Di Nanni Marcenaro

In queste ultime settimane la città di Genova ha visto, per la prima volta da molti anni, una mobilitazione della classe lavoratrice che nelle sue dimensioni e proporzioni è arrivata a coinvolgere l’intera città.
Di fronte all’ormai conclamata prospettiva di chiusura definitiva degli impianti siderurgici di Cornigliano, un tempo sede dell’Italsider, e già passati da diverse mani, per ritornare sempre in un modo o nell’altro nell’orbita dell’amministrazione statale, innanzitutto con il ricorso già ventennale allo strumento della cassa integrazione e dei lavori socialmente utili, tutto il personale dei metalmeccanici è entrato in sciopero, approvato da tutte le sigle sindacali eccetto la UIL, e ha imposto per 5 giorni un blocco del traffico su due vie di comunicazione fondamentali per la viabilità della città.
Gli annunci del governo, per bocca del ministro per le Imprese Adolfo Urso, sulla prospettiva di realizzare un cosiddetto “ciclo corto” della produzione di acciaio, che avrebbe sottratto agli stabilimenti di Genova le materie prime necessarie per le poche lavorazioni a freddo rimaste in capo agli impianti liguri -ovvero in primo luogo i rotoli di laminato che servono per la produzione della banda zincata- sono stati infatti accolte con sgomento e grave allarme, dopo lunghi anni di trattative con presunti gruppi industriali stranieri che avrebbero dovuto rilevare l’azienda ma che non si sono mai concretizzate in una vera offerta vincolante.
Lo stabilimento di Cornigliano occupa oggi 900 lavoratori metalmeccanici in servizio all’impianto, oltre a circa 300 dipendenti in cassa integrazione impiegati dal comune di Genova, che ne garantisce una parte del salario, ai lavori socialmente utili, ma l’efficienza degli impianti è mantenuta al momento a circa il 10% del potenziale produttivo: potrebbe dunque arrivare ad impiegare anche 6,500 dipendenti.
La situazione che vediamo oggi non è altro che la conseguenza perfettamente logica della politica industriale della siderurgia che i governi italiani hanno seguito negli ultimi venticinque anni, e senz’altro il governo Meloni è l’ultimo da cui ci si sarebbe potuti attendere qualsiasi cambiamento nella traiettoria intrapresa.
Gli interessi di un porto commerciale, dominato dalla figura di Gianluigi Aponte, che mira ad una continua espansione di traffico merci e persone, sono in contraddizione con le prospettive di un rinnovamento del tessuto produttivo della città e della regione, che possa avere ricadute positive sulla forza contrattuale dei lavoratori, sulla crescita della loro qualificazione e produttività, sulla dinamica di un’economia sempre più stagnante e terziarizzata.
La mobilitazione dei lavoratori a Genova ha spinto il governo a fare marcia indietro, dopo lunghe contrattazioni con sindacati e amministrazioni locali, garantendo la continuità delle forniture fino al 1° marzo 2026, e suggerendo la possibile entrata dello Stato nel capitale sociale dell’azienda.
Ma la tanto decantata decarbonizzazione del ciclo produttivo dell’acciaio, la prospettiva paventata di un altoforno elettrico, e oggi un fondo statunitense pronto a pagare la cifra simbolica di un euro per investire 5 miliardi nel risanamento dell’azienda, garantendo 8,500 posti di lavoro in tutti gli stabilimenti italiani, appaiono solo ritirate tattiche da parte di una classe dirigente e politica che ha già abbandonato da decenni la prospettiva e i vantaggi di una considerevole e affidabile produzione di acciaio nazionale, e che manovra subdolamente per la chiusura definitiva di questo comparto industriale nel Paese.
Anche i sindacati confederali della concertazione tuttavia hanno gravi responsabilità nella situazione che si è venuta a creare, e che ormai, avendo gettato l’azienda nelle mani della finanza internazionale, appare destinata ad un esito per cui nella migliore delle ipotesi la chiusura sarà rinviata solo di qualche anno.
L’accordo di programma che questi sindacati firmarono nel 1999 e che fu rinnovato nel 2005, in cui lo Stato era già stato chiamato a salvare l’azienda dai risultati della disastrosa gestione del gruppo Riva conseguente alla privatizzazione del 1995, infatti prevedeva nei suoi termini la “continuità occupazionale” degli stabilimenti, ma tale espressione non voleva affatto dire necessariamente che il numero di lavoratori sarebbe rimasto invariato nel tempo.
Intendeva soltanto garantire il posto di lavoro a coloro che al momento della firma erano dipendenti attivi dell’ex-ILVA, cioè circa 2,000 lavoratori, senza in alcun modo prospettare o suggerire che vi sarebbero mai state nuove assunzioni.
Da allora ad oggi infatti, il personale è passato da quei 2,000 agli attuali 900 + 300, per un totale di 1,200 dipendenti diretti o indiretti dell’azienda: oltre 700 dunque sono usciti dall’organico, in parte per la misera buonuscita offerta nella seconda ricontrattazione dell’accordo di programma nel 2014, in parte, evidentemente, per il raggiungimento dei requisiti per andare in pensione.
La lunga ed estenuante trafila che abbiamo visto negli ultimi vent’anni così, sembra tentare semplicemente di rimandare il momento della chiusura fino a quando i lavoratori coinvolti saranno così pochi da non potere muovere alcuna obiezione significativa a tale decisione, attendendo i pensionamenti che, passati ormai vent’anni, incominciano ad essere incombenti.
I sindacati, e con loro i lavoratori genovesi dell’ex-Italsider, hanno salutato le concessioni fatte dal governo in seguito alla mobilitazione come un successo di grande rilievo, che pur mettendo in difficoltà la città intera, ha comunque avuto un sostegno relativo degli abitanti, presentando come una vittoria degli interessi dei lavoratori le rassicurazioni ricevute dai rappresentanti del dicastero per le Imprese.
Ed è senz’altro una vittoria rispetto alle intenzioni manifestate dal governo di spezzettare l’azienda in società separate che avrebbero dovuto reperire sul mercato le materie prime, o dell’interruzione delle attività produttive nel sito di Cornigliano, ma vincere una battaglia, non vuole dire vincere la guerra, soprattutto da una posizione di debolezza come quella in cui si trovano oggi i lavoratori metalmeccanici a Genova.
La strada per ottenere dei risultati concreti, stabili, e significativi è molto accidentata, e percorrerla fino in fondo richiede senza dubbio una strategia che non si limiti a rivendicazioni di natura economica o di garanzie occupazionali, ma allarghi il suo sguardo alla cornice più ampia di un disegno politico che faccia della rivitalizzazione e sviluppo del settore produttivo dell’intero Paese un suo orizzonte fondamentale.
