmente competente senza aumentare i costi del sistema, non come spazio di emancipazione o riduzione delle disuguaglianze. La formazione critica, la riduzione delle disuguaglianze educative e l’investimento sul personale restano subordinati alla logica dell’efficienza.

Il bilancio non espande strutturalmente l’organico, ma chiede alla scuola di “fare di più con le stesse risorse”, aumentando flessibilità e carico sul personale interno.

Il sostegno alle famiglie (borse, riduzione oneri) è importante, ma si colloca dentro una logica di targeting (ISEE, fondi specifici), non di potenziamento universale del diritto allo studio.

L’università e la ricerca ricevono 150 milioni per i progetti PRIN, 599 milioni per alloggi studenteschi a canone calmierato e fondi per la stabilizzazione dei ricercatori finanziati dal PNRR. Tuttavia, una parte consistente dei finanziamenti è orientata verso settori strategici per il capitale: tecnologie digitali, difesa, agricoltura genomica, infrastrutture ad alta intensità tecnologica.

L’investimento negli alloggi studenteschi risponde alla necessità di garantire mobilità alla forza-lavoro qualificata, non a democratizzare l’accesso al sapere. La ricerca pubblica socializza i costi e rischi dell’innovazione, mentre la valorizzazione (brevetti, know-how) resta in larga parte privata.

L’università diventa un nodo della catena del valore del capitale nazionale, più che un luogo di produzione autonoma di sapere. La ricerca è finalizzata a generare nuove forze produttive e nuove forme di sussunzione. È chiara la sua funzione di classe: orientamento della ricerca verso esigenze del capitale (farmaceutica, difesa, digitale, finanza) piuttosto che bisogni sociali (salute pubblica, beni comuni, cura).

Infine la ricerca è finanziata in modo da dipendere da bandi competitivi, partnership pubblico‑privato, logica del brevetto. In tal modo il lavoro scientifico produce valore che viene appropriato da imprese e fondi ed è parte diretta della macchina di estrazione di plusvalore, non spazio accrescimento del sapere.

Giustizia: efficienza per il mercato, non diritti per i deboli

Il governo giustifica la riforma costituzionale della giustizia – che di fatto mette la magistratura sotto controllo politico – come intervento per migliorarne il funzionamento. Ma il vero malfunzionamento, dovuto a carenza di organico, attrezzature e norme farraginose, non viene affrontato.

Il segno di classe della giustizia non viene affrontato. Restano marginali gli investimenti nella giustizia sociale, nel potenziamento degli uffici del giudice di pace, nei servizi di prossimità o nell’assistenza legale ai soggetti fragili, mentre l’ultima modifica del Codice penale ha aggravato le pene per la microcriminalità e per alcuni tipi di manifestazioni, depenalizzando nel contempo comportamenti illeciti dei “colletti bianchi”.

Quando si parla di “rafforzare la giustizia” in sede di bilancio, raramente è per difendere i subalterni (lavoro, inquilini, poveri), molto più spesso per rendere più efficiente il funzionamento del mercato (processi più rapidi, arbitrati, tutela del credito). Infatti, l’obiettivo dichiarato è accelerare i procedimenti civili e commerciali, una richiesta costante del le imprese e delle istituzioni europee. È una giustizia che si muove nella direzione dell’efficienza economica, più che dell’accessibilità universale.

Casa: bonus per i proprietari, niente edilizia pubblica

Anche l’alloggio è una condizione base della riproduzione della forza‑lavoro. Il mercato immobiliare è uno dei campi principali della rendita (proprietari, fondi, banche). La tensione affitti/salari è uno dei terreni più concreti del conflitto di classe.

La manovra conferma e proroga i bonus edilizi e apporta aggiustamenti marginali alla cedolare secca. Non ci sono piani per l’edilizia pubblica, il controllo degli affitti nelle grandi città o il contenimento della rendita immobiliare. I bonus, meno efficaci degli interventi diretti come “moltiplicatori” della domanda, vanno soprattutto a proprietari benestanti che avrebbero comunque effettuato gli interventi oggetto dei benefici e imprese. Guadagnano proprietari e imprese che continuano a utilizzare i bonus, lo Stato rinuncia a gettito futuro e si priva di risorse per interventi diretti mirati ad affrontare l’emergenza abitativa particolarmente acuta nelle grandi concentrazioni urbane. Manca una politica organica della casa: nessun piano nazionale di edilizia pubblica, nessun intervento strutturale sugli affitti nelle grandi città, nessuna misura per contenere la rendita immobiliare. Il risultato è un settore che continua a dipendere da strumenti incapaci di affrontare la crisi abitativa che colpisce giovani, lavoratori precari e famiglie a basso reddito. La casa resta merce, non diritto. I lavoratori pagano due volte: come affittuari e come contribuenti.

Ambiente: una transizione verde solo per le imprese

Secondo Marx la produzione, in ogni società, consiste nel ricambio organico dell’uomo con la natura. Pertanto, la condizione di fondo della produzione l’offre l’ambiente (clima, risorse, energia). Nel modo di produzione capitalistico però si tende a consumare l’ambiente il più possibile e il più gratuitamente possibile, alterando millenari equilibri.

Ma un conto è l’analisi oggettiva un conto la narrazione tesa a legittimare questa antinomia. Il nuovo discorso egemonico della “transizione verde” permette così di fare diventare la green economy marketing politico ed economico.

Le misure ambientali in bilancio consistono soprattutto in incentivi, iperammortamenti per la transizione energetica e proroghe di bonus edilizi. Non c’è una quantificazione complessiva della spesa, né una voce specifica “Ambiente” nel bilancio, anche perché in gran parte si tratta di minori entrate (i bonus fiscali) e non di spese. Altre risorse sono distribuite tra vari ministeri (Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Ministero dell’Economia e Finanza). Ma un quadro delle risorse nella sostanza destinate all’ambiente sarebbe stato necessario.

Il Fondo sociale per il clima finanzia in gran parte imprese energivore, che possono così rimandare la riconversione.

La natura, in questa manovra, resta una leva industriale, non un bene comune da tutelare. La transizione ecologica è affidata al mercato, con lo Stato nel ruolo di facilitatore. Siamo così di fronte a una ecologia del capitale: lo Stato finanzia l’adattamento del capitale a vincoli climatici e regolatori; la natura resta oggetto di sfruttamento, non “limite” politicamente assunto.

Pensioni: si peggiora la Fornero

Nonostante le promesse elettorali, non c’è una riforma complessiva del sistema. Dopo aver ulteriormente innalzato l’età pensionabile, la manovra introduce solo misure minute: proroghe di strumenti esistenti, aggiustamenti per categorie specifiche, mentre la flessibilità in uscita rimane limitata e spesso penalizzante. È una politica previdenziale che gestisce l’esistente, senza affrontare il nodo strutturale: la crescente distanza tra carriere discontinue e requisiti contributivi. Considerando che le pensioni sono salario differito, i lavoratori hanno subito negli ultimi decenni anche per questa via una rapina.

Il sistema continua a scaricare sui lavoratori attivi il peso di un welfare in crisi, senza redistribuire ricchezza dalla rendita al lavoro.

Spese militari: l’Italia si riarma

Il governo italiano, nonostante alcune remore in settori della maggioranza, è coinvolto a pieno titolo nel sostegno alla guerra in Ucraina, nella cooperazione militare con lo Stato di Israele e nella crescita delle spese per gli armamenti. D’altra parte, la cosiddetta opposizione, all’unisono con il Presidente della Repubblica, si qualifica più per sollecitare a un più coerente impegno in questa direzione che a rivendicare politiche di pace e di cooperazione con i paesi che stanno uscendo dalla condizione di dominati e si stanno organizzando per difendere questa loro autonomia.

La difesa è anche uno strumento di controllo sociale (polizia militarizzata, strumenti repressivi, tecnologia dual use).

Le spese militari aumentano di 1,1 miliardi nel 2026, raggiungendo 33,9 miliardi. Considerando i programmi pluriennali e i fondi distribuiti in altri ministeri (come quello delle Imprese e del Made in Italy, dove la difesa assorbe il 40,9% delle risorse), l’aumento complessivo sfiora i 10 miliardi. Si veda per esempio l’articolo di Giorgia Bonamoneta del 25 novembre 2025 su «Qui finanza», L’Italia si riarma per la guerra, 10 miliardi in più in Manovra per la Difesa. Questa cifra è più ampia perché include fondi distribuiti su più ministeri e capitoli di spesa. L’articolo rileva anche che “il settore della difesa assorbirà il 40,9% della previsione del ministero delle Imprese e del Made in Italy”, cioè che gran parte dell’incentivazione delle industrie è assorbita dagli armamenti.

Il documento programmatico spiega che il settore è fondamentale “per contribuire al rafforzamento della capacità di difesa europea e al consolidamento del pilastro europeo della Nato”. Cosicché l’Italia nel prossimo quindicennio spenderà in armamenti oltre 130 miliardi di euro. Si finanziano sistemi d’arma, cyber-difesa, droni, tecnologie dual-use e ammodernamento delle infrastrutture militari.

Non si tratta di difendere i cittadini, ma di proteggere gli interessi del capitale occidentale e alimentare il complesso militare-industriale. È una forma di assicurazione del capitale in un mondo instabile. Non è “difesa dei cittadini”, ma difesa dei rapporti di proprietà e dei privilegi del capitalismo occidentale nei confronti dei paesi emergenti e dei principali “nemici” del predominio occidentale. Infine, è una gigantesca commessa pubblica a favore del complesso militare-industriale – un settore ad alta intensità tecnologica, con forte integrazione europea, avente un capitale altamente concentrato – e della finanza speculativa che sta rimpiazzando la bolla dell’Intelligenza Artificiale con la bolla degli armamenti.

Conclusioni
La Legge di Bilancio 2026-2028 non modifica i rapporti di produzione, non redistribuisce ricchezza dal capitale al lavoro, non aumenta il potere contrattuale dei lavoratori, non affronta le cause strutturali della povertà. Al contrario, sostiene i profitti, mantiene bassi i salari, indebolisce il conflitto sociale e rafforza gli apparati repressivi e militari.

È una manovra che gestisce il capitalismo assicurandogli le migliori condizioni possibili di riproduzione. In termini gramsciani, è un dispositivo di egemonia: costruisce consenso attivo per il blocco sociale dominante (capitale, ceto medio, piccola borghesia), neutralizzando i conflitti potenziali e garantendo la continuità del sistema.

La lotta per una vera alternativa di classe – che ponga al centro i bisogni sociali, la riduzione dell’orario di lavoro, la redistribuzione della ricchezza e la democratizzazione dell’economia – resta più che mai necessaria.

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