Torneranno all’orizzonte i Cavalieri dell’Apocalisse?

Dal 17 luglio al 2 agosto del 1945 si tiene a Potsdam la Conferenza Urss, Usa e Gran Bretagna. Durante i lavori del 17 luglio Truman fa giungere la notizia che negli Usa è stata fatta scoppiare la prima atomica. L’intento di intimorire l’Urss è chiaro come chiaro è che è già iniziata, per mano degli Usa, la Guerra Fredda.

di Vladimir Ryashin, da “La Pravda” n°73 del 12-15 luglio 2024. Versione italiana a cura di Fosco Giannini.

Dal 17 luglio al 2 agosto 1945 si tenne nella città tedesca di Potsdam una conferenza delle delegazioni di Urss, Usa, Gran Bretagna e dei tre paesi che vinsero la seconda guerra mondiale. Per l’inizio del vertice, l’America prepara una sorpresa che distrugge letteralmente le fondamenta del vecchio mondo. L’evento, durato poche decine di secondi, cambiato ogni cosa: strategie politiche, diplomatiche, militari, sistemi di gestione, metodi di pianificazione, calcoli di budget, continuando all’infinito.

 Ricordiamo questo giorno. Il 16 luglio 1945, alle cinque e mezza del mattino, ora del sito di test di Alamogordo nel Nuovo Messico, una bomba atomica denominata “Cosa”, con una potenza di 15-20 kilotoni di TNT (tritolo) viene fatta esplodere su una torre alta molti metri. Il pubblico, curioso, eccitato dal bagliore insolitamente luminoso dell’atmosfera e dall’apparizione di un fungo atomico nel cielo, è stato rassicurato dall’emissione di un comunicato stampa che parla di un incendio di munizioni e articoli pirotecnici nei magazzini di una base aerea militare locale. Ma un telegramma, di tenore ben diverso, è stato inviato a Potsdam: “L’operazione è avvenuta questa mattina. La diagnosi non è ancora del tutto completata, ma i risultati sembrano soddisfacenti e superano già le aspettative”. Facile da decifrare: da quel momento in poi gli Stati Uniti sarebbero stati la prima, e sino a quel punto  unica, potenza nucleare.

Nel suo libro “World Cold War” (M., “Eksmo” – “Algorithm”, 2005), lo storico russo Anatoly Utkin ricorda ai lettori gli eventi di quel tempo: “La mattina del 21 luglio 1945, il ministro della guerra Stimson ricevette i dettagli grafici di un’esplosione nucleare che presentò  immediatamente al presidente Truman e al segretario di Stato Byrnes… Churchill scrive che dopo questo “Truman diviene un uomo diverso. Indica ai russi il loro posto e da quel momento si muove e si mostra come un capo”.

Gli incontri dei Tre Grandi continuano. Il 24 luglio, Harry Truman si avvicinò a Joseph Vissarionovich Stalin per condividere con lui un “grande segreto”: negli Stati Uniti erano state create armi di enorme potere distruttivo. Secondo Winston Churchill, questo messaggio non fa molta impressione al leader sovietico. La reazione di Stalin appare abbastanza comprensibile sapendo che Klaus Fuchs, un partecipante al progetto atomico americano Manhattan, aveva da tempo riferito ai servizi segreti sovietici residenti negli Stati Uniti i tempi approssimativi del test della prima bomba atomica, il suo design e la potenza stimata. E da tempo aveva inviato le informazioni ricevute lungo una catena segreta  a Mosca.

 Condannato alla distruzione

Tra i numerosi obiettivi, i centri da colpire, proposti dal capo del progetto atomico di Manhattan, il generale di brigata Leslie Groves, c’era Kyoto, il centro della cultura antica, la vecchia capitale del Paese del Sol Levante. Nel libro “Ora possiamo parlarne” (M. Gosatomizdat, 1964), Groves espone dettagliatamente le ragioni della sua scelta. La popolazione di questa città è di circa un milione di persone, il che naturalmente promette un’elevata riuscita dell’effetto dell’esplosione. Occupa un’area vasta, a seguito della quale la zona di distruzione può aumentare. In effetti, l’ “umanesimo americano” è inesorabile. Ma, all’improvviso, di fronte a Groves si erge un avversario: il ministro della Guerra Stimson, che in gioventù aveva visitato l’antica capitale del Giappone. Con il sostegno di Truman, Stimson insiste per escludere Kyoto dalla lista delle città condannate. Rimangano solo Hiroshima, Kokura, Niigata e Nagasaki. Da cosa sarebbe dipesa la scelta delle città di distruggere e alle quali si sarebbe fornita la dose di morte atomica? Sarebbe dipeso dal tempo atmosferico, dal grado di preparazione delle bombe e dal momento della resa del Giappone.

È impossibile non attirare l’attenzione dei lettori su un’altra soluzione. Ecco un documento che il giornalista austriaco Robert Jung cita nel suo libro “Più luminoso di mille soli” (Mosca, Gosatomizdat, 1961):

“1. La bomba deve essere usata contro il Giappone il prima possibile.

2. Deve essere usata contro una struttura puramente militare o una struttura militare con case situate nelle immediate vicinanze e altre strutture che possono essere facilmente distrutte.

3. La bomba deve essere sganciata senza preavviso.

La condanna a morte per i giapponesi è stata pronunciata da un comitato presidenziale di esperti, che comprendeva non solo i capi del dipartimento militare, del Dipartimento di Stato e di altre agenzie governative, ma anche scienziati di livello mondiale. Forniamo questo dato senza commenti, limitandoci a una nota: la lotta “contro il male” su scala planetaria richiedeva l’abbandono di diverse restrizioni morali ed etiche. Questo è ciò che scriveranno in seguito i biografi di Robert Oppenheimer, che esercitò la guida scientifica del progetto atomico statunitense, e i suoi collaboratori. Oltre a loro, riceveranno un’indulgenza gli equipaggi dei bombardieri B-29 che sottoposero il Giappone agli attacchi atomici. Il “Baby” di uranio abbattutosi su Hiroshima il 6 agosto 1945 uccise da 70 a 80mila persone direttamente per l’impatto dell’esplosione. Entro la fine dell’anno, il numero delle vittime aumentò: entrarono in vigore i cosiddetti effetti ritardati dei bombardamenti: malattie acute da radiazioni e altre malattie incurabili della nuova era atomica. Il 9 agosto, dopo l’esplosione del plutonio “Fat Man” su Nagasaki, morirono immediatamente quasi 60mila residenti. Nei successivi cinque mesi, circa 30mila cittadini in più morirono a causa delle conseguenze dell’attentato. Da allora il numero delle vittime non ha fatto che aumentare.

  Un mondo dove non c’è pace

Analizzando l’influenza del fattore atomico sulla politica statunitense, lo storico russo Anatoly Utkin scrive: “Diversi assiomi e progetti tattico /strategici prendono corpo a Washington: Gli Usa pensano che:

-primo: l’Europa, dopo il periodo 1914-1945, è indebolita radicalmente e permanentemente e il centro del mondo si sposta oltreoceano. A partire da ciò gli americani si stabiliranno in tutti i continenti e offriranno “le loro soluzioni” ai grandi problemi controversi, dalle Filippine alla Grecia.

Secondo: gli Stati Uniti riempiranno il vuoto lasciato dal crollo della Germania e del Giappone. In Europa, i paesi satelliti americani saranno alleati e vittime della Germania. L’Oceano Pacifico si trasformerà in un lago americano e le nazioni circostanti riceveranno tutto dagli americani, dalla Costituzione alla quota di mercato americano.

Terzo: la Russia costruirà la propria sicurezza sulla base della “cordialità” atomica dell’America; non avrà altra alternativa che seguire la scia degli Stati Uniti lungo l’intero perimetro dei confini sovietici; Indebolita da prove mostruose, Mosca sarà costretta a fare qualsiasi concessione nella soluzione della questione tedesca, nei Balcani, in Polonia, in Estremo Oriente.

Quarto: l’energia atomica neutralizzerà ogni tentativo delle grandi potenze indebolite dalla guerra di ripristinare una parte dell’equilibrio mondiale. Un paese arretrato come la Russia avrà bisogno di molti decenni per creare la sua arma “assoluta”. La bomba atomica diventerà un argomento indiscutibile della diplomazia americana, quella “carta vincente” che aiuterà l’America in tutte le questioni controverse”.

Sono passati quasi ottant’anni e oggi possiamo asserirlo: la storia non si è sviluppata  secondo la teoria Truman, ma secondo quelle leggi della Guerra Fredda il cui scopritore fu il romanziere e saggista britannico George Orwell. Nell’articolo “Noi e la bomba atomica”, pubblicato nell’ottobre 1945 sul settimanale londinese “Tribune”, predisse che lo Stato che aveva incenerito Hiroshima e Nagasaki avrebbe presto perso il monopolio sulle armi nucleari. La nuova detentrice detentore sarebbe stata l’Unione Sovietica. Così Orwell: “Per una serie di ragioni, possiamo concludere che i russi non conoscono ancora il segreto per costruire una bomba atomica, ma d’altra parte tutto indica che lo conosceranno entro pochi anni.” E l’autore dell’articolo sarà il primo a introdurre nella circolazione pubblica il termine “Guerra Fredda”.

Quindi leggiamo: “…Finora pochi sono stati in grado di calcolare il background ideologico, cioè la visione del mondo, il tipo di pregiudizi filosofi-politici e la struttura sociale che prenderanno corpo in uno Stato, in un Paese che si sentirà invincibile e dentro un contesto permanente di “Guerra Fredda” con tanta parte del mondo”.  E infine, l’asserzione fondamentale, il giudizio di Orwell: “Se la bomba atomica è davvero un oggetto raro e costoso… allora molto probabilmente porrà fine indefinitamente alle guerre su larga scala, al costo di stabilire una pace che non sarà pace”. Senza aspettare le grida di “Autore in scena!”, affermiamolo: George Orwell è lo stesso che in Russia alcuni mettono con entusiasmo su un piedistallo, mentre altri lo buttano giù con odio. Ciò non sorprende, poiché di lui in Inghilterra si diceva che “in passato sarebbe stato canonizzato o bruciato sul rogo”.

  È il momento della superbomba

Washington si sbagliava nel convincersi che la Russia avrebbe avuto bisogno di molti decenni per creare la sua arma “assoluta”. Valutando i risultati ottenuti nel campo della ricerca nucleare in vari paesi nel periodo prebellico, il fisico Maurice Goldhaber, che ha lavorato a Cambridge, ha distribuito i “premi” come segue: la palma è andata agli scienziati del British Cavendish Laboratory, seguiti dalla cerchia francese di Frederic Joliot-Curie e della scuola romana di Enrico Fermi. “Dopodiché –  continua Goldhaber – “il gruppo russo di Kurchatov e i suoi avviano subito un rapido e potente lavoro.”

È molto probabile che sia stato Igor Kurchatov ad essere incaricato di guidare lo sviluppo e l’attuazione del progetto nucleare dell’Urss. Il 29 agosto 1949, la prima bomba atomica sovietica viene fatta esplodere in un sito di test vicino a Semipalatinsk. Lo storico della scienza americano, il professore all’Università di Stanford David Holloway, ha descritto in dettaglio come si è conclusa la prima fase della corsa al nucleare nel suo libro “Stalin and the Bomb” (Novosibirsk, “Siberian Chronograph”, 1997):

“Kurchatov ha dato l’ordine dell’esplosione. Il pannello di controllo inizia a funzionare in modalità automatica… Komelkov (partecipante al progetto nucleare dell’URSS) presenta un’eccellente descrizione dell’intera scena dell’esplosione, vista dal punto di osservazione settentrionale: “La notte era fredda, ventosa, il cielo era coperto di nuvole. A poco a poco tutti si rendono conto del fatto storico che stanno vivendo. Soffiava un forte vento da nord. Venti persone si riunirono in una piccola stanza, tremando…I segnali provenivano dalla console centrale. Dalla rete di comunicazione giunse una voce dal pannello di controllo: “Meno trenta minuti”. Ciò significava che i dispositivi erano accesi. Meno dieci minuti. Fin qui tutto bene. Senza dire una parola, tutti uscirono di casa e cominciarono a guardare. I segnali arrivarono ​​anche qui: davanti a noi, attraverso gli squarci tra le nuvole basse, si videro una torre che sembrava un giocattolo e un’officina di assemblaggio illuminata dal sole… Onde di erba-piuma ondeggiante rotolavano da noi attraverso il campo. Meno cinque minuti, meno tre, uno, trenta secondi, dieci, due, zero!

Una luce insopportabilmente brillante balenò in cima alla torre. Per un momento si indebolì e poi cominciò a crescere rapidamente con rinnovata forza. Una palla di fuoco bianca travolse la torre e l’officina e, espandendosi rapidamente, cambiando colore, si precipitò verso l’alto. L’onda di base, spazzando via edifici, case di pietra, automobili sul suo cammino, come un albero, rotolò dal centro, mescolando pietre, tronchi, pezzi di metallo, polvere in un’unica massa caotica. La palla di fuoco, alzandosi e ruotando, divenne arancione e rossa. Poi apparvero strati scuri. Davanti al turbine di fuoco, l’onda d’urto, colpendo gli strati superiori dell’atmosfera, passò attraverso diversi livelli di inversione e lì, come in una camera a nebbia, iniziò la condensazione del vapore acqueo… Il fungo atomico fu trasportato a sud , perdendo il suo contorno, trasformandosi in un ammasso irregolare e informe di nuvole di una gigantesca conflagrazione ..”

Tuttavia, l’esplosione di prova di una carica atomica con una capacità di 22 kilotoni di TNT significò: l’Unione Sovietica raggiunge solo gli Stati Uniti del modello 1945, mentre Il divario nella corsa al nucleare fu ridotto solo alla fine degli anni ’50, quando una serie di test di bombe, la cui potenza non fu misurata in kilotoni, ma in megatoni, fu effettuata in un sito di prova situato su una delle isole dell’arcipelago della Novaja Zemlja. Il 30 ottobre 1961 venne il turno di testare la bomba termonucleare. Per valutare l’effetto che ebbe, è sufficiente un estratto dal libro del famoso scrittore, vincitore del Premio di Stato dell’Urss, Vladimir Gubarev “Superbomb for a superpower” (M., “Algorithm”, 2013):

“La superbomba è esplosa alle 11:33, ora di Mosca… L’accademico Yu.A. Trutnev afferma: “Il lampo di luce era così brillante che, nonostante la continua copertura nuvolosa, era visibile a una distanza di mille chilometri. 35 minuti dopo l’esplosione, la nube aveva una struttura a due livelli con un diametro del livello superiore di 95 km e un diametro del livello inferiore di 70 km. Il fungo gigante vorticoso è cresciuto fino a raggiungere un’altezza di 67 km. Uno dei gruppi di partecipanti all’esperimento, da una distanza di 270 km dal punto dell’esplosione, ha visto non solo un lampo luminoso attraverso occhiali scuri protettivi, ma ha anche sentito l’impatto dell’impulso luminoso. In un villaggio abbandonato, a 400 km dall’epicentro, le case di legno sono state distrutte e quelle di pietra hanno perso tetti, finestre e porte. La potenza dell’esplosione fu dieci volte maggiore della potenza totale di tutti gli esplosivi utilizzati da tutti i paesi in guerra durante la Seconda Guerra Mondiale, comprese le esplosioni atomiche americane sulle città del Giappone”.

 Perché il “piccolo nucleare” è pericoloso?

Nel 1957, il libro del professore dell’Università di Harvard Henry Kissinger “Nuclear Weapons and Foreign Policy” fu pubblicato negli Stati Uniti, divenendo un vero bestseller politico. Il New York Times pubblicò un articolo in prima pagina che diceva, tra l’altro: “Per la prima volta da quando il presidente Eisenhower è entrato in carica, alti funzionari governativi stanno mostrando interesse per la teoria della guerra “piccola” o “limitata”. Il dibattito non è stato avviato da qualcuno associato al governo, ma dallo studioso di relazioni internazionali Henry A. Kissinger nel suo libro recentemente pubblicato”. Naturalmente, se si distoglie lo sguardo dalla rumorosa campagna pubblicitaria che  accompagna la pubblicazione del bestseller, è facile scoprire che il risultato finale sono solo rimaneggiamenti di canzoni già ascoltate. E l’accordo originale non è altro che una tecnica di marketing prevendita. Occorre tuttavia ammettere che questa linea editoriale ha avuto abbastanza successo. Il libro divenne una sorta di trampolino di lancio per la carriera di Kissinger. La rapida ascesa del professore di Harvard ai vertici del potere iniziò alla fine degli anni ’60, quando Richard Nixon divenne il capo della Casa Bianca. Fu lui a nominare Kissinger prima suo consigliere per la sicurezza nazionale e poi anche suo segretario di stato. Una tale combinazione di incarichi così importanti non si era mai verificata prima nella storia degli Stati Uniti.

Avendo ottenuto l’accesso alle leve della gestione della politica estera e di difesa, il candidato di Nixon si rese conto del concetto imperfetto di una guerra nucleare “limitata”. Sì, gli Stati Uniti hanno la possibilità di organizzare una “seconda Hiroshima” sul territorio di uno stato che non ha armi di ritorsione nel proprio arsenale. Ma in Urss, dove nel 1961 hanno testato con successo una bomba all’idrogeno con una resa di oltre cinquanta megatoni di TNT, questo approccio è terribilmente pericoloso. Nessuno può garantire che una “piccola guerra nucleare” non si trasformi in una guerra nucleare mondiale.

L’arrivo di Kissinger a Mosca era circondato da un tale velo di segretezza da stupire. Perfino l’ambasciatore degli Stati Uniti in Urss non sapeva nulla dell’arrivo dell’Assistente presidenziale per la sicurezza nazionale, né dell’essenza della sua conversazione di un’ora e mezza con Breznev, durante la quale discussero, ovviamente, i dettagli dell’imminente visita di Nixon in Unione Sovietica nel maggio 1972.

“La Pravda” ha più volte parlato di una serie di accordi conclusi da Breznev con Nixon e con Ford, che lo avrebbe poi sostituito alla presidenza. Menzionando questi accordi, che hanno portato ad una riduzione delle tensioni nei rapporti tra Urss e Usa, non si può evitare la domanda: perché Richard Nixon decide di attuare la politica di distensione da lui proclamata in un momento in cui gridava che l’Occidente non si era ancora calmato in relazione ai fatti dell’agosto 1968,  quando i carri armati sovietici intervennero contro i primi germogli democratici della “Primavera di Praga”? Paradossalmente, fu proprio l’analisi politico-militare del piano operativo, la cui attuazione consentì alle truppe dell’Urss e degli altri paesi partecipanti all’Organizzazione del Trattato di Varsavia (Omv) di stabilire entro 24 ore il controllo sull’intero territorio della Cecoslovacchia, a spingere gli Stati Uniti ad ammettere l’ovvio: i blocchi della Nato e del Trattato di Varsavia erano unità strategiche di pari forza.

L’Unione Sovietica ampliò le sue zone di influenza in Asia, Africa e persino vicino agli Stati Uniti, in America Latina. E se parliamo delle prospettive per l’avvicinarsi del mondo bipolare, ciò si profilava già all’orizzonte. Ma se si fosse già avverato è una grande domanda. È considerato un assioma: sì, lo era, questo è scolpito sulle tavole della storia moderna. Oppure non si trattava ancora altro che di un miraggio? La politica di distensione avviata dagli Stati Uniti si trasformò, per così dire, in una “strategia delle due braccia”: da una uscì una colomba con un ramo di ulivo della pace, e dall’altra un falco che portava una bomba nel becco. Kissinger era il più adatto a realizzare tali combinazioni. Egli è partito dalla sua convinzione dichiarata pubblicamente: “Un Paese che esige la perfezione morale nella sua politica estera non raggiungerà né la perfezione né la sicurezza”.

Di quali “linee” possiamo parlare oggi?

L’era atomica, iniziata con il raccolto mortale di Hiroshima e Nagasaki, costrinse il mondo a scrutare con ansia lontano: i cavalieri dell’Apocalisse erano apparsi all’orizzonte? Ed ora, sono tornati?

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