di Sergio Leoni
Come le piattaforme digitali stanno riprogettando le nostre vite; come esse rischiano di riorganizzare l’intero vivere umano ed il senso comune di massa in forma subordinata. Nel saggio di Enrico Pedemonte è finalmente accesa una luce analitica seria sui nuovi poteri del capitale

Pubblicato nel novembre 2024 per la casa editrice Treccani, al titolo di questo recentissimo libro sono opportunamente aggiunte in copertina poche righe che rappresentano, allo stesso tempo, la spiegazione di un titolo peraltro non troppo enigmatico (è evidente infatti il richiamo alla celebre apologia orwelliana de “La fattoria degli animali”), e insieme qualcosa che si prefigura come una tesi a tutto tondo che l’autore, con ogni evidenza, si propone di dimostrare: “Come le piattaforme digitali stanno riprogettando la nostra vita”.
Di Enrico Pedemonte le poche notizie che si possono dare, tutte necessariamente tratte da quegli stessi “strumenti” che sono oggetto della critica puntuale dello stesso autore, lo segnalano come giornalista in testate di carattere nazionale (Secolo XIX, Espresso), anche in ruoli apicali (La Repubblica). Laureato in Fisica, come recitano le note nella terza di copertina, autore di vari saggi, ha scritto anche due romanzi. Cosa non del tutto inusuale, che certo non rappresenta una novità se ricordiamo un Carl Sagan, scienziato di una certa fama, accresciuta dalla pubblicazione del fortunatissimo “Contact” cui è stato dedicato, postumo, l’altrettanto popolare film con protagonista Jodie Foster. O, allo stesso modo, pensando a quella scommessa, del tutto vinta peraltro, del semiologo Umberto Eco che si cimenta in un romanzo storico e per di più ambientato in un medioevo discretamente, ma non del tutto aderente alla realtà storica, in cui l’autore riesce ad inserire, o a trasfigurare, tematiche che ci riportavano al presente già ai tempi dell’uscita de “Il nome della rosa”, e che, senza la pretesa di essere “universali”, pure sembravano sintonizzate su un registro avvertito dal lettore come “attuali”, o quantomeno leggibili in un’ottica legata al presente.
Osservo, non del tutto marginalmente, che probabilmente non mi sarei mai imbattuto in questo libro, e probabilmente non lo avrei preso in considerazione giudicandolo, in maniera colpevolmente superficiale, come uno dei tanti che trattano temi riguardanti tanto discipline le più avanzate quanto le più stravaganti, se non lo avessi avuto in dono dai soli rappresentanti delle generazioni più giovani che conosco bene e di cui mi fido (i miei figli), che usano strumenti e metodi che chi scrive ha imparato ad usare tardi, in maniera goffa e verso di cui continua a nutrire, dopo la lettura di questo libro, un senso di diffidenza che potrebbe, dopotutto, essere anche indice di una prudenza che non sembra essere più un ingrediente molto diffuso.
Quello che mi sembra essere uno dei maggiori pregi di questo libro consiste per lo più nel fatto che “racconta” una storia (in sintesi l’avvento dell’informatica in tutti gli aspetti del quotidiano) che ognuno di noi ritiene di conoscere, dando per scontate tutte le tappe che hanno, in realtà, rappresentato altrettanti momenti di rottura, passaggi che non è enfatico definire capitali, e che, in definitiva, sono altrettanti “momenti” di una vera e propria invasione di una realtà virtuale in un mondo reale sempre più dimesso, depotenziato, reso inutile quando non considerato un ostacolo a non si sa bene quali prospettive di “progresso”, e infine senz’altro emarginato nell’ottica di una società in cui la divisione in classi non è un fatto solo oggettivo ma del tutto auspicabile e da conservare, e la “vittoria” del capitalismo un fatto acquisito.
Chi scrive, per ragioni anagrafiche, fa parte di quella generazione (se pure ha un senso usare questo termine in un tempo in cui ogni periodizzazione tende a svanire o in cui, che è forse peggio, sembra sparire ogni senso di continuità, o magari di causa-effetto) che considerava il possesso di un costosissimo telefax (oggi oggetto al più per un negozio vintage) come una prova di appartenere a quella categoria di persone che dialogavano tranquillamente con la modernità, sotto la sembianza di oggetti che allora davvero apparivano come altrettante scorciatoie per un mondo più libero, più democratico e, non dimentichiamo questo aspetto che diventerà, negli anni a venire, la sola e infine miserabile giustificazione per progetti con un impatto sociale devastante, più “veloce”.
Inutile anche ribadire che Internet era di là da venir, scusa buona per ogni occasione, come recita, con insistenza e a mo’ di giustificazione per confermare i propri assiomi, tutta quella parte della società secondo cui il calendario è qualcosa di interpretabile, una sorta di tempo fuori dal tempo cui accordare le proprie opinioni. Che è peraltro quello che ascoltiamo ogni giorno in cui sostanzialmente “ogni” telegiornale ci propina, con l’insistenza di quelli che sanno di mentire e si non aspettano altro che questa menzogna, se pur talvolta passata inosservata, dia comunque il suo contributo alla falsificazione della realtà.
Interessante invece, nei limiti di una analisi che non ha alcuna pretesa scientifica e che si guarda bene dall’aderire a certezze sociologiche tutte da verificare, rilevare come nel corso degli anni che sono seguiti alla nascita ufficiale di questo meccanismo mondiale (che ci ricorda, in una suggestione non priva di senso, la “Macchina mondiale” del troppo dimenticato Paolo Volponi) il senso della “novità”, la consapevolezza che ci pareva di possedere di fronte a fenomeni epocali e che si è via via diluita in una accettazione acritica e priva di un qualunque momento di riflessione.
Abbiamo guardato tutti, chi più chi meno, a bocca aperta dallo stupore, tutto quel mondo che ci veniva propinato come il futuro. Un futuro radioso cui bisognava aderire. Un futuro che ha presto assunto toni, modi, pratiche di un passato che credevamo ingenuamente di esserci lasciati alle spalle.
“La fattoria degli umani” ci costringe a rivedere i parametri, i punti di riferimento, le coordinate su cui basiamo ogni nostro giudizio rispetto al mondo che avvertiamo, inevitabilmente, come qualcosa altro da noi. E adesso che l’intelligenza (sic) artificiale promette di poter governare parti consistenti del mondo, una critica puntuale a queste definizioni (“intelligenza”, “artificiale”) andrebbe sollecitata se non altro per uscire dalla banalità e dai luoghi comuni che sono una costante in tale discussione.
Ma, al contempo, “La fattoria degli umani” rappresenta un ottimo punto di partenza per una verifica di quanta consapevolezza ci sia rispetto a temi così importanti, mentre contribuisce a svelare, per quanto possibile, i meccanismi e le strategie che sono alla base di un vero e proprio stravolgimento di quelli che sono stati, almeno fino alla fine del secolo scorso, i parametri su cui ognuno di noi, nella propria quotidianità, poteva pensare di registrarsi.
Il libro di Pedemonte ci mostra come ci siamo assuefatti, passo dopo passo, ad una serie di cambiamenti che hanno riguardato anche, e come vedremo, “soprattutto”, il nostro vivere quotidiano, vivendoli come possibili passi in avanti verso una solo ipotetica e tutta da verificare società più “moderna”, in nome di quello che è diventato, in una società a trazione accelerata quanto più possibile, un vero e proprio mito, quello del “progresso” concepito al di fuori di qualsiasi parametro ma solo parametro di se stesso e che ha creato un loop in cui un’affermazione, quale che sia, giustifica se stessa in quanto affermazione. Ogni dissenso nei confronti di questo “ordine” che nessuno ha “votato”, nessuno ha approvato, va da sé che non ha alcuna voce. Ed è sorprendente come, in un mondo sostanzialmente privo di sorprese e che si fonda sulla iterazione di inutili e scontate proposizioni che occorre solo ripetere in maniera costante per farle apparire reali, l’uso di questi che sono da un lato strumenti per arricchire un pugno di ricchi sempre più ricchi, e dall’altro lato un metodo per indirizzare, instradare e in definitiva condizionare la vita di ognuno di noi, questi strumenti vengano usati con una disinvoltura che è già un abdicare a qualunque tentativo di dare un’informazione alternativa, e insieme una mancata consapevolezza, che è già falsa coscienza, di quanto questo atteggiamento “superficiale” possa essere distruttivo nel tempo.
La domanda sottintesa non può allora non essere quella che chiede di rendere conto dell’incapacità, da parte di chiunque pretenda di rappresentare una alternativa credibile a questo “stato delle cose”, di creare un’alternativa accessibile a tutti, slegata da ogni contaminazione con un sistema pubblicitario che sarebbe il primo ostacolo da rimuovere.
Il controllo dei media, al contrario e a tutt’oggi, è praticamente totale. Laddove non dispiega tutta la sua potenza, è solo nei “luoghi” in cui il controllo sarebbe inutile, irrilevante e perciò un inutile spreco, concetto tabù in una concezione ideologica che della dissipazione, della dispersione di ogni risorsa in realtà è la principale causa.
Certo, l’analisi di Pedemonte ha i suoi limiti o, per meglio dire, le sue omissioni, probabilmente non del tutto di parte ma probabilmente (la mia è solo una sommessa ipotesi) generate da una adesione, più o meno consapevole, di un pensiero unico che qui in occidente divide il mondo in parti contrapposte e si permette di stabilire chi rappresenta la democrazia e chi un regime. Occorrerebbe una critica radicale o quantomeno scevra da tutte quelle suggestioni che costituiscono una parte consistente del mai abbastanza deprecato “senso comune”: e la scelta di fare questo piccolo passo in più che divide una critica degli “effetti”, da quella, necessariamente più stringente, delle “cause” non è un passo semplice da fare. Comunque, e sotto molti punti di vista, non si può non registrare che l’analisi è discretamente puntuale e in qualche modo coraggiosa in quanto si mette controvento rispetto ad una corrente di pensiero disposta ad accettare ogni nequizia in nome di un “passo avanti dell’umanità” rispetto a cui, invece, lo scetticismo dovrebbe essere l’antidoto più efficace.
Una di queste mancanze potrebbe concretizzarsi nell’idea che lo scenario, che è l’autore stesso ad evocare, inquietante per quanto sembri non poter essere depotenziato, né ignorato e tanto meno incasellato in qualcosa di più rassicurante, è già di fronte a noi; con una violenza che è il frutto della velocità con cui questi processi ti arrivano addosso e non ti danno il tempo di ragionare, con una invasività di cui ci si rende conto quando è già troppo tardi. Chi ha vissuto in prima persona le riunioni “commerciali”, cioè il livello dopo tutto più basso nella piramide in cui è organizzata anche la più relativamente piccola attività di vendita e a volte anche di produzione, appartenga essa al livello secondario o terziario (anche queste classificazioni, destinate probabilmente a scomparire), e chi scrive le ha vissute per molti anni, non può non ricordare un clima, valido qualunque fosse il “prodotto” da promuovere (vendere): un misto di esaltazione collettiva (il branco che parte per la caccia) e insieme di frustrazione per la paura di non farcela a raggiungere i mitici “target” cui ogni azienda orienta la sua produzione e la sua storia. Non voglio esagerare. Tanto meno intendo offrire una caricatura di passaggi che, nella vita di una qualunque azienda, hanno un significato che non può essere liquidato con una troppo facile battuta, ma che, per contro, non può neanche godere di una sorta di immunità che non avrebbe giustificazioni.
Gli effetti nefasti di politiche economiche gestite da “figuri” su cui varrebbe la pena aprire tutto in capitolo riguardante in definitiva la pochezza e a volte la miseria di una buona parte del capitalismo nostrano, desideroso solo di capitalizzare le poche idee che raramente riesce a produrre, traendone un profitto immediato e fine a se stesso, sono abbastanza evidenti da non dover essere classificate come “episodi” ma inquadrati, al contrario, in una pratica ricorrente, caratteristica dei capitalismi più immaturi ma che in realtà riguarda anche le esperienze imprenditoriali più recenti. Una sorta di tara genetica che il tempo, e l’evoluzione della società non ha saputo emendare. E su cui la migliore critica marxista ha già da tempo spiccato una sentenza chiara: il capitalismo non è fondamentalmente riformabile, né emendabile, e soprattutto non ha le carte (nessun sistema politico per la verità ce le ha mai mostrate) per pretendere di essere “eterno”.
È lo stesso concetto di “democrazia” che viene messo oggi in discussione con la crescita esponenziale di una cultura (e dunque di un senso comune) veicolata praticamente ed esclusivamente da piattaforme in mano ai più ricchi del mondo (la ricchezza è da sempre sinonimo di potere, di sopraffazione e certo la definizione non cambia rispetto ad una presunta modernità che i miliardari di oggi rivendicano); cultura che, mentre perde progressivamente il suo ruolo di coscienza critica della società, nello stesso momento diviene parte integrante ( anche e forse soprattutto nel senso che “integra”) di un meccanismo in cui il concetto stesso di democrazia è ridotto a una mera definizione senza contenuti reali, salvo “apparire”, in ogni situazione in cui i media dicono la loro, come la stella polare di una non mai identificato mondo libero e dunque, per un sillogismo in realtà indimostrabile e sostanzialmente falso.
In un capitolo che Pedemonte intitola non senza ironia, ma con grande senso della realtà: “Meno giornali, più influencer”, l’autore ci propone una serie di dati da cui emerge con evidenza come, da parte dei quotidiani, il “tirarsi indietro” dal rappresentare quantomeno il senso profondo della società, sia ormai un fatto compiuto. Ma anche espressione di un sentimento di inadeguatezza che il lettore interpreta come una diminuzione, una perdita dello scopo principale attribuito alla stampa, sicuramente su quella cartacea, ma coinvolge insieme ogni espressione che riguardi la comunicazione come il mezzo con cui i componenti di ogni comunità, nei più diversi livelli, potrebbero e dovrebbero confrontarsi. Critica scontata, da un certo punto vista: ma anche la più micidiale, rispetto ad un giornalismo abitato, o per dire meglio abitato da sedicenti giornalisti la cui unica occupazione, a quanto pare, è riportare scontate opinioni correnti in scontati talk show che invadono di fatto il 90% del palinsesto delle sedicenti televisioni di servizio.
È allora abbastanza evidente come si inveri in questo comunque prezioso testo, alla luce di una analisi che dopotutto, per quanto è a mia conoscenza, è una delle poche , almeno in ambito italiano, che affrontano alla radice la crescita esponenziale dei cosiddetti e sedicenti social (che di social non hanno davvero nulla), una equazione inquietante che mette in collegamento, o sperabilmente in corto circuito, la relazione tra il proliferare di una “civiltà” basata su rapporti mediati da piattaforme gestite da pochi oligarchi, e la scomparsa che appare inesorabile di quei contatti “fisici” che hanno segnato la storia dell’intera umanità.
Scrive l’autore: “Perché dopo il 2005, il numero di democrazie nel mondo si assottiglia, cresce la sfiducia nei governi, mentre crollano le vendite dei giornali e aumentano i disturbi mentali tra gli adolescenti?”.
Domanda inquietante che riunisce in un solo quesito quello che nel senso comune viene spezzettato in altrettante tematiche che, separate le une dalle altre, e quindi non facendole positivamente circuitare tra loro, finiscono per apparire come capitoli di storie diverse che non avrebbero niente in comune se non un vago sentimento di disagio, rispetto ad un quadro generale in cui praticamente ogni soggetto che intenda comunicare “contenuti”, qualunque essi siano, non può non essere presente in quelle che ho contato essere almeno otto canali per veicolare (a pagamento, sì, a pagamento, seppure in maniera occulta) contenuti di cui non si conosce la provenienza e la cui attendibilità sarebbe quanto meno da mettere in discussione: Facebook , Instagram, e quant’altro.
In sostanza quello che l’Autore sostiene (pur non essendo il primo a sostenerlo, comunque rafforzando un pensiero ancora minoritario ma che ha tutte le carte per diventare maggioranza), è la previsione di una caduta che in molti casi è diventata a tutti gli effetti un crollo di quello che ancora in tempi recenti era considerata una certezza: che il legame stretto tra politica e social sta diventando un cocktail indigeribile, da qualunque parte lo si guardi. E forse si aprono nuovi e più interessanti spazi.
