Autocritica. Un importante contributo di Nanni Marcenaro intervento di apertura all’iniziativa di Genova del 22 febbraio sul libro: Manuale popolare per la costruzione del Partito Comunista.

Pubblichiamo l’intervento di Nanni Marcenaro, coordinatore regionale MpRC , svolto in occasione della presentazione dell’ultimo saggio di Fosco Giannini a Genova sabato 22 febbraio. Si tratta di una analisi sul ruolo e compiti dei comunisti, sulla necessità storica di un Partito che cambi lo stato attuale delle cose.

“L’autocritica quindi è una componente fondamentale della formazione dei comunisti non solo perché consente di migliorarsi nella propria capacità di membro attivo e consapevole nel partito e nella società, ma anche perché grazie alla sua pratica conseguente condotta pubblicamente si instaura un rapporto di fiducia tra il partito comunista, i suoi militanti e la sua dirigenza, e la classe lavoratrice della quale il partito patrocina la causa.”

Il libro che presentiamo oggi, nella sua struttura di raccolta di articoli e interventi scritti nel corso di vari anni, affronta molte tematiche di grande rilevanza nella prospettiva della costruzione di un partito comunista, su cui l’autore con le riflessioni contenute in questo testo intende dare indicazioni e suggerimenti.

Non si tratta, come egli stesso afferma nell’intervista che chiude il volume, di un sistema di regole o istruzioni che diano direttive o traccino percorsi da seguire, ma piuttosto di una serie di analisi che vogliono delimitare, come quei caratteri che distinguono l’azione politica dei comunisti un ben preciso spazio culturale; una ben determinata proposta riguardante la società e l’economia; un chiaro ed esplicito posizionamento geopolitico di un paese come il nostro, allo scopo di presentare in modo immediato, concreto, ed intuitivo, le coordinate più generali e l’atteggiamento che la costruzione del partito richiede ai militanti e ai dirigenti intenzionati ad impegnarsi in questa direzione.

Nel contesto dell’emersione di una nuova dinamica storica che sta portando alla coagulazione di un equilibrio di forze rinnovato, e trasformato dall’affermazione della Repubblica Popolare della Cina come attore geopolitico ed economico di livello globale che ha trascinato nella scia della sua crescita ed influenza molti dei paesi uniti nella Rivoluzione Anticolonialista Mondiale, e dalla ricostruzione della Russia sotto la guida di Vladimir Putin, così come la persistente instabilità economica, produttiva, e sociale guidata dalla finanziarizzazione sempre più estesa dell’economia, la valutazione dei rapporti internazionali tra gli stati, su cui Giannini si sofferma nell’esame di numerosi casi esemplari, non può che essere un elemento fondamentale nel processo di costruzione del partito.

Questo processo infatti consiste in primo luogo della formazione dei militanti e dirigenti riguardo alla teoria e alla pratica dei comunisti. Solo in questo modo l’attività politica del partito, basandosi su analisi oggettive e puntuali dei fatti concreti, delle condizioni materiali, delle caratteristiche degli attori in campo, può incidere in modo efficace sullo svolgimento degli eventi ed ottenere gradualmente risultati che permettono una crescita della sua influenza e un radicamento fermo sul territorio e tra la popolazione.

Non soltanto dunque bisogna considerare nel suo complesso la situazione che si viene sviluppando, e sapere individuare le tendenze che in essa si vanno affermando, ma poiché la formazione dei membri del partito è un compito di educazione alla politica e alla modalità di analisi adottata da un partito comunista, cioè marxista-leninista, ed ossia il pensiero del materialismo dialettico come criterio della valutazione dei rapporti tra i fenomeni, è necessario anche affrontare la condizione attuale del movimento comunista, in Europa e nel mondo, ma innanzitutto in Italia, e di conseguenza la storia, il processo storico materiale, che ha condotto alla condizione presente.

Tale questione riveste una particolare importanza soprattutto nel caso italiano, poiché è proprio qui che si è verificato lo sviluppo più eclatante rispetto alla dimensione e organizzazione del movimento comunista, che ha visto addirittura lo scioglimento del partito, a differenza di altri paesi europei (il problema, lo sappiamo, riguarda perlopiù, e anzi forse esclusivamente, l’Occidente capitalistico) dove un ridimensionamento pur sempre clamoroso non ha comportato una dissoluzione delle formazioni politiche comuniste affermatesi nel secondo dopoguerra.

Non mancano infatti tra gli scritti raccolti nel libro, quelli che offrono spunti di riflessione di grande interesse a questo riguardo, in particolare rispetto al percorso compiuto appunto dai comunisti italiani dall’organizzazione politica del PCI alla presente frammentazione e debolezza dell’intero movimento comunista in Italia, a cui vuole cominciare a dare una soluzione proprio l’iniziativa concretizzatasi in Prospettiva Unitaria, per la quale Fosco Giannini ha avuto una parte rilevante nel paziente lavoro di intermediazione e discussione tra i compagni che si sono uniti.

La necessità di considerare la lunga vicenda storica del PCI, alla luce dell’arretramento generale dei comunisti in Occidente, in seguito allo scioglimento dell’Unione Sovietica, su cui, in più d’uno degli articoli selezionati, l’autore si sofferma, sottolinea l’importanza e la centralità della pratica che è il primo e principale compito dei comunisti, ed ossia l’autocritica, della quale la formazione dei membri del partito deve evidentemente occuparsi in modo puntuale, illustrandone il metodo, gli scopi, e i vantaggi intrinsechi, rispetto all’attività politica vera e propria. Che è l’autocritica infatti? In che consiste concretamente e dove risiede la sua importanza per la costruzione del partito comunista?

Da una parte, rispetto a ciascun individuo che si ritenga comunista, l’autocritica è innanzitutto l’analisi attenta e dettagliata del proprio modo di pensare, della propria visione del mondo, sotto le coordinate teoriche fornite dal pensiero filosofico e scientifico su cui si fonda il marxismo-leninismo, come criterio attraverso cui investigare e comprendere i fenomeni e lo svolgimento degli eventi, appunto il pensiero del materialismo dialettico, il che vale a dire il concetto dell’unità nella congiunzione di aspetti contrari l’uno all’altro, ma indissolubilmente legati, la cui stessa concomitanza è il principio e la misura dello sviluppo e della manifestazione di un fenomeno, quale che quest’ultimo possa essere.

A ciascun comunista dunque, nel suo processo di formazione politica e personale, è richiesto di domandarsi con serietà, coraggio, e determinazione se effettivamente la propria comprensione dei fenomeni si conformi al criterio del materialismo dialettico, e perciò se si comprenda ciascun fenomeno non in modo unilaterale, ma distinguendone sempre i molteplici aspetti concomitanti, secondo tutte le relazioni esterne ed interne in cui questi entrano. In tal modo avanzando nella direzione di una padronanza completa di tale criterio sulla base della considerazione delle condizioni materiali in cui ci si trova ad agire.

Dall’altra parte invece, rispetto all’attività strettamente politica del partito e dei suoi membri, e di questi ultimi nel partito e fuori dal partito, che viene svolta secondo strategie sviluppate proprio sulla base di quella comprensione arricchita dalla discussione e dal confronto con i compagni sui fenomeni e sugli avvenimenti che di volta in volta devono essere affrontati, l’autocritica è la valutazione dialettica, ed ossia appunto non unilaterale ma comprensiva del maggior numero di aspetti possibili di una questione, di quella stessa attività politica, alla luce dei risultati che essa ha ottenuto oggettivamente in rapporto ai principi teorici che essa presuppone, agli scopi che si prefiggeva, e alla situazione concreta in cui è stata condotta.

È perfettamente chiaro qui che sia l’uno che l’altro aspetto dell’autocritica, per come l’ho sommariamente schematizzata, convergano congiuntamente alla sua funzione essenziale e maggiormente importante dal punto di vista pratico, sia nelle abitudini di pensiero di ciascun militante o dirigente, sia nella procedura di deliberazione che conduce alle scelte strategiche e tattiche del partito sul campo del confronto politico con altre formazioni e su quello, naturalmente, della lotta di classe, ed ossia la sua natura di strumento analitico che, laddove l’attività del partito non riesca a produrre i risultati che ci si aspettava, fornisce la capacità di riconoscere i propri errori, qualora se ne siano commessi, e dunque di realizzare in quale modo non ci si è attenuti a quei principi teorici, in generale o rispetto a quella certa situazione concreta, mettendo nella condizione di rettificare la propria comprensione dei fatti e correggersi per porre rimedio agli eventuali danni alla causa della classe lavoratrice provocati da quegli errori e ottenere in seguito i risultati previsti dalla propria strategia.

L’autocritica quindi è una componente fondamentale della formazione dei comunisti non solo perché consente di migliorarsi nella propria capacità di membro attivo e consapevole nel partito e nella società, ma anche perché grazie alla sua pratica conseguente condotta pubblicamente si instaura un rapporto di fiducia tra il partito comunista, i suoi militanti e la sua dirigenza, e la classe lavoratrice della quale il partito patrocina la causa.

La ragione di questo è semplice: riconoscere gli errori commessi infatti significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni, il che presuppone non chiamare in causa, non introdurre nel proprio argomento, alcun elemento esterno ai fatti sotto discussione, e quindi evidentemente, nel costruire il proprio argomento, ed ossia nel valutare i fatti, nell’analizzare gli eventi, non rivolgere attenzione alcuna a quello che per se stessi, o per coloro che ascoltano, è “piacevole” o “doloroso”, come già insegnava lo stesso Aristotele, vale a dire al proprio tornaconto individuale, in termini di carriera o di guadagno, politico o monetario. Infatti che alcunché piaccia o meno, a chi ascolta o a chi parla, non può avere alcun peso rispetto alla valutazione dei fatti, cioè rispetto alle condizioni materiali che ci si trova ad affrontare.

Se d’altronde il proprio argomento è valido, si fonda su premesse dimostrate o dimostrabili, ed è condotto in modo corretto dal punto di vista formale, colui o colei che lo presenta ad un uditorio non ha alcun bisogno di introdurre elementi esterni a ciò di cui sta parlando, perché ottenga di convincere della posizione sostenuta coloro che ascoltano: la verità e la necessità implicate nell’argomento esposto diventeranno manifeste da sé a tutti nella conclusione del ragionamento, che risulterà convincente in forza di logica, alla presentazione di una prova concreta, e dunque indiscutibile.

Chi invece non si affida alla forza logica del ragionamento non può che essere consapevole della falsità del proprio argomento, ed ossia sa di non poterne offrire alcuna prova, cosicché è costretto a ricorrere all’introduzione di elementi che siano “piacevoli” o “dolorosi” per chi ascolta, in modo da trarre in inganno rispetto al contenuto o alla forma del suo discorso, e convincere della propria posizione nonostante il fatto che le conclusioni che raggiunge non siano affatto vere o necessarie.

In questo modo si possono nascondere le proprie responsabilità, additando l’esito delle iniziative intraprese ad altri fattori che non le proprie azioni e decisioni, per far sì da mantenere gli incarichi e le funzioni che si è guadagnati: questo vuole dire avere acquisito un difetto del carattere per il quale non si è grado di moderarsi nei confronti del “piacere” e del “dolore”, per cui ci si comporta in modo ingiusto pur di soddisfare la propria ambizione e non riconoscere i propri errori. Ma se non riconosce gli errori, non compie autocritica, e dunque non si corregge, il che non potrà che condurre ad altri errori, e ad altri risultati imprevisti e dannosi.

Impegnarsi seriamente, quando la situazione lo richieda, in una puntuale autocritica pertanto, non solo dà modo di chiarire la dinamica dei fatti sia a se stessi, in quanto comunisti, sia alla classe lavoratrice o al partito e così di comprendere in quale direzione ci si debba volgere, ma dimostra anche agli interlocutori che ci si mette sul loro stesso piano, senza fare eccezioni perché questo potrebbe essere vantaggioso, conveniente, a chi parla, in questo modo dando prova dell’integrità del proprio carattere, e quindi della propria onestà, sincerità, e capacità di correggersi e migliorarsi, che si tramuta in decisioni appropriate che producono risultati positivi.

Non è infatti sufficiente che un argomento sia vero perché effettivamente convinca chi ascolta in presenza di un argomento concorrente, pur falso ma, in ragione dell’introduzione di elementi esterni, altrettanto convincente, ed è determinante al prevalere del primo la dimostrazione concreta delle qualità del carattere dell’oratore, del suo affrontare in modo equo, disinteressato, la questione di cui si sta discutendo, ovvero appunto non scaricare le proprie responsabilità su altri qualora ne emergano nell’analisi dei fatti: è evidente come in questo modo si conquisti la fiducia dei propri compagni e della classe lavoratrice, fiducia che diverrà incrollabile quando l’autocritica compiuta porti al miglioramento generale che correggere i propri errori deve produrre.

È d’altronde proprio in questo modo, con l’autocritica, puntuale ed approfondita, che i comunisti cinesi sono stati in grado di guadagnare il completo sostegno della popolazione del Paese, e una ben nutrita fiducia nelle strategie che si sono trovati ad adottare per affrontare i momenti di difficoltà il cui superamento ha permesso il grandioso sviluppo economico, sociale, e culturale che la Repubblica Popolare della Cina ha visto negli ultimi vent’anni.

Da questo punto di vista dunque non è possibile non interrogarsi appunto sulla storia dei partiti comunisti in Occidente, e in particolare del PCI, rispetto alla misura e alla profondità in cui la pratica dell’autocritica sia stata condotta nel partito e pubblicamente, e abbia ottenuto risultati concreti, alla luce degli esiti avuti dalla sua attività politica, e della grande sfiducia, appunto, che la classe lavoratrice nutre oggi per le formazioni politiche comuniste: è possibile dunque che si sia sedimentata nella memoria collettiva la convinzione che il consenso che, in un modo o nell’altro, il PCI si era guadagnato, fosse in effetti il risultato di una fiducia mal riposta.

Né, in questa stessa relazione, si può davvero passare sopra alle parole che Mao Zedong pronunciò nel novembre del 1956, quando il PCI, pur avendo riaffermato la sua vicinanza all’Unione Sovietica, come ricorda anche Giannini, aveva allo stesso tempo accolto con favore la svolta contro Stalin di Krusciov al XX° Congresso del PCUS, poiché ciò che il lungimirante politico cinese aveva previsto si è in effetti puntualmente verificato.

Egli, volendosi esprimere proprio a proposito del XX° congresso, disse: «Io penso che vi siano due “spade”: una è Lenin e l’altra è Stalin. La spada di Stalin adesso è stata scartata dai russi. Gomulka e alcune persone in Ungheria l’hanno raccolta per colpire l’Unione Sovietica e opporsi al cosiddetto Stalinismo. Anche i partiti comunisti di molti paesi europei stanno criticando l’Unione Sovietica, e il loro capo è Togliatti. Anche gli imperialisti usano questa spada per uccidere persone. Dulles, per esempio, l’ha brandita per qualche tempo. Questa spada non è stata prestata, è stata gettata via. Noi cinesi non l’abbiamo gettata via. Primo, noi proteggiamo Stalin, e, secondo, allo stesso tempo critichiamo i suoi errori, e abbiamo scritto l’articolo, “Sull’esperienza storica della dittatura del proletariato”. A differenza di alcune persone che hanno cercato di diffamare e distruggere Stalin, noi stiamo agendo in accordo con la realtà oggettiva. Per quanto riguarda la spada di Lenin, non è stata anch’essa scartata in un certo grado da alcuni dirigenti sovietici? Dal mio punto di vista, è stata scartata in grado considerevole. La Rivoluzione d’Ottobre è ancora valida? Può ancora servire da esempio per tutti i paesi? Il rapporto di Krusciov al XX° congresso del PCUS dice che è possibile impadronirsi del potere statale per via parlamentare, il che vuol dire, che non è più necessario che tutte i paesi imparino dalla Rivoluzione d’Ottobre. Una volta che questo cancello è aperto, in larga misura il Leninismo è gettato via».

Già nel 1956 dunque il grande rivoluzionario cinese aveva compreso la tendenza che si sarebbe manifestata in Italia intorno alla metà degli anni ‘70, quando l’ascesa di Enrico Berlinguer alla segreteria del PCI rese completamente manifesto, evidente, il trapasso mesto e sconclusionato dal pallido fantasma di un Marxismo facilmente imbellettato di una mano di vernice di ascetismo cristiano, ad una conclamata ideologia social-democratica, e all’abbandono del leninismo, che correttamente Giannini rileva in più d’uno di questi articoli.

Ma senz’altro dialetticamente questo sviluppo, che si concluderà con lo scioglimento del partito, non viene dal nulla, non si manifesta come abnormità priva di radici nel processo storico che l’ha prodotta, epperò è del tutto evidente, e bisogna darne credito a Mao, che se l’esito finale della parabola del PCI fu l’abbandono del leninismo e la sua dissoluzione, quelle radici vennero davvero poste proprio al tempo del XX° congresso, e i membri del PCI non si soffermarono sufficientemente, o se lo fecero in modo superficiale e di facciata, proprio sull’autocritica: avrebbero altrimenti riconosciuto i propri errori, e correggendosi avrebbero evitato il disastro che ne è conseguito.

Vi sono dopotutto persone che, a differenza del qui presente Fosco Giannini a cui dovrò sempre un’immensa gratitudine, pur professandosi comunisti rivelano poi clamorosi e sconcertanti pregiudizi classisti, per i quali, magari dall’alto della loro carriera nelle accademie dominate dall’egemonia culturale borghese, laddove un lavoratore, come il sottoscritto, sia inquadrato come operaio nello svolgimento di mansioni manuali, allora il suo lavoro intellettuale non può avere alcun valore, in tanto che non ha ricevuto la sanzione ufficiale di affidabilità scientifica da quelle stesse accademie, istituzioni che promuovono, conservano, e diffondono l’ideologia liberale, anti-comunista.

Senz’altro tale atteggiamento è estremamente dannoso per l’attività dei comunisti, e richiede necessariamente di essere emarginato e sradicato, appunto attraverso una profonda autocritica, poiché presuppone la considerazione del lavoratore, della figura dell’operaio, come incapace di pensare per se stesso; come soggetto che deve eseguire quanto sia dettato da un’élite intellettuale impermeabile alle influenze dalla base; che lo tratta come un buon selvaggio che non è in grado di dare alcun contributo concreto se non versando il proprio sangue, anche di fronte alle rovinose sconfitte e imbarazzanti commistioni a cui individui come quelli hanno condotto il movimento comunista.

Si scordano forse, questi signori, la celebre citazione del famoso antropologo statunitense, Stephen Jay Gould, che era «in qualche modo, meno interessato al peso e alle circonvoluzioni del cervello di Einstein che alla certezza pressoché completa che persone di uguale talento hanno vissuto e sono morte nei campi di cotone e nelle fabbriche», così come non realizzano che sono sempre gli “outsiders” i granelli di sabbia in un ingranaggio, e che se avessimo dovuto fare affidamento sulle accademie e istituzioni ufficiali non avremmo mai sentito parlare di Baruch Spinoza, Friedrich Nietzsche, o lo stesso Karl Marx.

Il compito di portare a termine una seria autocritica pertanto va intrapreso senza indugi nella costruzione di un partito comunista, e senz’altro deve oggi ancora essere assolto nella sua completezza, ma è forse proprio questo il momento più propizio in cui affrontarlo, senza timori reverenziali nei confronti di figure storiche considerate spesso in modo unilaterale, antidialettico, trattate come, in sostanza, immuni da errori, poiché non si tratta di costruire una versione aggiornata di quel partito, ormai defunto per sue responsabilità ben precise che vanno analizzate a fondo, un nuovo partito, ma di creare un partito comunista di tipo nuovo, che risponda alle esigenze della situazione odierna nelle condizioni specifiche della realtà sociale ed economica in Italia.

Le indicazioni e i suggerimenti contenuti a questo proposito nel libro di Fosco, in cui è sottolineata la problematicità di certi passaggi chiave nella vicenda del PCI e del comunismo in Occidente, sono quindi un prezioso contributo all’impostazione delle coordinate di tale autocritica, e un invito appassionato alla riflessione, alla discussione, e al confronto, che produca documenti politici condivisi in cui sia offerta una valutazione onesta ed equilibrata della storia del comunismo in Italia, che a sua volta fornisca una base solida per la formazione dei militanti e dirigenti nell’ottica del materialismo dialettico, in modo da gettare fondamenta solide e affidabili per il partito da costruire.

È una analisi profondamente dogmatica quella che pretende di continuare a considerare la politica di “collaborazione di classe” perseguita dal PCI sotto la guida di Palmiro Togliatti alla fine della seconda guerra mondiale, come una strategia corretta dal punto di vista materialista dialettico: ciò a cui essa portò non fu altro che una politica di repressione violenta che provocò centinaia di morti nelle piazze, e una pesantissima cappa di conformismo e bigottismo nutrito dallo strapotere della DC consolidato in una dittatura, de facto, clerical-fascista che venne scardinata soltanto grazie al terrorismo della strategia della tensione, alla diffusione delle televisione commerciale e del supermercato, e alla sostituzione della classe politica con Mani Pulite: e questo non allo scopo di alcuna trasformazione dell’ordine sociale, ma piuttosto per la completa liberalizzazione dell’intera società, dai costumi all’economia.

Se noi consideriamo i fatti, per istanze individuali di funzione equivalente nella continuità della dinamica storica, secondo il criterio del materialismo dialettico, vediamo chiaramente che il compimento del potenziale del Partito Comunista Italiano –il cui sviluppo, del potenziale, nella sua completezza si era compiuto a sua volta nello svolgimento delle relazioni concrete delle forze sociali in Italia all’inizio del ventesimo secolo– si manifesta inizialmente nella configurazione di condizioni materiali che convergono alla figura di Antonio Gramsci.

Siccome il compimento del potenziale di una componente nel processo storico equivale alla trasformazione da una configurazione ad un’altra in quanto concatenazione di aspetti contraddittori per mezzo della manifestazione del contrario, è facile vedere che nella dinamica in questione, dell’espressione del carattere del PCI in quel compimento, lo stadio successivo è rappresentato dalle forze sociali, politiche, ed economiche, l’insieme delle cui relazioni convergono invece alla figura di Palmiro Togliatti: questi pertanto è l’apparenza di una qualità contraria nel complesso di tali relazioni a misura della stessa funzione, rispetto a quella di Antonio Gramsci.

In questa configurazione poi è contenuto il potenziale dello sviluppo del suo stesso contrario, ed ossia del contraddittorio della prima configurazione: questa dinamica dialettica evidentemente converge invece alla figura di Enrico Berlinguer, in quanto espressione storica delle forze sociali, politiche, ed economiche, della qualità contraddittoria rispetto a quella di Gramsci, e contraria a sua volta a quella di Togliatti. Epperò, evidentemente quella è la manifestazione di tale contraddittorio soltanto al minimo compimento del suo potenziale, ed ossia appare ancora come ciò che già non è più: la conclusione degli eventi che hanno sviluppato quel potenziale infatti è stata la dissoluzione del PCI, creato da Gramsci e Togliatti, ed è contraria a quest’ultima perché rompe definitivamente con qualsiasi velleità di adesione alle politiche anticoloniali proprie del socialismo marxista-leninista, denuncia l’URSS e abbraccia NATO e Unione Europea.

L’analisi della cosiddetta “situazione greca” la cui evenienza si voleva evitare in Italia, scopo per cui si giustificava il perseguimento della politica della “collaborazione di classe”, era completamente errata, e fondata su una valutazione completamente unilaterale e anti-dialettica della situazione concreta in cui gli eventi in Grecia si erano svolti, e che aveva condotto alla drammatica “situazione” così temuta da Togliatti e dalla sua coorte. La cooperazione “istituzionale” nei governi reazionari del primo dopoguerra, che il PCI pretendeva di potere influenzare al punto da fare abbandonare a clericali e liberali i legami indissolubili che li legavano alla ricca borghesia industriale e compradora, insieme al rifiuto categorico di attribuire qualsiasi funzione ufficiale ai CLN, fu una delle componenti determinanti ed essenziali perché il progetto di restaurazione, a cui il PCI di Togliatti, consapevole o meno di stare facendolo, si prestò senza riserve, delle fradice strutture istituzionali dell’Italia liberale pre-fascista andasse in porto con successo: l’atteggiamento politico del PCI, e l’esiziale elaborazione di tatticismi che mantenessero il partito al governo, furono affatto strumentali dunque perché il tanto atteso rinnovamento dello Stato potesse essere impedito.

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