Il nostro 11 settembre In ricordo delle donne coraggiose in lotta contro le dittature dell’America Latina

di Laura Baldelli, docente di Storia e Letteratura; della redazione di “Futura Società”, giornale del MpRC.

Per noi comuniste e comunisti l’11 settembre è quello del 1973, il giorno del golpe cileno, e con questa premessa racconterò le storie poco note di due donne straordinarie, che combatterono i regimi fascisti in nome della libertà e della giustizia, grazie ai principi della solidarietà e dell’umiltà senza farsene mai un vanto; valori sconosciuti nella nostra società, che oggi vede ai massimi vertici donne di potere come Giorgia Meloni Presidente del Consiglio in Italia, Ursula von der Leyen Presidente della Commissione Europea, Christine Lagarde Presidente della Bce, Roberta Metsola Presidente Parlamento Europeo; le ultime tre portano anche il cognome del marito e sono donne al servizio delle politiche neoliberiste, non certo dei cittadini europei e tanto meno delle donne. Se al potere ci arrivano queste signore, è la prova che il genere non è garanzia di democrazia, di giustizia sociale, di progresso civile, di politiche per le donne e soprattutto di pace.

Lasciamo queste signore all’ipertrofia dell’ego e della coscienza, funzionali al neoliberismo e onoriamo invece la memoria di Valeria Valentin e di Adelaida Gigli, due donne italiane che durante la dittatura cilena la prima, quella argentina la seconda, salvarono moltissime vite, mettendo a rischio la propria.

Valeria Valentin era una suora, arrivata in Cile come segretaria di don Fernando Ariztià, il “vescovo rosso”; era una donna colta, poliglotta, profondamente cristiana, che era stata missionaria in Africa. Nel 1973 durante il golpe era in Cile e non si accontentò di vivere a fianco degli ultimi nelle bidonville, anzi, dopo che il vescovo Aritzià diede il via al Comitato per la pace, organizzò assieme ad altri religiosi, sfidando il sanguinario regime fascista di Pinochet, una rete clandestina che permise di salvare, circa seicento persone presso l’ambasciata italiana e la Nunziatura. Tra il 1973 e il 1990 circa quaranta mila persone furono imprigionate e torturate: le vittime del regime furono più di 3.000 e i desaparecidos circa 1.200, ma forse molti di più. Valeria fu arrestata dalla Dina, la polizia segreta di Pinochet dopo aver soccorso il sindacalista Nelson Gutierrrez e la sua famiglia, ma non parlò, non tradì, fino a che il suo vescovo la salvò più di una volta, minacciando una crisi diplomatica telefonando a Pinochet.

Valeria Valentin

 La storia di Valeria Valentin è diventata, dopo moltissimi anni un docufilm, “La Salvatrice”, girato da Paolo Tessadri, grazie alla collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino. La nostra eroina s’innamorò e sposò il frate con cui salvava le persone ricercate, Carlo Pizzinini, spesso all’oscuro delle tante azioni clandestine di Valeria, che da vera Resistente sapeva che il silenzio era d’oro. Non raccontò mai la loro storia di resistenti, neanche ai figli, perché il bene che si fa non deve essere vantato. Non il vanto, ma la Memoria deve però esistere e resistere.

Il docufilm riporta molte testimonianze, tra cui anche quella di Valeria e di suo marito, dove emerge il grande ruolo svolto con coraggio e dedizione delle ambasciate, soprattutto quella italiana, nella figura di un giovane diplomatico, il console Roberto Toscano, che mise a disposizione salvacondotti diplomatici con i quali i perseguitati potevano lasciare il Cile; la rete che Valeria e la Chiesa avevano organizzato clandestinamente si avvaleva di appoggi in case e famiglie, ospedali, chiese, conventi, ma anche baraccopoli, dove nascondere i ricercati politici, prima di fargli saltare il muro dell’ambasciata italiana in un punto dove era più basso. Valeria Valentin agiva in prima persona: alta e robusta era il punto di appoggio per salire per scavalcare il muro del giardino dell’ambasciata. L’attività di copertura era portare in ambasciata pacchi e lettere delle famiglie per gli “asilados”, i rifugiati, e grazie a questa attività faceva saltare altri perseguitati. Una Storia d’altri tempi, d’immensa solidarietà civile, di vero amore cristiano, celata al clamore dei mezzi di comunicazione: gli stessi “salvati”, non sapevano chi fosse veramente quella donna che li trasportava con il furgone e poi li faceva saltare; in Italia molti rifugiati hanno riconosciuto la propria storia grazie al film ed hanno ripercorso con rinnovata, ma mai dimenticata emozione, quelle vicende e chi salvò loro la vita, di cui neanche il nome potevano conoscere; ma poi la Salvatrice fu costretta a lasciare il Cile. Dopo quattro anni di resistenza Valeria e Carlo dovettero scappare ma restarono in America Latina finché fu possibile, poi furono costretti a tornare in Italia nel paese d’origine di Valeria in Alto Adige, dove si dedicarono agli ultimi del mondo, presso la Caritas del Trentino Alto Adige. Valeria si è spenta a soli 65 anni nel 2002.

Una Storia bellissima, di grande valore etico e così celebriamo i morti del crudele regime fascista cileno, oggi in Cile la destra non sembra essere morta, anzi esercita il suo potere con la ferocia economica.

Oltre la nefasta dittatura cilena, in America Latina gli Usa devastarono molti altri paesi, favorendo golpe militari per istaurare sanguinose dittature per accaparrarsi lo sfruttamento delle ricchezza altrui, tra questi l’Argentina,  quando nel 1976 i militari presero il potere e lo tennero fino al 1983, per sette lunghi anni di terrore, violenze inaudite, che causarono tanti desaparecidos; in questo contesto si snoda la Storia di Adelaida Gigli, una donna, una Resistente, un’artista, nata a Recanati e morta a Recanati, da dove era fuggita da bambina con la famiglia durante il regime fascista in Argentina per poi, ironia della sorte, ritornare scappando ancora dal regime fascista argentino. Una Storia drammatica, di un immenso dolore, ma anche di una grande forza d’animo, che solo la malattia stroncò. Un esempio di coraggio, resistenza, dignità, che merita Memoria. Una Memoria che ci educa, che crea valore. L’ha ricordata recentemente Adrian N. Bravi, un esule italoargentino, uno scrittore che scelto di scrivere in italiano un romanzo particolare: un libro-intervista e memoire, “Adelaida”, edito da Nutrimenti, arrivato alla selezione dei 12 del Premio Strega. Un lavoro prezioso, frutto di una lunga amicizia con l’artista, che ha declinato l’arte nella letteratura e nella ceramica: un’artista rivoluzionaria che rifuggiva l’arte intesa come evasione e compiacimento. Lo scrittore ci racconta la vita di Adelaida, ricca e difficile, bella e dolente, ribelle e intellettuale e per farlo si è immerso in due mondi geografici, dalle Marche a Buenos Aires e viceversa, un in pezzo di Storia del ‘900, in un’epopea collettiva di artisti e intellettuali con il destino di resistenti nell’Argentina delle dittature, tra censure e divieti che negavano la libertà di parola.

Adelaida Gigli

Adelaida era figlia del noto pittore-incisore Lorenzo Gigli, nipote del tenore Beniamino Gigli, che scelse l’esilio per sottrarsi ai ricatti del regime fascista, tornò così in Argentina dove aveva studiato arte e aveva incontrato la moglie, l’artista Maria Teresa Valeiras. Adelaida era cresciuta in una famiglia dove si costruiva un ponte tra due culture e manifestò subito una propensione all’arte e soprattutto fu una grande protagonista del dibattito intellettuale e politico, sposò David Viñas, scrittore, sceneggiatore, critico, docente universitario, rivoluzionario. Adelaida era chiamata “La donna di Contorno”, in quanto unica donna della rivista “Contorno”, un riferimento per la letteratura argentina del tempo, che si opponeva alla rivista “Sur” di Borges e Silvina Ocampo; la Giglidi grande vivacità culturale poneva il dibattito tra letteratura e società, capace di schierarsi politicamente, come fece per la rivoluzione cubana. La coppia ebbe due figli Mini e Lorenzo Ismael, entrambi guerriglieri Montoneros ed entrambi desaparesidos, di cui ufficialmente nessuno si è assunto la responsabilità, né furono ritrovati i corpi; Mini si accorse di essere seguita e dentro lo zoo di Buenos Aires affidò la figlia neonata a due estranei prima di essere arrestata, probabilmente come tutti e tutte fu torturata, uccisa e fatto sparire il corpo; Lorenzo Ismael, quasi sicuramente, fu tra coloro che vennero gettati vivi in mare. Un dolore indicibile per i genitori e ad Adelaida, scrittrice e poetessa, non bastarono le parole, si dedicò alla ceramica: il dolore aveva bisogno di farsi gesto.

Impastò la creta fino a quando l’Alzheimer la portò su un altro pianeta. Nelle Marche Adelaida Gigli ha avuto, prima che la malattia se la portasse via, una mostra di grande valore e completa sul suo lavoro nel 2003 ad Ancona, presso la Mole Vanvitelliana, dove grande risalto hanno avuto le splendide opere in ceramica, l’arte che apprese in Venezuela dagli Indios. Nel 2010 ci ha lasciato, ma Adrian Bravi ne rinnova la memoria, affinché la Storia di Adelaida generi quei valori d’impegno civile di antifascismo militante, specie tra gli artisti e gli intellettuali.

Un libro da leggere con ardore

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