A cura della redazione

A Firenze, il Circolo “S.M.S. Rifredi”, in via Vittorio Emanuela II, n° 303, ha una Sala Conferenze storica, prestigiosa, legata alla storia del movimento operaio, antifascista e comunista fiorentino, e soprattutto ha una Sala grande, dove possono essere ospitate circa 200 persone. Ed è per questo che gli organizzatori (Movimento per la Rinascita Comunista e Resistenza Popolare – Uniti per il Partito Comunista) del Convegno di mercoledì 15 ottobre alle ore 21.00, dall’inequivocabile titolo “Contro il genocidio del popolo palestinese. Ogni città a fianco del popolo palestinese”, qualche timore per la riuscita del Convegno stesso lo avevano. Timori, tuttavia, che venivano spazzati via, a mano a mano che i compagni e le compagne fiorentine, di Empoli, di Pisa, i militanti dei movimenti filo palestinesi, gli studenti arrivavano e riempivano la vasta (e “pericolosa”, per la difficoltà di colmarla) sala del “Rifredi”.
Un successo! Per il cui merito molto si deve alla paziente, paziente e ferrea organizzazione dei compagni di Resistenza Popolare di Firenze e della Toscana, ai compagni del Movimento per la Rinascita Comunista che molto hanno lavorato per portare i prestigiosi oratori della serata, si deve all’impegno militante dell’Associazione palestinesi di Firenze e alla presenza dei prestigiosi oratori che hanno partecipato al Convegno, portando i lori importanti contributi.
Apertosi con un brevissimo saluto del compagno Salvatore Catello, responsabile nazionale di Resistenza Popolare, il Convegno si è aperto con una, davvero densa, lucida, acuminata e coraggiosa relazione dell’Ambasciatrice (scrittrice, esperta di Medio Oriente e voce critica della diplomazia italiana) Elena Basile, che ha, in sintesi, affermato:
“La politica che sta tenendo Israele oggi è una politica mafiosa, terrorista, che va distinta persino dalle strategie dei primi governi israeliani: Ben Gurion faceva interventi lampo perché teneva conto della situazione geografica e delle forze di Israele. Oggi abbiamo un paese che mantiene sette fronti militari: Gaza, Cisgiordania, Libano, Yemen, Iran, Siria e Iraq. E con l’attacco a Doha sta mettendo in discussione le stesse alleanze con Egitto, Giordania e le monarchie del Golfo, gli interlocutori degli accordi di Abramo. Alle Nazioni Unite due terzi del mondo votano contro Israele. Grazie soprattutto al lavoro di Francesca Albanese, la società civile resiste e si oppone”. L’Ambasciatrice, proseguendo il proprio intervento, ha invitato a non leggere il 7 ottobre come una rottura nella storia recente: “C’è una continuità politica nell’occupazione illegale di Gaza e Cisgiordania dal 1967. Non solo con Netanyahu” e da qui la domanda cruciale: ‘Cosa si può fare contro un paese che ha vissuto nell’illegalità e nell’impunità totale? L’Ambasciatrice ha quindi espresso ammirazione per iniziative della società civile come la Global Sumud Flotilla o la risoluzione 377 “Uniting for Peace” dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, definendole strumenti di “indignazione morale e resistenza a un pensiero unico propagandato dai maggiori media”. Ma ha ammesso un certo pessimismo: “Il diritto viene implementato solo se c’è un quadro politico che lo sostiene”. L’unica strada, per lei, resta la mobilitazione popolare: “Dobbiamo concentrarci in una mobilitazione dentro gli Stati europei e, se possibile, negli Stati Uniti, per chiedere la fine della cooperazione politica, militare ed economica con Israele. Grazie a Francesca Albanese, oggi abbiamo i nomi e cognomi di tutte le imprese che fanno profitto col genocidio”.
Sul ruolo di Hamas, l’Ambasciatrice ha spiazzato la platea: “Sono stanca di questa condanna astorica, usata come concessione a un regime sottoculturale. Io non sposo le politiche di Hamas, che hanno fatto da sponda alla retorica israeliana. Ma è una menzogna far credere che la politica di Israele dipenda da Hamas”, ricordando che in Cisgiordania, dove non governa Hamas, “i crimini di guerra sono gli stessi di Gaza”.
Altro passaggio non certo liturgico, da parte dell’Ambasciatrice Basile, è stato quello relativo alla definizione stessa di genocidio, con una non celata critica ad opinionisti e giornalisti televisivi: “Non è una questione terminologica. Nel momento in cui si definisce Israele stato genocida, scatta l’isolamento politico, morale e giuridico. È fondamentale”.
Basile ha anche denunciato l’atteggiamento di certa televisione italiana: “Mi dispiace ascoltare ancora conduttori che negano il termine genocidio o vietano di associare quanto accade alla Shoah. Ma è tragico che un popolo vittima di un genocidio sia diventato carnefice. La diaspora ebraica non ha nulla a che vedere con tutto questo, ma chiedere agli esponenti illustri della comunità ebraica di prendere le distanze è fondamentale per recuperare la nostra umanità”.
Sul riconoscimento della Palestina, l’Ambasciatrice ha accolto positivamente i recenti voti all’ONU e le aperture europee, ma con grande diffidenza: “È meraviglioso che due terzi degli Stati abbiano votato per i due Stati, che persino Macron parli di riconoscere la Palestina. Ma ho l’impressione che ci sia un tentativo dei governi di gestire il dissenso della società civile con riconoscimenti che politicamente non portano a nulla e suonano tragicomici per un popolo annientato, torturato e genocidato”.
L’intervento si è concluso con una riflessione più ampia, che ha toccato il nodo dei rapporti tra Gaza, Israele e l’imperialismo occidentale: “Gaza è un’incrinatura. Da lì emerge il vero volto dell’imperialismo americano e israeliano. E dobbiamo riconoscere anche quello espansionistico della Nato, che in Ucraina porta avanti lo stesso disegno di dominio.Se anche il centrosinistra riuscisse a rendersene conto, sarebbe un’incrinatura contro le due destre al governo”.
Sul cosiddetto Piano Trump, riportiamo in sintesi il giudizio dell’Ambasciatrice. “Esaminiamo la proposta. Si tratta di un chiaro ritorno da una parte al colonialismo, in quanto si nomina, (sembra quasi una beffa), un britannico che ha tradito i valori del laburismo inglese, ha mentito al suo popolo e ha le mani sporche di sangue dei 500 mila iracheni trucidati (dato approssimato per difetto), il noto Tony Blair, quale coordinatore e garante del piano di ricostruzione di Gaza. Un ritorno al protettorato britannico sotto altre forme. Ai palestinesi si concede di vivere, di non essere deportati ma non di essere un popolo con rappresentanza politica. Hamas viene considerata tout court il male assoluto e non un’organizzazione per la liberazione con la lotta armata di un popolo sotto dominazione di una potenza straniera. Ricordo che se Hamas uccide soldati israeliani rientra nel diritto onusiano. Hamas tuttavia compie atti di terrorismo colpendo civili israeliani, anche ragazze che ballano e bambini (si attende un’inchiesta indipendente sulle altre responsabilità). Purtroppo l’hanno fatto anche gli israeliani e Begin, un terrorista vincente, divenne primo ministro. Lo facevano i mitici carbonari risorgimentali e lo fanno oggi gli ucraini con attentati in Russia. Ma ormai la parola d’ordine è Hamas uguale al male assoluto”.
L’Ambasciatrice, che deve assolutamente prendere il prossimo treno per Roma, è salutata da un’ovazione del pubblico che, in piedi, la saluta con grande stima per il coraggio politico che la contraddistingue e con il conseguente affetto.
Dopo la Basile, Catello passa la parola ad Angelo D’Orsi, docente di Storia del Pensiero Politico all’Università di Torino.
“Tenterò di svolgere una breve lezione di storia” – ha esordito il professor D’Orsi. Così iniziando: “Nell’anno 416 a.C. una enorme flotta ateniese (38 navi, con oltre tremila soldati), si presentò davanti al porto di Melo (oggi Milo, o Mylos), isolotto delle Cicladi, fino ad allora neutrale nello scontro fra Sparta e Atene. Dalla nave ammiraglia scesero ambasciatori che senza tanti giri di frasi misero i capi dell’isola davanti a una secca alternativa: porre fine alla neutralità, schierandosi con Atene, ossia sottomettendosi, oppure accettare di essere distrutti. I capi del Melii si appellarono al diritto (oggi aggiungeremmo “internazionale”), tentando di respingere quell’aut aut. In risposta, gli Ateniesi li invitarono beffardamente a prendere atto dei rapporti di forza. Era inutile che i Melii si appellassero alla giustizia, o all’aiuto degli Dei dell’Olimpo (i quali, a detta degli ateniesi, usavano anch’essi il metro di giudizio della forza), o anche al sostegno di Sparta (che non si sarebbe impicciata, come in effetti fu). I Melii, dopo aver invano scongiurato gli Ateniesi di rinunciare a punire la popolazione (inerme e innocente), decisero di resistere, salvando l’onore dell’isola, ma non la vita dei suoi abitanti, i quali infatti vennero massacrati o ridotti in schiavitù, e l’isola saccheggiata e devastata, anche se per gli Ateniesi, pur di tanto superiori sul piano militare, l’impresa non fu affatto agevole, come avevano immaginato. Proviamo ad attualizzare il racconto di Tucidide. Nelle cosiddette “nuove guerre” il tratto caratterizzante è la sproporzione delle forze: sono le “guerre ineguali” o asimmetriche. Ebbene, il genocidio in corso a Gaza, ma anche quello più sotto traccia nei Territori Occupati (la Cisgiordania), e i connessi omicidi di massa in Libano, con estensioni alla Siria, e via seguitando, sappiamo essere qualcosa che per la disparità dei mezzi militari, economici e propagandistici chiamiamo guerra asimmetrica, guerra “posteroica”. Che eroismo ci può essere quando dall’alto dei cieli o di lontano vengono scagliati migliaia di ordigni su una popolazione inerme e innocente? Che razza di guerra può mai essere quella in cui missili e bombe distruggono sistematicamente palmo a palmo un territorio, a tal punto che anche se i bombardamenti cessassero oggi, occorrerebbero anni e anni e anni, e miliardi di dollari per una ricostruzione, che di fatto è impossibile. L’Atene di oggi (non per la cultura, ma solo per la forza), Tel Aviv, non può accettare ribellioni al suo strapotere, anche se si sta accorgendo che sconfiggere Hamas da una parte implica uno sforzo che non era stato messo in conto, dall’altra produce un massacro indiscriminato di persone, a cominciare dalle più fragili: bambini, anziani, donne. Israele fa strame del diritto internazionale, proprio come gli Ateniesi con i Melii. La logica a cui si ispirano Nethanyau e i suoi complici rovescia qualsiasi civiltà giuridica, fondata sul principio che la forza nasce dal diritto, e mette davanti agli occhi del mondo il tremendo assioma che è il diritto ad essere subordinato alla forza. Quando qualcuno si comporta così, quando si mostrano i muscoli, e li si usa, per sostenere di aver ragione, quando si ricorre all’uso della forza a prescindere dalla legge, ossia non c’è più la legalità (nella quale è contemplato l’uso della violenza, ma appunto secondo la legge), ma soltanto la cieca violenza, si agisce secondo il principio che possiamo chiamare del “prepotente”. Che è colui che (copio dal Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia) “in contrasto e con danno della volontà, dell’interesse e dei diritti altrui, fa prevalere i propri ricorrendo alla forza, alla prevaricazione, all’offesa”.
Ecco, Israele da anni aspetta di impadronirsi delle misere frattaglie territoriali rimaste ai palestinesi, e con il pretesto del 7 ottobre (la cui spiegazione è sempre più distante da quella ufficiale, basti leggere il libro di Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Fazi Editore), sta usando la cieca forza in una misura che mai si era vista nel mondo dopo il 1945. Nessuna legge viene rispettata, né quelle umane, né quelle divine, potremmo dire, calandoci nell’antica Grecia: e Sparta, come oggi la cosiddetta “comunità internazionale”, non si impiccia, mentre gli dei (i potenti di oggi), condividono l’efferato principio della legge del più forte.
Forse è giunto il momento che i teorici del diritto internazionale, i paladini della legalità, i liberali e i democratici che respingono l’idea di un mondo fondato sulla prepotenza del forte ai danni del debole, coloro che continuano a ritenere che persino in guerra vadano rispettate delle norme e delle regole (come ci ha insegnato fin dal 1625 Ugo Grozio), ebbene tutti costoro dovrebbero alzarsi in piedi e gridare il loro sdegno e obbligare i rispettivi governi ad agire per isolare quello di Tel Aviv, espellendolo da ogni consesso, interrompendo ogni aiuto militare ed economico, additandolo, nei secoli dei secoli, all’ignominia della storia. E se lo facessero oggi 7 ottobre, sarebbe anche più efficace, anche per contrastare una narrazione obbligata, che viene usata come grimaldello per scardinare il diritto (quello internazionale, e quello umanitario che ne è stato generato), violare la legge, e criminalizzare un intero popolo, e di conseguenza, coloro che si battono per la sua liberazione”.
Grandissimi applausi per l’intervento del professor D’Orsi e poi Catello passa la parola a Abed Daas, presidente dell’Associazione dei Palestinese fiorentini.
Abed Daas si alza in piedi per svolgere l’intervento e la Sala intera lo sommerge in un applauso infinito, lo abbraccia in questo saluto solidale.
E afferma Daas: “Siamo molto delusi, perché abbiamo accettato di tutto per porre fine a questo massacro, al genocidio e dare la possibilità al popolo palestinese di avere un minimo di striscia di terra per avere la sua dignità e costruire il suo stato indipendente. Ma siamo delusi dalla comunità internazionale, in particolare modo dalle democrazie europee e dall’Italia. Nel giorno dell’annunciata operazione di terra dell’esercito israeliano verso l’occupazione definitiva di Gaza City ed il contemporaneo via libera per il piano di occupazione della cosiddetta area E1 della Cisgiordania, la comunità palestinese fiorentina già accusò la comunità internazionale di complicità verso il genocidio in atto. Siamo sempre stati descritti come dei terroristi, come se fossimo noi ad occupare Israele e non il contrario” – prosegue Abed Daas, che punta il dito contro “l’Occidente complice della politica di Israele, che oggi vuole con quest’ultima colonia dividere la Cisgiordania. Così non avremo mai più uno Stato palestinese”. E sul Piano Trump così si esprime Dass: “Questo è in piano cinicamente neocolonialista, un piano che emargina brutalmente il popolo palestinese e un piano così è destinato al fallimento, ad una subitanea caduta. L’Occidente conservatore e reazionario non ha ancora capito la natura impavida, coraggiosa, eroica del popolo palestinese, che soffrirà ancora le truci complicità degli Usa e dell’Ue con Israele, che soffrirà ancora sotto la dittatura feroce ed il genocidio di Israele, ma camminando accanto alle centinaia di milioni di lavoratori, studenti, intellettuali di tutto il mondo che si schierano con lo stesso popolo palestinese, esso sempre si batterà, combatterà e vincerà!”.
Dopo Abed Daas è lo stesso Salvatore Catello, responsabile nazionale di RP e membro dei gruppi dirigenti nazionali del movimento “Uniti per il Partito Comunista” ad intervenire, affermando: “Dopo le parole dei nostri ospiti, soprattutto quelle di Abed Daas della comunità palestinese di Firenze, che ci ha ringraziato per le mobilitazioni e l’impegno delle tante organizzazioni e delle tante persone in sostegno della causa palestinese, mi viene spontaneo ringraziare invece tutti i palestinesi, in Palestina e in Italia, per l’eroica resistenza contro l’occupante sionista genocida, anche perché la lotta del popolo palestinese ha risvegliato il popolo italiano, che è riuscito ad unirsi e superare le divisioni per marciare insieme a favore della Resistenza palestinese, per una Palestina libera dal fiume al mare, contro lo stato sionista, contro il genocidio e contro l’appoggio del nostro governo, servo degli USA e d’Israele. Le nostre mobilitazioni sono state anche da esempio in tutto l’occidente e chi pensa che mobilitarsi non serva, sbaglia di grosso, perché solo la sollevazione dei popoli ha cambiato il corso della storia. Certo per noi serve una avanguardia organizzata che sia capace di superare le divisioni, che unisca, che superi l’emergenza e che metta insieme le lotte sulle questioni internazionali con quelle nazionali, come lavoro, sanità, diseguaglianze e giustizia sociale. Per questo stiamo lavorando insieme, RP e MpRC, per costruire il Partito Comunista, una forza che cerchi di assolvere a tutte queste esigenze che fino ad oggi nessuno è riuscito ad assolvere. Per questo, nel gennaio 2026, a Roma, nascerà il Partito Comunista con un forte spirito unitario che sarà il punto centrale di questa organizzazione insieme alle giuste lotte da portare avanti. A cominciare da quella palestinese!”.
Dopo Abed Daas è il momento di Moni Ovadia, applauditissimo nel suo intervento appassionato e molto “caldo”, anche se svolto da remoto: “Il fatto che il genocidio di Israele nei confronti del popolo palestinese sia stato perpetrato attraverso la logica perversa e primitiva secondo la quale il popolo di Israele sarebbe il popolo scelto da dio e la Palestina la terra scelta da dio per gli ebrei, è ormai una tesi insostenibile e, di fronte al sangue versato, ripugnante. Il popolo di Israele, che ha nella sua memoria e nella sua storia, l’orrore del genocidio nazista, ora rischia fortemente di passare alla storia come “l’altro popolo genocida”. Israele non potrà resistere storicamente continuando a versare questi fiumi di sangue. Con questa sua politica genocida Tel Aviv mette fine alla stessa storia di Israele. I popoli del mondo, i giovani del mondo hanno occupato le città di ogni continente per esprimere la solidarietà al popolo palestinese e condannare Netanyahu. I popoli scenderanno ancora n campo, i giovani di tutto il mondo sono con il popolo palestinese e noi saremo al fianco dei popoli e dei giovani del mondo in lotta per la vittoria della Palestina!”.
Conclusioni del dibattito affidate a Fosco Giannini, coordinatore nazionale del MpRC e del gruppo dirigente nazionale di “Uniti per il Partito Comunista”: “Nelle vecchie sezioni del PCI storico, anche in quelle di sperduti paesini di montagna, se all’ordine del giorno vi fossa stata la chiusura del mattatoio sotto casa, il segretario iniziava sempre parlando del contesto internazionale, poiché da lì, dal contesto internazionale, ogni cosa deriva. E dobbiamo dunque chiederci in quale quadro internazionale si colloca il genocidio israeliano contro il popolo palestinese, la ferocia, non solo impunita ma anche sollecitata, di Israele. Il contesto è il seguente: il 26 dicembre del 1991 viene ammainata la gloriosa bandiera sovietica dalle cupole del Cremlino. L’Unione Sovietica si auto dissolve e ciò cambia il mondo. I cantori dell’imperialismo affermano che, dopo la scomparsa dell’URSS, la “Storia è finita”. Ma in un lampo storico il mondo cambia radicalmente: attorno al titanico sviluppo economico cinese si unisce un grande polo mondiale dal carattere antimperialista. Nel 2009 si costituiscono i BRIC, che nel 2010 diventano, con l’ingresso del Sud Africa, i BRICS. L’America Latina è scossa da grandi rivoluzioni socialiste e antimperialiste. In tante aree dell’Africa e dell’Asia si aprono processi rivoluzionari e antimperialisti. I rapporti di forza internazionali mutano a sfavore del fronte imperialista, che inizia sempre più a temere il proprio declino e perde a mano a mano le zone mondiali di influenza. Ed è in questo contesto che va collocata la questione di Israele, che per gli Usa soprattutto, e anche per l’Ue, diviene sempre più il “cane da guardia”, armato sino ai denti e con 60 testate nucleari, che deve comandare, a nome di Washington, nella regione nevralgica del Medio Oriente. Per questo disegno il popolo palestinese può essere sacrificato. Può essere sterminato, con le armi Usa, dell’Ue, dell’Italia, come vuole Israele”. E prosegue, Giannini: “Detto ciò in modo preliminare, andiamo ad alcune riflessioni per poi giungere a cosa dobbiamo fare oggi. Partiamo da due questioni: primo punto: l’enfasi, il carnevale mediatico mondiale sul Piano Trump organizzato prima alla Knesset e poi in Egitto, a Sharm el – Sheikh, nei quali appuntamenti, proprio grazie alla grancassa internazionale, si è tentato di rimuovere, di cancellare dalla storia il genocidio israeliano a Gaza, i circa 65 mila morto gazawi, gli orrori sionisti, tutte le macerie di Gaza, la scomparsa stessa di Gaza, tutti i fronti di guerra e gli assassini di guerra sionisti perpetrati, solo in questi ultimi mesi, su tutti questi fronti: Libano, Siria, Yemen, Qatar, Iran. Secondo punto: la nostra totale contrarietà al piano Trump, un piano dal carattere chiaramente imperialista e neocolonialista. Col piano Trump si ratificano quattro progetti da “imperialismo da cuore di tenebra”:
-la terribile umiliazione e la diaspora imposta al popolo palestinese;
-la ribadita centralità (armata con 60 testate nucleari) del fascismo sionista in Medio Oriente;
-la conquista del petrolio di Gaza, specie attorno al valico di Kerem Shalom; -la consegna di Gaza e della Cisgiordania ai coloni fascisti israeliani armati sino ai denti.
L’euforia imperialista di questi giorni, che si basa sulla cancellazione dalla Storia e dalla faccia della terra del popolo palestinese, è la stessa euforia che succedette ad altri passaggi che gli Usa non si peritarono di definire storici e che finirono in bolle di sapone perché, come questo della proposta Trump, trovavano “soluzione” nell’emarginazione del popolo palestinese e nella mortificazione di ogni suo ruolo da svolgere per la propria storia:
-gli accordi di Camp David del 1978, con Jimmy Carter;
-gli accordi di Oslo del 1993 (con Bill Clinton, celebrati in pompa magna alla Casa Bianca);
-i nuovi accordi di Camp David del 2000, ancora con Bill Clinton. Oltreché alle centinaia di inutili, magnificate quanto vuote, Risoluzioni dell’ONU volte a “ratificare” uno Stato palestinese.
Qual è radice di tutto ciò? La base materiale della guerra continua di Israele contro il popolo palestinese, di questi fallimenti, di finti accordi e finte Risoluzioni ONU? Proviamo a capirlo, seppur nella sintesi estrema a cui mi obbliga il tempo di queste conclusioni. Dopo la Prima Guerra Mondiale la Gran Bretagna prende il controllo della Palestina. Vi era stato il crollo dell’Impero Ottomano che lasciava libera per l’imperialismo la Terra di Palestina e la Gran Bretagna ne approfitta. È con questo controllo dell’imperialismo britannico che inizia la migrazione di ebrei in Palestina. In una terra d’un altro popolo, occupando questa terra. In questa prima fase vi sono in Palestina 82mila ebrei, “ospitati”, e 1 milione e 200 mila palestinesi, proprietari della propria terra di Palestina. Che cosa accade tra il 1916 e il 1917? Accade che l’imperialismo britannico stringe un accordo con la borghesia ebraica britannica, un accordo volto alla consegna della terra di Palestina alle élite ebraiche. L’accordo prende forma ufficiale nel 1917, con la Dichiarazione di Balfour (Balfour era, allora, il Ministro degli Esteri britannico) e tale Dichiarazione ufficializza che l”a Palestina è terra ebraica”. Un colpo di Stato condotto da lontano, da Londra, contro il popolo palestinese.
1922: sulla scorta della Dichiarazione di Balfour la, famigerata, “comunità internazionale” (e cioè le élite imperialiste) chiedono al Regno Unito di trasformare la Palestina nella “sede nazionale” del “popolo eletto”, del “popolo di dio”, poiché, secondo gli autori dell’accordo (governo britannico e borghesia ebraica britannica), sarebbe stata la Bibbia stessa a “legiferare” ideologicamente, teologicamente che la Palestina è e dovrà essere la terra degli Ebrei. Un’idea segnata da un (voluto, brandito come un’arma impropria) primitivismo religioso, da un falso dogma ancestrale, che tuttavia ancora oggi viene fatto funzionare dagli ebrei contro il popolo palestinese e di fronte ai popoli (seppur da ormai secolarizzati) del mondo.
Tutto ciò che viene dopo la Dichiarazione di Banfour (la nascita indotta dalla “comunità internazionale” della nuova Nazione di Israele, la cacciata dei palestinesi dalla loro terra, la trasformazione della Cisgiordania e di Gaza in prigioni a cielo aperto, la vita terribile dei palestinesi in questi grandi lager con addosso, ogni giorno, ogni minuto, i soldati israeliani con i fucili spianati, la presenza sempre più vasta ed opprimente dei coloni israeliani armati sulle terre palestinesi) è il prodotto della Dichiarazione di Dalfour e, come suo proseguimento, dello stato di terrore israeliano sulle popolazioni palestinesi. Giorno dopo giorno, per oltre 70 anni.
Tra i tanti punti di congiunzione tra “Banfour” e l’oggi – prosegue Giannini – “c’è anche l’orrenda e provocatoria proposta che un altro britannico (Tony Blair) possa guidare il piano Trump, quel Tony Blair dall’animo imperialista che fu grande complice del massacro del popolo iracheno nella guerra d’aggressione Usa-Ue- Nato contro Saddam Hussein. Noi dobbiamo riuscire a pensare solo per due minuti cosa è significato vivere a Gaza per i palestinesi: l’acqua, il gas, i viveri, il petrolio, le medicine, tutto arrivava, o non arrivava, da Israele a Gaza, a seconda delle decisioni, dell’“umore” di Israele. E la vita dei palestinesi di Gaza, esattamente come quella dei prigionieri nei lager nazisti, dipendeva dalla cangevole volontà dei carcerieri israeliani. Sola costante, l’invio continuo, sostenuto da Tel Aviv, dei coloni israeliani fascisti armati diretti ad occupare le terre migliori di Gaza. Condizioni di vita così dure e umilianti per il popolo palestinese che ogni Resistenza del popolo palestinese doveva essere legittima. Ma oggi, nel potere mediatico totale degli Usa e dell’Ue, le due sole parole “Resistenza palestinese” sono vietate, demonizzate, non sono pronunciabili e dirle si rischia, come ha dimostrato il caso dei nostri (MpRC e RP) compagni di Parma che, per un’iniziativa pubblica che si sta svolgendo contemporaneamente a questa nostra di Firenze, sono stati chiamati preventivamente in Questura.
Non si può più parlare, invece, di Resistenza palestinese – prosegue Giannini- “tutti i fronti palestinesi di lotta sono innominabili; il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; il Fronte Democratico; il Movimento Jihad islamico; l’Iniziativa Nazionale; lo stesso Al-fatah; il Movimento di Resistenza islamica Hamas. Non pronunciate questi nomi! Sono tutti terroristi! Non solo Hamas: dai comunisti ai Fronti Popolari sino ai Movimenti islamici: tutti terroristi! E si sa come la demonizzazione in terroristi sia stata un’arma ideologica potente ed essa sì terrorizzante per il potere occidentale storico: Giuseppe Mazzini era un esecrabile e sanguinario terrorista, assieme alla sua Giovane Italia e alla sua Giovane Europa, per le monarchie dell’epoca; Robespierre, i giacobini e persino i girondini erano terroristi per l’aristocrazia francese; Lenin, naturalmente, e tutti i bolscevichi erano assimilati alla “Narodnaya Volva”, movimento terrorista russo da cui Lenin prese sempre le distanze perché per i bolscevichi la rivoluzione doveva essere di popolo; i partigiani italiani erano terroristi e “banditen” per i fascisti e i nazisti: i combattenti algerini erano continuamente bollati come terroristi dalle pagine terribili de “Le Figaro” e da ogni altro giornale borghese nella Francia degli anni ’50. La demonizzazione delle lotte di Resistenza e di Liberazione nazionale è la via ideologica storica dell’imperialismo. Come la menzogna più spudorata, estesa ed imposta sul piano planetario è sempre stata un’arma delle più micidiali al fine di organizzare appoggio di massa per le guerre imperialiste e consenso ideologico e culturale per queste stesse guerre. Tutti ricordiamo la “fialetta” di Colin Powell, il Segretario di Stato americano che il 5 febbraio 2003 agitò tale fialetta di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sostenendo che essa conteneva antrace, l’elemento che Saddam Hussein ‘possedeva in grandi quantità – secondo Colin Powell- per preparare la guerra chimica’. Nella fialetta c’era della polvere bianca e in tutto l’Iraq gli agenti americani non trovarono un grammo né di antrace né di nessun altro composto chimico atto alla guerra biologica. Ma l’attacco Usa-Ue-Nato contro l’Iraq partì lo stesso e fu devastante, con circa 250mila vittime irachene.
E possiamo ricordare “Dracula”, il romanzo dell’irlandese Bram Stoker del 1897: da questo romanzo si è esteso un senso comune su scala planetaria secondo cui Dracula sarebbe un vampiro sanguinario, assurda menzogna con la quale si è cancellata la verità del vero e storico Dracula, partigiano rumeno che attorno al 1500, con l’intelligenza politica di un Machiavelli e le capacità militari di un Garibaldi, liberò la Romania dall’occupazione degli ottomani. Ma anche oggi, tutti i combattenti per la liberazione della Palestina sono terroristi! Da Marwan Barghouti (Al Fatah), ai comunisti del Fronte Popolare sino, naturalmente ad Hamas, tutti folli e sanguinari terroristi!
Vi è un fatto, curioso quanto drammatico: per gli Usa e per l’Ue, il Movimento di Resistenza Islamico (Hamas) è stato un interlocutore credibile e apprezzabile (e da contrapporre all’OLP) sino al 25 gennaio 2006, quando esso vinse le elezioni a Gaza col 44% dei voti e 76 seggi sui 132 del Consiglio Legislativo Palestinese, a fronte dei 43 seggi conquistati dall’Autorità Palestinese. Una vittoria, quella del Movimento di Resistenza Islamico, che si basava su importanti politiche sociali (Sanità e Scuola), sulla Resistenza all’acuirsi della repressione terroristica israeliana e anche sull’affievolirsi della Resistenza da parte dell’Autorità Palestinese.
Ma a tanta parte della sinistra aristocratica italiana la Resistenza palestinese non piace, non ha i connotati, lo “stile”, la fede religiosa che possono piacere all’Occidente. Occorre ricordare, a proposito, che all’elegante Fausto Bertinotti non piaceva la forse non elegante Resistenza irachena e che l’allora segretario del PRC affermava che quella irachena “non era una resistenza”. Eppure, in quella Resistenza, ci combattevano, armati, anche i militanti del Partito Comunista dell’Iraq!
Da Responsabile del Dipartimento Esteri del PCI, alcuni anni fa, stabilii un forte rapporto con l’Ambasciata dello Stato di Palestina a Roma e da allora ho sempre seguito le Note politiche settimanali dell’Ambasciata. Ebbene: mai una volta, in nessuna nota politica l’Ambasciata di Palestina sono apparse condanne alla Resistenza palestinese, a nessuna delle lotte di Resistenza, mentre la parola d’ordine emessa dall’Ambasciata è stata sempre la seguente: “Unità nella lotta di tutto il popolo palestinese!”.
La sinistra aristocratica e post-bertinottiana italiana ha, in verità, riesumato, per il giudizio sulla Resistenza Palestinese, la posizione di Trotzki, secondo il quale ogni Resistenza doveva essere, conseguentemente, anche laica e “pura” sul piano rivoluzionario. Su questo punto Lenin sarà duro e sferzante con Trotzki (si può leggere “Lenin su Trotzki”, degli Editori Riuniti), asserendo, al contrario, la necessità dell’ “autonomia”, persino dal progetto bolscevico, di ogni lotta e Resistenza anticolonialista, il cui valore si doveva e si deve trarre dalla capacità di liberazione nazionale dall’imperialismo.
Noi, oggi, siamo di fronte, per la Palestina, al “Piano di pace Trump”. Ma esso altro non è che un progetto di dissolvimento del popolo palestinese, un progetto di neo colonizzazione generale di Gaza e della Cisgiordania (e occorre notare la volgarità imperialista della Meloni, che vuole a tutti costi partecipare alla ricostruzione di Gaza, e cioè: prima si è complici con il genocidio israeliano, si inviano armi per la distruzione di Gaza, ridotta ad un grigio oceano di macerie, e poi si vuol partecipare alla sua ricostruzione al fine di soddisfare la sete di profitti delle grandi aziende italiane neoimperialiste).
Nessun piano Trump potrà risolvere la questione israelo-palestinese, se la questione palestinese è brutalmente accantonata. La Resistenza palestinese è la sola speranza, assieme ai popoli che in tutto il mondo sono insorti contro il genocidio e per la libertà del popolo palestinese!
Dopo il massacro di Sabra e Chatila (settembre 1982, 3.500 palestinesi assassinati e bambini uccisi dallo stesso Ariel Sharon, ministro della difesa israeliano) il grande poeta palestinese Mahmoud Darwisch scrisse. “Chi uccide i bambini ridendo non può avere un futuro sulla terra. Israele uccide sé stesso. E noi vinceremo!
Oggi il nostro compito, il compito dei comunisti e delle forze antifasciste e democratiche, è quello di essere sempre a fianco della Resistenza palestinese! E noi, sin da domani e sino alla vittoria, assolveremmo a questo compito!
Sappiamo, lo vediamo nelle piazze, che anche per rispondere al compito di unire tutte le lotte a fianco del popolo palestinese, per unire queste lotte ad un’unica, grande, lotta contro il governo italiano filo israeliano, in un’unica lotta contro il riarmo, contro il dominio imperialista Usa, per far uscire l’Italia dalla Nato e da questa Ue che non muove un dito per la causa palestinese mentre dichiara guerra alla Russia, per tutto ciò occorre unire i comunisti di questo Paese in un unico Partito Comunista, quale cardine per l’unità di un grande fronte di popolo e di massa a fianco del popolo palestinese e per la Liberazione dell’Italia dal giogo imperialista.
E per l’unità dei comunisti, per la costruzione del Partito Comunista, di un Fronte di lotta di massa e di popolo a fianco del popolo palestinese ci impegneremo!”
