L’oppositore. Matteotti contro il fascismo

10 luglio 2024, Porto San Giorgio (Fermo): il Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo” ha organizzato un convegno che, a partire dal saggio di Mirko Grasso, ha messo in luce le gravi questioni dell’odierno neofascismo.

di Laura Baldelli

Mercoledì 10 luglio a Porto San Giorgio (Fermo), nella verde ed antica cornice di Riva Fiorita, si è svolta una partecipata iniziativa del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”, dedicata alla presentazione del densissimo saggio di Mirko Grasso L’oppositore. Matteotti contro il fascismo, Carocci editore, un’iniziativa che, pur nel caldo torrido di questo luglio, ha richiamato oltre un centinaio di spettatori, un pubblico attento, strappato ad una serata estiva nella vitale costa marchigiana.

Ha introdotto, coordinato e concluso il dibattito, il presidente nazionale del Centro Studi, il professor Alessandro Volponi e sono intervenuti: l’Autore del saggio in questione, il professor Mirko Grasso, Gianluca Quacquarini, presidente dell’Anppia (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), il professor Giorgio Raccichini, dell’ Isml (Istituto di Storia del Movimento di Liberazione) e, prestigiosa presenza sia per il pubblico che  per il Centro Studi “Losurdo”, Simonetta Ceccarelli Bernardini, che ha portato i saluti ed i ringraziamenti degli eredi di Velia Titta, moglie di Giacomo Matteotti.

Un incontro di grande valore, questo organizzato dal Centro Studi “Losurdo”, per un confronto storico, politico e culturale nell’anno del centenario della morte di Giacomo Matteotti, nella fase in cui la destra governa il nostro paese ed il presidente del consiglio è una militante e dirigente “storica” del movimento fascista italiano e proviene dalle fila dei vari partiti, che pur cambiando nome ed appropriandosi indebitamente dei valori patriottici, hanno continuato con le mistificazioni ed i metodi propri del fascismo. Il libro del professor Grasso è di grande pregio per la ricchezza di documenti e fonti, soprattutto per aver affrontato, non tanto l’indagine sul delitto e l’icona del Matteotti martire (questione sulla quale molto si è scritto) quanto invece le grandi capacità del Matteotti uomo politico e intellettuale, sostenute da conoscenze e competenze giuridiche, amministrative, economiche, affiancate da una grande cultura e passione per l’arte, accompagnate da un robusto senso civico dello stato.

Nell’introduzione, il presidente del Centro Studi, Volponi, ha sottolineato l’attualità di Matteotti nell’attuale fase di rigurgito del fascismo che percorre l’Europa ed il nostro paese, in quanto ebbe il coraggio di smascherare la retorica vana del fascismo, rivelandone la modalità corruttiva: fu trucidato perché aveva visto, e proiettato nel futuro, il percorso antidemocratico che portò poi alle leggi “fascistissime”, che fondarono quel totalitarismo imperfetto, un fenomeno storico solo italiano. Matteotti era stato un amministratore dello stato, sapeva leggere i bilanci e conosceva i percorsi burocratici della pubblica amministrazione, era avvocato e giurista in grado di progettare e stilare leggi per riforme istituzionali, s’intendeva di attività economiche, da segretario della camera del lavoro di Ferrara organizzò cooperative e così prima ancora di denunciare i brogli elettorali e le intimidazioni durante le elezioni del ’24, fu in grado  di documentare e denunciare la corruzione del fascismo, demolendo la falsa propaganda del pareggio del bilancio dello stato, evidenziando la burocrazia usata come controllo; era contro la guerra fin dal conflitto coloniale di Libia e da antimilitarista avversò anche le spese militari, sostenendo invece la necessità della spesa pubblica per la scuola e l’educazione. Oggi abbiamo la dimostrazione di quanto il fascismo sia un metodo, perché il nostro paese è, ora, nelle stesse situazioni.

Aveva viaggiato per studiare gli altri paesi europei e riguardo ai sistemi detentivi, come esperto di diritto penale, sosteneva la necessità della rieducazione, avvalorata dalle positive esperienze in Europa; inoltre giunse a denunciare coraggiosamente la legge Acerbo che introduceva il premio di maggioranza alle elezioni, mentre lui era un sostenitore del sistema proporzionale, perché l’unico che rispettava la volontà degli elettori ed assicurava un percorso democratico; infatti fu un precursore della nostra Costituzione, ricordato da Calamandrei negli anni del lavoro dei Padri Costituenti. Nelle conclusioni, il presidente Volponi ha poi sottolineato la solitudine politica di Matteotti all’interno del suo partito, il Psu (Partito Socialista Unitario, fondato nel 1922, di cui Matteotti era segretario nazionale) da lui stesso giudicato inerme davanti al pericolo fascista, che procedeva con le controriforme; si dissociò anche dalla Cgil di allora che giudicò moderata, perché incapace di lottare per i diritti e le libertà. Oggi, dovremmo anche noi superare la retorica dell’icona del martire e mettere a valore tutta la ricchezza politica e culturale del pensiero di Matteotti e poter rintracciare, attraverso ciò, nel passato il presente che viviamo. Anche oggi, con i fascisti al governo, non c’è un programma, bensì l’agenda Draghi che si va materializzando, ed oggi come allora il fascismo è sempre al servizio dei poteri forti.

Il professor Raccichini, studioso, dirigente dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche e membro del Centro Studi “Losurdo”, ha sottolineato il Matteotti socialista contro la democrazia oligarchica, che da convinto socialista riformista sostenne la proprietà collettiva, la tassazione della grande ricchezza e la promozione della cultura popolare, affinché tutti avessero accesso all’arte e alla cultura. Da convinto antimilitarista, sfidò coraggiosamente il suo partito, il Psi, che aveva una posizione ambigua, schierandosi contro l’intervento nella prima guerra mondiale, affermando che il conflitto avrebbe creato le condizioni per lo scoppio di un’altra guerra mondiale. Al congresso del partito socialista nel 1919 sostenne la rivoluzione socialista per una società collettivista da realizzare con le riforme con conoscenze e competenze. Nel ’22 durante la scissione del Psi, fondò il Psu, il partito socialista unitario, seguendo la linea riformista, escludendo però la violenza e ciò lo portò a prendere le distanze dalla gloriosa rivoluzione dell’Ottobre 1917 e persino ad entrare in polemica con i comunisti dopo la fondazione del Pci nel ’21. Negli anni del dopoguerra anche il Pci abbandonò l’idea della rivoluzione e nei fatti, quando governò nelle amministrazioni locali, seguì una politica riformista basata su conoscenze ed esperienze nei settori giuridici, economici ed amministrativi, proprio come aveva sostenuto Matteotti e utilizzando la sua eredità politica.

Ma aggiunge, chi scrive, che purtroppo dopo il biennio rosso delle lotte contadine e operaie, le opposizioni persero una grande occasione e ci fu chi invece nel ’22 la rivoluzione (la controrivoluzione) la fece per davvero, e furono i fascisti, che le riforme non le fecero per il popolo, bensì per i poteri forti dell’economia.

Gianluca Quacquarini, nel ruolo di presidente dell’Anppia, ha ricordato Matteotti come perseguitato politico antifascista, ma ha anche sottolineato le posizioni antimilitariste e l’attivismo contro la guerra, che Matteotti pagò con il confino in Sicilia fino al 1919. L’Anppia ha infatti il compito di tenere viva la memoria degli antifascisti che subirono la persecuzione, perché, come dimostrano i tempi correnti, i diritti vanno sempre vigilati e difesi.

Altrettanto importante il saluto ed il ringraziamento per l’iniziativa, di Simonetta Ceccarelli Bernardini, che a nome degli eredi di Velia Titta, moglie di Matteotti, ha ricordato l’antifascismo militante di tutta la famiglia Titta, vittima di persecuzioni pagate anche con la deportazione e la morte.

All’autore, Mirko Grasso, sono andati e vanno i ringraziamenti per il volume ricco di documentazione e soprattutto per l’approccio alla ricerca che vuole documentare il valore delle competenze di Matteotti, le cause principali del suo assassinio, in quanto smascherò più volte la retorica del fascismo. Il contributo di Matteotti alla democrazia fu riconosciuto dai padri costituenti in campo legislativo, tributario, economico. La colpa di Matteotti fu proprio quella di aver evidenziato come gli interventi economici del governo Mussolini fossero politiche fallimentari verso la crescita del Paese, contro il popolo italiano e a favore dei poteri economici forti: aveva denunciato quanto l’industria italiana si fosse arricchita con la guerra, l’Ansaldo ne fu un esempio e comunque tutta la grande industria italiana durante il ventennio fu assistita dallo Stato, a scapito dei cittadini. Questa piaga è continuata e continua nel tempo con lo stesso metodo, aggiungiamo noi. Dopo la morte di Matteotti, Pietro Gobetti, che fu anche editore, voleva pubblicare i rivoluzionari scritti economici di denuncia delle politiche economiche del Fascismo, che Matteotti, prendendo le informazioni dalla stampa fascista, smontava sistematicamente, mostrando le falsità dei bilanci economici, soprattutto riguardo alle spese militari che gravavano sul bilancio della spesa pubblica dello Stato.  Il professor Grasso ha accomunato Gobetti, Carlo Rosselli e Matteotti, perché guidati dal “metodo Salvemini”, perché guardavano alla storia come scienza, ovvero che la storiografia avesse la dignità di scienza, perché gli scopi e i metodi della ricerca storica corrispondessero a quelli delle altre ricerche scientifiche. Un aspetto molto importante perché si oppone all’oggettività posta invece dal pensiero positivista.

Grasso ha anche sottolineato come Matteotti, appassionato conoscitore d’arte, sostenesse che il patrimonio culturale ed artistico italiano dovesse essere fruibile dal popolo italiano: la cultura avrebbe fatto fare alle classi subalterne un salto di qualità. Credeva anche nell’arte come antidoto ai mali sociali e rieducazione nelle carceri, perché efficace contro le recidive. Matteotti però non era un populista, era per il popolo, lui che veniva da una ricca famiglia, ma vantava robuste ed indiscusse tradizioni socialiste; pensava anche, da visionario, agli stati uniti d’europa come una soluzione per mantenere la pace. Ma i nemici di Matteotti non furono solo i fascisti, la sua laicità lo aveva inimicato anche ai cattolici.

Tutti gli intervenuti sono stati efficaci e diretti nel presentarci un Matteotti concreto e coraggioso nella lotta, un vero patriota, uno studioso delle discipline fondamentali per costruire una società che favorisca diritti e sviluppo; hanno anche e soprattutto incoraggiato verso gli approfondimenti per argomenti appena accennati, come per esempio un confronto con chi nello stesso periodo, un altro grandissimo pensatore, si sfidò nella lotta antifascista, il comunista Antonio Gramsci, che invece credette nel futuro della rivoluzione d’Ottobre, come un faro per le classi sociali subalterne e che morirà in seguito al carcere duro fascista, dove indomito aveva alfabetizzato al marxismo-leninismo, preparando alla lotta partigiana per la liberazione dal nazi-fascismo.

Tutto materiale per un prossimo convegno del Centro Studia Nazionale “Domenico Losurdo”, che vive una nuova e brillante fase di ristrutturazione organizzativa e rilancio dell’iniziativa politico-culturale nazionale.

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