ICE: la maschera democratica delle nuove SS

di Alessandro Testa, studioso di questioni filosofiche e teologiche del Centro Studi Domenico Losurdo.

Negli Stati Uniti del XXI secolo, mentre si celebra la libertà e si predica la democrazia, c’è un’istituzione che agisce nell’ombra con modalità che ricordano sinistramente quelle delle SS del Terzo Reich: l’ICE, Immigration and Customs Enforcement. Non si tratta di una provocazione. È una constatazione che fa male, ma che va detta: ogni epoca ha i suoi strumenti di paura e di repressione, e l’ICE è il volto “legale” del terrore moderno, travestito da burocrazia.

Le SS gestivano i lager; l’ICE gestisce centri di detenzione per migranti, strutture che — sebbene più pulite e ordinate — obbediscono alla stessa logica: segregare chi non appartiene. Le mura sono diverse, ma il principio è identico: togliere umanità a chi rappresenta un corpo estraneo al corpo politico. Il migrante diventa numero di pratica, come un tempo l’ebreo era un numero tatuato. È la disumanizzazione resa efficiente, informatizzata, “democratica”.

Ogni regime — fascista o liberale — ha bisogno di un nemico per sopravvivere. Le SS costruirono il mito del “giudeo-bolscevico”; l’ICE alimenta l’incubo del “clandestino criminale”. È sempre la stessa storia: si semina paura, si costruisce un nemico interno, si ottiene ordine e consenso. L’opinione pubblica, anestetizzata dalla retorica della “sicurezza nazionale”, applaude mentre la libertà viene ridotta in silenzio.

Gli agenti ICE operano spesso senza identificarsi, mascherati, coperti da un’autorità che non risponde a nessuno. Ricorda qualcosa? Le SS, nei loro stivali lucidi e con il teschio sul berretto, incarnavano il potere assoluto dell’anonimato armato: la forza che non deve rendere conto. Quando lo Stato permette ai suoi uomini di agire senza volto e senza nome, il totalitarismo non è un rischio, è già un fatto.

“Non facciamo politica, applichiamo la legge.” È la scusa più vecchia del mondo. Era la frase preferita dei carnefici di Auschwitz e oggi è quella dei funzionari ICE. Il male non ha più bisogno di ideologia: gli basta un formulario da compilare e un ordine da eseguire. Questa è la banalità del male 2.0: la violenza sterilizzata dal linguaggio neutro dell’amministrazione.

L’ICE è oggi una macchina di potere autonoma, con budget miliardari, capacità di arresto extragiudiziale e accesso a banche dati biometriche. Non è più un’agenzia: è un mostro burocratico con immunità morale. Ha ereditato, in chiave postmoderna, il compito delle SS: mantenere l’“ordine interno”, selezionare chi merita di appartenere alla comunità e chi deve essere espulso. Solo che ora lo fa in nome della “libertà” e della “sicurezza”.

Il punto più inquietante è proprio questo: le SS operavano in un regime totalitario dichiarato; l’ICE agisce dentro una democrazia. E ciò che sotto Hitler era aperta barbarie, oggi diventa barbarie normalizzata, travestita da “stato di diritto”. Non servono più stivali, croci uncinate o campi di sterminio: basta una rete di centri di detenzione invisibili, un linguaggio tecnico, e un pubblico distratto che non vuole sapere.

Chi oggi difende l’ICE in nome della legge e dell’ordine dimentica che le peggiori atrocità della storia sono sempre state perfettamente legali. Quando un Paese accetta di dividere le persone tra degne e indegne, tra legittime e illegittime, il confine tra democrazia e fascismo non è più una linea: è un ricordo. L’ICE non è un ritorno al passato: è la prova che il passato non è mai passato davvero. E che il volto del nuovo autoritarismo non porta una svastica — porta un distintivo.

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