21 Gennaio 1921: nascita del PCI
24 gennaio 1924: morte di Lenin
Le ragioni del comunismo
Il 21 gennaio è una data cruciale nella storia del comunismo e, complessivamente, del movimento operaio e democratico, italiano, europeo, internazionale.
Se il 21 gennaio 1921, dando seguito allo «spirito di scissione» e alla lotta politica e ideologica contro le tendenze moderate e riformiste del socialismo italiano, si celebra la fondazione del Partito Comunista d’Italia, sezione italiana dell’Internazionale Comunista, esattamente tre anni dopo, il 21 gennaio 1924, muore Lenin, che proprio del superamento della Seconda Internazionale e della fondazione dell’Internazionale Comunista era stato tra i più grandi, se non il più grande, ispiratore.
Mercoledì 24 gennaio 2024 per iniziativa del Movimento per la Rinascita Comunista e dal suo giornale, “Futura Società”, si è tenuto un seminario di riflessione sull’eredità e l’attualità di Lenin a cento anni dalla morte e sui centotre anni dalla fondazione del PCd’I.
Riportiamo gli interventi integrali di Stefano Verzegnassi, responsabile formazione e Scuola Quadri del Movimento per la Rinascita Comunista; di Alessandro Volponi, co-presidente del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo” e di Gianmarco Pisa, della redazione di “Futura Società”.
Introduzione di Stefano Verzegnassi
Care compagne e cari compagni,
La ricorrenza del centenario della morte del compagno Lenin e del 103° anniversario dalla fondazione del PCdI – Sezione dell’Internazionale Comunista, vuole essere per noi occasione di riflessione e confronto sul lascito teorico, politico e organizzativo del leninismo e sulla sua importanza nella fase attuale, in cui le contraddizioni dell’imperialismo stanno maturando in una cesura storica che sta già segnando di sé gli equilibri di potenza a livello mondiale, chiudendo la fase dell’unipolarismo e della globalizzazione imperialista e aprendo la fase, ormai conclamata, del multipolarismo.
Non si tratta quindi solo di una rievocazione storica, ma di una discussione sul presente, sulla comprensione della fase e sulle indicazioni da trarne per l’azione politica, qui e ora, in Italia.

Con il conforto di Lenin – analisi concreta della situazione concreta – non possiamo che partire dalla definizione dell’imperialismo e delle leggi del suo sviluppo come fase suprema del capitalismo, per leggervi, in un contesto mutato, le questioni fondamentali dello scontro mondiale in corso.
Da una parte, la guerra guerreggiata dell’Occidente collettivo in Ucraina e in Palestina, che sta attizzando altri focolai di tensione – dal Mar Rosso a Taiwan e dai Balcani al Sahel – e che accompagna il disaccoppiamento dell’economia mondiale mettendone in rilievo la manifesta impotenza a sostenere il cosiddetto Ordine Internazionale basato sulle regole e la progressiva perdita di quell’egemonia che sembrava incontrastata, dopo la fine dell’Unione Sovietica e del campo socialista.
Dall’altra, una crescita impetuosa del multipolarismo, incentrato sulla forza propulsiva della RPC, con la concezione generale del mondo elaborata dal Partito Comunista Cinese, che è un progetto di civiltà, con le vie della seta che non sono più una suggestione, ma si presentano come punta di lancia di una NEP allargata a livello globale; e sul nuovo protagonismo – politico, diplomatico, militare e anche economico – della Federazione Russa, che seppur non è socialista, sta dimostrando che l’imperialismo può essere battuto. Insieme, a velocità crescente, questi due attori stanno aggregando la più parte degli Stati del mondo su basi che sono, e soprattutto vengono percepite, di reciproco vantaggio, e ciò a prescindere dalle diverse situazioni, dalle condizioni sociali, politiche, culturali e religiose e dalle forme di rappresentanza e di governo dei Paesi interessati, marcando una tendenza storicamente progressiva di affrancamento dal centro imperialista.
È in questa epoca di cambiamenti repentini e tumultuosi che lotta teorica e prassi politica devono tendere all’accumulazione di forze, con un lavoro paziente e organico ma con l’urgenza di organizzare la classe per i compiti che l’agenda della storia ci sta dando.
Lotta teorica e prassi politica che non possono non tener conto dei profondi cambiamenti intervenuti dall’Ottobre – e da Lenin capo del primo Stato operaio – all’era dell’intelligenza artificiale, ma che possono e debbono seguire il filo conduttore dell’esperienza storica del movimento operaio, delle lotte anticoloniali e di liberazione nazionale dei popoli di quello che viene definito “Terzo Mondo”, degli esempi di Stati orientati alla transizione al socialismo e guidati da partiti comunisti.
Non siamo nati ieri, non dobbiamo inventare di sana pianta, abbiamo già il materiale da plasmare creativamente per farne strumento di azione consapevole nella società e ricominciare a pensarci agenti attivi del cambiamento, ancorché deboli e non strutturati. E ricordare che non siamo isolati, facciamo parte di un movimento mondiale protagonista dei mutamenti in corso.
Da qui discendono i nostri compiti, il ruolo e la funzione che devono avere i comunisti in un Paese imperialista, seppur di secondo piano, come l’Italia – a tutti gli effetti belligerante – nel fuoco dell’offensiva padronale alle condizioni di lavoro e di vita della gran massa dei lavoratori italiani, con un sindacalismo confederale ancora intriso della cultura della concertazione e con un sindacalismo di base non in grado in questi anni di intercettare e organizzare su base più ampia il malessere diffuso. Ma, soprattutto, in assenza del soggetto politico della classe operaia, il Partito Comunista, ad onta dei partiti esistenti che si richiamano al comunismo, ma che non hanno alcun impatto sulla realtà: prova ne sia, che neanche di fronte alla guerra in corso abbiano promosso iniziative unitarie, a suggellare la loro irrilevanza (questa, se vogliamo essere onesti, è la realtà).
Capire la guerra in corso significa capire le basi materiali che la sorreggono, e in ciò la lezione di Lenin è quanto mai preziosa, allora come oggi.
E allora come oggi, vanno fatti i conti con la propria borghesia, che nel nostro caso vuol dire lavorare per l’uscita dell’Italia dalla NATO e dall’UE, per inceppare gli ingranaggi di un sistema che ci sta portando alla catastrofe.
E allora come oggi, per fare questo, serve il Partito.
Gramsci e Livorno 1921- PCd’I: la storia della sua nascita, per i comunisti del presente e del futuro di Alessandro Volponi.
Il punto di partenza del nostro racconto della nascita della sezione comunista italiana della III Internazionale, Partito Comunista d’Italia, è la grande guerra. La prima guerra mondiale è un evento epocale dalle conseguenze quasi incalcolabili, è il risultato di una miscela di tensioni accumulate nei decenni della belle époque, alla conclusione della spartizione del mondo tra le principali potenze imperialistiche. La partecipazione entusiasta di milioni di volontari nella primissima fase in Francia, in Germania, in Inghilterra, prova che il processo di “nazionalizzazione delle masse” si è compiuto in gran parte d’Europa malgrado l’esistenza, anzi la crescita, del movimento operaio, della socialdemocrazia e del laburismo. La II Internazionale, che riconosce il marxismo quale dottrina ufficiale, il cui vessillo inneggia all’unione di tutti i proletari del mondo, crolla davanti alla marea montante dei nazionalismi scatenati.
Nell’estate del 1914 inizia l’ecatombe dopo che i gruppi parlamentari socialisti hanno votato i crediti di guerra proposti dai governi dei paesi in lotta, con qualche eccezione importante. Nel corso del conflitto si avranno diversi tentativi, e due conferenze internazionali della sinistra socialista, di fermare la guerra.
La posizione più radicale è rappresentata dai bolscevichi russi, la parola d’ordine leniniana è trasformare la guerra imperialista in rivoluzione mondiale. La polemica contro i “socialsciovinisti” sarà durissima, adeguata alla gravità della tragedia che sconvolge il continente. La guerra è mondiale perché è combattuta da potenze coloniali e dal Giappone ben prima dell’intervento statunitense ma l’Italia assiste per circa dieci mesi senza partecipare, mesi di trattative convulse e segrete con le parti in conflitto, mentre una netta maggioranza del paese e del parlamento è chiaramente avversa all’ingresso in guerra. Il Regno d’Italia è formalmente legato da un patto di alleanza con gli imperi centrali ma è stata l’Austria a dichiarare la guerra e giuridicamente il paese non è tenuto ad intervenire. Da qui ad intervenire a fianco dell’Intesa ce ne corre e le promesse del Patto di Londra saranno decisive per la scelta di campo. Gli schieramenti nel paese sono complessi, maggioranza dei cattolici, giolittiani e socialisti contro la guerra, interventisti divisi tra democratici che ritengono incompiuto il Risorgimento (IV guerra d’indipendenza per le “terre irredente”, Trento e Trieste) e nazionalisti che vogliono la guerra per legittimare l’imperialismo italiano nella lotta fra le nazioni. Non la guerra contro l’Austria ma la guerra tout court finché non realizzano che la guerra si può fare solo sfruttando l’eredità risorgimentale che è comunque insufficiente a rovesciare la maggioranza neutralista. Questa minoranza rumorosa e violenta, la cricca di corte e la casta militare, parte dell’industria, infine il Re saranno decisivi, un parlamento intimorito modifica la sua maggioranza. È una manifestazione capitale del “sovversivismo delle classi dirigenti” e del peggio del paese, premessa episodica della marcia verso il potere del fascismo nel primo dopoguerra.
Il Partito socialista italiano ha un compito relativamente più facile delle socialdemocrazie europee, per l’incompleta nazionalizzazione delle masse, la guerra in corso che ha spento tanti entusiasmi e l’idea di una rapida soluzione, e adotta la nota formula “non aderire né sabotare” che permette, tra l’altro, di mantenere unito il partito; unità di facciata se diamo ascolto al leader storico dei riformisti che scriverà nell’agosto del ’17 all’amico giolittiano Camillo Corradini : “Si tratta di sapere se il governo è proprio deciso ad allearsi con gli elementi estremisti e leninisti del Partito socialista e delle masse operaie, contro di noi che teniamo testa e siamo i moderatori. Io pongo a te e all’onorevole Orlando la questione molto nettamente. Noi siamo in un periodo che si va facendo, per la stanchezza della guerra, ogni giorno più difficile. Nelle masse socialiste la tendenza sabotatrice, che fin qui potemmo contenere, con sufficiente fortuna, acquista vigore e decisione. Contro di essa – se non vi decidete a ricorrere ad anni di guerra civile – non avete altra difesa che la tendenza conciliante e media, rappresentata ad un dipresso dal Gruppo parlamentare.” Turati sembra parlare a nome di un altro partito o, meglio, a nome di un partito nel Partito, che dispone, però, dei voti alla Camera. Si noti che in quei giorni a Torino è in corso una sommossa contro i profittatori di guerra e per la pace, alla fine si conteranno cinquanta morti tra gli operai. Il primo di maggio a Milano erano scoppiati moti popolari e scioperi in molte fabbriche, le lavoratrici in prima fila. Gli intransigenti avevano conquistato la maggioranza nella sezione suscitando la risentita reazione di Turati. Insomma l’unità del partito sembra un lungo equivoco destinato a non durare per molto. A Firenze e in Toscana, gli intransigenti svolgono una propaganda efficace e proprio a Firenze, alla fine di luglio, si riuniscono una cinquantina di rappresentanti, tra questi Gramsci e Bordiga, di molte sezioni, pare che la frazione di estrema sinistra ne controlli un centinaio e lancia un manifesto che spinge il PSI a sconfessare incertezze e collaborazionismi, a ripudiare il concetto e il sentimento di patria borghese, ad adottare una tattica “strettamente e sinceramente rivoluzionaria” aderendo ad eventuali moti popolari con la coscienza che “la violenza è l’ostetrica di tutte le società gravide di vita futura”. Giovani anarchici e anarco- sindacalisti possono riconoscersi in queste formulazioni. Il segretario Costantino Lazzari, appartenente alla corrente massimalista, replicherà che i socialisti non possono essere contro la Patria. La sezione socialista di Napoli si esprime in questi termini: “I socialisti di ogni paese debbono consacrare i propri sforzi alla cessazione della guerra, incitando il proletariato a rendersi cosciente della sua forza e a provocare con la sua azione intransigente di classe l’immediata cessazione delle ostilità, tentando di volgere la crisi agli scopi rivoluzionari del socialismo …”. Incombono in ottobre due eventi capaci di esacerbare i contrasti: Caporetto, che spinge Turati ed altri ad affermare la solidarietà patriottica con la nazione in guerra, e la rivoluzione russa (7 novembre nel calendario riformato). Ad essa il giovane Gramsci dedica sull’Avanti un pezzo che diventerà celebre, la rivoluzione contro il Capitale, e che rappresenta un potente manifesto contro il determinismo della II Internazionale, figlio della contaminazione positivista del marxismo. Per Gramsci il tempo non è un fattore rivoluzionario, la concezione prevalente nella socialdemocrazia è una teoria dell’inerzia del proletariato. Per lui il marxismo si configurerà sempre più come uno strumento vivo di interpretazione della realtà, un punto di partenza imprescindibile e una guida all’azione alla ricerca costante della verifica dei fatti, la rivoluzione si dovrà costruire nella società a partire dai luoghi di lavoro prima della conquista dello Stato. Diverso è il marxismo di Bordiga, un corpus inossidabile di concetti di cui occorre preservare la purezza, così come la purezza del partito, la falange che conquista il potere cogliendo l’occasione propizia e che poi rivoluziona la società. Ben più popolare di entrambi è un altro protagonista delle vicende del socialismo italiano, Giacinto Menotti Serrati, autentico leader della corrente maggioritaria e poi del “centro” del Partito. A Kienthal è il solo italiano ad appoggiare la proposta di Lenin di abbandonare la II Internazionale e di costituirne una III. A parte la simpatia per i rivoluzionari, non ha nulla di leninista, è, come si vedrà, culturalmente legato a Turati e sentimentalmente al patriottismo di partito. Nel settembre del 1918, a Roma, nel XV Congresso trionfa il massimalismo che con la sua mozione conquista più del 70% dei voti ed il gruppo parlamentare è imputato di collaborazionismo. Il messaggio di Lenin è accolto da applausi scroscianti, nella mozione approvata si afferma: “Tentare ogni sforzo per impedire l’opera di soffocamento della rivoluzione russa”. In fondo il proletariato d’occidente, incapace di fare la rivoluzione, impedirà effettivamente di schiacciarla con l’intervento straniero. Nel momento più drammatico, nel ’18-’19, quando i generali bianchi si avvicinano a Mosca e soprattutto a Pietrogrado, gli scioperi di solidarietà, il boicottaggio dell’invio di armi agli zaristi e gli ammutinamenti nei corpi di spedizione dell’Intesa, particolarmente importante quello dei marinai francesi nel Mar nero, hanno sostenuto lo sforzo vincente dell’armata rossa. I bolscevichi sono convinti che la rivoluzione russa non potrà sopravvivere senza rivoluzione internazionale e in particolare tedesca, questa è una delle ragioni della fondazione, a Mosca il 4 marzo 1919, della III Internazionale. Tra i cinquanta delegati alla Conferenza mancano, per l’impossibilità di arrivare a destinazione, spagnoli, inglesi, belgi, francesi e gli italiani. Anche la situazione internazionale vira verso il peggio, a gennaio l’insurrezione spartachista a Berlino è stata soffocata nel sangue, Liebknecht e Rosa Luxemburg sono assassinati a freddo,fallisce la repubblica sovietica bavarese di aprile, la repubblica ungherese dei Consigli sarà stroncata dall’esercito romeno. Soprattutto in Germania la destra socialdemocratica assume il ruolo di sicario della controrivoluzione. Quanto all’Italia la crisi del dopoguerra è esplosiva, inflazione, calo della produzione agricola e industriale, milioni di lavoratori partecipano agli scioperi non solo rivendicativi ma politici.
Un momento cruciale del dopoguerra italiano è la “scissione d’aprile”, quando Gramsci sperimenta l’incomprensione del Partito e l’ostilità della CGL nei confronti del movimento di lotta a Torino per la difesa del controllo operaio nelle fabbriche. Gli uomini dell’Ordine nuovo incasseranno l’approvazione di Lenin nelle Tesi sui compiti fondamentali del II congresso dell’Internazionale comunista: “per ciò che riguarda il Partito socialista italiano il II congresso della III Internazionale trova fondamentalmente giuste la critica di questo partito e le proposte pratiche pubblicate …. ne l’Ordine nuovo dell’8 maggio 1920 e che corrispondono integralmente a tutti i principi fondamentali della III Internazionale. Per queste ragioni il II Congresso …. prega il Partito socialista italiano di convocare al più presto un congresso straordinario per esaminare queste proposte e tutte le decisioni dei due congressi della IC, particolarmente in merito al gruppo parlamentare e agli elementi non comunisti del Partito”.
È un’investitura per Gramsci che non sarà sufficiente neppure per assumere la guida della frazione comunista che, in assonanza con l’Internazionale, animerà la scissione di lì a poco. Il vero leader della composita sinistra è Bordiga, citato da Lenin ne “L’estremismo malattia infantile del comunismo”, capo degli astensionisti. Gramsci lo considera indispensabile per coagulare gli intransigenti delle più varie provenienze e, d’altra parte, anche nel gruppo torinese non manca il settarismo. Al III Congresso, a Mosca nel giugno del ’21, a Terracini, sostenitore della teoria dell’offensiva, Lenin replica: “chi non capisce che in Europa, dove quasi tutti gli operai sono organizzati, noi dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, è perduto per il movimento comunista e non imparerà mai nulla, se non ha imparato nulla durante i tre anni della grande rivoluzione”.

Non è qui già percepibile, anche se in germe, la teoria della rivoluzione in occidente che Gramsci fonderà sulla distinzione tra guerra di movimento e guerra di posizione, sul grado di sviluppo della società civile e il relativo peso rispetto allo Stato? Dopo tre mesi di estenuanti trattative per l’adeguamento dei salari al caro vita, di fronte ad un padronato imbaldanzito dalla vittoria di aprile sui “torinesi”, i dirigenti della FIOM propugnano l’occupazione delle fabbriche che considerano meno costosa dello sciopero. Partecipano 500.000 lavoratori in tutta Italia, quasi il 70 %, però, tra Genova, Milano e Torino. Il governo Giolitti si atteggia a neutrale. La Federterra rifiuta di mobilitare i braccianti della val padana. D’Aragona, i vertici della Confederazione del lavoro e i deputati riformisti trattano, d’intesa con Giolitti, per una soluzione minimale che finisce per imporsi con modeste concessioni salariali. L’occupazione delle fabbriche, con operai armati e sovente con la continuazione delle attività produttive, segna l’apogeo e l’inizio della fine del biennio rosso. In base al patto sottoscritto con la CGL, il PSI potrebbe ingerirsi nella prosecuzione della lotta ma rifiuta di assumerne la responsabilità. Scriverà Nenni: “lo slancio rivoluzionario era infranto. I rivoluzionari della direzione del partito, i dottrinari della dittatura del proletariato e del bolscevismo avevano ceduto davanti ai riformisti …”.
Il 16 gennaio del 1921 si apre a Livorno il XVII congresso del Partito socialista italiano. Grande è l’attenzione in Italia e in Europa per l’evento che segnerà il destino della sinistra italiana per un’intera epoca storica. In effetti la scissione che lo caratterizzerà non è il risultato di cinque giornate di acceso dibattito ma è già decisa e le sue cause risalgono nel tempo, basti dire che il 21 gennaio, quando la frazione comunista abbandona la sala al canto dell’internazionale, lo statuto del nuovo partito, il Partito Comunista d’Italia, è già pronto e nel fatiscente scenario del teatro Marconi si procede all’elezione del comitato centrale formato da quindici membri rappresentativi di una variegata galassia di gruppi di comunisti distribuiti in modo tutt’altro che uniforme sul territorio nazionale. Lo svolgimento del congresso ha piuttosto determinato le modalità della scissione che poteva essere di maggioranza, come a Tours qualche mese prima nel congresso dei socialisti francesi o come avverrà per la federazione giovanile, poteva ma non fu, per il netto rifiuto della maggioranza assoluta del partito, i massimalisti guidati da Serrati, di procedere all’espulsione dei riformisti poveri di deleghe ma dominanti nel gruppo parlamentare e nella Confederazione Generale del Lavoro. Nelle elezioni politiche, svoltesi due anni prima e per la prima volta con metodo proporzionale, il PSI ha riportato un successo notevole: 1. 834 000 voti e 156 deputati eletti. Nel biennio ‘19-’20 gli iscritti sono molto cresciuti così come le cooperative di consumo e di produzione, la CGL dal ‘19 al ’21 moltiplica per otto i suoi iscritti, l’Avanti tira più di trecentomila copie ma il reale stato di salute del partito non è così buono come appare perché è profondamente diviso al suo interno per cultura e comportamenti e la scissione in sostanza è una presa d’atto, persino tardiva e formale, di una situazione insostenibile da tempo.
La III Internazionale, fondata a Mosca nel marzo del ’19, dopo aver frenato i compagni italiani per quasi due anni, ha formulato ventuno condizioni per l’adesione dei partiti che prenderanno il nome di comunisti, tra queste, come già detto, l’espulsione dei riformisti. La sinistra internazionale guarda con rispetto al PSI per la sua posizione sulla guerra che l‘ha distinto dalle socialdemocrazie europee. La parola d’ordine “né aderire né sabotare” è stata, però, non solo difficile da praticare ma una specie di media tra una destra disposta alla collaborazione, magari sottobanco, e una sinistra affascinata dai bolscevichi e poi galvanizzata dall’ottobre russo. Non è un caso che l’Internazionale designi due personaggi come Zinoviev e Bucharin per rappresentarla al congresso italiano, la negazione dei visti li farà sostituire dall’ungherese Rakosi e dal bulgaro Kabakchiev. Il duro intervento di quest’ultimo, nella seconda giornata del congresso provoca una rumorosa contestazione e alla gazzarra partecipano non pochi delegati massimalisti. Le linee di divisione interna sono in apparenza molto chiare: i riformisti da un lato, la frazione comunista dall’altro, al centro i massimalisti, o comunisti unitari, che sottoscrivono tutti i punti della III Internazionale meno uno. Ad un esame non superficiale appaiono differenze non lievi all’interno di queste correnti e persino in quella di gran lunga più compatta, la destra. La più eterogenea è probabilmente la frazione comunista, come si renderà evidente nei primi anni di esistenza del PCd’I, la breve infanzia coeva del dilagante squadrismo e dell’avvento al potere del fascismo. Con Gramsci ed il gruppo dell’Ordine nuovo ed il superamento del settarismo bordighiano il Partito comunista assumerà la durevole fisionomia del partito per la rivoluzione in occidente, infinitamente più leninista del “fare come in Russia”. D’altra parte quando il movimento dei consigli torinese, in lotta contro la serrata degli industriali metalmeccanici nella primavera del ’20 fa appello al partito e al sindacato, dovrà prendere atto del suo completo isolamento al di fuori del Piemonte. Non solo la CGL impedisce la solidarietà ma tutte le componenti del partito sono sorde e lo stesso Bordiga esprime la sua diffidenza per il pericolo del corporativismo, la costruzione dal basso del nuovo Stato prima della rivoluzione gli sembra distrarre dal vero problema, il partito e la conquista del potere. Se stiamo alle dichiarazioni di principio la distanza tra la frazione comunista egemonizzata da Bordiga ed i massimalisti o comunisti unitari si riduce a due punti: la rottura con i riformisti e l’astensionismo ma su quest’ultimo Bordiga transige per disciplina verso l’Internazionale. Per comprendere la reale distanza tra le correnti del PSI sarà utile ascoltare come Turati si rivolge ai massimalisti nel congresso di Bologna (ottobre 1919): “noi allontaniamo dalla rivoluzione le stesse classi proletarie. Perché è chiaro che, mantenendole nella aspettazione messianica del miracolo violento, nel quale non credete e per il quale non lavorate se non a chiacchiere, voi le svogliate dal lavoro assiduo e pensoso di conquista graduale che è la sola rivoluzione.”
Se la stoccata coglie in parte nel segno, non credere alla rivoluzione avvicina incredibilmente riformisti e parte dei massimalisti in barba alla fraseologia. Turati aveva contrapposto l’orda sovietica all’urbe occidentale, aveva parlato dei rivoluzionari russi come di nazionalisti che si aggrappavano ai socialisti del mondo per la loro disperata lotta per la sopravvivenza, come è possibile accettare le condizioni dell’Internazionale, dichiararsi entusiasti sostenitori della rivoluzione russa (lo sciopero di solidarietà nel ’19 con la Russia e l’Ungheria sovietiche fu un successo) e pretendere una deroga all’espulsione dei riformisti? La risposta arriva nell’ottobre del ’22, nell’imminenza della marcia su Roma il XVIII congresso del PSI sancisce la scissione, nasce il Partito Socialista Unitario Italiano ad opera dei riformisti e non solo, Serrati fa autocritica, convinto “di essersi sbagliato da Livorno in poi” ma il fascismo è ormai arrivato al governo e quasi nessuno ha compreso la portata storica dell’evento, neppure i comunisti. “I tratti particolari del fascismo, determinati dalla mobilitazione della piccola borghesia contro il proletariato, il partito comunista non li discerneva …. Eccettuato Gramsci, il Partito comunista non ammetteva neppure la possibilità della presa del potere da parte dei fascisti” (Lev Trockij Scritti 1931). Per la verità negli anni dello squadrismo da Bordiga a Turati si prevede uno sbocco socialdemocratico alla crisi con la suddetta eccezione di Gramsci. Poiché la divisione avviene più o meno a metà, lieve la prevalenza dei comunisti unitari, una parte dei massimalisti ha saltato il fosso unendosi ai riformisti. Proprio ad essi si addiceva l’invettiva citata di Turati. Tutti i recriminatori della scissione del ’21, che avrebbe indebolito la sinistra in un momento decisivo per l’affermazione del fascismo “dimenticano” la scissione socialista alla vigilia della marcia su Roma che dimostrò l’impossibilità della convivenza con i riformisti ma soprattutto omettono di confrontare la radicale diversità dei comportamenti degli schieramenti protagonisti di quelle intricate vicende di fronte al regime fascista. Dopo l’assassinio di Matteotti il partito socialista proporrà al proletariato italiano la resa e i massimi dirigenti della CGL la resa senza condizioni, fino all’autoscioglimento e all’offerta di collaborazione con il sindacato fascista. Il piccolo Partito comunista, divenuto così presto maggiorenne, falcidiato dalla repressione fascista, sarà l’unica forza organizzata e attiva nel paese per tutta la durata del regime e come tale si presentò all’esordio della guerra di liberazione dai nazifascisti nella quale fu protagonista assoluto. Questa storia e la storia del dopoguerra, fino al compimento del progetto egemonico gramsciano negli anni ’60-’70, hanno le loro radici nella rottura del ’21 quando intransigenti giovani pensosi sognarono la rivoluzione in Italia. La loro creatura, il Partito Comunista d’Italia, ha dimostrato la sua necessità storica; la sua dissoluzione è parte non piccola del disastro politico, sociale e morale che attanaglia il nostro paese ormai da troppo tempo.
Cento volte Lenin di Gianmarco Pisa
Il contributo di Lenin, nella storia del movimento operaio e democratico, in tutta la sua profondità e attualità.
Movimenti democratici, lotte partigiane, resistenze antifasciste e antiautoritarie, lotte di liberazione dei popoli, scalate al cielo rivoluzionarie, tutte devono qualcosa a Lenin, ai contenuti dei suoi scritti, alle iniziative della sua direzione politica, alle realizzazioni dell’esperienza sovietica.
Tra i più grandi, se non il più grande, dei prosecutori e innovatori del pensiero dei fondatori, Karl Marx e Friedrich Engels, Lenin (Vladimir Il’ič Ul’janov: Simbirsk, 1870 – Gorki, Mosca, 1924) ha fornito un impulso formidabile, essenziale, allo sviluppo del marxismo e, in generale, del pensiero e della prassi del movimento operaio, e ha rappresentato un’ispirazione luminosa, prospettica, per generazioni di comunisti, partigiani, rivoluzionari, per l’oggi e per il domani, letteralmente ai quattro angoli del pianeta.

Organizzatore della frazione bolscevica in seno al marxismo russo; principale protagonista dell’Ottobre rosso, la vittoriosa rivoluzione d’Ottobre del 1917; capo del primo governo della Russia sovietica, il primo compiuto Stato socialista della storia, e poi, dal 1922, dell’Unione sovietica; teorico e costruttore della democrazia consiliare attraverso il sistema dei Soviet, della programmazione economica, della Nuova Politica Economica, delle grandi conquiste sociali da lui inaugurate e quindi proseguite dalla successiva direzione politica dell’Unione sovietica; e ancora, ispiratore della moderna teoria dell’imperialismo e teorico del moderno diritto dei popoli all’auto-determinazione, è impossibile sintetizzare grandezza e attualità del contributo di Lenin, sul piano politico e filosofico, alla storia e al pensiero del movimento operaio. Movimenti democratici, lotte partigiane, resistenze antifasciste e antiautoritarie, lotte di liberazione dei popoli, scalate al cielo rivoluzionarie, tutte devono qualcosa a Lenin, ai contenuti dei suoi scritti, alle iniziative della sua direzione politica, alle realizzazioni dell’esperienza sovietica. Ciò è legato, in particolare, ai due tratti essenziali, decisivi, della figura di Lenin, grande, al tempo stesso, nel suo essere politico, dirigente, rivoluzionario, e nel suo essere intellettuale, scrittore, filosofo.
Si è detto in apertura, è pressoché impossibile sintetizzare o compendiare la vastità e l’estensione del pensiero e dell’azione di questo autentico gigante del Novecento (e non solo): la sua opera completa si snoda attraverso quarantacinque volumi (pubblicati in italiano grazie alle edizioni Rinascita e Editori Riuniti, Roma, 1954-1970 e ripubblicati, in edizione anastatica, da Lotta Comunista, Milano, 2002) e la letteratura a lui dedicata è vastissima. A tal proposito, sarà sufficiente ricordare, tra quelli disponibili in italiano, gli essenziali contributi di György Lukács (Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, Einaudi, Torino, 1970, ora ripubblicato dalle Edizioni Pgreco, Milano, 2017); Maksim Gor’kij (Lenin, Editori Riuniti, Roma, 1961), Louis Althusser (Lenin e la filosofia. Seguito da: Sul rapporto fra Marx e Hegel. Lenin di fronte a Hegel, Jaca Book, Milano, 1974); Luciano Gruppi (Il pensiero di Lenin, Editori Riuniti, Roma, 1970), Stathis Kouvélakis (Lenin lettore di Hegel, 2016), Ludovico Geymonat (“Lenin: la battaglia del marxismo a favore di una concezione realistica del mondo”, pubblicato nella sua monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico, Garzanti, Milano, vol. VI, 1972), passando infine per Domenico Losurdo (Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari, 2017).
È però possibile segnalare, tra i tanti e vasti, alcuni nuclei di pensiero-prassi, alcuni contributi essenziali dell’opera di Lenin nel percorso di approfondimento e di attualizzazione del marxismo e nell’itinerario della identificazione di vie nuove per il marxismo nel Novecento. In primo luogo, è Lenin il principale animatore e organizzatore della frazione rivoluzionaria (bolscevica) in seno al marxismo russo. Nel 1895, con Julij Martov, costituisce la «Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia», che poco dopo, nel 1898, confluisce nel Partito Operaio Socialdemocratico Russo. L’Unione di lotta era organizzata come un nucleo centrale, politico e organizzativo, costituito da intellettuali e operai avanzati, con l’obiettivo di attivare e coinvolgere altri operai in diverse fabbriche, attivando strati sempre più estesi della classe operaia, cioè del “proletariato moderno”, e coinvolgendo un numero sempre più ampio di unità produttive e industriali. È sin da questo antecedente che si viene affermando e concretizzando uno degli elementi centrali, essenziali, dell’azione del Lenin teorico e rivoluzionario, vale a dire la centralità, in termini politici e organizzativi, dei luoghi della produzione e dei luoghi di lavoro, come istanza centrale, ineludibile, della linea di massa e della prospettiva rivoluzionaria.
Il suo primo lavoro politico di rilevante importanza, I compiti dei socialdemocratici russi (1898), è scritto allo scopo di «spiegare i compiti pratici dei socialdemocratici» (cioè dei marxisti, dei rivoluzionari), i quali, «nella loro attività pratica […] si propongono, com’è noto, di dirigere la lotta di classe del proletariato e di organizzarla nelle sue due manifestazioni: quella socialista (lotta contro la classe dei capitalisti per la distruzione del regime di classe e l’organizzazione della società socialista) e quella democratica (lotta contro l’assolutismo per conquistare alla Russia la libertà politica e per rendere democratico il suo regime sociale e politico)». È e resta, quest’ultimo, un luogo politico centrale del pensiero-prassi di Lenin e del leninismo: conflitto sociale e lotta democratica, da parte dei lavoratori e delle lavoratrici in quanto soggetto centrale nell’attività produttiva della società nel suo complesso, ai fini della conquista della libertà, dell’avanzamento della democrazia e dell’apertura di spazi democratici, per la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, per l’articolazione della lotta di classe e per l’organizzazione della prospettiva rivoluzionaria e della futura società socialista.
In quello stesso periodo, Lenin è protagonista di una serrata polemica contro i populisti: scrive, tra gli altri, il saggio Che cosa sono gli “amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici (1894). Secondo Lenin, i populisti sono soggettivisti e idealisti, perché, non riuscendo a individuare la natura reale dell’antagonismo sociale, ritengono che esistano generici “rapporti antagonistici” e che la rivoluzione sia opera di “individui isolati”. Viceversa, Lenin mette in evidenza che la contraddizione esiste anche nelle comunità rurali di base, tra i pochi contadini arricchiti (che avevano la proprietà privata della terra e potevano sfruttare lavoro agricolo salariato) e i molti contadini poveri. È all’interno della cornice di questa analisi che matura un’altra essenziale conquista di Lenin, vale a dire la concezione dell’alleanza rivoluzionaria tra operai e contadini come base principale per rovesciare l’assolutismo, il dispotismo, lo zarismo, i proprietari terrieri, e la borghesia, ma anche come base essenziale, retroterra strategico, per la costruzione delle condizioni stesse della rivoluzione. Legata a questa evoluzione, Lenin avrebbe sviluppato, di lì a pochi anni, nel Che fare?, il tema della «lotta ideologica attiva», soprattutto nei termini di una polemica serrata contro ogni forma di spontaneismo, cioè di primato dell’azione spontanea nel processo rivoluzionario: la critica contro lo spontaneismo porta con sé la critica sia contro l’economicismo, il tradunionismo, il determinismo, sia contro le tendenze socialrivoluzionarie e anarchiche.
Sono dunque maturi i tempi per un nuovo, grande, contributo di Lenin allo sviluppo del pensiero e della organizzazione del movimento di classe: vale a dire, la moderna concezione del partito rivoluzionario. Nel Che fare? (1902), nella polemica contro il revisionismo di Eduard Bernstein (e, in generale, nella lotta contro l’economicismo, vale a dire contro l’idea che la lotta economica, sindacale, degli operai sia “sufficiente” per «fare la rivoluzione»), Lenin individua i tre principali contrassegni del partito rivoluzionario. In primo luogo, l’autonomia politica e organizzativa dei rivoluzionari (dei comunisti): «Dappertutto vi è necessità di questi circoli, associazioni e organizzazioni (sociali, culturali, di lettura etc.); bisogna che siano il più possibile numerosi, con i compiti più diversi; tuttavia, è assurdo e dannoso confonderli con l’organizzazione dei rivoluzionari, cancellare la distinzione che li separa, spegnere nelle masse la convinzione … che per servire un movimento di massa sono necessari uomini che si consacrino, specialmente e interamente, all’azione (rivoluzionaria), si diano pazientemente, ostinatamente, una educazione di rivoluzionari di professione».
In secondo luogo, l’impostazione del partito come agente della coscienza di classe; se la classe operaia (il moderno proletariato) è l’avanguardia delle masse popolari, il partito è l’avanguardia e la coscienza esterna del proletariato: «la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno delle lotte economiche, della sfera dei rapporti fra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile raggiungere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi, di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi». In terzo luogo, non meno importante, il centralismo democratico: «Con una tale organizzazione, costituita su una base teorica solida, e un giornale (rivoluzionario) a propria disposizione, non si dovrà più temere che il movimento sia sviato dai numerosi elementi che intanto vi avranno aderito. In una parola, la specializzazione presuppone il centralismo, e a sua volta lo esige in modo assoluto».
All’insegna della guerra si inaugura, intanto, il nuovo secolo. Il 1902, l’anno del Che fare?, è anche l’anno della fine della seconda guerra anglo-boera con l’Impero britannico che impone il proprio dominio e la propria occupazione sulle due repubbliche boere indipendenti, la Repubblica di Transvaal e lo Stato Libero di Orange. Si era trattato di un tipica guerra imperialistica, per la spartizione del territorio e l’appropriazione delle sue fondamentali risorse minerarie, nella quale non mancarono, da parte britannica, rastrellamenti, deportazioni, e campi di concentramento contro la resistenza boera. Ma il 1902 è anche l’anno degli accordi segreti Italia-Francia per la spartizione in zone di influenza dell’Africa settentrionale, con la Libia all’Italia e il Marocco alla Francia. A sua volta, la Germania sbarca a Tangeri nel 1905 e invia una nave da guerra ad Agadir nel 1911. Subito dopo, le due guerre balcaniche (1912-1913) contro l’Impero ottomano e per la ridefinizione degli assetti territoriali nei Balcani, e la guerra italiana (1911) contro l’Impero ottomano per il controllo della Libia segnano i presupposti che avrebbero portato, di lì a poco, all’inizio della guerra imperialista mondiale.
Com’è noto, il fallimento della Seconda Internazionale viene sancito dall’approvazione dei crediti di guerra da parte della socialdemocrazia tedesca e dall’adesione di quasi tutti i partiti socialisti alle borghesie nazionali e alla guerra imperialista mondiale, con le due principali eccezioni del partito socialista italiano (almeno all’inizio, attestandosi poi sulla posizione «né aderire né sabotare») e del partito serbo. Nelle due conferenze di Zimmerwald (1915) e di Kienthal (1916), Lenin lancia la parola d’ordine della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, cioè in guerra rivoluzionaria» a partire dalla consapevolezza che «la guerra ha indubbiamente generato la crisi più acuta e ha aggravato in modo inverosimile la miseria delle masse. Il carattere reazionario di questa guerra, l’impudente menzogna della borghesia di tutti i paesi, che maschera i propri scopi di rapina con una ideologia “nazionale”, tutto ciò crea nelle masse stati d’animo rivoluzionari».
Nelle Tesi di Aprile (1917) fissa il progetto del superamento della Seconda Internazionale: «Tesi 10: Rinnovare l’Internazionale. Prendere l’iniziativa della creazione di una Internazionale rivoluzionaria contro i socialsciovinisti (i sostenitori del programma imperialista delle borghesie nazionali) e contro il “centro” (i difensisti e gli internazionalisti astratti, tipo Kautsky in Germania; Longuet in Francia; Ckheidze in Russia; Turati in Italia; MacDonald in Inghilterra, etc.)». Intanto, nel fondamentale saggio Il socialismo e la guerra (1915), Lenin aveva definito il tema della lotta contro il “proprio” governo, l’imperialismo nazionale, cioè contro l’imperialismo del “proprio” Paese: «La classe rivoluzionaria, in una guerra reazionaria, non può non desiderare la disfatta del proprio governo, non può non vedere il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggior facilità di abbatterlo. […] Proprio una simile azione corrisponde ai segreti pensieri di ogni operaio cosciente e si accorda con la linea della nostra attività diretta a trasformare la guerra imperialista in guerra civile».
Tra il 1917 e il 1919 Lenin, con il gruppo dirigente bolscevico, è protagonista della successione di eventi che letteralmente avrebbero portato a riscrivere la storia e la geografia del pianeta: principale protagonista della vittoriosa rivoluzione d’Ottobre del 1917; capo del primo governo (Consiglio dei commissari del popolo) della Russia sovietica, la Repubblica socialista federativa sovietica russa, il primo compiuto Stato socialista della storia, e poi, dal 1922, dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, l’Unione sovietica; artefice della dittatura rivoluzionaria del proletariato; della programmazione economica, della Nuova Politica Economica (NEP), delle grandi conquiste economiche, sociali, politiche da lui inaugurate e quindi proseguite dalla successiva direzione politica sovietica. In questa congerie storico-politica, matura un altro contributo determinante, e attualissimo, di Lenin al pensiero-prassi e all’evoluzione del movimento operaio, democratico e socialista: la concezione della democrazia popolare di natura consiliare (attraverso il sistema dei soviet).
Nelle Tesi di Aprile (1917), Lenin fornisce una prima definizione completa del principio della democrazia popolare in termini di democrazia consiliare, cioè sovietica (soviet, consigli): «Tesi 5. Niente repubblica parlamentare – ritornare ad essa dopo i Soviet dei deputati operai sarebbe un passo indietro – ma Repubblica dei Soviet di deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini in tutto il paese, dal basso in alto». Nella dottrina marxista dello Stato, elaborata nel coevo Stato e Rivoluzione (1917), Lenin pone due questioni teoriche e politiche fondamentali: la questione della natura politica ed economica dello Stato, e la questione della transizione dal capitalismo al socialismo e quindi, in prospettiva, al comunismo. Se è vero, con la nota definizione leniniana, che «lo Stato è l’organo del dominio di una determinata classe, che non può essere conciliata con la classe che è al polo opposto», è in particolare vero che «noi abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della parola, una macchina speciale per la repressione di una classe da parte di un’altra e per di più della maggioranza da parte della minoranza. […] In seguito, nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione è ancora necessaria, ma è già esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una minoranza di sfruttatori. La macchina speciale di repressione, cioè lo Stato, è ancora necessario, ma è già uno Stato transitorio, non più lo Stato propriamente detto; […] ed è compatibile con una democrazia che abbraccia una maggioranza della popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno stesso di una macchina speciale di repressione. […] Il popolo può reprimere gli sfruttatori anche con una “macchina” molto semplice, senza apparato speciale, mediante l’organizzazione delle masse … (come … i Soviet dei deputati operai e soldati)». In una formula, che segnala, per l’essenziale, il nucleo delle condizioni poste a fondamento della prospettiva leniniana della transizione al socialismo: «Combinare il potere politico sovietico e l’organizzazione amministrativa sovietica con i più avanzati progressi tecnologici e scientifici raggiunti dal capitalismo».
La Rivoluzione d’Ottobre, com’è noto, si sviluppa nei termini di un vasto movimento storico, politico e sociale, che segna, per la prima volta, l’irruzione delle masse, da protagoniste e al potere, nella storia umana, e all’insegna, in estrema sintesi, delle tre parole d’ordine rivoluzionarie lanciate da Lenin e dai bolscevichi: «Tutto il potere ai Soviet»; «Pace immediata senza indennità e senza annessioni»; «Pace, pane e terra». Nello splendido articolo, Per il pane e per la pace (dicembre 1917, pubblicato per la prima volta nella Jugend-Internationale, maggio 1918), Lenin fornisce una sintetica spiegazione, teorica e politica, di questo programma: «La guerra imperialistica, guerra fra le più grandi e più ricche compagnie bancarie – l’“Inghilterra” e la “Germania” – per il dominio del mondo, per la spartizione del bottino, per la spoliazione dei popoli piccoli e deboli, questa guerra orribile e criminale ha devastato tutti i paesi, ha esaurito e sfinito tutti i popoli, ha posto l’umanità di fronte al dilemma: o mandare in rovina tutta la civiltà e scomparire, o rovesciare per via rivoluzionaria il giogo del capitale, rovesciare il dominio della borghesia, conquistare il socialismo e una pace durevole. Se non vincerà il socialismo, la pace tra gli Stati capitalistici significherà soltanto un armistizio, una tregua, la preparazione a un nuovo massacro dei popoli. Pace e pane: queste sono le rivendicazioni fondamentali degli operai e degli sfruttati».
È qui espresso il nucleo di quella vera e propria fondazione leniniana che è la moderna teoria dell’imperialismo. Nel celebre L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917), fase “suprema”, in quanto “ultima”, estrema, terminale, Lenin fornisce una definizione e una caratterizzazione (cinque contrassegni) dell’imperialismo, nei termini di una categoria economica prima che politica. In relazione alla definizione, «se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo». Quanto poi ai contrassegni, si tratta dei seguenti: a. la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica; b. la fusione del capitale bancario con il capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; c. la grande importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; d. il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; e. la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche, cioè tra gli interessi, le mire, le pretese (diremmo, le quote di mercato) delle maggiori potenze capitalistiche. Non è un caso, dunque, che Stalin definisse il pensiero e l’opera di Lenin, cioè il leninismo, come «il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria».
«Più esattamente: il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare. Marx ed Engels militarono nel periodo prerivoluzionario (ci riferiamo alla rivoluzione proletaria), quando l’imperialismo non si era ancora sviluppato, nel periodo di preparazione dei proletari alla rivoluzione, nel periodo in cui la rivoluzione proletaria non era ancora diventata una necessità pratica immediata. Lenin invece, discepolo di Marx e di Engels, militò nel periodo di pieno sviluppo dell’imperialismo, nel periodo dello scatenamento della rivoluzione proletaria, quando la rivoluzione proletaria aveva già trionfato in un paese, distrutto la democrazia borghese e aperto l’era della democrazia proletaria, l’era dei Soviet».
Nel saggio Sul diritto delle nazioni all’autodecisione (Sul diritto di autodeterminazione dei popoli, 1914), Lenin riconfigura altresì, in termini contemporanei, il diritto di autodeterminazione. Intanto, scrive Lenin, «sarebbe errato considerare il diritto di autodecisione come cosa diversa dal diritto all’esistenza politica indipendente»; quanto al «compito del proletariato»: il proletariato, riconoscendo l’uguaglianza di diritti e il diritto, eguale per tutte le nazioni, di costituire uno Stato nazionale, pone però al di sopra di tutto l’unione dei proletari di tutte le nazioni ed esamina ogni rivendicazione nazionale, ogni separazione nazionale dal punto di vista della lotta di classe degli operai; infine, in relazione all’atteggiamento da tenere nei confronti delle borghesie nazionali: «in quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro la borghesia della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché siamo i nemici più implacabili e più coerenti dell’oppressione. Viceversa, in quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna debolezza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi».
Con l’essere un grande politico e dirigente rivoluzionario, Lenin è, allo stesso tempo, teorico marxista di primaria importanza, capace di delineare in maniera precisa il ruolo della teoria nel pensiero-prassi e ai fini del movimento rivoluzionario e di offrire in maniera incisiva un contributo filosofico profondo all’avanzamento del marxismo. Sin dal Che fare?, Lenin aveva posto la questione centrale della teoria come forma specifica, non astratta, del movimento di lotta e del complesso delle contraddizioni e degli antagonismi che si sviluppano sul piano economico, sociale, politico, nonché della lotta contro lo schematismo e il dogmatismo: «senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario».
«Il movimento rivoluzionario (socialdemocrazia) è per sua stessa sostanza internazionale. Ciò non significa soltanto che dobbiamo combattere lo sciovinismo nazionale. Significa anche che in un paese giovane un movimento appena nato può avere successo solo se applica l’esperienza degli altri paesi. Ma per applicarla non basta conoscerla o limitarsi a copiare le ultime risoluzioni. Bisogna saper valutare criticamente e verificare da se stessi questa esperienza. Basta pensare quali passi giganteschi ha fatto il movimento operaio contemporaneo e come si è articolato per comprendere quale riserva di forze teoriche e di esperienza politica (ed anche rivoluzionaria) sia necessaria per adempiere questo compito». Vi si delinea, in maniera compiuta, il principio leniniano, essenziale e imprescindibile, della «analisi concreta della situazione concreta».
In Materialismo ed empiriocriticismo (1909), Lenin introduce poi alcuni importantissimi contenuti filosofici (di teoria filosofica), in relazione a tre ambiti: lo sviluppo del materialismo storico e dialettico; la teoria della conoscenza (gnoseologia); l’estetica. Com’è noto, il libro viene scritto in polemica con la posizione filosofica di Aleksander Bogdanov che Lenin considera come una variante dell’empiriocriticismo di Richard Avenarius e di Ernst Mach. Secondo Lenin, la proprietà fondamentale della materia è che si tratta di una datità reale, cioè «una realtà oggettiva che esiste fuori della nostra coscienza […]. Le nostre sensazioni, la nostra coscienza, sono solo l’immagine del mondo esterno», formata attraverso i sensi e attraverso la mediazione tra azione pratica e generalizzazione (non astrazione) teorica. La realtà quindi non è «una forma organizzatrice dell’esperienza», ma è la datità effettiva dell’oggetto, che è a sua volta oggetto di conoscenza da parte del soggetto, una conoscenza mediata dai sensi, e configurata nel cervello umano, che è a sua volta «materia organizzata in un certo modo», che segue le stesse leggi della materia. È questa la base della teoria del «rispecchiamento», nella quale si delinea e attraverso la quale viene enucleato un conseguimento teorico e politico rilevantissimo: non si tratta solo di un concetto gnoseologico, in termini di teoria filosofica e di teoria della conoscenza, di primaria importanza, ma si tratta anche di uno dei caratteri di base del realismo socialista, e, in generale, uno dei temi fondamentali dell’estetica marxista.
Maksim Gor’kij (1868-1936), il grande scrittore russo e sovietico, lo avrebbe formulato nei termini più chiari e le conclusioni del Primo congresso degli scrittori sovietici (1934) ne avrebbero compendiato la formulazione nei termini (il realismo socialista) di «un metodo fondamentale della letteratura creativa e della critica letteraria sovietica, che esige dall’artista la rappresentazione veridica, storicamente concreta, della realtà nel suo sviluppo rivoluzionario. Col che la veridicità e la concretezza storica della rappresentazione artistica devono unirsi al compito di una trasformazione ideale e dell’educazione dei lavoratori nello spirito del socialismo».
Nelle sue pagine, Gor’kij mette in luce proprio la natura di classe del processo e del contenuto della creazione artistica: «In uno Stato fondato sulle sofferenze insensate e umilianti della stragrande maggioranza del popolo, è normale che il credo della volontà soggettiva, irresponsabile nelle parole e nelle azioni, sia il principio guida e rivendicativo. Idee quali “l’uomo è despota per natura”, “ama essere un tormento”, “è preso appassionatamente dalla sofferenza”, che vede il significato della vita e della felicità proprio nella volontà soggettiva, nella libertà illimitata, che solo questa gli porterà il suo “più grande vantaggio”, e che “il mondo intero perisca finché io possa bere il mio tè” – sono le idee che il capitalismo ha inculcato e sostenuto nel bene e nel male».
Viceversa, «dobbiamo comprendere che è il contributo delle masse a costituire l’organizzatore fondamentale della cultura e il creatore di tutte le idee, sia quelle che nel corso dei secoli hanno minimizzato l’importanza decisiva del lavoro – la fonte della nostra conoscenza – sia quelle di Marx, Lenin e Stalin che nel nostro tempo stanno promuovendo un senso rivoluzionario di giustizia tra i proletari di tutti i paesi e che nel nostro paese stanno elevando il lavoro al livello di una potenza che serve da base per l’attività creativa della scienza e dell’arte. […] Come eroe principale dei nostri libri dovremmo scegliere il lavoro, cioè una persona, organizzata dai processi del lavoro, che nel nostro paese è attrezzata di tutta la potenza della tecnica moderna, una persona che, a sua volta, organizza il lavoro in modo tale da renderlo più facile e produttivo, elevandolo al livello di arte. Dobbiamo imparare a intendere il lavoro come creazione. La “creazione” è un concetto che noi scrittori usiamo fin troppo liberamente, anche se non ne abbiamo il diritto. La creazione è un grado di tensione raggiunto nel lavoro della memoria, in cui la velocità del suo funzionamento trae, dalle riserve di conoscenze e di impressioni, i fatti, le immagini, i dettagli più salienti, notevoli e caratteristici, e li rende nelle parole più precise, vivide e comprensibili».
Quali sono allora, in conclusione, gli elementi di sintesi, in primo luogo metodologica, di approccio e di orientamento, che, a maggior ragione in occasione del centenario, si possono trarre dalla grandezza dell’opera di Lenin?
Lenin pone e studia le questioni teoriche e di dottrina sempre a partire dalle specifiche questioni di ordine concreto e politico che si trova a risolvere: avanza e sviluppa, cioè, un nucleo propriamente “egemonico”, a partire dall’unione di teoria e prassi, dall’individuazione del nucleo fondativo della «filosofia della prassi» e, per questa via, dall’influenza determinante sul corso successivo del marxismo sia in Oriente, sia in Occidente (Gramsci e altri). Avvia, inoltre, una poderosa innovazione del marxismo, attrezzandolo sia in relazione alla nuova fase storica e politica, a partire dall’analisi dell’imperialismo quale odierna configurazione del capitalismo nella fase attuale del suo sviluppo, sia in relazione alle specifiche differenze nazionali. Introduce, infine, modi di analisi, categorie di interpretazione, poderose sintesi politiche e culturali, sviluppate nel cimento del conflitto e della lotta politica, fondamentali per l’iniziativa politica dei comunisti nel tempo presente.
Riferimenti:
V.I.U. Lenin, I compiti dei socialdemocratici russi (1898).
V.I.U. Lenin, Che cosa sono gli “amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici (1894).
V.I.U. Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento (1902).
V.I.U. Lenin, Tesi di Aprile – Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale (1917).
V.I.U. Lenin, Stato e Rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione (1917).
V.I.U. Lenin, Per il pane e per la pace (1917, pubblicato nella Jugend-Internationale, maggio 1918).
V.I.U. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1917).
V.I.U. Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione (Sul diritto di autodeterminazione dei popoli), 1914.
V.I.U. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo: note critiche su una filosofia reazionaria (1909).
I.V.D. Stalin, Principi del leninismo. Lezioni tenute all’Università Sverdlov (1924).
Maksim Gorkij, Soviet Literature (1934) in: Gorkij, Radek, Bucharin, Ždanov et al. “Soviet Writers’ Congress 1934”, Lawrence & Wishart, London, 1977.
Palmiro Togliatti, Lenin e il nostro partito, Rinascita, n. 5, 1960.
Immagine: La presa del Palazzo d’Inverno, nel film “Ottobre” di Sergej Ėjzenštejn (1928), Pubblico Dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1030309.
