Che cazzo succede? Che è guerra! Che è militarizzazione del Paese e delle università per la guerra contro la Russia!

di Fosco Giannini

Che cazzo sta succedendo? Questo dovrebbero chiedersi gli operai, i lavoratori, gli studenti, gli insegnanti, i comunisti, le forze più avanzate. Tutti, tutte. Senza spaventarsi della parola “cazzo”, ma delle orrende parole militarizzazione generale e guerra. Non dovrebbero, queste, fare ben più paura, metterci più in allarme? Se ne stanno accorgendo tutti di cosa sta accadendo? Il generale dell’Esercito Carmine Masiello ha pensato, e pesantemente affermato, di (sue parole esatte) “voler creare un pensiero laterale nell’esercito”. “Pensiero laterale”: a che cosa? Alla centralità democratica e costituzionale? Un pensiero volto all’autonomia dell’esercito dal corpo democratico-istituzionale generale? Un pensiero dal “golpismo” strisciante, più autonomo di quanto lo sia ora dai poteri parlamentari? Un esercito anche “politico”, in grado di determinare un maggiore potere in relazione al progetto Usa-Meloni-Nato diretto a militarizzare in senso molto ampio la politica, la società, il pensiero stesso del popolo italiano e preparare, su queste basi, anche la guerra contro la Russia? Le parole del generale Masiello non possono essere sottovalutate: che cos’è un nuovo “pensiero laterale” dell’esercito italiano?

 Molti generali ed alti ufficiali (da Pinochet a Videla, passando per i colonnelli greci del ’67) nei diversi continenti e nell’ultima fase storica, hanno già pensato, e violentemente praticato, un’autonomia ed una “lateralità” del pensiero dell’esercito. La “lateralità” del generale Masiello ha già preso corpo e si è trasformata in una prima azione politica quando ha chiesto, pochi giorni fa, all’Università di Bologna, al corso di filosofia, di iscrivere a questo stesso corso 15 ufficiali, cioè un’entrata organizzata e massiccia, nelle aule universitarie dell’“Alma Mater”, dell’esercito stesso. Il Dipartimento di Filosofia bolognese ha detto “no” e il Rettore dell’Università di Bologna, Giovanni Molari, ha affermato che questa è stata una “scelta autonoma” del Dipartimento. Sia i docenti del Dipartimento di Filosofia che il Rettore hanno affermato, naturalmente, che il “no” non è relativo all’iscrizione dei militari, dei soldati, degli ufficiali, uno ad uno, all’Università, è “solo” relativo all’iscrizione di un gruppo organizzato dell’Esercito, alla concezione della “lateralità” dell’esercito. Il generale Masiello, il Ministro della Difesa Crosetto, il capo del governo Meloni, hanno reagito in modo politicamente violento, durissimo e inusitato al “no” dell’Università di Bologna e hanno dichiarato una guerra politica totale all’Università di Bologna e al Rettore Molari (e dentro la loro visione e dentro la loro pratica generale di riarmo e di guerra imperialista vera, ciò è conseguente).

Gli studenti universitari di Bologna hanno reagito e hanno alzato il loro “no” alla penetrazione organizzata dell’esercito nell’università e alla militarizzazione generale della scuola. Noi ci schieriamo con gli studenti, con il Dipartimento di Filosofia dell’“Alma Mater” e con il Rettore di Bologna. I comunisti non possono che essere fortemente allarmati dal processo di militarizzazione in atto anche nelle scuole e nelle università e denunciare questo processo, alzando la guardia, dicendo “no”.

La Ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, sta cercando di aggirare l’ostacolo, lavorando ai fianchi le Università di Reggio Emilia e Modena per convincerle ad accettare i 15 ufficiali dell’Esercito.

Ma il processo di militarizzazione delle scuole e delle università esiste, è in campo o è un “pensiero comunista delirante”, come ha affermato la nota antifascista e democratica Meloni? Intanto, il contesto di militarizzazione in atto, imposto da Trump e condotto con piglio mussoliniano dalla Meloni è concretamente sostenuto dai seguenti fatti: il 5% del PIL da spostare verso le “esigenze” di rafforzamento della Nato (113 miliardi di euro l’anno, calcolati sul Pil del 2024 di 2.200 miliardi che in dieci anni, il tempo previsto, sarà di 1.100 miliardi di euro); il poderoso processo di riarmo interno (40 miliardi per il 2025, meno ospedali, meno scuole più armi: sembra esattamente il profilo ideologico del governo di destra); la tragica adesione del governo italiano al progetto scellerato dell’Ue di acquistare (obbligatoriamente) armi dagli Usa per poi inviarle gratuitamente al governo fascista e corrotto sino al midollo di Zelensky; la partecipazione piena, e costosissima per i lavoratori italiani, alla costruzione dell’Esercito Europeo, per finire al prodotto del “genio” neofascista della Meloni nella proposta (accettata dagli Usa, dalla Nato e dall’Ue) di applicare, eventualmente, l’articolo 5 della Nato al caso ucraino, nel senso che se l’Ue, gli Usa e la Nato (soprattutto l’Ue, per come sta ora in campo, a partire dalla Germania di nuovo guerrafondaia del Cancelliere Mertz) volessero un giorno interpretare un’azione militare russa contro l’Ucraina come un  attacco contro la Nato, la stessa Nato dovrebbe attaccare la Russia e sarebbe guerra mondiale, ispirata dall’articolo 5 della Nato. La guerra conto la Russia, cioè, alberga negli animi dell’Ue e del governo italiano.

 Ma qui siamo al punto in cui siamo costretti a ricordare il perché dell’intervento russo (l’Operazione Speciale) contro l’Ucraina:

-nel 2014 i nazifascisti ucraini, col Battaglione Azov alla testa e sorretti economicamente, politicamente e militarmente dagli Usa, dalla Cia, dalla Nato e dall’Ue, organizzano un violentissimo “golpe” (“il pensiero laterale” militare dell’Occidente imperialista?) contro il legittimo presidente Viktor Janukovyc, eletto democraticamente dal popolo ucraino per le sue posizioni razionalmente contrarie a far entrare l’Ucraina, ai confini con la Russia, nell’Ue e nella Nato;

-i neofascisti ucraini portati al governo dal golpe Usa- Nato-Ue iniziano, innanzitutto, a massacrare i comunisti ucraini per poi mettere nell’illegalità, oltre che il Partito Comunista Ucraino, tutte le forze di sinistra e democratico-borghesi, distruggendo lo stesso sistema liberale ucraino e avviandosi alla dittatura odierna di Zelensky, corrotta nelle sue fibre profonde;

-la Crimea e il Donbass, dopo il golpe nazifascista, esprimono la loro chiara volontà di non voler essere parte dell’Ucraina fascistizzata; i governi di Crimea e Donbass proclamano (2014) dei referendum popolari, legali e totalmente legittimi, dai quali esce il fatto che ben oltre l’85% dei popoli della Crimea e del Donbass non vogliono far parte dell’Ucraina fascistizzata ma tornare alla loro madre patria: la Russia. Il punto è che l’intero arco imperialista non vuole riconoscere la legittimità dei due referendum popolari del 2014;

-appena, dal Donbass, esce l’esito del referendum popolare (No all’Ucraina, Si alla Russia), il Battaglione nazifascista Azov, altri gruppi armati della destra fascista e “banderista” ucraina, lo stesso esercito ucraino al comando dei golpisti di Euro Maidan e degli agenti della Nato e della Gran Bretagna entrano nel Donbass e iniziano quella lunga campagna di massacri efferati contro il popolo del Donbass che durerà ben otto anni, nel raggelante silenzio mediatico occidentale;

-sulla scorta del golpe di EuroMaidan l’Ucraina inizia la propria trasformazione in una base militare Usa-Nato-Ue dotata di missili in grado di colpire Mosca in 8 minuti.

Questo è il quadro reale dal quale è sorta l’Operazione Speciale della Federazione Russa. Chi vuole ricordarlo in Occidente, quali suoi media lo raccontano? Quasi nessuno…

In questo contesto russofobo e guerrafondaio dell’Ue e dell’Italia del governo Meloni e della finta opposizione filo Nato del PD e del centro-sinistra, è verosimile il processo di militarizzazione generale italiano e della militarizzazione della scuola e dell’Università? Non solo è verosimile: è vero. E facciamo parlare i fatti. Oltre “il pensiero laterale” che il generale Masiello vorrebbe dare all’esercito italiano e oltre la questione dei 15 ufficiali dell’esercito che lo stesso generale voleva introdurre all’Università di Bologna, c’è una sequela di fatti da ricordare:

-nelle scuole, in molte scuole d’Italia, è iniziata una propaganda militare che parla di uniformi, combattimenti, armi;

-nelle scuole si segnala un aumento significativo di proposte didattiche e progetti di alternanza scuola-lavoro con le forze armate che la fanno da protagoniste;

– a Brindisi un’intera scolaresca è stata portata in caserma, come ricorda l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, per una lezione di combattimento corpo a corpo;

-poche settimane dopo questo fatto di Brindisi una dirigente scolastica della provincia di Siracusa ha firmato una convenzione per permettere agli studenti del proprio Istituto superiore di svolgere i Pcto, l’ex alternanza scuola-lavoro, presso l’arsenale militare marittimo di Augusta;

– a Messina tre foto di militari in assetto da guerra, equipaggiati con divise mimetiche, caschi e armi sono state trovate persino tra le pagine della brochure di presentazione della scuola, forse a promuovere il corso di orientamento con le forze dell’ordine previsto dal piano dell’offerta formativa;

-“L’operazione di ingresso di militari nella scuola e degli studenti nelle caserme – ha affermato Michele Lucivero, insegnante a Bisceglie e responsabile dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole – “è molto diffusa: coinvolge tutte le fasce, dalle primarie alle superiori fino all’università. Si va dagli alunni di una scuola elementare di Trani ai quali sono state fatte maneggiare armi, agli studenti più grandi che hanno la possibilità di svolgere i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto) in aziende del comparto militare-industriale, nelle caserme o basi militari (succede, per esempio, nella ex base Nato a Sigonella). Lunga anche la lista delle classi in cui l’armamentario bellico fa capolino in aula sotto forma di computer, droni e robot dual use, a scuola adoperati per esperimenti e fuori della scuola programmati per sganciare bombe. A Palermo, recentemente, i vigili urbani hanno organizzato, alla presenza di una scuola della città, una simulazione dell’arresto di un criminale: si sono messi a sparare a salve e hanno spaventato i bambini”;

– “Normalmente negli istituti – ha affermato ancora il professor Lucivero – “i progetti e le uscite didattiche seguono un iter di approvazione molto preciso: vengono portate in collegio docenti e poi votate in consiglio di classe. Ci siamo accorti, però, che questa procedura partecipativa e democratica viene spesso disattesa quando si tratta di iniziative legate ai militari. Un comandante di una caserma o un sindaco chiama il dirigente e annuncia una manifestazione istituzionale per la quale è necessaria una rappresentanza della scuola. Che a quel punto avviene, senza ulteriori passaggi. Ecco perché bisogna formare e sensibilizzare il personale per fermare queste iniziative”. “Con queste operazioni – ha concluso il professor Lucivero in un suo recente intervento pubblico – “la cultura della guerra entra nella testa dei più giovani: diventa un metodo per legittimare e diffondere il consenso, tra le nuove generazioni, sulla presenza delle forze armate che intervengono in più contesti, sia all’estero nelle varie missioni internazionali, sia nei più disparati ambiti interni, compresi quelli non di stretta competenza militare”.

Il governo Meloni raccoglie oggi l’eredità storica del fascismo di guerra di Mussolini, riarma il Paese, costruisce giorno dopo giorno l’odio di massa contro la Russia, in una sorta di nuovo e aggiornato anticomunismo e antisovietismo. Ha scritto recentemente Alessandro Orsini (non casualmente scomparso dai media) in un pezzo dal significativo titolo “Italiani nelle bare”: “Guido Crosetto sta preparando l’Italia a entrare in guerra contro la Russia, ma usa una retorica pacifista perché gli italiani sono pacifisti. I governanti manipolano i governati usando la retorica che meglio si adatta alla cultura politica del popolo. Prima di entrare in guerra con la Russia, Giorgia Meloni deve assumere il controllo politico delle università, spaventando rettori, direttori di dipartimento e professori con minacce dirette.  Una volta scoppiata la guerra con la Russia, i giovani italiani inizieranno a tornare in Italia nelle bare. E allora Giorgia Meloni avrà bisogno che la vetta del sapere, l’università, i professori esperti di sicurezza internazionale spieghino in televisione che i ragazzi italiani morti nelle bare sono una cosa bella, buona e giusta. La preparazione di un Paese alla guerra richiede una trasformazione del suo sistema sociale. Lo scontro tra Giorgia Meloni e l’Università di Bologna fa parte della trasformazione in corso… la Nato sta entrando nelle università italiane per controllarle dall’interno. Giorgia Meloni è una manipolatrice dell’opinione pubblica. Non fidatevi delle sue rassicurazioni di non inviare soldati in Ucraina. L’Italia può ritrovarsi in guerra all’improvviso per innesco dell’articolo 5 della Nato, voluto dalla Meloni: in guerra contro la Russia senza soldati, senza carri armati e senza munizioni, con una difesa antiaerea praticamente inesistente. L’Italia è nelle mani di un gruppo di corrotti. E i poteri corrotti legati al governo Meloni hanno cercato di distruggermi per impedirmi di spiegare queste cose”.

I comunisti non possono che essere d’accordo con Alessandro Orsini. E devono finalmente impegnarsi per costruire un Fronte di popolo e di massa contro la guerra contro la Russia, contro il riarmo, contro il nuovo potere militare e di destra in costruzione e per l’uscita dell’Italia dalla Nato.

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