“Manuale popolare per la costruzione del partito comunista” Genova sabato 22 febbraio, ore 15.oo Caffetteria Santa Zita Via Santa Zita 4

In occasione della presentazione pubblica del libro di Fosco Giannini a Genova sabato 22 febbraio, ore 15.oo, Caffetteria Santa Zita Via Santa Zita 4, pubblichiamo l’intervista (contenuta nel libro) che Luigi Basile, giornalista, della redazione di “Futura Società”, ha fatto all’Autore.

“Bisogna riportare nelle strade, nelle piazze, di fronte alle fabbriche, le bandiere rosse con la falce e il martello!”

Luigi Basile intervista Fosco Giannini

Può essere interessante capovolgere lo schema consueto delle interviste, che partono dal dato generale e poi si occupano dei dettagli. In questo caso, mettere a fuoco prima la dimensione umana dell’autore e di lì cogliere il senso del “discorso pubblico”, del tema politico, che è il fulcro del libro. Accantonando quindi la comprensibile ritrosia che hai nel parlare di te, degli interessi e delle esperienze personali che esulano dall’impegno politico, almeno in senso stretto, ma che probabilmente in qualche modo non sono del tutto estranei ad esso, cosa puoi raccontare, affinché il lettore, le compagne e i compagni che condividono il progetto comunista, possano conoscerti più a fondo, evidenziando così anche il nesso tra vita e politica?

La tua domanda credo sia ben più complessa di quanto possa, al primo impatto, apparire, e vale la pena tentare di formulare una risposta seria alle questioni che essa evoca, non certamente per parlare delle mie questioni personali, che non interessano nessuno, ma per affrontare le problematiche che il quesito oggettivamente pone. “Ritroso”, dal latino “retròrsus”, volto indietro, indica appunto qualcuno che rifiuta di guardare negli occhi il reale, restio a stabilire rapporti con l’umanità, esterno alla società. Non sono così: al contrario, amo molto vivere rapporti di militanza comune e di amicizia, individuali e sociali, amo rapportarmi, detto con tutta la modestia possibile, con il flusso dell’umano e del reale, un po’ anche dell’irreale. Un segno di quest’ultima mia inclinazione, peraltro, è il mia grande passione per tutta la letteratura fantascientifica, del poliziesco, del surreale, dell’horror, del romanticismo gotico e dark, da Isaac Asimov a Raymond Chandler, da Guy de Maupassant a Loverkraff, da Mary Shelley ad  Allan Poe sino ad Alfonso Sastre, sino al genere hard boiled, passando, dunque, anche dai fumetti, un’area dell’arte e della letteratura che vede punti di qualità altissimi (uno per tutti “Julia”, la criminologa democratica, antirazzista e progressista con i tratti alla Audrey Hepburn, che difende la giustizia, i diritti sociali e civili non con una pistola ma con un portacenere di alabastro nella borsetta), in un tutt’uno letterario di grande valore che sconfessa la visione crociana di una letteratura che, a partire da una gerarchizzazione a priori dei generi – nella quale mai un “giallo” o un fantascientifico potrebbe essere accostati ad un “classico”, prescindendo, dunque, dalla qualità intrinseca dell’opera – si giunge a ratificare per sempre una letteratura di serie “A” e una serie “B”.

Ma se devo parlare della mia persona, subito mi assalgono dubbi e reticenze. Non per timidezza: l’ho avuta e non l’ho più. Per altri motivi, che trovano il loro punto solidale nel determinato rifiuto culturale e politico di ogni ostentazione di sé, un’inclinazione ideologica che trova, in me, le proprie basi materiali nell’orrore di ogni culto, piccolo o grande, della personalità, di ogni postura che allontani un dirigente dal proprio collettivo, di ogni attentato all’uguaglianza tra uomini, donne, dirigenti, militanti. Sul piano filosofico abbiano assistito a troppa venerazione del narcisismo, sul piano culturale a troppa deificazione dell’intellettuale, sul piano artistico a troppa mitizzazione del poeta, quale corpo estraneo alla storia e al sociale e libero, perché poeta, da ogni vincolo di responsabilità collettiva, troppa, persino nauseante, mitologia dell’artista quale unico depositario della clausola liberatoria del “genio e sregolatezza”,  sul piano politico a troppa “edilizia ideologica” volta alla costruzione, anche scientifica, del leader, del leaderismo. Degenerazione, quest’ultima, che tanto ha partecipato alla trasformazione (parliamo di ciò che ci interessa da vicino) di quei partiti comunisti che in Italia, negli ultimi tre decenni almeno, sono stati trasformati (attraverso quelle gerarchie verticistiche che sono andate autorappresentandosi quali, ghignanti, aristocrazie inespugnabili) in militanze dominate e sottomesse al leader massimo o direttamente in caserme, nella negazione totale di quel progetto di anticipazione del socialismo che tali formazioni politiche dovevano e devono rappresentare: il socialismo della rivoluzione, materiale ed esistenziale, solidale, ugualitaria, marxista nella propria materialità e scientificità e umanista nel proprio spirito. D’altra parte, la degenerazione verso il leaderismo altro non è che il corrispettivo filosofico borghese del superomismo, la genuflessione piena alle leggi imposte dai media del capitale, per le quali l’organizzazione del consenso politico e sociale di massa passa essenzialmente attraverso la mitologia del “capo”, della mitizzazione del capo-branco, dell’incarnazione di un intero ideale, di un intero sistema di pensiero, di un intero progetto politico e sociale in uomo solo al comando, o di una donna sola al comando: la negazione dell’essenza stessa del socialismo e del suo progetto sociale e umano. Deriva da tutto ciò la difficoltà a parlare, seppure per quel poco che conto, di me, dall’attenzione che sempre ripongo (non per una mia “natura buonista”, non per una deriva filosofica idealista, né tantomeno per un’inclinazione ecumenico-cattolica) per la piena adesione ideologica a quello spirito leninista della concezione del partito comunista e del centralismo democratico corroborata dal grande pensiero rivoluzionario di Álvaro Cunhal nella sua concezione di un partito comunista totalmente democratico al suo interno, quanto rivoluzionario sul piano sociale e politico; tanto dedito all’unità interna costruita sulla base di un vasto e sincero dibattito interno – non respinto o stigmatizzato, ma sollecitato dagli stessi gruppi dirigenti – quanto determinato a lottare contro ogni culto della personalità, piccolo o grande, dal segretario di sezione al segretario generale; dall’attenzione, che sempre ci deve essere imposta dalla nostra stessa cultura politica comunista, nel ricondurre i dirigenti ad essere (non solo a pensare di essere) compagno tra compagni e compagne, militante tra militanti. Nel momento stesso in cui, ad esempio, mi presento quale “coordinatore nazionale del Movimento per la Rinascita Comunista” credo sia opportuno abbassare i toni, non partecipare in nessun modo alla costruzione di una, seppur minima, enfatizzazione di me stesso, non utilizzare i meccanismi mediatici occidentali e capitalistici ormai classici, alla Marshall McLuhan, del dirigente tutto d’un pezzo, buon padre di famiglia, del giocatore di calcio al campetto con gli amici ecc. Il mio timore è che aggiungere altre “medaglie” al ruolo politico che un compagno già esercita, rischia di “gonfiarlo come una rana”, di scavare un solco divisorio dagli altri compagni e militanti, di aumentarne il potere.

Sin da ragazzo ti sei dedicato alla poesia, di segno “popolare”, che non appare una pratica slegata dal tuo percorso politico, di cui potresti parlare, senza il timore di apparire “narcisista” …

Sono profondamente innamorato della poesia e mi sono sempre sentito “un poeta prestato alla politica” (anche se già autodefinirsi poeta può essere un atto avventato e borioso) e, dunque, parlare di questo va bene perché se andassi avanti nell’occultare questo mio dato biografico rischierei l’alterigia e scivolerei senza accorgermene in quella “diversa” mitizzazione borghese che scientemente si costruisce sull’“assenza”, sulla, socialmente, politicamente, culturalmente e poi mediaticamente molto meditata “disappartenenza”, un concetto che Rosario Diana ha elaborato in relazione alla critica di Giambattista Vico al “cogito” cartesiano e, molto più prosaicamente, ha praticato Mina, la cantante, uscita dagli “schermi” e proprio per questo entrata nella mitologia. Ora, la questione che pongo per me è molto minore, naturalmente, ed è legata alla poca importanza della mia persona, tuttavia offre un metro di misura per la questione che pongo. Parlare della ma poesia, dunque, va bene perché in verità essa non è “un dato biografico” ma è un tutt’uno con l’impegno politico da comunista, un’unica postura etica e ideologica; va bene perché non vorrei assumere in me quella sorta di severa “riprovazione terzointernazionalista” – non scolpita in Leggi, ma concreta nella sua pressione oggettiva – volta a considerare la “pratica” della poesia e dell’arte, da parte di un dirigente comunista, una specie di debolezza dell’animo. Erano tempi terribili, quelli dei grandi e coraggiosi dirigenti della Terza Internazionale, tempi segnati dalla costruzione della rivoluzione o dalla lotta e dalla resistenza al nazifascismo, e si può comprendere il motivo per cui un dirigente comunista di quel tempo, “affetto” dall’amore per la poesia e per l’arte, potesse essere percepito leggermente “strano”. Non vi erano regole scritte, in quel tempo, né stigmatizzazioni palesi per i compagni e i dirigenti comunisti che amavano e, soprattutto, praticavano la poesia e l’arte: vi era solo una specie di “pressione” ideale, uno sguardo stupito verso i dirigenti comunisti che inclinavano verso la poesia. Fu il caso, straordinario, di Álvaro Cunhal combattente antifascista, a lungo murato nelle galere di Salazar, segretario generale del grande, prestigioso, partito comunista portoghese, tra i leader della Rivoluzione dei Garofani in Portogallo del 25 aprile del 1974 e molto probabilmente, con Palmiro Togliatti, il più importante dirigente ed intellettuale comunista europeo del secondo dopoguerra. Fu straordinario il caso di Cunhal, poiché egli fu anche un ottimo pittore e romanziere, ma per tutta la vita firmò le sue opere, artistiche e letterarie, col “nom de plume” di Thiago, poiché, forse, era in qualche modo “disdicevole” che il segretario generale del partito comunista portoghese fosse anche un artista e un poeta. Ecco, a partire da tutto ciò posso forse un po’ tediare il lettore, i compagni, rivelando una parte di me, la poesia, che trovo consonante con l’impegno da comunista.

La poesia quindi cosa rappresenta per te? Qual è il suo senso, il linguaggio che meglio la esprime?

Al contrario di molti altri giungo all’impegno politico attraverso la poesia. Nel senso che le mie prime, formative, letture, in età molto giovane, giovanissima, sono quelle di Franco Matacotta, Franco Scataglini, Olimpo da Sassoferrato, Sandro Penna, Pasolini, Fortini, il “Gruppo 63”, Brecht, Majakovskij, Esenin, Neruda, Biagio Marin, i poeti operai, molti dei quali dialettali e “poeti di strada”, che cercavo e trovavo con una certa (e già “preoccupante”, in virtù del rilevante spostamento delle mie giovani energie verso la letteratura e, in qualche modo, “l’impegno”) determinazione.  La poesia opera in me una passione, indotta dalle emozioni che mi davano soprattutto Matacotta, Esenin, Scataglini, che mi porta, molto giovane, per passione indotta dalla poesia, a divorarmi Gramsci, Marx, Lenin, Lukács, Antonio Pesenti, Costanzo Preve  (più o meno in quest’ordine) e poi tutta la letteratura del mondo, da Émile Zola a Fëdor Dostoevskyi (attraverso un’escursione pianificata – alquanto impegnativa per ciò che riguarda il mio equilibrio mentale e che qualcosa di inquietante dice di me – nel senso che a vent’anni decisi di leggere la letteratura del mondo lungo il suo arco temporale, cominciando cioè dal primo romanzo post cavalleresco e borghese, il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, per poi passare alla letteratura inglese del ’600 (William Shakespeare, e poi il Milton del “Paradiso perduto” ) e a quella  dell’800 (Louisa May Alcott di “Piccole donne”, Emily Brontë di “Cime Tempestose”) per poi continuare con tanta parte della letteratura francese, dal Balzac definito da György Lukács lo scrittore più grande e il preveggente, per la sua capacità di far emergere dal carsico il nuovo tipo sociale emergente: la piccola borghesia, alla letteratura popolare dei feuilleton (che Gramsci definiva “costruttori della coscienza delle sartine”) e poi quella tedesca e russa (con predilezione per Thomas Mann, Bertolt Brecht, Christa Wolf, Fëdor Dostoevskij e Anton Čechov), poi la latino americana (da me non amatissima, spesso troppo enfatica e della quale ho sempre prediletto, piuttosto che Jorge Luis Borges o Garcia Marquez, il più “sgrammaticato” ma potente Guillermo Cabrera Infante di “Tre tristi tigri”) in un viaggio letterario simile a quello di quasi tutti ma caratterizzato da un “programma” bisognoso, nella sua determinata mania organizzativa, di qualche attenzione psicoanalitica, un percorso  che non so in quanti abbiano fatto e comunque non tanto consono all’età che avevo (sui vent’anni) e che, dunque, può lasciare supporre che qualche mio problema d’ordine ossessivo vi sia stato e permanga, un’inclinazione, peraltro, che forse mi fornisce di alcune qualità per l’organizzazione in campo politico (Stalin: “l’organizzazione è un’ossessione”).

Che cosa è invece, come mi chiedi, la mia poesia. In una sintesi secca: è una poesia dialettale e popolare, ma ideologicamente anti vernacolare, non populista, non “territoriale”, ma con vocazione universale. Ho davvero studiato per tanto tempo, sin da ragazzo, il dialetto anconetano, di Ancona e della sua provincia, trovando in esso tutta la meraviglia delle radici della lingua greca e specificatamente di un suo “dialetto”, il dorico (Ancona fu fondata dai greci antichi e per questo è chiamata la Dorica ed il suo nome deriva dal termine greco Ancon, che vuol dire gomito, perché come un gomito Ancona si inoltra nell’Adriatico). Ma anche il lungo dominio papalino sulle Marche ha lasciato il suo, doppio, segno linguistico: da una parte il latino (e da ragazzo scopro che in un’area interna, collinare dell’anconetano, i contadini, ancora negli anni ’70, chiamavano dialettalmente il fuoco igno, dal latino ignis) e, d’altra parte, si può raccogliere e piene mani, nell’anconetano, il retaggio vivo del dialetto romano, con tutte le sue apokope: pa’ per pane, vi’ per vino e ancora tanta altra influenza.  Propongo, per spiegarmi, la silloge della mia ultima raccolta poetica (“Apkope”, 2023, edita dalla stessa casa editrice – “Ventura edizioni”- di questo “Manuale popolare per la costruzione del partito comunista”):

Poesia dialettale: definizione quanto mai generatrice di equivoci. Ebbi la fortuna di frequentare Franco Scataglini (di Ancona, tra i più grandi poeti dialettali del ’900 italiano, n.d.r.) nella metà degli anni ’70, quando ero ragazzo. Sulla scorta di un mio rilevamento (la constatazione e l’analisi di uno strano florilegio della poesia dialettale in ogni provincia d’Italia, in quegli anni) sottoposi a Scataglini una tesi: quella “poesia dialettale”, che in sé avrebbe dovuto essere linguaggio del popolo, in verità era vergata, in grandissima parte, da una “classe” in vasta proliferazione: la piccola borghesia semicolta; una “poesia” distorta e assassinata dagli esponenti più decadenti, annoiati e “bovaristi” delle “professioni”, che utilizzavano il dialetto come una sorta di divertissement e, tutti convinti che quello fosse il linguaggio del popolo (disprezzando, nell’essenza, il popolo), producevano una “poesia” volutamente priva di afflato, spiritualità, universalità, senza ambizione poetica, dunque senza metafora, metonimia, sineddoche. Con un linguaggio povero, rozzo e “volgare” (nella modalità spregiativa che la borghesia ha sempre utilizzato per il volgo), che era quello che la piccola borghesia “poetica” attribuiva al popolo. Scataglini, naturalmente – poiché da tempo e ben prima di me era giunto allo stesso punto analitico – “approvò” la mia tesi. Essendo innamorato dell’infinita musicalità del dialetto e della sua potenza evocativa e avendo, tuttavia, appurato a quale degenerazione un suo utilizzo sbagliato, equivoco e ambiguo potesse portare, seppi sin da subito – coadiuvato da Scataglini e dalle letture innamorate di Pierpaolo Pasolini nella sua ferrigna e risplendente poesia friulana, di Biagio Marin, Franco Loi, Mario Brasu, poeta-pastore sardo, nelle sue liriche contro la guerra e contro l’occupazione della sua Isola da parte della Basi militari Nato, Ignazio Butitta nella sua poesia siciliana di arance, antifascismo e lotte contadine – che cosa fare: utilizzare il dialetto come una lingua alta, come un diverso strumento linguistico dalla lingua italiana, un diverso congegno da essa ma dalle stesse potenzialità estetiche ed evocative. La stessa scelta di uno strumento – dialetto o lingua italiana – che un musicista opera tra il violino e il pianoforte, tra la chitarra e l’oboe. Il dialetto come un utensile per il più alto livello poetico possibile, non come un recinto ideologico-estetico ove far pascere una brutalità di rime bovine. Il dialetto per il firmamento della poesia, non per una caricatura efferata del popolo. Col tempo, per farmi largo nell’incomprensione, tentai di rafforzare, raffinare sempre più la mia argomentazione, giungendo ad affermare che la poesia tout court, essendo una rottura col linguaggio quotidiano, è già di per sé, nel suo determinarsi, un “linguaggio dialettale”. Una forzatura, certamente; ma come cantava Fabrizio De André, un assunto, se non del tutto vero, quasi per niente sbagliato”.

In che modo il dato più strettamente umano si interseca e si fonde con il tuo impegno politico?

Nel Partito Comunista Italiano storico vi entrai ancora molto giovane; poi vissi la fase in cui lo stesso Pci andava involvendosi, inizio degli anni ’70. Il “compromesso storico” – col quale, come tanti altri, non ero affatto d’accordo –, la rottura col movimento comunista mondiale, la scelta di costruire il socialismo dentro la Nato, la rottura col leninismo, la scelta della democrazia borghese come unico “ambito” in cui costruire il socialismo, che voleva dire rinuncia alla rottura rivoluzionaria: tutte questioni contro le quali mi schierai e che mi portarono a militare nell’area interna del Pci che trovava il proprio punto di riferimento nel giornale “Insterstampa”, nel Centro culturale “Concetto Marchesi” di Milano, nell’area milanese, e poi nazionale, leninista che proveniva dalla cultura politica e teorica di Pietro Secchia, un’appartenenza che mi portò a sorreggere le posizioni espresse, all’interno del Pci, da Armando Cossutta (e tanti altri), senza essere, tuttavia, un “cossuttiano”, ma, appunto, un (giovane) leninista “secchiano” che aveva come veri punti di riferimento – teorici, politici, morali – i grandi dirigenti milanesi e lombardi che erano stati gli uomini di Secchia e, assieme a Secchia emarginati, nel Pci degli anni ’50 e ’60: Alessandro Vaia, Arnaldo Bera, Sergio Ricaldone, Giuseppe Sacchi e altri. La mia critica all’involuzione del Pci degli anni ’70 che non poteva nascere “spontaneamente” (se mai qualcosa nasca “spontaneamente”) data la mia giovane età, ma prendeva forza e ideale dal gruppo-faro dei “secchiani” di Milano, mi portò ad aprire nelle Marche negli anni ’80, con tanti altri compagni e compagne (voglio ricordarne uno, per tutti e tutte, Sergio Leoni) il Centro culturale e politico “Antonio Pesenti”, vero fulcro di tutta l’iniziativa politica e teorica regionale volta sia alla battaglia interna al Pci contro la stessa involuzione di questo partito, che all’unità dei comunisti interni ed esterni al Pci stesso. Un grande lavoro, credo di poter onestamente dire, questo del Centro “Pesenti”, che si offrì, infatti, come base materiale per la costruzione, dopo lo scioglimento del Pci ad opera di Achille Occhetto e della maggioranza del Pci, di Rifondazione Comunista delle Marche.

Ciò che però voglio aggiungere è questo: pur essendo entrato, per ragioni di età, nel Pci nella sua fase di involuzione, propedeutica al suo stesso autoscioglimento, pur essendomi poi schierato nell’area critica leninista interna al Pci, ho fatto in tempo ad emozionarmi per essere entrato, molto giovane, nel comitato politico provinciale del Pci di Ancona, a sentire sulla pelle la storia senza paragoni di quei dirigenti e militanti comunisti che provenivano dalla lotta partigiana, dalle grandi mobilitazioni degli operai del Cantiere navale di Ancona, della Fincantieri, a “respirare” la grandezza di questo partito, che – a partire dal coraggio di Antonio Gramsci e dei suoi, un coraggio volto a costruire il Partito comunista d’Italia nel 1921 e a partire dal ruolo centrale del Pci nella lotta di Resistenza partigiana, nella guerra di Liberazione e nelle grandi lotte contadine e operaie di tutti gli anni ’50, ’60 e, in parte, ’70 – giudico la più grande esperienza politica, culturale e morale di tutto il Secondo dopoguerra italiano, un’esperienza, questa del Pci, che non solo ha respinto gli immediati e possenti rigurgiti neofascisti in Italia, non solo ha  trasformato democraticamente il Paese e cambiato i rapporti di forza tra capitale e lavoro a favore della classe operaia, dei contadini e dell’intero proletariato, ma ha anche costruito, disseminato, una coscienza di massa, ben oltre gli stessi militanti comunisti, segnata da una forte inclinazione democratica e socialista. Ed è a partire da tutto ciò che, infatti, Pasolini giunse a definire il Pci “un paese nel paese”, nel senso che vedeva nello stesso Pci, nella sua vita interna e nella sua azione politica, un’anticipazione della società avanzata e socialista che lo stesso Pci già viveva in sé. Ed è a partire da questo, insuperato nella sua grandezza politica, ruolo del Pci che si può misurare l’immenso danno che coloro che hanno avviato prima l’involuzione ideologica, ideale e politica del Pci e poi lo hanno sciolto, hanno recato non solo a quel partito, ma all’intera classe lavoratrice, alla democrazia e all’intero Paese. Aprendo, peraltro – attraverso l’accelerazione della “mutazione genetica” del Pci e poi la sua scomparsa quale “guardiano in lotta” del movimento operaio complessivo – la strada all’avvento delle schiere “berlusconiane” e alla Seconda, volgare, corrotta e antioperaia, Seconda Repubblica.

Come è stato il tuo rapporto con il movimento del ’68, con quello studentesco e con le organizzazioni della “nuova sinistra”?

Ora, ben più di allora, ne riconosco la positiva importanza, per aver riproposto, seppur confusamente, ma in un quadro generale in cui essa era stata rimossa, la questione della rivoluzione, della rottura dell’ordine politico, statuale, economico, sociale e culturale borghese. Tuttavia, in quella fase, in quegli anni, io che ho una provenienza proletaria e persino, per tutta una fase di grandi difficolta economiche della mia famiglia di origine, sottoproletaria, io sentivo una distanza culturale e di classe dal movimento studentesco e “sessantottino”, sentendo invece, a pelle, di appartenere alla “massa” popolare, operaia e contadina che formava la stragrande militanza di base del Pci.

Quali sono state le tappe del tuo percorso politico dopo lo scioglimento del Pci?

Sono stato tra i giovani fondatori del Partito della Rifondazione Comunista e ancora alquanto giovane sono stato responsabile Esteri, per tutta l’area europea, di questo partito. Un’esperienza attraverso la quale ho potuto approfondire le relazioni politiche con i più grandi e meno grandi partiti comunisti dell’area dell’Unione europea e con le forze politiche della sinistra antimperialista della stessa area Ue, comprese quelle della sinistra nordica europea, un’esperienza che mi ha regalato un’immensa ricchezza politica e internazionalista. Ma ciò non interessa nessuno: ciò che può essere interessante, che può diventare motivo di riflessione anche per le prospettive dei comunisti in Italia, è un fatto, un “incidente”, che accadde durante questa mia stagione politica di responsabile Esteri del Prc (primi anni ’90): la costruzione di rapporti forti con quasi tutti i partiti comunisti e delle forze della sinistra di classe dell’area Ue (i loro segretari, i loro dirigenti, i direttori, i redattori dei giornali dei vari partiti) mi portò a collaborare con tanti giornali di queste forze comuniste e di sinistra anticapitalista, persino ad entrare in alcune redazioni dei giornali come collaboratore (“Mundo Obrero”, del Partito Comunista di Spagna, “Avante!”, del Partito Comunista Portoghese, “Avant”, del Partito dei Comunisti di Catalogna). Le relazioni con tutti i giornali nei quali scrivevo (oltre i già citati “Mundo Obrero”, “Avante!”, “Avant”, collaboravo con il “Rizospastis”, il giornale del Partito Comunista di Grecia, il “Neues Deutschland”, la testata del Partito del Socialismo Democratico tedesco – Pds – , su “Transfrontaliero”, il giornale del Partito Svizzero del Lavoro, su “A Szabadság”, del Partito Comunista Operaio Ungherese), queste relazioni mi portarono a mettere a fuoco un’idea e a formulare una proposta allo stesso Partito della Rifondazione Comunista, ai suoi dirigenti nazionali. Il progetto era questo: poiché nessuno dei giornali comunisti e della sinistra anticapitalista di tutta l’Ue potevano permettersi dei corrispondenti (comunisti, dotati cioè di uno “sguardo” analitico di classe) nelle varie capitali europee, proposi che i vari redattori delle pagine internazionali dei giornali comunisti e della sinistra di classe dell’area Ue scrivessero, gratuitamente e sulle questioni politiche e sociali riguardanti il loro Paese, su tutte le altre testate comuniste e anticapitaliste. Prima di avanzare questa proposta ai dirigenti nazionali del Prc di allora, naturalmente discussi con i dirigenti dei dipartimenti Esteri delle forze europee e con i redattori, e a volte anche con i direttori, dei giornali che potevano partecipare al progetto e quasi ovunque ricevetti risposte oltremodo positive e incoraggianti. Si poteva, cioè, giungere ad una sorta di “redazione” transnazionale europea attraverso la quale ogni giornale comunista e anticapitalista interno al progetto avrebbe potuto usufruire di un “corrispondente” comunista a costo zero presente e attivo in quasi tutte le capitali europee.

La risposta dei dirigenti del Prc fu un sonoro “no”, perché questo avrebbe evocato e addirittura messo in campo una sorta di nuova internazionale comunista! E tutto naufragò. In questo senso, e solo in questo senso, ho creduto fosse interessante ricordare questa mia esperienza da responsabile Esteri del Prc per l’Europa. Già allora, e ancor di più ora, reputai e reputo che quel “no” dei dirigenti del Prc fosse un grave errore, una visione “corta” delle cose, una scelta senza respiro internazionalista, oltreché un’importante occasione perduta sul piano della prassi politica. Della mia esperienza come responsabile Esteri del Prc un’altra vicenda vorrei ricordare: la settimana seminariale a Vienna organizzata, credo nel 1994, dal Partito Comunista d’Austria (Kommunistische Partei Österreichs, KPÖ). Un seminario di studi che vide la partecipazione di tanti partiti comunisti del mondo. Per tutta la settimana si studiava e si dibatteva sulle grandi questioni politiche e teoriche del movimento comunista mondiale e la sera si cenava assieme e io ebbi la fortuna di cenare, per un’intera settimana, con Hans Modrow, penultimo presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) e Ghennady Zjuganov, attuale presidente del Partito Comunista della Federazione Russa. E a proposito di Zjuganov: mentre viene a volte e ancora presentato, dalla stampa occidentale, come un dirigente comunista rozzo, nella settimana di Vienna riconobbi in lui un intellettuale raffinato, laureato in fisica e grande conoscitore della letteratura mondiale e della filosofia, oltreché studioso profondo del pensiero marxista e leninista.

Posso citare un’altra esperienza personale. All’interno del Prc si manifestò, poco dopo la sua costituzione, con la segreteria Bertinotti, una grave deriva iper movimentista, incline, conseguentemente, all’abbandono del leninismo, ad un travisamento, per molti versi opportunista, del pensiero di Antonio Gramsci e, conseguentemente, alla rottura con tanta parte del movimento comunista mondiale (una sorta di “neo-occhettismo”), un’intera linea politica speculare, peraltro, al dominio sempre più personale di Bertinotti su tanta parte del gruppo dirigente, conformista e ossequioso verso “il capo” del Prc e, al di là di tanta virulenza “rivoluzionaria” parolaia, fortemente incline alla deriva elettorale, all’istituzionalismo e al “governismo”. In questa situazione un’area vasta (circa il 33%) del Prc alzò la testa e iniziò una battaglia politico-teorica contro ciò che allora prese il nome di “bertinottismo”, una forma politica e ideologica acomunista e persino anticomunista. Quest’area in battaglia politica contro il “bertinottismo” poteva contare su di un giornale, “l’Ernesto”, del quale fui direttore per oltre dieci anni.  Dirigere “l’Ernesto” è stata, per me, un’esperienza di grande valore formativo, politico e culturale. Su questo giornale scrissero, e con molti di questi collaboratori riuscii a stabile un buon rapporto personale e a volte persino di amicizia, intellettuali e dirigenti del calibro di Noam Chomsky, il generale Giap, eroe della rivoluzione vietnamita, Gianni Minà, Raniero La Valle, Lucio Magri, Manlio Dinucci, Gianni Rinaldini, allora segretario generale Fiom, Domenico Losurdo e tanti altri, stranieri e italiani, di questo grande calibro.

Nel 2006 sei stato eletto al Senato della Repubblica, tra le fila di Rifondazione Comunista. Di quella esperienza quali ricordi ti va di rievocare e condividere?

I ricordi sono molti. Ne rievoco tre: l’amicizia profonda che stabilii con Franca Rame. In Aula non riuscivo a parlare con lei, non ne trovavo il modo. Finché un giorno la vidi su di un treno che andava verso l’Umbria, un treno che la portava dal figlio Jacopo Fo. Allora presi coraggio, entrai nel suo scompartimento e le chiesi, retoricamente, se lei fosse Franca Rame. E lei mi disse: “Sì, e tu chi sei?”. E poiché avevo sempre una certa difficoltà a dire che ero un senatore (non ero proprio convinto di esserlo…) le risposi che “lavoravo al Senato” e lei, di rimando: “Ah! Che fai, il cameriere?”.  Le dissi che ero un senatore anch’io e Franca fu subito interessata. In quella fase (2006) ero uno degli otto “senatori ribelli “(così ci definivano la stampa nazionale e le televisioni) che facevano una battaglia contro le “missioni di pace” in Afghanistan e a Franca le sovvenne il mio nome. Mi disse di parlarle della questione afghana, ne fu profondamente interessata e, stranamente, mi chiese di scrivere ciò che le avevo detto sul suo computer. Anche se stupito lo feci e il giorno dopo trovai il mio scritto sulla terza pagina del “Corriere della Sera”, un articolo sulla “crisi afghana” firmato Franca Rame. Quando, il martedì successivo, al Senato le chiesi conto di ciò che aveva fatto mi rispose, in modo cartesianamente razionale: “Ma a te l’avrebbero pubblicato?”. No, le risposi. E lei: “E allora che cazzo vuoi’!”. Non aveva torto e diventammo molto amici, unendoci in tante battaglie, tra le quali una voglio ricordarne: quella contro la messa fuorilegge della gioventù comunista del partito comunista ceco-moravo (era la fase della terribile “Lustrace”, la persecuzione contro i comunisti nella Repubblica Ceca) anche attraverso una conferenza stampa tenuta proprio all’interno del Senato, alla presenza di diversi giornalisti (non solo quelli de “il Manifesto”) delle maggiori testate nazionali. Questo perché, nell’annuncio della conferenza stampa, c’era Franca Rame.

Mi piace ricordare il mio intervento in Aula in difesa della Rivoluzione d’Ottobre, il 7 novembre del 2016, come risposta ad un terribile servizio mandato in onda il giorno prima sul Tg2, che equiparava il comunismo al nazismo. Poiché il mio intervento era fuori dell’ordine del giorno, chiesi la parola al leghista Calderoli, che presiedeva l’Aula. Mentre intervenivo tutta la destra, dai leghisti ad Alleanza Nazionale passando per i “berlusconiani”, erano in piedi urlando contro di me. Naturalmente non smisi, concludendo l’intervento, che davvero fece il giro del mondo, ne parlarono tutte le televisioni nazionali, fu rilanciato da diversi partiti comunisti mondiali e per alcuni anni fu fatto vedere in tante feste comuniste e iniziative comuniste, specie giovanili. Una soddisfazione, specie di fronte al Gruppo al Senato di Rifondazione Comunista che lo criticò aspramente, poiché, nell’essenza, “rischiava” di incrinare il compromesso (oltremodo deleterio e fonte primaria dell’uscita futura dal parlamento dell’Arcobaleno, del PRC e dell’intero movimento comunista italiano, uscita che ancora, 2024, dura) tra Bertinotti, presidente della Camera dei deputati, e Prodi, per un governo di centrosinistra con il Prc all’interno, un governo  particolarmente sbagliato e nei fatti filo imperialista e a sostegno di politiche liberali.

Un terzo ricordo: la battaglia contro la ‘ndrangheta calabrese, a difesa di un giovane operaio di Vibo Valentia che nella fabbrica dove lavorava, fabbrica che pagava il “pizzo” ai mafiosi, era entrato in lotta, da solo, per la conquista di alcuni minimi diritti, come la mensa o il salario contrattuale. E che la ’ndrangheta, per garantirsi il “pizzo”, una notte gli mitragliò le gambe, aprendogli le arterie femorali. Il giovane operaio venne operato a Marsiglia e quando tornò in fabbrica, non riuscendo più a lavorare come prima, fu licenziato. Come senatore eletto in Calabria organizzai una manifestazione a favore del giovane operaio e riuscì a riempire di popolo la piazza centrale di Vibo Valentia. Il ragazzo venne riassunto, ma dopo pochi mesi di nuovo licenziato. Cercai di nuovo di riempire la piazza di Vibo Valentia ma questa volta non venne quasi nessuno. La ’ndrangheta aveva minacciato, intimorito e vinto. E io ricevetti, al mio indirizzo al Senato, una busta con due pallottole.

Veniamo a questo libro. Partirei dal significato del titolo: “Manuale popolare per la costruzione del partito comunista”. Come mai questa scelta?

Naturalmente, non è un vero e proprio manuale, nel senso che non vi sono indicazioni simili a quelle che si trovano in un armadio nuovo da montare con i cacciavite. Questo libro è un insieme di saggi e articoli che ho scritto per diverse riviste, soprattutto negli ultimi due o tre anni, con alcuni, pochi, “recuperi”, che ho ritenuto utile alla causa, dei contributi di riflessioni per montare “l’armadio” del partito comunista. In questo senso il titolo del libro…

Il tema che viene affrontato è la costruzione del partito comunista in Italia oggi. Perché?

Semplicemente perché, Italia, non c’è, il partito comunista e sarebbe utile come il pane, per la classe operaia, per il movimento operaio complessivo, per il nostro popolo, per la lotta contro la guerra imperialista, per popolarizzare al massimo l’esigenza dell’uscita dell’Italia dalla Nato e dall’Unione europea, tutte questioni che sono sviluppate all’interno di questo libro e sulle quali non torno in questa intervista. In questa sede vogliamo dire solo questo: l’Italia, i lavoratori e il popolo italiano, sono sotto un quadruplice dominio:

-il potere smisurato delle 140 basi Usa e Nato dislocate sul nostro territorio, che rendono la Nato stessa un esercito invasore e il nostro un Paese invaso e colonizzato, in cui i poteri (parlamento, esercito, forze dell’ordine, servizi segreti) sono, nell’essenza, esautorati e la politica internazionale, compresa ogni politica militare e la guerra, delegate totalmente a Washington (la spesa militare del governo Meloni per il 2024 è paurosamente salita a 32 miliardi di euro, circa l’8% in più del 2023, uno spostamento di risorse che ha portato alla distruzione della Sanità pubblica e alla sua, processuale, privatizzazione);

-il potere liberista dell’Ue che, per ragioni strutturali e storiche messe a fuoco nel libro, ha distrutto lo stato sociale in Italia e in tanta parte dell’area europea, abbattendo anche salari e diritti, costruendo un “monstrum” mai visto nella storia: una moneta unica, l’euro, senza Stato, e anche per  questo, dunque, un’entità, l’Ue destatalizzata, prona ai voleri politici, economici, militari degli Usa,   una perversione economico-politica che è la proiezione esatta della natura intima dell’Ue, un Moloch della mercificazione totale, una finzione storica costituitasi non attraverso una pulsione culturale, politica, economica unitaria dei popoli e degli Stati europei, ma per l’esigenza del grande capitale transnazionale europeo di dotarsi di poteri sovranazionali (il parlamento ed il Consiglio europeo) totalmente subordinati ai propri interessi. Ciò che è accaduto è chiaro e politicamente e teoricamente sviluppato nel libro: dopo l’autodissoluzione dell’Unione Sovietica l’intero fronte imperialista mondiale ha creduto davvero, in una sorta di autoipnosi consolatoria, che la storia fosse “finita” e che il mondo fosse divenuto, tolta di mezzo la diga sovietica, uno sterminato mercato da conquistare, con le buone o con le cattive, con la penetrazione economica neocolonialista o con le guerre. È in questo contesto, in questa autoillusione di gruppo, che il grande capitale transnazionale europeo decide di entrare decisamente nella concorrenza interimperialista per la conquista dei mercati. Ma come si conquistano il mercato, secondo l’antica legge capitalista? Abbattendo il costo delle merci, e ciò attraverso l’abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Ma come si poteva arrivare, sul piano continentale, a tale obiettivo, recidendo gli ultimi “lacci e lacciuoli” riamasti in campo delle vecchie socialdemocrazie europee del Secondo dopoguerra? Costruendo un potere centrale europeo iperliberista che assecondasse la strategia del grande capitale transnazionale europeo: il parlamento europeo – muto, subordinato, impossibilitato persino a legiferare – e un Consiglio europeo quale vero governo neoimperialista dell’Ue, tutto ciò sulla base del più inquietante, liberista, antioperaio, antipopolare e antidemocratico trattato che si potesse concepire: il Trattato di Maastricht. Un ritorno pieno, come in un viaggio indietro nel tempo, al pensiero e alla prassi di John Stuart Mill, Milton Friedman, Friederich von Hayek, rimuovendo non solo Marx, ma anche Hans Kelsen e persino Keynes. Un’Ue, dunque, dalla quale l’Italia deve e può uscire, come prevede e permetterebbe il Trattato di Lisbona, ricollocando il nostro Paese nel grande mondo antimperialista e progressista, nel mondo allargato dei Brics;

-il dominio del grande capitale italiano che da una parte, usufruendo degli ordini di Maastricht ai governi e agli Stati europei, impone dure politiche antioperaie, volte al contenimento salariale continuo, alla cancellazione dei diritti (articolo 18, scala mobile), all’attacco all’occupazione e all’estensione sempre più larga e strutturata della precarizzazione del lavoro, puntando, peraltro, ad una sempre più pericolosa concentrazione capitalistica e finanziaria, come dimostra ampiamente il recente tentativo, da parte dell’Unicredit, di lanciare un’Opa per la Banca Popolare di Milano. Ma, d’altra parte, subendo la penetrazione in Italia del capitale straniero, specie quello nordamericano, svendendo, di conseguenza, pezzo per pezzo, tanta parte dell’apparato industriale italiano;

-il ritorno, in Italia, di una destra dai caratteri neofascisti come quella che governa il Paese, con alla testa Giorgia Meloni. Una destra subordinata alla Nato e all’Ue, consustanziale agli interessi del grande capitale italiano e pericolosamente spregiudicata nell’appoggiare la nefasta legge dell’Autonomia differenziata voluta dalla Lega, che se passasse riporterebbe l’Italia alla fase precedente l’unità nazionale conquistata dal Risorgimento, per ottenere, in cambio, il premierato, quella “dittatura neofascista” oggi, in questi tempi, possibile per le destre reazionarie.

Domanda: rispetto a tutto ciò, oggi, nelle piazze, nelle strade, davanti alle fabbriche si vedono le bandiere rosse con la falce e il martello? Non se ne vedono e l’assenza nelle lotte operaie e nella lotta contro la guerra imperialista del partito comunista è un vuoto drammatico che va colmato.

Per questo poniamo con forza la costruzione, in questo Paese, di un partito comunista dal carattere antimperialista, di lotta, rivoluzionario, che non si innamori troppo delle elezioni e delle istituzioni, ma che soprattutto punti a ricostruire un legame di massa, ad essere il partito della classe operaia, delle lavoratrici e dei lavoratori!

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